Alcuni numeri per intenderci: circa 27 miliardi di ricavi annui, 4,8 miliardi di margini lordi, oltre 150.000 dipendenti. Queste cifre sono quelle sciorinate da Poste Italiane per descrivere il gruppo che potrebbe nascere nel caso l’Offerta pubblica di acquisto e scambio, Opas, su Telecom Italia andasse in porto. Sì, avete letto bene: all’ora di cena di una domenica sera elettorale, le Poste guidate da Matteo Del Fante e dal direttore generale Giuseppe Lasco puntano al controllo della totalità di Tim.
Andiamo al sodo. L’offerta da 10,8 miliardi rappresenta un premio del 9% sull’ultimo prezzo di venerdì di Tim. «Il corrispettivo riconosciuto da Poste Italiane agli azionisti di Telecom che dovessero aderire» all’Opas - si legge nel comunicato - «sarà rappresentato da (i) una componente in denaro pari 0,167 euro per ciascuna azione di Tim portata in adesione all’Offerta, e (ii) da una componente in titoli pari a 0,0218 azioni ordinarie di Poste Italiane di nuova emissione per ciascuna azione di Tim portata in adesione all’Offerta».
Il mercato da tempo fiutava un blitz di Poste su Tim che recentemente aveva ritoccato la sua quota di controllo portandola a oltre il 27%. Il titolo dell’ex monopolista telefonico è infatti salito del 100% in Borsa nell’ultimo anno. Anche Poste ha beneficiato dei risultati messi a segno da Del Fante guadagnando oltre il 30% rispetto a marzo 2025 e arrivando al record storico di 23,87 euro per azione. Ma già prima si poteva intuire che sarebbe finita così, quando Cdp (azionista di Poste col 35%, poi c’è il Mef poco sotto il 30%) scambiò le partecipazioni in Nexi e Tim. La «mamma» Cdp è diventata socio forte nel gruppo leader dei pagamenti digitali, la «figlia» Poste ha preso in dote Tim, fino a volerla ora sposare. PosTim, se così possiamo chiamarla si candida a essere la «più grande infrastruttura connessa in Italia», con «posizione di leadership nei servizi finanziari e assicurativi, nella logistica, nella logistica» e chiaramente «nelle telecomunicazioni». Le sinergie previste sono di circa 0,7 miliardi l’anno combinando «una rete fisica estremamente capillare - costituita da quasi 13.000 uffici postali, gli oltre 4.000 punti vendita Tim e una rete di oltre 49.000 partner terzi - con una base di oltre 19 milioni di clienti digitali attivi, facendo leva sull’App “P” di Poste Italiane, leader con oltre 4 milioni di utenti attivi giornalieri - prosegue il comunicato - concepita come piattaforma scalabile per l’integrazione di nuovi prodotti e servizi, inclusi quelli di tlc di cui Tim diventerà unica fabbrica prodotto».
Se Poste fa il colpaccio, lo Stato forse si mangia le mani. Nel 1997 Telecom Italia - la «madre di tutte le privatizzazioni» targate Romano Prodi - venne collocata in Borsa a 5,16 euro. Ora Tim vale circa 0,6 euro. In questi quasi 30 anni hanno appesantito quasi tutti il debito della vecchia Sip: i capitani coraggiosi Colaninno e Gnutti, poi Tronchetti Provera, gli spagnoli di Telefonica, i francesi di Vivendi, fino al ritorno dello Stato attraverso Cdp con successiva cessione della rete al fondo Usa Kkr e ora l’offerta di Poste che riporterà appunto lo Stato sopra il 50%. Complimenti a Poste, zero commenti su come è stato privatizzato e gestito un patrimonio come Telecom Italia.



