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2019-01-05
Poliziotti in Anagrafe per far rispettare la legge ai sindaci in rivolta
Ansa
Mentre in piazza a Palermo si stava manifestando per boicottare il decreto sicurezza, gli agenti della Digos si sono presentati all'ufficio Anagrafe del Comune. Sono intervenuti dopo che il capo dei sindaci ribelli, Leoluca Orlando, aveva ordinato gli impiegati di non applicare la nuova legge. In particolare di disobbedire alle norme che vietano l'iscrizione anagrafica agli immigrati in attesa della definizione del loro status. Il blitz della Digos - smentito dalla Questura ma confermato da numerose testimonianze - farebbe comunque parte di una serie di controlli già annunciati: infatti il 18 dicembre scorso il Viminale aveva chiesto ai prefetti ispezioni per verificare che il decreto venisse rispettato. «Gli agenti ci hanno chiesto», raccontano i dipendenti del municipio palermitano, «cosa accade quando vogliamo regolarizzare la posizione di un richiedente asilo e quali sono le procedure che stiamo seguendo». Ieri mattina a Palermo state 10 le richieste di residenza presentate da extracomunitari, tutti originari di Bangladesh e Ghana. Il primo appuntamento per verificare le pratiche è stato però rimandato al 28 gennaio, perché i funzionari non sanno come comportarsi. Infatti il colpo di mano di Orlando mette gli addetti dell'Anagrafe tra incudine e martello: da un lato hanno ricevuto l'ordine scritto dal loro primo cittadino; dall'altro, in quanto ufficiali di stato civile, sono sottoposti al controllo della Prefettura. «Non possiamo permettere che a rimetterci siano i dipendenti», protestano i rappresentanti sindacali, «che accogliendo le richieste dovranno difendersi in giudizio. Abbiamo ricevuto diverse telefonate da parte di funzionari che non sanno cosa fare e sono spaventati per i rischi cui vanno incontro. Apporre una firma a un provvedimento li espone a possibili denunce e, in caso di condanna, alla perdita del posto di lavoro».
Un pericolo che corrono da giovedì scorso, quando il capo area, Maurizio Pedicone, ha trasmesso il documento del 21 dicembre in cui il sindaco dispone la sospensione delle procedure previste dal decreto sicurezza, in quanto potrebbe «ledere i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti della persona». Come se spettasse a Orlando, decidere in materia di diritti umani.
Tra i sindaci ribelli e il Viminale è sempre più muro contro muro. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ribadisce il pugno di ferro: «Per me la polemica non esiste, c'è una legge dello Stato, firmata dal presidente della Repubblica, applicata dal 99% dei sindaci. C'è qualche sindaco incapace che, siccome non sa gestire Palermo, Napoli, Firenze e altre città, s'inventa polemiche che non esistono. Immigrati regolari e perbene, i profughi veri, avranno più tutele con questo decreto; i furbetti e i finti profughi, spacciatori e stupratori, tornano a casa loro».
Anche l'altro vicepremier e leader del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, si schiera sulla posizione del collega leghista: «La legge 132/2018 è una legge dello Stato e nessun governo dirà mai a un sindaco di disobbedire. Abbiamo sostenuto questo decreto e lo portiamo avanti, questa è solo una boutade politica». Se poi ci saranno ricorsi «che in via incidentale andranno alla Corte costituzionale, allora sarà la Corte a giudicare il decreto, ma quello che sto vedendo in queste ore è solo la strumentalizzazione di un tema».
Nonostante i richiami a rispettare la firma di Mattarella e sottostare alla legge, Leoluca Orlando tira dritto per la sua strada: «Voglio difendere i diritti umani dei migranti, che sono persone», spiega parlando a un centinaio di individui riuniti davanti a palazzo delle Aquile, a Palermo. «Al nervosismo del ministro rispondo che ho esercitato le mie funzioni di sindaco: ho sospeso l'applicazione di norme di esclusiva competenza comunale che potevano pregiudicare i diritti umani dei migranti. E adesso», conclude, «mi rivolgerò all'autorità giudiziaria perché, in quella sede, il caso possa essere rimesso alla Corte costituzionale che giudicherà la legittimità o l'illegittimità costituzionale di norme che hanno un sapore certamente disumano e criminogeno». Resta il fatto che non spetta certo a chi deve applicare la legge la valutazione sulla sua presunta incostituzionalità. Inoltre non è consentita la disapplicazione di una norma, anche se si sospettasse essere incostituzionale.
Alla rivolta di Orlando si sono uniti in questi giorni i sindaci di Napoli, Firenze, Parma e - con dei distinguo - anche l'amministrazione di Milano. Altri 30 invece sono schierati a difesa dell'applicazione del decreto sicurezza, facendo pressing sull'Anci per evitare che l'associazione venga usata strumentalmente per sostenere posizioni politiche.
Nella polemica sull'immigrazione è tornata alta la voce dello scrittore Roberto Saviano, che attacca il governo spostando il mirino sulla chiusura dei porti. In un video pubblicato sui suoi canali social, l'autore di Gomorra interviene infatti sul caso della Sea Watch 3 e della Sea Eye: «Mi rivolgo al ministro Salvini: smetti di fare il pagliaccio sulla pelle delle persone. Apri i porti. Basta con questa becera propaganda, basta fare campagna elettorale sulla pelle degli ultimi». E ancora: «Il sindaco di Napoli, di Palermo e altri sindaci, in queste ore, hanno proclamato i loro porti aperti per accogliere queste persone. Al ministro Salvini dico: basta pagliacciate, basta propaganda per le europee. Comportati da uomo, fai sbarcare queste persone».
