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2019-01-05
Poliziotti in Anagrafe per far rispettare la legge ai sindaci in rivolta
Ansa
Mentre in piazza a Palermo si stava manifestando per boicottare il decreto sicurezza, gli agenti della Digos si sono presentati all'ufficio Anagrafe del Comune. Sono intervenuti dopo che il capo dei sindaci ribelli, Leoluca Orlando, aveva ordinato gli impiegati di non applicare la nuova legge. In particolare di disobbedire alle norme che vietano l'iscrizione anagrafica agli immigrati in attesa della definizione del loro status. Il blitz della Digos - smentito dalla Questura ma confermato da numerose testimonianze - farebbe comunque parte di una serie di controlli già annunciati: infatti il 18 dicembre scorso il Viminale aveva chiesto ai prefetti ispezioni per verificare che il decreto venisse rispettato. «Gli agenti ci hanno chiesto», raccontano i dipendenti del municipio palermitano, «cosa accade quando vogliamo regolarizzare la posizione di un richiedente asilo e quali sono le procedure che stiamo seguendo». Ieri mattina a Palermo state 10 le richieste di residenza presentate da extracomunitari, tutti originari di Bangladesh e Ghana. Il primo appuntamento per verificare le pratiche è stato però rimandato al 28 gennaio, perché i funzionari non sanno come comportarsi. Infatti il colpo di mano di Orlando mette gli addetti dell'Anagrafe tra incudine e martello: da un lato hanno ricevuto l'ordine scritto dal loro primo cittadino; dall'altro, in quanto ufficiali di stato civile, sono sottoposti al controllo della Prefettura. «Non possiamo permettere che a rimetterci siano i dipendenti», protestano i rappresentanti sindacali, «che accogliendo le richieste dovranno difendersi in giudizio. Abbiamo ricevuto diverse telefonate da parte di funzionari che non sanno cosa fare e sono spaventati per i rischi cui vanno incontro. Apporre una firma a un provvedimento li espone a possibili denunce e, in caso di condanna, alla perdita del posto di lavoro».
Un pericolo che corrono da giovedì scorso, quando il capo area, Maurizio Pedicone, ha trasmesso il documento del 21 dicembre in cui il sindaco dispone la sospensione delle procedure previste dal decreto sicurezza, in quanto potrebbe «ledere i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti della persona». Come se spettasse a Orlando, decidere in materia di diritti umani.
Tra i sindaci ribelli e il Viminale è sempre più muro contro muro. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ribadisce il pugno di ferro: «Per me la polemica non esiste, c'è una legge dello Stato, firmata dal presidente della Repubblica, applicata dal 99% dei sindaci. C'è qualche sindaco incapace che, siccome non sa gestire Palermo, Napoli, Firenze e altre città, s'inventa polemiche che non esistono. Immigrati regolari e perbene, i profughi veri, avranno più tutele con questo decreto; i furbetti e i finti profughi, spacciatori e stupratori, tornano a casa loro».
Anche l'altro vicepremier e leader del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, si schiera sulla posizione del collega leghista: «La legge 132/2018 è una legge dello Stato e nessun governo dirà mai a un sindaco di disobbedire. Abbiamo sostenuto questo decreto e lo portiamo avanti, questa è solo una boutade politica». Se poi ci saranno ricorsi «che in via incidentale andranno alla Corte costituzionale, allora sarà la Corte a giudicare il decreto, ma quello che sto vedendo in queste ore è solo la strumentalizzazione di un tema».
Nonostante i richiami a rispettare la firma di Mattarella e sottostare alla legge, Leoluca Orlando tira dritto per la sua strada: «Voglio difendere i diritti umani dei migranti, che sono persone», spiega parlando a un centinaio di individui riuniti davanti a palazzo delle Aquile, a Palermo. «Al nervosismo del ministro rispondo che ho esercitato le mie funzioni di sindaco: ho sospeso l'applicazione di norme di esclusiva competenza comunale che potevano pregiudicare i diritti umani dei migranti. E adesso», conclude, «mi rivolgerò all'autorità giudiziaria perché, in quella sede, il caso possa essere rimesso alla Corte costituzionale che giudicherà la legittimità o l'illegittimità costituzionale di norme che hanno un sapore certamente disumano e criminogeno». Resta il fatto che non spetta certo a chi deve applicare la legge la valutazione sulla sua presunta incostituzionalità. Inoltre non è consentita la disapplicazione di una norma, anche se si sospettasse essere incostituzionale.
