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2024-03-27
Italia 1960-1979: il Pop Beat italiano in mostra a Vicenza
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Una giraffa alta oltre due metri, verdi alberelli in plexiglass, un cubo gigante sospeso sulle teste dei visitatori, specchi, segnali stradali, lavori fati di bottoni e passamanerie. A dominare, il colore. A regnare, la «leggerezza » e il divertimento. Perché in questa mostra, proprio come recita parte del titolo, ognuno è «libero di sognare»…
La mostra di cui sto parlando è POP/BEAT - Italia 1960-1979, un’esposizione originale e unica nel suo genere, un progetto sul «sentire comune» interamente dedicato all’esperienza Pop/Beat italiana dagli inizi degli anni ’60 al termine dei ’70. Adatta ad un pubblico variegato e trasversale (dalle scolaresche agli addetti ai lavori), questa mostra ha il potere di regalare suggestioni immediate e «popolari», senza perdersi in eccessivi concettualismi, ma nemmeno nella superficialità: semplicemente, passando di sala in sala, ognuno è libero di cogliere ciò che vuole, sente e comprende. Ci si può fermare alle apparenze o andare oltre. Si, perché l’esposizione vicentina, che come afferma il curatore - il noto artista astrattista veneziano Roberto Floreani - «… sviluppa l’immaginario di tutte le generazioni , incantando come in una wunderkammer spettacolare…» si presta anche ad un’altra chiave di lettura, più profonda e meno immediata, che è quella della scoperta (o ri-scoperta) della Beat Generation italiana.
Pop e Beat. Due facce della stessa medaglia che però non sono la stessa cosa. Prendendo - ma solo per un attimo…- come riferimento gli Stati Uniti, dire Pop (art) significa dire Andy Warhol, parlare di Beat (generation) significa parlare di Lawrence Ferlinghetti. Genio artistico il primo, guru letterario il secondo. Negli stessi anni, in Italia, a rappresentare l’arte pop Mario Schifano ( insieme a Mimmo Rotella, Enrico Baj, Lucio Del Pezzo, Umberto Mariani); esponente di punta della beat generation tricolore Nat Scammacca (leader dell’Antigruppo siciliano, movimento culturale underground di estrema sinistra in chiara polemica con la Beat salottiera del Gruppo ’63, legato all’influenza dei grandi editori del nord e dei concorsi letterari, molto meno attento alle pulsioni popolari), considerato dallo stesso Ferlinghetti «il miglio poeta beat italiano». Ecco, questa mostra, che attraverso libri, scritti e video originali offre un ampio e inedito spaccato dell’attività di Scamacca e del gruppo dei siciliani, può essere l’occasione giusta per conoscere - o approfondire - una parte forse poco nota della nostra cultura fra gli anni ’60 e ’70 e, soprattutto, può rispondere alla domanda sul perché il pop e il beat italiano sia così distante, autonomo e diverso da quello Stellestrisce (che a sua volta deriva da quello inglese….), per molti anni indicato come dominante. La risposta, per certi aspetti, è semplice: l’unicità e la statura assoluta della Pop art italiana , sensibile alla tradizione artistica nazionale e a quella dell’avanguardia futurista, si è alimentata con un «nutrimento che veniva dal basso », protagonista dei mutamenti sociali, politici e culturali del ’68, avvenuti nelle piazze, nelle strade, nelle fabbriche e nelle università. Distante, quindi, dalla Pop degli artisti e letterati americani, vezzeggiate star, interpreti dei prodotti di consumo della società di massa amplificati dalla pubblicità.