Intanto il vicepremier leghista risponde proprio al primo cittadino di Napoli, Luigi de Magistris, che aveva proposto di aprire il porto della città alla nave tedesca Sea Watch, in mare con 34 migranti a bordo. «Ricevo tante segnalazioni di cittadini napoletani sui problemi della città, dall'immondizia ai parcheggiatori abusivi. De Magistris, invece, pensa a voler aprire i porti, ma questo è competenza del ministro dell'Interno. A De Magistris non è andata bene come magistrato, non è andata bene come sindaco, forse da velista andrà meglio».
Giravolta dell’Anci a trazione Pd. Un anno fa i profughi non li voleva
Anno del Signore 2017, l'Anci, la valorosa Associazione nazionale comuni italiani, è guidata come oggi dal sindaco di Bari, Antonio Decaro, esponente di punta del Pd, del quale incarna il valore fondante: l'ipocrisia. Oggi, per avere un po' di visibilità, Decaro (incurante del fatto di rappresentare un'associazione che raccoglie sindaci di tutti i partiti politici) si schiera contro il decreto sicurezza e contro il giro di vite sull'iscrizione all'anagrafe comunale di qualsiasi immigrato, a prescindere della legittimità della sua presenza in Italia. «Se ai migranti presenti nelle nostre città non possiamo garantire i diritti basilari assicurati agli altri cittadini», si chiede affranto Decaro, «né, ovviamente, abbiamo alcun potere di rimpatriarli, come dovremmo comportarci noi sindaci?». Decaro dovrebbe rispondersi da solo, andando a rileggersi quello che proprio lui, a capo dell'Anci, proponeva un anno e mezzo fa all'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti, attraverso un documento contenente le proposte emendative dell'associazione al decreto legge numero 13 del 17 febbraio 2017 recante «disposizioni urgenti per l'accelerazione dei provvedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto alla immigrazione illegale». Tra le critiche al decreto, l'Anci guidata da Decaro sollevava una questione che affliggeva in particolare piccoli comuni dove sorgono grandi strutture di accoglienza, i cui uffici anagrafici risultano sovraccaricati dalle richieste di iscrizione. L'iscrizione all'anagrafe degli immigrati è esattamente il punto sul quale i sindaci sinistrati stanno starnazzando contro il decreto sicurezza. L'articolo 13, infatti, stabilisce il divieto di iscrizione all'anagrafe cittadina per i titolari di permesso di soggiorno per richiesta d'asilo, ovvero quello concesso agli stranieri in attesa di sapere se la loro domanda di protezione internazionale sarà accolta. Decaro, in queste ore, si sta scagliando contro il decreto per ritagliarsi il canonico quarto d'ora di notorietà.
La figuraccia però è in agguato, e piomba sul capo del sindaco di Bari sotto forma di quel documento del febbraio 2017 con il quale, appunto, l'Anci chiedeva al ministro Minniti di limitare l'iscrizione all'anagrafe per gli immigrati e di velocizzarne la cancellazione. Un documento che La Verità ha letto, e che vale la pena citare, per far capire carte alla mano a che livello di bassissimo propagandismo sia precipitata l'Anci guidata da Decaro: «La proposta emendativa», scriveva l'associazione un anno e mezzo fa, «intende affrontare la delicata questione dell'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. La problematica è stata più volte portata all'attenzione dell'Anci, principalmente da parte di Comuni di piccole dimensioni sul cui territorio insistono strutture di accoglienza temporanea di grandi dimensioni. Gli uffici d'anagrafe», prosegue il documento, «risultano in tal modo sovraccaricati, soprattutto a causa del forte turnover delle persone accolte, a fronte di tempi molto lunghi per la cancellazione dall'anagrafe delle persone allontanate dai centri di accoglienza, che rimangono quindi a carico dei servizi sociali del Comune». L'Anci, dunque, protestava perché la legge imponeva di iscrivere all'anagrafe tutti gli immigrati, che restavano così a carico dei servizi sociali dei comuni, e perché i tempi per cancellarli erano troppo lunghi, e proponeva un emendamento assai restrittivo. «La proposta emendativa», si legge infatti nel documento, «consente di cancellare il cittadino straniero, una volta acquisita la ragionevole certezza che la persona sia effettivamente irreperibile, senza attendere il decorso di un anno ed indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno». Decaro, quindi, un anno e mezzo fa, con una nota ufficiale, chiedeva che i Comuni potessero cancellare i cittadini stranieri dall'anagrafe senza aspettare un anno e indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno. Oggi, sbraita in senso esattamente opposto. La permanenza di questo top player della giravolta al vertice dell'Anci, però, non è più una certezza: il prossimo ottobre si rinnova la carica, e nelle ultime ore ben 30 sindaci hanno chiesto ufficialmente a Decaro di evitare che l'Anci «venga usata strumentalmente per sostenere le posizioni politiche di una parte del Paese», e si sono detti «convinti che il Decreto sicurezza contenga norme principi giusti e condivisibili». La lettera di protesta contro Decaro è stata sottoscritta, tra gli altri, dai sindaci di Venezia, Luigi Brugnaro; di Genova, Marco Bucci; di Trieste, Roberto Dipiazza; di Verona, Federico Sboarina; di Novara, Alessandro Canelli; di Ascoli Piceno, Guido Castelli; di Terni, Leonardo Latini; di Arezzo, Giuseppe Fanfani; di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna; di Chieti, Umberto Di Primio; dell'Aquila, Pierluigi Biondi; di Monza, Dario Allevi; di La Spezia, Pierluigi Peracchini; di Imperia, Claudio Scajola; di Andria, Nicola Giorgino; di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco; di Vicenza, Francesco Rucco.