Alla rivolta di Orlando si sono uniti in questi giorni i sindaci di Napoli, Firenze, Parma e - con dei distinguo - anche l'amministrazione di Milano. Altri 30 invece sono schierati a difesa dell'applicazione del decreto sicurezza, facendo pressing sull'Anci per evitare che l'associazione venga usata strumentalmente per sostenere posizioni politiche.
Nella polemica sull'immigrazione è tornata alta la voce dello scrittore Roberto Saviano, che attacca il governo spostando il mirino sulla chiusura dei porti. In un video pubblicato sui suoi canali social, l'autore di Gomorra interviene infatti sul caso della Sea Watch 3 e della Sea Eye: «Mi rivolgo al ministro Salvini: smetti di fare il pagliaccio sulla pelle delle persone. Apri i porti. Basta con questa becera propaganda, basta fare campagna elettorale sulla pelle degli ultimi». E ancora: «Il sindaco di Napoli, di Palermo e altri sindaci, in queste ore, hanno proclamato i loro porti aperti per accogliere queste persone. Al ministro Salvini dico: basta pagliacciate, basta propaganda per le europee. Comportati da uomo, fai sbarcare queste persone».
Intanto il vicepremier leghista risponde proprio al primo cittadino di Napoli, Luigi de Magistris, che aveva proposto di aprire il porto della città alla nave tedesca Sea Watch, in mare con 34 migranti a bordo. «Ricevo tante segnalazioni di cittadini napoletani sui problemi della città, dall'immondizia ai parcheggiatori abusivi. De Magistris, invece, pensa a voler aprire i porti, ma questo è competenza del ministro dell'Interno. A De Magistris non è andata bene come magistrato, non è andata bene come sindaco, forse da velista andrà meglio».
Giravolta dell’Anci a trazione Pd. Un anno fa i profughi non li voleva
Anno del Signore 2017, l'Anci, la valorosa Associazione nazionale comuni italiani, è guidata come oggi dal sindaco di Bari, Antonio Decaro, esponente di punta del Pd, del quale incarna il valore fondante: l'ipocrisia. Oggi, per avere un po' di visibilità, Decaro (incurante del fatto di rappresentare un'associazione che raccoglie sindaci di tutti i partiti politici) si schiera contro il decreto sicurezza e contro il giro di vite sull'iscrizione all'anagrafe comunale di qualsiasi immigrato, a prescindere della legittimità della sua presenza in Italia. «Se ai migranti presenti nelle nostre città non possiamo garantire i diritti basilari assicurati agli altri cittadini», si chiede affranto Decaro, «né, ovviamente, abbiamo alcun potere di rimpatriarli, come dovremmo comportarci noi sindaci?». Decaro dovrebbe rispondersi da solo, andando a rileggersi quello che proprio lui, a capo dell'Anci, proponeva un anno e mezzo fa all'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti, attraverso un documento contenente le proposte emendative dell'associazione al decreto legge numero 13 del 17 febbraio 2017 recante «disposizioni urgenti per l'accelerazione dei provvedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto alla immigrazione illegale». Tra le critiche al decreto, l'Anci guidata da Decaro sollevava una questione che affliggeva in particolare piccoli comuni dove sorgono grandi strutture di accoglienza, i cui uffici anagrafici risultano sovraccaricati dalle richieste di iscrizione. L'iscrizione all'anagrafe degli immigrati è esattamente il punto sul quale i sindaci sinistrati stanno starnazzando contro il decreto sicurezza. L'articolo 13, infatti, stabilisce il divieto di iscrizione all'anagrafe cittadina per i titolari di permesso di soggiorno per richiesta d'asilo, ovvero quello concesso agli stranieri in attesa di sapere se la loro domanda di protezione internazionale sarà accolta. Decaro, in queste ore, si sta scagliando contro il decreto per ritagliarsi il canonico quarto d'ora di notorietà.
