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2022-11-14
Polveriera Mali: prima i russi ora gli imam estremisti
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Il Mali sprofonda sempre piu nel caos, lo scorso 8 novembre un comandante di spicco dell'esercito maliano ha invitato l'etnia tuareg a combattere i jihadisti nel nord del Paese in un messaggio audio diffuso su WhatsApp. Il generale El Hadj Ag Gamou , lui stesso un tuareg e una figura di spicco nella lotta dell'esercito maliano contro lo Stato islamico nel Grande Sahara (ISGS) — affiliato all'organizzazione dello Stato islamico —, ha chiesto l'aiuto militare di tutti i tuareg all'interno e all'esterno Paese. La giunta militare al potere a Bamako non ha ancora reagito alle osservazioni di El Hadj Ag Gamou. La comunità tuareg è composta da dozzine di sottocomunità nomadi insediate nel Sahara in diversi paesi, principalmente Mali, Algeria, Niger e Libia. Nel messaggio riportato dall’Associated Press in lingua tamashek ha detto che avrebbe «dato 10 giorni a tutti i giovani tuareg di Algeria, Libia e altrove per raggiungere Gao», la più grande città del nord del Mali, più volte colpita dalla violenza jihadista. Dal mese di marzo 2022 l'ISGS ha aumentato le sue offensive nelle vaste regioni di Gao e Menaka.
L'Onu ha ripetutamente espresso la sua preoccupazione per il deterioramento della situazione e i sindacati attivi nella regione di Gao hanno chiesto uno sciopero di 48 ore questa settimana per protestare «contro la situazione e l'inerzia del governo». Lo Stato ha una presenza molto debole intorno a Gao e i residenti, principalmente nomadi che vivono in campi sparsi nel deserto, sono spesso coinvolti nel fuoco incrociato. I civili sono spesso oggetto di rappresaglie da parte dei jihadisti che li accusano di collaborare con il nemico. Altri sono stati privati dei loro mezzi di sussistenza. Nel 2012 gruppi separatisti armati composti principalmente da combattenti tuareg hanno dichiarato indipendente un territorio nel nord del Mali. Hanno firmato un accordo di pace con Bamako nel 2015. Altri tuareg si sono uniti al gruppo legato ad Al-Qaeda Jama'at Nasr al-Islam wal Muslimin, o JNIM, ora guidato da Iyad Ag Ghali , che è lui stesso un tuareg.
Ma quello che più deve preoccupare la comunità internazionale è quanto riportato lo scorso 3 novembre dal settimanale ufficiale dello Stato Islamico Al-Naba che ha rivendicato, pubblicando tutte le foto dell’attacco, l'uccisione di circa 40 combattenti di al-Qaeda nella regione di Menaka, nel nord-est del Mali, un attacco che ha spinto il JNIM a rilasciare due diverse dichiarazioni che chiedevano ulteriori attacchi contro l’ISGS. In precedenza, lavorando insieme, i due gruppi jihadisti hanno seguito dal 2019 la tendenza della lotta interna per il predominio tra i jihadisti in Medio Oriente e Africa occidentale, combattendosi tra loro, intensificando le loro tensioni circa tre anni dopo il deterioramento della loro relazione. La crescente lotta per la supremazia dei due gruppi ha interrotto quella che gli esperti avevano precedentemente definito «l'eccezione saheliana», che ha visto gli affiliati di Al-Qaeda e dello Stato Islamico lavorare insieme per mantenere relazioni e background in cui prosperavano le attività jihadiste. Intanto si fa sempre più stretto il legame.
Il Mali e la Russia che hanno raggiunto un accordo per la consegna da Mosca a Bamako di 100 milioni di dollari di carburante, fertilizzanti e generi alimentari nelle prossime settimane. Lo ha annunciato il ministro dell’Economia maliano, Alousséni Sanou, all’emittente televisiva statale Ortm. In particolare come sottolineato dall’Agenzia Nova, l’accordo prevede che la Russia fornirà al Mali 60 mila tonnellate di idrocarburi, 25 mila tonnellate di grano e 35 mila tonnellate di fertilizzanti per un valore di 100 milioni di dollari che saranno trasportate da Mosca a Bamako attraverso il porto di Conakry, in Guinea. I colloqui che hanno portato a questo accordo sono iniziati nell’agosto scorso, quando il presidente russo Vladimir Putin ha assicurato all’omologo maliano Assimi Goita che avrebbe fornito cibo e carburante al Mali. L’annuncio mostra il crescente rapporto di cooperazione tra Russia e Mali, specialmente dopo la rottura delle relazioni con la Francia sancito dal ritiro dell’operazione Barkhane e della task force Takuba guidata da Parigi dal Paese. Da allora, e prima ancora, Mosca ha fornito equipaggiamento militare a Bamako mentre mercenari russi della Compagnia militare privata Wagner Group sono presenti nel Paese, nonostante la loro presenza non sia stata confermata a livello ufficiale né dalle autorità di Bamako né da quelle di Mosca. Il loro intervento che costa dieci milioni di dollari al mese doveva essere risolutivo per fermare la furia jihadista ma ad oggi nulla è cambiato.