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Digos a Palermo, dove il primo cittadino ha ordinato agli uffici di registrare gli immigrati in barba alle nuove norme. Roberto Saviano a Matteo Salvini: «Pagliaccio».Giravolta dell'Anci a trazione Pd. Un anno fa i profughi non li voleva. L'associazione dei Comuni è guidata dal democratico Antonio Decaro, fra i più agguerriti contro il decreto sicurezza. Peccato che nel 2017 firmò una richiesta dell'ente al ministro Minniti: tempi brevi per depennare gli irregolari.Lo speciale comprende due articoli. Mentre in piazza a Palermo si stava manifestando per boicottare il decreto sicurezza, gli agenti della Digos si sono presentati all'ufficio Anagrafe del Comune. Sono intervenuti dopo che il capo dei sindaci ribelli, Leoluca Orlando, aveva ordinato gli impiegati di non applicare la nuova legge. In particolare di disobbedire alle norme che vietano l'iscrizione anagrafica agli immigrati in attesa della definizione del loro status. Il blitz della Digos - smentito dalla Questura ma confermato da numerose testimonianze - farebbe comunque parte di una serie di controlli già annunciati: infatti il 18 dicembre scorso il Viminale aveva chiesto ai prefetti ispezioni per verificare che il decreto venisse rispettato. «Gli agenti ci hanno chiesto», raccontano i dipendenti del municipio palermitano, «cosa accade quando vogliamo regolarizzare la posizione di un richiedente asilo e quali sono le procedure che stiamo seguendo». Ieri mattina a Palermo state 10 le richieste di residenza presentate da extracomunitari, tutti originari di Bangladesh e Ghana. Il primo appuntamento per verificare le pratiche è stato però rimandato al 28 gennaio, perché i funzionari non sanno come comportarsi. Infatti il colpo di mano di Orlando mette gli addetti dell'Anagrafe tra incudine e martello: da un lato hanno ricevuto l'ordine scritto dal loro primo cittadino; dall'altro, in quanto ufficiali di stato civile, sono sottoposti al controllo della Prefettura. «Non possiamo permettere che a rimetterci siano i dipendenti», protestano i rappresentanti sindacali, «che accogliendo le richieste dovranno difendersi in giudizio. Abbiamo ricevuto diverse telefonate da parte di funzionari che non sanno cosa fare e sono spaventati per i rischi cui vanno incontro. Apporre una firma a un provvedimento li espone a possibili denunce e, in caso di condanna, alla perdita del posto di lavoro».Un pericolo che corrono da giovedì scorso, quando il capo area, Maurizio Pedicone, ha trasmesso il documento del 21 dicembre in cui il sindaco dispone la sospensione delle procedure previste dal decreto sicurezza, in quanto potrebbe «ledere i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti della persona». Come se spettasse a Orlando, decidere in materia di diritti umani.Tra i sindaci ribelli e il Viminale è sempre più muro contro muro. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ribadisce il pugno di ferro: «Per me la polemica non esiste, c'è una legge dello Stato, firmata dal presidente della Repubblica, applicata dal 99% dei sindaci. C'è qualche sindaco incapace che, siccome non sa gestire Palermo, Napoli, Firenze e altre città, s'inventa polemiche che non esistono. Immigrati regolari e perbene, i profughi veri, avranno più tutele con questo decreto; i furbetti e i finti profughi, spacciatori e stupratori, tornano a casa loro». Anche l'altro vicepremier e leader del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, si schiera sulla posizione del collega leghista: «La legge 132/2018 è una legge dello Stato e nessun governo dirà mai a un sindaco di disobbedire. Abbiamo sostenuto questo decreto e lo portiamo avanti, questa è solo una boutade politica». Se poi ci saranno ricorsi «che in via incidentale andranno alla Corte costituzionale, allora sarà la Corte a giudicare il decreto, ma quello che sto vedendo in queste ore è solo la strumentalizzazione di un tema». Nonostante i richiami a rispettare la firma di Mattarella e sottostare alla legge, Leoluca Orlando tira dritto per la sua strada: «Voglio difendere i diritti umani dei migranti, che sono persone», spiega parlando a un centinaio di individui riuniti davanti a palazzo delle Aquile, a Palermo. «Al nervosismo del ministro rispondo che ho esercitato le mie funzioni di sindaco: ho sospeso l'applicazione di norme di esclusiva competenza comunale che potevano pregiudicare i diritti umani dei migranti. E adesso», conclude, «mi rivolgerò all'autorità giudiziaria perché, in quella sede, il caso possa essere rimesso alla Corte costituzionale che giudicherà la legittimità o l'illegittimità costituzionale di norme che hanno un sapore certamente disumano e criminogeno». Resta il fatto che non spetta certo a chi deve applicare la legge la valutazione sulla sua presunta incostituzionalità. Inoltre non è consentita la disapplicazione di una norma, anche se si sospettasse essere incostituzionale.Alla rivolta di Orlando si sono uniti in questi giorni i sindaci di Napoli, Firenze, Parma e - con dei distinguo - anche l'amministrazione di Milano. Altri 30 invece sono schierati a difesa dell'applicazione del decreto sicurezza, facendo pressing sull'Anci per evitare che l'associazione venga usata strumentalmente per sostenere posizioni politiche.Nella polemica sull'immigrazione è tornata alta la voce dello scrittore Roberto Saviano, che attacca il governo spostando il mirino sulla chiusura dei porti. In un video pubblicato sui suoi canali social, l'autore di Gomorra interviene infatti sul caso della Sea Watch 3 e della Sea Eye: «Mi rivolgo al ministro Salvini: smetti di fare il pagliaccio sulla pelle delle persone. Apri i porti. Basta con questa becera propaganda, basta fare campagna elettorale sulla pelle degli ultimi». E ancora: «Il sindaco di Napoli, di Palermo e altri sindaci, in queste ore, hanno proclamato i loro porti aperti per accogliere queste persone. Al ministro Salvini dico: basta pagliacciate, basta propaganda per le europee. Comportati da uomo, fai sbarcare queste persone».Intanto il vicepremier leghista risponde proprio al primo cittadino di Napoli, Luigi de Magistris, che aveva proposto di aprire il porto della città alla nave tedesca Sea Watch, in mare con 34 migranti a bordo. «Ricevo tante segnalazioni di cittadini napoletani sui problemi della città, dall'immondizia ai parcheggiatori abusivi. De Magistris, invece, pensa a voler aprire i porti, ma questo è competenza del ministro dell'Interno. A De Magistris non è andata bene come magistrato, non è andata bene come sindaco, forse da velista andrà meglio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/poliziotti-in-anagrafe-per-far-rispettare-la-legge-ai-sindaci-in-rivolta-2625136737.