La figuraccia però è in agguato, e piomba sul capo del sindaco di Bari sotto forma di quel documento del febbraio 2017 con il quale, appunto, l'Anci chiedeva al ministro Minniti di limitare l'iscrizione all'anagrafe per gli immigrati e di velocizzarne la cancellazione. Un documento che La Verità ha letto, e che vale la pena citare, per far capire carte alla mano a che livello di bassissimo propagandismo sia precipitata l'Anci guidata da Decaro: «La proposta emendativa», scriveva l'associazione un anno e mezzo fa, «intende affrontare la delicata questione dell'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. La problematica è stata più volte portata all'attenzione dell'Anci, principalmente da parte di Comuni di piccole dimensioni sul cui territorio insistono strutture di accoglienza temporanea di grandi dimensioni. Gli uffici d'anagrafe», prosegue il documento, «risultano in tal modo sovraccaricati, soprattutto a causa del forte turnover delle persone accolte, a fronte di tempi molto lunghi per la cancellazione dall'anagrafe delle persone allontanate dai centri di accoglienza, che rimangono quindi a carico dei servizi sociali del Comune». L'Anci, dunque, protestava perché la legge imponeva di iscrivere all'anagrafe tutti gli immigrati, che restavano così a carico dei servizi sociali dei comuni, e perché i tempi per cancellarli erano troppo lunghi, e proponeva un emendamento assai restrittivo. «La proposta emendativa», si legge infatti nel documento, «consente di cancellare il cittadino straniero, una volta acquisita la ragionevole certezza che la persona sia effettivamente irreperibile, senza attendere il decorso di un anno ed indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno». Decaro, quindi, un anno e mezzo fa, con una nota ufficiale, chiedeva che i Comuni potessero cancellare i cittadini stranieri dall'anagrafe senza aspettare un anno e indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno. Oggi, sbraita in senso esattamente opposto. La permanenza di questo top player della giravolta al vertice dell'Anci, però, non è più una certezza: il prossimo ottobre si rinnova la carica, e nelle ultime ore ben 30 sindaci hanno chiesto ufficialmente a Decaro di evitare che l'Anci «venga usata strumentalmente per sostenere le posizioni politiche di una parte del Paese», e si sono detti «convinti che il Decreto sicurezza contenga norme principi giusti e condivisibili». La lettera di protesta contro Decaro è stata sottoscritta, tra gli altri, dai sindaci di Venezia, Luigi Brugnaro; di Genova, Marco Bucci; di Trieste, Roberto Dipiazza; di Verona, Federico Sboarina; di Novara, Alessandro Canelli; di Ascoli Piceno, Guido Castelli; di Terni, Leonardo Latini; di Arezzo, Giuseppe Fanfani; di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna; di Chieti, Umberto Di Primio; dell'Aquila, Pierluigi Biondi; di Monza, Dario Allevi; di La Spezia, Pierluigi Peracchini; di Imperia, Claudio Scajola; di Andria, Nicola Giorgino; di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco; di Vicenza, Francesco Rucco.
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Digos a Palermo, dove il primo cittadino ha ordinato agli uffici di registrare gli immigrati in barba alle nuove norme. Roberto Saviano a Matteo Salvini: «Pagliaccio».Giravolta dell'Anci a trazione Pd. Un anno fa i profughi non li voleva. L'associazione dei Comuni è guidata dal democratico Antonio Decaro, fra i più agguerriti contro il decreto sicurezza. Peccato che nel 2017 firmò una richiesta dell'ente al ministro Minniti: tempi brevi per depennare gli irregolari.Lo speciale comprende due articoli. Mentre in piazza a Palermo si stava manifestando per boicottare il decreto sicurezza, gli agenti della Digos si sono presentati all'ufficio Anagrafe del Comune. Sono intervenuti dopo che il capo dei sindaci ribelli, Leoluca Orlando, aveva ordinato gli impiegati di non applicare la nuova legge. In particolare di disobbedire alle norme che vietano l'iscrizione anagrafica agli immigrati in attesa della definizione del loro status. Il blitz della Digos - smentito dalla Questura ma confermato da numerose testimonianze - farebbe comunque parte di una serie di controlli già annunciati: infatti il 18 dicembre scorso il Viminale aveva chiesto ai prefetti ispezioni per verificare che il decreto venisse rispettato. «Gli agenti ci hanno chiesto», raccontano i dipendenti del municipio palermitano, «cosa accade quando vogliamo regolarizzare la posizione di un richiedente asilo e quali sono le procedure che stiamo seguendo». Ieri mattina a Palermo state 10 le richieste di residenza presentate da extracomunitari, tutti originari di Bangladesh e Ghana. Il primo appuntamento per verificare le pratiche è stato però rimandato al 28 gennaio, perché i funzionari non sanno come comportarsi. Infatti il colpo di mano di