«Le operazioni di Wagner si trovano principalmente nel Mali centrale e prendono di mira principalmente la comunità Fulani, di cui JNIM si presenta come protettrice», ha affermato Heni Nsaibia, ricercatore senior presso Acled, specializzato nella raccolta di dati relativi ai conflitti. «Ci sono stati molti scontri tra il JNIM e le forze armate maliane e Wagner, che stanno operando congiuntamente. In molti modi Wagner ha sostituito la Francia come forza straniera nel conflitto, anche se i jihadisti non si riferiscono a Wagner come crociati, come facevano con i francesi, ma come una milizia criminale di mercenari». Intanto a Bamako si è aperto un nuovo fronte di crisi interna con l’impressionante manifestazione dello scorso 5 novembre alla quale hanno partecipato migliaia di persone per protestare contro la pubblicazione di un video sui social media che mostrava un uomo che commetteva un atto blasfemo contro l'Islam. Le autorità di Bamako hanno affermato che le proteste sono state organizzate dall'Alto Consiglio islamico del Mali (HCM), al quale hanno partecipato migliaia di persone che sono state viste portare striscioni con slogan come «No ai commenti blasfemi» e « Niente più attacchi all'Islam e al profeta Maometto».L'imam Abdoulaye Fadiga, regista delle proteste, ha detto ai giornalisti che «l'atto è imperdonabile e che gli autori del video dovrebbero essere arrestati e processati». Manifestazioni come queste sono una novità per il Mali che ora ha anche il problema di contenere le rivendicazioni degli imam estremisti.
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Il paese africano sempre più nel caos, tra attacchi jihadisti e la guerra tra Isis e al-Qaeda. L'Onu ha ripetutamente espresso la sua preoccupazione per il deterioramento della situazione e i sindacati attivi nella regione di Gao hanno chiesto uno sciopero di 48 ore questa settimana per protestare «contro la situazione e l'inerzia del governo».Il Mali sprofonda sempre piu nel caos, lo scorso 8 novembre un comandante di spicco dell'esercito maliano ha invitato l'etnia tuareg a combattere i jihadisti nel nord del Paese in un messaggio audio diffuso su WhatsApp. Il generale El Hadj Ag Gamou , lui stesso un tuareg e una figura di spicco nella lotta dell'esercito maliano contro lo Stato islamico nel Grande Sahara (ISGS) — affiliato all'organizzazione dello Stato islamico —, ha chiesto l'aiuto militare di tutti i tuareg all'interno e all'esterno Paese. La giunta militare al potere a Bamako non ha ancora reagito alle osservazioni di El Hadj Ag Gamou. La comunità tuareg è composta da dozzine di sottocomunità nomadi insediate nel Sahara in diversi paesi, principalmente Mali, Algeria, Niger e Libia. Nel messaggio riportato dall’Associated Press in lingua tamashek ha detto che avrebbe «dato 10 giorni a tutti i giovani tuareg di Algeria, Libia e altrove per raggiungere Gao», la più grande città del nord del Mali, più volte colpita dalla violenza jihadista. Dal mese di marzo 2022 l'ISGS ha aumentato le sue offensive nelle vaste regioni di Gao e Menaka. L'Onu ha ripetutamente espresso la sua preoccupazione per il deterioramento della situazione e i sindacati attivi nella regione di Gao hanno chiesto uno sciopero di 48 ore questa settimana per protestare «contro la situazione e l'inerzia del governo». Lo Stato ha una presenza molto debole intorno a Gao e i residenti, principalmente nomadi che vivono in campi sparsi nel deserto, sono spesso coinvolti nel fuoco incrociato. I civili sono spesso oggetto di rappresaglie da parte dei jihadisti che li accusano di collaborare con il nemico. Altri sono stati privati dei loro mezzi di sussistenza. Nel 2012 gruppi separatisti armati composti principalmente da combattenti tuareg hanno dichiarato indipendente un territorio nel nord del Mali. Hanno firmato un accordo di pace con Bamako nel 2015. Altri tuareg si sono uniti al gruppo legato ad Al-Qaeda Jama'at Nasr al-Islam wal Muslimin, o JNIM, ora guidato da Iyad Ag Ghali , che è lui stesso un tuareg. Ma quello che più deve preoccupare la comunità internazionale è quanto riportato lo scorso 3 novembre dal settimanale ufficiale dello Stato