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giravolta-dellanci-a-trazione-pd-un-anno-fa-i-profughi-non-li-voleva" data-post-id="2625136737" data-published-at="1768445212" data-use-pagination="False"> Giravolta dell’Anci a trazione Pd. Un anno fa i profughi non li voleva Anno del Signore 2017, l'Anci, la valorosa Associazione nazionale comuni italiani, è guidata come oggi dal sindaco di Bari, Antonio Decaro, esponente di punta del Pd, del quale incarna il valore fondante: l'ipocrisia. Oggi, per avere un po' di visibilità, Decaro (incurante del fatto di rappresentare un'associazione che raccoglie sindaci di tutti i partiti politici) si schiera contro il decreto sicurezza e contro il giro di vite sull'iscrizione all'anagrafe comunale di qualsiasi immigrato, a prescindere della legittimità della sua presenza in Italia. «Se ai migranti presenti nelle nostre città non possiamo garantire i diritti basilari assicurati agli altri cittadini», si chiede affranto Decaro, «né, ovviamente, abbiamo alcun potere di rimpatriarli, come dovremmo comportarci noi sindaci?». Decaro dovrebbe rispondersi da solo, andando a rileggersi quello che proprio lui, a capo dell'Anci, proponeva un anno e mezzo fa all'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti, attraverso un documento contenente le proposte emendative dell'associazione al decreto legge numero 13 del 17 febbraio 2017 recante «disposizioni urgenti per l'accelerazione dei provvedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto alla immigrazione illegale». Tra le critiche al decreto, l'Anci guidata da Decaro sollevava una questione che affliggeva in particolare piccoli comuni dove sorgono grandi strutture di accoglienza, i cui uffici anagrafici risultano sovraccaricati dalle richieste di iscrizione. L'iscrizione all'anagrafe degli immigrati è esattamente il punto sul quale i sindaci sinistrati stanno starnazzando contro il decreto sicurezza. L'articolo 13, infatti, stabilisce il divieto di iscrizione all'anagrafe cittadina per i titolari di permesso di soggiorno per richiesta d'asilo, ovvero quello concesso agli stranieri in attesa di sapere se la loro domanda di protezione internazionale sarà accolta. Decaro, in queste ore, si sta scagliando contro il decreto per ritagliarsi il canonico quarto d'ora di notorietà. La figuraccia però è in agguato, e piomba sul capo del sindaco di Bari sotto forma di quel documento del febbraio 2017 con il quale, appunto, l'Anci chiedeva al ministro Minniti di limitare l'iscrizione all'anagrafe per gli immigrati e di velocizzarne la cancellazione. Un documento che La Verità ha letto, e che vale la pena citare, per far capire carte alla mano a che livello di bassissimo propagandismo sia precipitata l'Anci guidata da Decaro: «La proposta emendativa», scriveva l'associazione un anno e mezzo fa, «intende affrontare la delicata questione dell'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. La problematica è stata più volte portata all'attenzione dell'Anci, principalmente da parte di Comuni di piccole dimensioni sul cui territorio insistono strutture di accoglienza temporanea di grandi dimensioni. Gli uffici d'anagrafe», prosegue il documento, «risultano in tal modo sovraccaricati, soprattutto a causa del forte turnover delle persone accolte, a fronte di tempi molto lunghi per la cancellazione dall'anagrafe delle persone allontanate dai centri di accoglienza, che rimangono quindi a carico dei servizi sociali del Comune». L'Anci, dunque, protestava perché la legge imponeva di iscrivere all'anagrafe tutti gli immigrati, che restavano così a carico dei servizi sociali dei comuni, e perché i tempi per cancellarli erano troppo lunghi, e proponeva un emendamento assai restrittivo. «La proposta emendativa», si legge infatti nel documento, «consente di cancellare il cittadino straniero, una volta acquisita la ragionevole certezza che la persona sia effettivamente irreperibile, senza attendere il decorso di un anno ed indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno». Decaro, quindi, un anno e mezzo fa, con una nota ufficiale, chiedeva che i Comuni potessero cancellare i cittadini stranieri dall'anagrafe senza aspettare un anno e indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno. Oggi, sbraita in senso esattamente opposto. La permanenza di questo top player della giravolta al vertice dell'Anci, però, non è più una certezza: il prossimo ottobre si rinnova la carica, e nelle ultime ore ben 30 sindaci hanno chiesto ufficialmente a Decaro di evitare che l'Anci «venga usata strumentalmente per sostenere le posizioni politiche di una parte del Paese», e si sono detti «convinti che il Decreto sicurezza contenga norme principi giusti e condivisibili». La lettera di protesta contro Decaro è stata sottoscritta, tra gli altri, dai sindaci di Venezia, Luigi Brugnaro; di Genova, Marco Bucci; di Trieste, Roberto Dipiazza; di Verona, Federico Sboarina; di Novara, Alessandro Canelli; di Ascoli Piceno, Guido Castelli; di Terni, Leonardo Latini; di Arezzo, Giuseppe Fanfani; di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna; di Chieti, Umberto Di Primio; dell'Aquila, Pierluigi Biondi; di Monza, Dario Allevi; di La Spezia, Pierluigi Peracchini; di Imperia, Claudio Scajola; di Andria, Nicola Giorgino; di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco; di Vicenza, Francesco Rucco.