La mostra, opere e artisti
Provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private, in un’alternanza di opere di grande formato spettacolarizzate da un’ampia sezione di sculture, in mostra lavori di Valerio Adami, Franco Angeli, Enrico Baj, Paolo Baratella, Roberto Barni, Gianfranco Baruchello, Gianni Bertini, Umberto Bignardi, Alik Cavaliere, Guglielmo Achille Cavellini, Mario Ceroli, Lucio Del Pezzo, Fernando De Filippi, Bruno Di Bello, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Piero Gilardi, Sergio Lombardo, Roberto Malquori, Renato Mambor, Umberto Mariani, Gino Marotta, Titina Maselli, Fabio Mauri, Aldo Mondino, Ugo Nespolo, Pino Pascali, Concetto Pozzati, Mimmo Rotella, Sergio Sarri, Mario Schifano, Giangiacomo Spadari, Tino Stefanoni, Cesare Tacchi, Emilio Tadini.
Anche se l’elenco è lungo (per alcuni anche noioso…) nominare tutti questi artisti è doveroso, perché ogni opera esposta ha una peculiarità diversa e nessuna attrae e incuriosisce meno di un’altra: dalla Coppia e dal Buste de femme au chapeau di Enrico Baj alla Mensola in rosso di Lucio Del Pezzo, dal magnifico Ritratto di Paul Klee di Enrico Di Bello al Mais di Piero Gilardi, passando per la Cleopatra di Mimmo Rotella e il trittico superlativo di Umberto Mariani, realizzato nel 1968 ed esposto riunito per la prima volta proprio in questa mostra vicentina. Un progetto espositivo vario e importante, che ricontestualizza la natura stessa della Pop e della Beat italiane e che, attraverso i suoi artisti - così originali, rispetto agli americani, nella loro ricerca stilistica, da non sentirsi a volte nemmeno etichettabili come pop - percorre un tragitto che dalla Libertà di sognare approderà fatalmente alla Fine del sogno degli anni di piombo, gli anni della disillusione e della diffusione delle droghe pesanti, messe in scena in tutta la loro crudezza al Festival di Castelporziano nel 1979, il primo Festival dei Poeti.... E della fine del sogno.
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È la splendida cornice della Basilica Palladiana di Vicenza a ospitare (sino al 30 giugno 2024) una mostra coloratissima e unica nel suo genere, che racconta - attraverso 100 opere di 35 artisti diversi - il fenomeno dell’arte Pop Beat in Italia dal 1960 al 1979. Un progetto importante e trasversale, che spazia dalla pittura alla scultura, dai video alla letteratura, specchio di un ventennio cruciale per il nostro Paese, vivace e ricco di fermenti.Una giraffa alta oltre due metri, verdi alberelli in plexiglass, un cubo gigante sospeso sulle teste dei visitatori, specchi, segnali stradali, lavori fati di bottoni e passamanerie. A dominare, il colore. A regnare, la «leggerezza » e il divertimento. Perché in questa mostra, proprio come recita parte del titolo, ognuno è «libero di sognare»…La mostra di cui sto parlando è POP/BEAT - Italia 1960-1979, un’esposizione originale e unica nel suo genere, un progetto sul «sentire comune» interamente dedicato all’esperienza Pop/Beat italiana dagli inizi degli anni ’60 al termine dei ’70. Adatta ad un pubblico variegato e trasversale (dalle scolaresche agli addetti ai lavori), questa mostra ha il potere di regalare suggestioni immediate e «popolari», senza perdersi in eccessivi concettualismi, ma nemmeno nella superficialità: semplicemente, passando di sala in sala, ognuno è libero di cogliere ciò che vuole, sente e comprende. Ci si può fermare alle apparenze o andare oltre. Si, perché l’esposizione vicentina, che come afferma il curatore - il noto artista astrattista veneziano Roberto Floreani - «… sviluppa l’immaginario di tutte le generazioni , incantando come in una wunderkammer spettacolare…» si presta anche ad un’altra chiave di lettura, più profonda e meno immediata, che è quella della scoperta (o ri-scoperta) della Beat Generation italiana. Pop e Beat. Due facce della stessa medaglia che però non sono