Islamico Al-Naba che ha rivendicato, pubblicando tutte le foto dell’attacco, l'uccisione di circa 40 combattenti di al-Qaeda nella regione di Menaka, nel nord-est del Mali, un attacco che ha spinto il JNIM a rilasciare due diverse dichiarazioni che chiedevano ulteriori attacchi contro l’ISGS. In precedenza, lavorando insieme, i due gruppi jihadisti hanno seguito dal 2019 la tendenza della lotta interna per il predominio tra i jihadisti in Medio Oriente e Africa occidentale, combattendosi tra loro, intensificando le loro tensioni circa tre anni dopo il deterioramento della loro relazione. La crescente lotta per la supremazia dei due gruppi ha interrotto quella che gli esperti avevano precedentemente definito «l'eccezione saheliana», che ha visto gli affiliati di Al-Qaeda e dello Stato Islamico lavorare insieme per mantenere relazioni e background in cui prosperavano le attività jihadiste. Intanto si fa sempre più stretto il legame. Il Mali e la Russia che hanno raggiunto un accordo per la consegna da Mosca a Bamako di 100 milioni di dollari di carburante, fertilizzanti e generi alimentari nelle prossime settimane. Lo ha annunciato il ministro dell’Economia maliano, Alousséni Sanou, all’emittente televisiva statale Ortm. In particolare come sottolineato dall’Agenzia Nova, l’accordo prevede che la Russia fornirà al Mali 60 mila tonnellate di idrocarburi, 25 mila tonnellate di grano e 35 mila tonnellate di fertilizzanti per un valore di 100 milioni di dollari che saranno trasportate da Mosca a Bamako attraverso il porto di Conakry, in Guinea. I colloqui che hanno portato a questo accordo sono iniziati nell’agosto scorso, quando il presidente russo Vladimir Putin ha assicurato all’omologo maliano Assimi Goita che avrebbe fornito cibo e carburante al Mali. L’annuncio mostra il crescente rapporto di cooperazione tra Russia e Mali, specialmente dopo la rottura delle relazioni con la Francia sancito dal ritiro dell’operazione Barkhane e della task force Takuba guidata da Parigi dal Paese. Da allora, e prima ancora, Mosca ha fornito equipaggiamento militare a Bamako mentre mercenari russi della Compagnia militare privata Wagner Group sono presenti nel Paese, nonostante la loro presenza non sia stata confermata a livello ufficiale né dalle autorità di Bamako né da quelle di Mosca. Il loro intervento che costa dieci milioni di dollari al mese doveva essere risolutivo per fermare la furia jihadista ma ad oggi nulla è cambiato. «Le operazioni di Wagner si trovano principalmente nel Mali centrale e prendono di mira principalmente la comunità Fulani, di cui JNIM si presenta come protettrice», ha affermato Heni Nsaibia, ricercatore senior presso Acled, specializzato nella raccolta di dati relativi ai conflitti. «Ci sono stati molti scontri tra il JNIM e le forze armate maliane e Wagner, che stanno operando congiuntamente. In molti modi Wagner ha sostituito la Francia come forza straniera nel conflitto, anche se i jihadisti non si riferiscono a Wagner come crociati, come facevano con i francesi, ma come una milizia criminale di mercenari». Intanto a Bamako si è aperto un nuovo fronte di crisi interna con l’impressionante manifestazione dello scorso 5 novembre alla quale hanno partecipato migliaia di persone per protestare contro la pubblicazione di un video sui social media che mostrava un uomo che commetteva un atto blasfemo contro l'Islam. Le autorità di Bamako hanno affermato che le proteste sono state organizzate dall'Alto Consiglio islamico del Mali (HCM), al quale hanno partecipato migliaia di persone che sono state viste portare striscioni con slogan come «No ai commenti blasfemi» e « Niente più attacchi all'Islam e al profeta Maometto».L'imam Abdoulaye Fadiga, regista delle proteste, ha detto ai giornalisti che «l'atto è imperdonabile e che gli autori del video dovrebbero essere arrestati e processati». Manifestazioni come queste sono una novità per il Mali che ora ha anche il problema di contenere le rivendicazioni degli imam estremisti.
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Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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