@GaiaPanozzo
Il Trentino si prepara a vivere da protagonista i Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026, assumendo un ruolo centrale sia dal punto di vista sportivo sia sotto il profilo organizzativo e territoriale. Sul territorio provinciale verrà infatti assegnato circa il 30% delle medaglie complessive dei Giochi, un dato di assoluto rilievo che conferma il valore delle infrastrutture trentine, la solidità dell’esperienza maturata nel tempo e la capacità di gestire eventi sportivi di portata internazionale. In Val di Fiemme, nelle venue di Lago di Tesero e Predazzo, verranno assegnate complessivamente 59 medaglie. Le gare olimpiche saranno 21 e riguarderanno alcune delle discipline più iconiche dello sport invernale, come lo sci di fondo, la combinata nordica e il salto con gli sci. A queste si aggiungono 38 gare paralimpiche nelle discipline dello sci di fondo paralimpico, noto come para cross-country, e del para biathlon. Numeri che collocano il Trentino tra i territori strategici dell’intero programma olimpico e paralimpico, sia per quantità di competizioni sia per valore simbolico delle discipline ospitate.
Lo sport rappresenta da sempre un elemento identitario del Trentino, capace di attrarre visitatori da tutto il mondo grazie a un contesto naturalistico unico. Il territorio offre una vera e propria palestra a cielo aperto, ideale per la pratica sportiva in ogni stagione, dalle attività invernali a quelle outdoor primaverili ed estive. Tra cime innevate, paesaggi dolomitici e vallate alpine, l’attività sportiva è parte integrante della vita quotidiana e contribuisce in modo significativo allo sviluppo turistico, economico e sociale.
Questo legame profondo tra territorio e sport trova conferma anche nei dati. Una recente ricerca di Profit to Share per Il Sole 24 Ore ha collocato Trento al primo posto tra le province italiane per indice di sportività. Per il Trentino si tratta dell’ottavo successo nelle 19 edizioni della ricerca, un risultato che testimonia la diffusione della pratica sportiva, la qualità delle strutture disponibili e l’efficienza del sistema organizzativo locale.
In questo contesto si inserisce la scelta della Val di Fiemme come Host Venue per le discipline nordiche. Gli stadi del fondo al Lago di Tesero e del salto a Predazzo rappresentano da anni punti di riferimento a livello internazionale, grazie a infrastrutture di alto livello e a una tradizione consolidata nell’ospitare eventi sportivi di massimo prestigio. Le gare olimpiche di sci di fondo e combinata nordica, così come le competizioni paralimpiche di para cross-country skiing e para biathlon, si svolgeranno presso l’impianto di Tesero. Le gare di salto con gli sci, maschili, femminili, a squadre e a squadre miste, avranno invece luogo presso lo Stadio del Salto di Predazzo, struttura che da tempo accoglie appuntamenti di Coppa del Mondo e manifestazioni internazionali.
I Giochi si svolgeranno dal 6 al 22 febbraio, mentre i Giochi paralimpici dal 6 al 15 marzo 2026. Durante tutto il periodo olimpico e paralimpico, l’accessibilità delle valli di Fiemme e Fassa sarà garantita sia dal punto di vista della viabilità sia per quanto riguarda la fruibilità delle ski area, che resteranno operative e non verranno chiuse in occasione delle competizioni. Una scelta strategica che permetterà a residenti e turisti di continuare a vivere il territorio, praticare sport e usufruire dei servizi anche durante lo svolgimento dei Giochi, in un equilibrio tra grandi eventi e vita quotidiana delle comunità locali.
Accanto allo sport, il Trentino sarà protagonista anche sul piano culturale grazie all’Olimpiade culturale Milano-Cortina 2026, che rappresenta un’opportunità per valorizzare il rapporto tra cultura e sport come leva di crescita per i territori. A febbraio 2024 il Trentino ha inaugurato l’Olimpiade culturale ospitando alle Gallerie di Trento la prima mostra del progetto espositivo triennale «Anelli di congiunzione». Da questa esperienza è nato il progetto «Combinazioni_caratteri sportivi», che coinvolge dodici realtà del sistema museale provinciale in tredici proposte culturali tra mostre, spettacoli e iniziative diffuse.