Orlando mette gli addetti dell'Anagrafe tra incudine e martello: da un lato hanno ricevuto l'ordine scritto dal loro primo cittadino; dall'altro, in quanto ufficiali di stato civile, sono sottoposti al controllo della Prefettura. «Non possiamo permettere che a rimetterci siano i dipendenti», protestano i rappresentanti sindacali, «che accogliendo le richieste dovranno difendersi in giudizio. Abbiamo ricevuto diverse telefonate da parte di funzionari che non sanno cosa fare e sono spaventati per i rischi cui vanno incontro. Apporre una firma a un provvedimento li espone a possibili denunce e, in caso di condanna, alla perdita del posto di lavoro».Un pericolo che corrono da giovedì scorso, quando il capo area, Maurizio Pedicone, ha trasmesso il documento del 21 dicembre in cui il sindaco dispone la sospensione delle procedure previste dal decreto sicurezza, in quanto potrebbe «ledere i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti della persona». Come se spettasse a Orlando, decidere in materia di diritti umani.Tra i sindaci ribelli e il Viminale è sempre più muro contro muro. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ribadisce il pugno di ferro: «Per me la polemica non esiste, c'è una legge dello Stato, firmata dal presidente della Repubblica, applicata dal 99% dei sindaci. C'è qualche sindaco incapace che, siccome non sa gestire Palermo, Napoli, Firenze e altre città, s'inventa polemiche che non esistono. Immigrati regolari e perbene, i profughi veri, avranno più tutele con questo decreto; i furbetti e i finti profughi, spacciatori e stupratori, tornano a casa loro». Anche l'altro vicepremier e leader del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, si schiera sulla posizione del collega leghista: «La legge 132/2018 è una legge dello Stato e nessun governo dirà mai a un sindaco di disobbedire. Abbiamo sostenuto questo decreto e lo portiamo avanti, questa è solo una boutade politica». Se poi ci saranno ricorsi «che in via incidentale andranno alla Corte costituzionale, allora sarà la Corte a giudicare il decreto, ma quello che sto vedendo in queste ore è solo la strumentalizzazione di un tema». Nonostante i richiami a rispettare la firma di Mattarella e sottostare alla legge, Leoluca Orlando tira dritto per la sua strada: «Voglio difendere i diritti umani dei migranti, che sono persone», spiega parlando a un centinaio di individui riuniti davanti a palazzo delle Aquile, a Palermo. «Al nervosismo del ministro rispondo che ho esercitato le mie funzioni di sindaco: ho sospeso l'applicazione di norme di esclusiva competenza comunale che potevano pregiudicare i diritti umani dei migranti. E adesso», conclude, «mi rivolgerò all'autorità giudiziaria perché, in quella sede, il caso possa essere rimesso alla Corte costituzionale che giudicherà la legittimità o l'illegittimità costituzionale di norme che hanno un sapore certamente disumano e criminogeno». Resta il fatto che non spetta certo a chi deve applicare la legge la valutazione sulla sua presunta incostituzionalità. Inoltre non è consentita la disapplicazione di una norma, anche se si sospettasse essere incostituzionale.Alla rivolta di Orlando si sono uniti in questi giorni i sindaci di Napoli, Firenze, Parma e - con dei distinguo - anche l'amministrazione di Milano. Altri 30 invece sono schierati a difesa dell'applicazione del decreto sicurezza, facendo pressing sull'Anci per evitare che l'associazione venga usata strumentalmente per sostenere posizioni politiche.Nella polemica sull'immigrazione è tornata alta la voce dello scrittore Roberto Saviano, che attacca il governo spostando il mirino sulla chiusura dei porti. In un video pubblicato sui suoi canali social, l'autore di Gomorra interviene infatti sul caso della Sea Watch 3 e della Sea Eye: «Mi rivolgo al ministro Salvini: smetti di fare il pagliaccio sulla pelle delle persone. Apri i porti. Basta con questa becera propaganda, basta fare campagna elettorale sulla pelle degli ultimi». E ancora: «Il sindaco di Napoli, di Palermo e altri sindaci, in queste ore, hanno proclamato i loro porti aperti per accogliere queste persone. Al ministro Salvini dico: basta pagliacciate, basta propaganda per le europee. Comportati da uomo, fai sbarcare queste persone».Intanto il vicepremier leghista risponde proprio al primo cittadino di Napoli, Luigi de Magistris, che aveva proposto di aprire il porto della città alla nave tedesca Sea Watch, in mare con 34 migranti a bordo. «Ricevo tante segnalazioni di cittadini napoletani sui problemi della città, dall'immondizia ai parcheggiatori abusivi. De Magistris, invece, pensa a voler aprire i porti, ma questo è competenza del ministro dell'Interno. 