la stessa cosa. Prendendo - ma solo per un attimo…- come riferimento gli Stati Uniti, dire Pop (art) significa dire Andy Warhol, parlare di Beat (generation) significa parlare di Lawrence Ferlinghetti. Genio artistico il primo, guru letterario il secondo. Negli stessi anni, in Italia, a rappresentare l’arte pop Mario Schifano ( insieme a Mimmo Rotella, Enrico Baj, Lucio Del Pezzo, Umberto Mariani); esponente di punta della beat generation tricolore Nat Scammacca (leader dell’Antigruppo siciliano, movimento culturale underground di estrema sinistra in chiara polemica con la Beat salottiera del Gruppo ’63, legato all’influenza dei grandi editori del nord e dei concorsi letterari, molto meno attento alle pulsioni popolari), considerato dallo stesso Ferlinghetti «il miglio poeta beat italiano». Ecco, questa mostra, che attraverso libri, scritti e video originali offre un ampio e inedito spaccato dell’attività di Scamacca e del gruppo dei siciliani, può essere l’occasione giusta per conoscere - o approfondire - una parte forse poco nota della nostra cultura fra gli anni ’60 e ’70 e, soprattutto, può rispondere alla domanda sul perché il pop e il beat italiano sia così distante, autonomo e diverso da quello Stellestrisce (che a sua volta deriva da quello inglese….), per molti anni indicato come dominante. La risposta, per certi aspetti, è semplice: l’unicità e la statura assoluta della Pop art italiana , sensibile alla tradizione artistica nazionale e a quella dell’avanguardia futurista, si è alimentata con un «nutrimento che veniva dal basso », protagonista dei mutamenti sociali, politici e culturali del ’68, avvenuti nelle piazze, nelle strade, nelle fabbriche e nelle università. Distante, quindi, dalla Pop degli artisti e letterati americani, vezzeggiate star, interpreti dei prodotti di consumo della società di massa amplificati dalla pubblicità.La mostra, opere e artisti Provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private, in un’alternanza di opere di grande formato spettacolarizzate da un’ampia sezione di sculture, in mostra lavori di Valerio Adami, Franco Angeli, Enrico Baj, Paolo Baratella, Roberto Barni, Gianfranco Baruchello, Gianni Bertini, Umberto Bignardi, Alik Cavaliere, Guglielmo Achille Cavellini, Mario Ceroli, Lucio Del Pezzo, Fernando De Filippi, Bruno Di Bello, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Piero Gilardi, Sergio Lombardo, Roberto Malquori, Renato Mambor, Umberto Mariani, Gino Marotta, Titina Maselli, Fabio Mauri, Aldo Mondino, Ugo Nespolo, Pino Pascali, Concetto Pozzati, Mimmo Rotella, Sergio Sarri, Mario Schifano, Giangiacomo Spadari, Tino Stefanoni, Cesare Tacchi, Emilio Tadini. Anche se l’elenco è lungo (per alcuni anche noioso…) nominare tutti questi artisti è doveroso, perché ogni opera esposta ha una peculiarità diversa e nessuna attrae e incuriosisce meno di un’altra: dalla Coppia e dal Buste de femme au chapeau di Enrico Baj alla Mensola in rosso di Lucio Del Pezzo, dal magnifico Ritratto di Paul Klee di Enrico Di Bello al Mais di Piero Gilardi, passando per la Cleopatra di Mimmo Rotella e il trittico superlativo di Umberto Mariani, realizzato nel 1968 ed esposto riunito per la prima volta proprio in questa mostra vicentina. Un progetto espositivo vario e importante, che ricontestualizza la natura stessa della Pop e della Beat italiane e che, attraverso i suoi artisti - così originali, rispetto agli americani, nella loro ricerca stilistica, da non sentirsi a volte nemmeno etichettabili come pop - percorre un tragitto che dalla Libertà di sognare approderà fatalmente alla Fine del sogno degli anni di piombo, gli anni della disillusione e della diffusione delle droghe pesanti, messe in scena in tutta la loro crudezza al Festival di Castelporziano nel 1979, il primo Festival dei Poeti.... E della fine del sogno.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.