I Giochi lasceranno infine una legacy significativa per il territorio, fatta di competenze, esperienze e infrastrutture che contribuiranno ad accrescere ulteriormente l’attrattività del Trentino come destinazione per eventi sportivi internazionali. Un patrimonio che assume un valore ancora maggiore in vista dei Giochi olimpici giovanili invernali Yog 2028, già assegnati al Trentino. È già attiva la biglietteria ufficiale per assistere alle gare attraverso il sito di ticketing di Milano-Cortina 2026.
Fiemme e Fassa, valli sempre aperte durante l’evento sportivo mondiale
La promessa è chiara: durante i Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 la Val di Fiemme e la Val di Fassa non saranno territori blindati. Dal 6 al 22 febbraio, mentre sci di fondo, salto e combinata nordica assegneranno medaglie tra Lago di Tesero e Predazzo, la quasi totalità delle strade resterà aperta al traffico e gli impianti sciistici continueranno a funzionare, seppur con alcune limitazioni. Una scelta che punta a evitare l’effetto «zona rossa» già visto in altri grandi eventi, ma che impone un delicato equilibrio tra sicurezza, mobilità e vita quotidiana delle comunità locali.Il piano, definito dopo mesi di confronto tra organizzatori, Commissariato del governo e Questura di Trento, prevede poche chiusure mirate: via Stazione, tra Tesero e la frazione di Lago, sarà riservata alle navette olimpiche, così come le strade che costeggiano la caserma della Guardia di finanza di Predazzo, sede del villaggio olimpico. Per il resto, salvo emergenze o criticità impreviste, la circolazione ordinaria sarà garantita. A presidiare la situazione sarà una centrale operativa presso i vigili del fuoco di Cavalese, chiamata a intervenire in tempo reale su eventuali congestioni o problemi di viabilità.L’accesso alle venue di gara resterà però rigidamente controllato: a Lago di Tesero e allo Stadio del Salto di Predazzo entreranno solo accreditati e possessori di biglietto, con l’obiettivo di separare i flussi locali da quelli olimpici. È qui che entra in gioco il sistema dei parcheggi e delle navette, pensato per spostare migliaia di tifosi senza riversarli nei centri abitati. I principali hub saranno distribuiti lungo la valle: dal Lido di Molina di Fiemme alla Troticoltura e al Vivaio forestale di Masi di Cavalese, fino all’area artigianale di Tesero, snodo chiave per chi raggiunge il Centro del Fondo. Per il salto, invece, i parcheggi di Mezzavalle e Moena faranno da filtro verso Predazzo.Ampio spazio sarà riservato anche ai bus: zone artigianali, centri sportivi e piazzali comunali verranno riconvertiti temporaneamente a posteggi per pullman, con l’obiettivo di ridurre il traffico privato. Una strategia che, nelle intenzioni, limiterà l’impatto sulle arterie principali, dalla statale 48 alla strada di fondovalle, entrambe confermate come aperte. Non si escludono però deviazioni consigliate, come l’uscita di Bolzano Nord sull’A22 Brennero-Modena per raggiungere la Val di Fassa passando da Val d’Ega e Passo Costalunga.Capitolo impianti: Alpe Cermis, Alpe Lusia-Bellamonte e Pampeago resteranno operativi senza restrizioni, mentre lo Ski Center Latemar dovrà ridimensionare l’attività a Predazzo, dove la partenza della cabinovia ricade all’interno dell’area olimpica. Un sacrificio parziale, compensato dalla possibilità di accedere al comprensorio da Pampeago e Obereggen.Resta il nodo più delicato: la sostenibilità reale di un evento che porterà in valle atleti, staff, volontari e migliaia di spettatori. Il rafforzamento del trasporto pubblico, con collegamenti anche da Trento, è la risposta messa sul tavolo. La scommessa, per Fiemme e Fassa, è vivere l’Olimpiade senza sospendere la normalità. Una sfida logistica prima ancora che sportiva.
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Andrea Orcel (Ansa)
A suggerire la validità dell’integrazione fra Milano e Siena è un report di Deutsche Bank, che mette in fila le ragioni industriali dell’eventuale accordo. Unicredit, integrando Mps, potrebbe sfruttarne i prodotti nella gestione patrimoniale e nella distribuzione specializzata nel private banking. Detto più semplicemente: rafforzare la presenza dove oggi il gruppo di Piazza Aulenti mostra un punto debole piuttosto evidente. Oltre 1.000 consulenti finanziari, una distribuzione di fascia alta che consentirebbe al gruppo guidato da Orcel di consolidare il presidio sul segmento più redditizio. Un salto che, sempre secondo Deutsche Bank, migliorerebbe anche una posizione già forte nel credito al consumo e aprirebbe la porta a sinergie rilevanti considerato che nel portafoglio di Mps ora c’è anche Mediobanca. Insomma, ci sarebbe possibilità di «sfruttare ed espandere l’attività della banca d’affari attraverso la rete europea di Unicredit». Insomma, Siena come snodo, non come fardello.
A dare consistenza alle voci contribuiscono dettagli non certo secondari. A cominciare dagli ottimi rapporti personali. A volere Orcel alla guida di Unicredit dopo la fallimentare esperienza di Jean Pierre Mustier era stato proprio Leonardo Del Vecchio. Una scelta certamente azzeccata considerando che il titolo è passato da meno di 9 euro ai 71 attuali. A questo bisogna aggiungere che Orcel è membro del consiglio d’amministrazione della Fondazione Del Vecchio insieme a Francesco Milleri, presidente di Delfin. Una consuetudine che rende probabile il successo della trattativa per la vendita della partecipazione in Mps. Tanto più che gli eredi Del Vecchio premono per fare liquidità e chiudere dopo quasi quattro anni la successione al vecchio Leonardo.