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Oggi, per avere un po' di visibilità, Decaro (incurante del fatto di rappresentare un'associazione che raccoglie sindaci di tutti i partiti politici) si schiera contro il decreto sicurezza e contro il giro di vite sull'iscrizione all'anagrafe comunale di qualsiasi immigrato, a prescindere della legittimità della sua presenza in Italia. «Se ai migranti presenti nelle nostre città non possiamo garantire i diritti basilari assicurati agli altri cittadini», si chiede affranto Decaro, «né, ovviamente, abbiamo alcun potere di rimpatriarli, come dovremmo comportarci noi sindaci?». Decaro dovrebbe rispondersi da solo, andando a rileggersi quello che proprio lui, a capo dell'Anci, proponeva un anno e mezzo fa all'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti, attraverso un documento contenente le proposte emendative dell'associazione al decreto legge numero 13 del 17 febbraio 2017 recante «disposizioni urgenti per l'accelerazione dei provvedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto alla immigrazione illegale». Tra le critiche al decreto, l'Anci guidata da Decaro sollevava una questione che affliggeva in particolare piccoli comuni dove sorgono grandi strutture di accoglienza, i cui uffici anagrafici risultano sovraccaricati dalle richieste di iscrizione. L'iscrizione all'anagrafe degli immigrati è esattamente il punto sul quale i sindaci sinistrati stanno starnazzando contro il decreto sicurezza. L'articolo 13, infatti, stabilisce il divieto di iscrizione all'anagrafe cittadina per i titolari di permesso di soggiorno per richiesta d'asilo, ovvero quello concesso agli stranieri in attesa di sapere se la loro domanda di protezione internazionale sarà accolta. Decaro, in queste ore, si sta scagliando contro il decreto per ritagliarsi il canonico quarto d'ora di notorietà. La figuraccia però è in agguato, e piomba sul capo del sindaco di Bari sotto forma di quel documento del febbraio 2017 con il quale, appunto, l'Anci chiedeva al ministro Minniti di limitare l'iscrizione all'anagrafe per gli immigrati e di velocizzarne la cancellazione. Un documento che La Verità ha letto, e che vale la pena citare, per far capire carte alla mano a che livello di bassissimo propagandismo sia precipitata l'Anci guidata da Decaro: «La proposta emendativa», scriveva l'associazione un anno e mezzo fa, «intende affrontare la delicata questione dell'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. La problematica è stata più volte portata all'attenzione dell'Anci, principalmente da parte di Comuni di piccole dimensioni sul cui territorio insistono strutture di accoglienza temporanea di grandi dimensioni. Gli uffici d'anagrafe», prosegue il documento, «risultano in tal modo sovraccaricati, soprattutto a causa del forte turnover delle persone accolte, a fronte di tempi molto lunghi per la cancellazione dall'anagrafe delle persone allontanate dai centri di accoglienza, che rimangono quindi a carico dei servizi sociali del Comune». L'Anci, dunque, protestava perché la legge imponeva di iscrivere all'anagrafe tutti gli immigrati, che restavano così a carico dei servizi sociali dei comuni, e perché i tempi per cancellarli erano troppo lunghi, e proponeva un emendamento assai restrittivo. «La proposta emendativa», si legge infatti nel documento, «consente di cancellare il cittadino straniero, una volta acquisita la ragionevole certezza che la persona sia effettivamente irreperibile, senza attendere il decorso di un anno ed indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno». Decaro, quindi, un anno e mezzo fa, con una nota ufficiale, chiedeva che i Comuni potessero cancellare i cittadini stranieri dall'anagrafe senza aspettare un anno e indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno. Oggi, sbraita in senso esattamente opposto. La permanenza di questo top player della giravolta al vertice dell'Anci, però, non è più una certezza: il prossimo ottobre si rinnova la carica, e nelle ultime ore ben 30 sindaci hanno chiesto ufficialmente a Decaro di evitare che l'Anci «venga usata strumentalmente per sostenere le posizioni politiche di una parte del Paese», e si sono detti «convinti che il Decreto sicurezza contenga norme principi giusti e condivisibili». La lettera di protesta contro Decaro è stata sottoscritta, tra gli altri, dai sindaci di Venezia, Luigi Brugnaro; di Genova, Marco Bucci; di Trieste, Roberto Dipiazza; di Verona, Federico Sboarina; di Novara, Alessandro Canelli; di Ascoli Piceno, Guido Castelli; di Terni, Leonardo Latini; di Arezzo, Giuseppe Fanfani; di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna; di Chieti, Umberto Di Primio; dell'Aquila, Pierluigi Biondi; di Monza, Dario Allevi; di La Spezia, Pierluigi Peracchini; di Imperia, Claudio Scajola; di Andria, Nicola Giorgino; di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco; di Vicenza, Francesco Rucco.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».