E mentre il dossier Mps resta sullo sfondo, un altro cda si prepara a entrare nel vivo: quello di Banco Bpm. Il prossimo 20 gennaio il consiglio di Piazza Meda affronterà la revisione dello statuto e farà il punto sulla lista da presentare per il rinnovo del board di aprile. Qui la variabile francese si chiama Credit Agricole, autorizzato dalla Bce a salire sopra il 20% ma con una serie di raccomandazioni molto precise sulla governance. Traduzione: contare sì, comandare no.
I francesi, almeno per ora, hanno promesso di restare sotto la soglia dell’opa - oggi al 25%, domani al 30% con il nuovo Tuf - ma avranno comunque la forza per condizionare le strategie di Bpm sul terreno delle aggregazioni. Il loro obiettivo è di avere almeno cinque consiglieri su 15. Una rappresentanza di peso. Soprattutto considerando che fino a ora i francesi non esprimevano nessun consigliere.
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Alessandro Giuli (Ansa)
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, batte un colpo. «Anzi», dice alla Verità, «sparo un colpo di cannone, se non trovo ostacoli che mi bagnano le polveri. Userò la legge delega per bonificare il sistema perverso che ho ereditato», annuncia. Speriamo sia la volta buona. Perché ci è voluta la notizia del finanziamento con il tax credit di quasi 800.000 euro (su 2,4 milioni di budget) del ministero di via del Collegio romano alla pessima docuserie su Fabrizio Corona visibile su Netflix per svelare che, nonostante le promesse dopo l’inchiesta di Davide Perego su questo giornale, in realtà le cose continuavano tranquillamente come prima. La prova sta nella data - 23 dicembre 2025 - del decreto di approvazione dei finanziamenti ai cinque episodi di Io sono notizia diretti da Massimo Cappello per la casa di produzione Bloom media house.
Insieme al documentario di Netflix, numerose altre serie tv per Sky e Paramount+ (Call my agent, Gomorra - Le origini, Vita da Carlo fra le altre) e opere cinematografiche (da Parthenope a Buen camino) hanno ottenuto il sostegno del credito d’imposta grazie al provvedimento firmato dal nuovo direttore generale del dipartimento Cinema e audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni, subentrato a Nicola Borrelli, dimessosi nel luglio scorso in seguito alla scoperta degli 863.595 euro percepiti, attraverso Coevolution srl, da Francis Kaufmann, il finto regista ora in carcere con l’accusa di omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda nel parco di Villa Pamphili a Roma. Stavolta non ci saranno dimissioni perché, anche se ancora non sembra, il processo di revisione del sistema di finanziamenti a film, documentari e serie tv è stato avviato. Dal punto di vista strettamente tecnico, osserva un funzionario, il tax credit alla serie sull’ex re dei paparazzi non era rifiutabile con il sistema in vigore. Che, infatti, con il limite della pazienza, si aspetta venga cambiato.
Sciogliere le incrostazioni di decenni di ministri di sinistra organici agli autori d’area richiede un certo lasso di tempo. Ma c’è da augurarsi che «il caso Corona-Netflix» imprima un’accelerazione al processo. Un segnale in questa direzione sembra venire dalle audizioni di ieri in commissione Cultura della Camera che hanno confermato, come annunciato dal presidente Federico Mollicone, la validità dell’impianto normativo della legge delega in vista di «un rafforzamento industriale del comparto». In particolare, è stata definita l’adozione di strumenti per «una gestione più efficiente della tesoreria del Fondo attraverso intermediari bancari vigilati» e per «il rafforzamento delle competenze tecniche del ministero, insieme al potenziamento dei controlli sul credito d’imposta, anche attraverso figure come il tax credit manager».
Ci si augura che queste misure siano sufficienti per «bonificare il sistema perverso ereditato», secondo le parole del ministro. Perché i meccanismi di finanziamento conservano una farraginosità nella quale si allargano le zone grigie. Per fare un esempio, le opere che sbancando il botteghino, tipo Buen camino, fresco campione d’incassi del cinema italiano, dimostrano di non aver bisogno del tax credit, potrebbero essere oggetto di un ricalcolo. Cosicché, a fine corsa, il ministero potrebbe chiedere la restituzione dei quasi otto milioni assegnati al film del duo Zalone-Nunziante, magari per girarli a produzioni più povere. Al contrario, all’interno di una valutazione culturale più che di cassa, potrebbero avere una loro motivazione i due milioni di tax credit, su quattro di budget, a un film non riuscitissimo come Albatross, di Giulio Base, sulla storia di Almerigo Grilz. Certe opere che colmano un vuoto devono essere più pesate che calcolate. Perché queste valutazioni trovino spazio è auspicabile una riduzione degli automatismi consentiti dal meccanismo teoricamente asettico del tax credit per far spazio al lavoro di più commissioni dove decidere anche a maggioranza l’assegnazione dei finanziamenti. Insomma, i margini di intervento ci sono.
Ma forse, più che dal grande e meritato successo di Buen camino, il vero cambio di egemonia dipende dalla rimozione delle troppe incrostazioni sedimentate nei livelli amministrativi di certi ministeri. Quelle che, per esempio, nel 2023 hanno consentito di elargire 6.518.715 euro di tax credit (su 26.439.067 di budget) alla serie Supersex su Rocco Siffredi, prodotta da The Apartment e Groenlandia sempre per Netflix. Pochi giorni dopo il rilascio sulla piattaforma, il sottosegretario del ministero della Cultura, Gianmarco Mazzi, stigmatizzò pubblicamente il fatto, auspicando un radicale cambio di rotta nella gestione dei fondi. Peraltro, detto senza moralismi, in quel caso, ritraendo la vita di un pornoattore di successo, non si prefigurava l’incitamento all’uso della pornografia, possibile causa di negazione del finanziamento?
Comunque sia, era il 14 marzo 2024 quando Mazzi manifestava il suo disappunto. Da Rocco Siffredi a Fabrizio Corona sono trascorsi un anno e dieci mesi. Ma il problema sussiste.
Zerocalcare disegna «Due spicci» ma prende 3 milioni
The Iris Affair - Missione ad alto rischio è «una miniserie televisiva anglo-italiana ideata da Neil Cross e diretta da Terry McDonough e Sarah O’Gorman», recita Wikipedia. Prodotta da Sky Studios e Fremantle, è stata girata in Italia, dalla Sardegna a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Visibile da metà ottobre 2025 sul canale Sky Atlantic, le otto puntate sono le vincitrici della speciale classifica delle produzioni più generosamente finanziate dal ministero della Cultura attraverso il tax credit nel corso del 2025: ben 14,2 milioni di sovvenzioni sono stati garantiti al prodotto. Mica pochi. Secondo posto del podio per la serie italo-francese di Luxvide, Sandokan, ideata da Luca Bernabei e interpretata da Can Yaman e Alessandro Preziosi: qui ci ferma poco sopra gli otto milioni di euro di sussidi, 8,1 per l’esattezza. Medaglia di bronzo per Motor valley, sei episodi visibili su Netflix a partire dal 10 febbraio 2026, ideati da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e Matteo Rovere e con protagonisti Luca Argentero e Giulia Michelini. Qui il tax credit ha garantito ai produttori 7,6 milioni di vantaggi fiscali. Le produzioni in cima alla lunga classifica ufficiale del ministero della Cultura fanno, da sole, quasi 30 milioni di euro di sovvenzioni elargite a colossi della streaming, del satellite o a televisioni già sovvenzionate con il canone. Ce n’era bisogno? Piattaforme e canali che chiedono abbonamenti sempre più onerosi per godere dei loro servizi devono essere davvero finanziate in maniera così generosa? In parole povere: non possono camminare con le proprie gambe? The Beauty è una serie thriller internazionale FX creata da Ryan Murphy. in arrivo su Disney+. La stagione, composta da 11 puntate, ha ricevuto 6,1 milioni di tax credit. Sono 5,6, invece, i milioni assicurati alla produzione della quinta stagione di Emily in Paris, con Lily Collins (solo 1,6, invece, quelli assicurati alla quarta stagione). Questi sono quelli richiesti dalla 360 Degrees Film srl, una delle società produttrici. L’altra, la Zeuca Film, ha fatto analogamente richiesta di tax credit, ottenendo l’ok per 2,3 milioni. A quanto risulta dai dati ministeriali, dunque, la serie (bollata così da The New Yorker: «La serie è così povera di trama e di cose che succedono che si può direttamente tenere in sottofondo mentre facciamo qualche altra cosa») ha avuto 7,9 milioni di sgravi. Altri maxi importi sono stati garantiti a Il paradiso delle signore (settima stagione, 5,4 milioni), Regina del Sud (sempre di Luxvide, 5,3), La scuola di Ivan Silvestrini (prodotta da Picomedia, visibile su Netflix, 4,9 milioni). Nord Sud Ovest Est, la serie sulla genesi del gruppo 883 di Sky, ha beneficiato di 4,7 milioni. Gomorra - Le origini, prequel della serie tratta dal libro di Roberto Saviano, si è assicurata 4,5 milioni di euro. Altri 4 milioni sono finiti a Luxvide per la terza stagione di Blanca, 3,3 sono stati assicurati a Il falsario di Netflix, con Pietro Castellitto. Alessandro Gassmann, uno degli attori più presenti nella classifica dei film-flop sovvenzionati dagli italiani sui cui La Verità aveva rendicontato in estate, è il protagonista della serie Rai Un professore 3 che si è assicurata 3,3 milioni di tax. Gassmann ha diretto anche il film per la televisione Questi fantasmi: un milione di aiuti anche qui. ZeroZeroZero è una miniserie televisiva italo-franco-statunitense creata da Stefano Sollima. I primi otto episodi, prodotti per Sky Atlantic, Canal+ e Prime Video, erano stati trasmessi nel 2020: cinque anni dopo, un milioncino di tax credit non si nega. Alla quinta e la sesta stagione di Mare fuori sono arrivati complessivamente 6,5 milioni, a Call my agenti Italia (terza stagione), visibile su Sky, 3,2. Uno sbirro in Appennino è la nuova fiction di Rai 1 con protagonista Claudio Bisio: uscirà nel corso dell’anno, 3,1 i milioni di tax credit assicurati dal Mic. Sempre su Netflix arriverà, nel corso dell’anno, pure la serie Due spicci: di nome, ma non di fatto visto che gli episodi della serie animata di Zerocalcare (Michele Rech) e con Valerio Mastrandrea nel ruolo dell’Armadillo ha avuto un bonus ministeriale di 3 milioni. E che dire, infine, della serie Fbi International? La quarta stagione, agevolata per 1,5 milioni, è stata anche l’ultima visto che la serie è stata cancellata a causa del calo degli ascolti.
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