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2019-01-05
Poliziotti in Anagrafe per far rispettare la legge ai sindaci in rivolta
Ansa
Mentre in piazza a Palermo si stava manifestando per boicottare il decreto sicurezza, gli agenti della Digos si sono presentati all'ufficio Anagrafe del Comune. Sono intervenuti dopo che il capo dei sindaci ribelli, Leoluca Orlando, aveva ordinato gli impiegati di non applicare la nuova legge. In particolare di disobbedire alle norme che vietano l'iscrizione anagrafica agli immigrati in attesa della definizione del loro status. Il blitz della Digos - smentito dalla Questura ma confermato da numerose testimonianze - farebbe comunque parte di una serie di controlli già annunciati: infatti il 18 dicembre scorso il Viminale aveva chiesto ai prefetti ispezioni per verificare che il decreto venisse rispettato. «Gli agenti ci hanno chiesto», raccontano i dipendenti del municipio palermitano, «cosa accade quando vogliamo regolarizzare la posizione di un richiedente asilo e quali sono le procedure che stiamo seguendo». Ieri mattina a Palermo state 10 le richieste di residenza presentate da extracomunitari, tutti originari di Bangladesh e Ghana. Il primo appuntamento per verificare le pratiche è stato però rimandato al 28 gennaio, perché i funzionari non sanno come comportarsi. Infatti il colpo di mano di Orlando mette gli addetti dell'Anagrafe tra incudine e martello: da un lato hanno ricevuto l'ordine scritto dal loro primo cittadino; dall'altro, in quanto ufficiali di stato civile, sono sottoposti al controllo della Prefettura. «Non possiamo permettere che a rimetterci siano i dipendenti», protestano i rappresentanti sindacali, «che accogliendo le richieste dovranno difendersi in giudizio. Abbiamo ricevuto diverse telefonate da parte di funzionari che non sanno cosa fare e sono spaventati per i rischi cui vanno incontro. Apporre una firma a un provvedimento li espone a possibili denunce e, in caso di condanna, alla perdita del posto di lavoro».
Un pericolo che corrono da giovedì scorso, quando il capo area, Maurizio Pedicone, ha trasmesso il documento del 21 dicembre in cui il sindaco dispone la sospensione delle procedure previste dal decreto sicurezza, in quanto potrebbe «ledere i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti della persona». Come se spettasse a Orlando, decidere in materia di diritti umani.
Tra i sindaci ribelli e il Viminale è sempre più muro contro muro. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ribadisce il pugno di ferro: «Per me la polemica non esiste, c'è una legge dello Stato, firmata dal presidente della Repubblica, applicata dal 99% dei sindaci. C'è qualche sindaco incapace che, siccome non sa gestire Palermo, Napoli, Firenze e altre città, s'inventa polemiche che non esistono. Immigrati regolari e perbene, i profughi veri, avranno più tutele con questo decreto; i furbetti e i finti profughi, spacciatori e stupratori, tornano a casa loro».
Anche l'altro vicepremier e leader del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, si schiera sulla posizione del collega leghista: «La legge 132/2018 è una legge dello Stato e nessun governo dirà mai a un sindaco di disobbedire. Abbiamo sostenuto questo decreto e lo portiamo avanti, questa è solo una boutade politica». Se poi ci saranno ricorsi «che in via incidentale andranno alla Corte costituzionale, allora sarà la Corte a giudicare il decreto, ma quello che sto vedendo in queste ore è solo la strumentalizzazione di un tema».
Nonostante i richiami a rispettare la firma di Mattarella e sottostare alla legge, Leoluca Orlando tira dritto per la sua strada: «Voglio difendere i diritti umani dei migranti, che sono persone», spiega parlando a un centinaio di individui riuniti davanti a palazzo delle Aquile, a Palermo. «Al nervosismo del ministro rispondo che ho esercitato le mie funzioni di sindaco: ho sospeso l'applicazione di norme di esclusiva competenza comunale che potevano pregiudicare i diritti umani dei migranti. E adesso», conclude, «mi rivolgerò all'autorità giudiziaria perché, in quella sede, il caso possa essere rimesso alla Corte costituzionale che giudicherà la legittimità o l'illegittimità costituzionale di norme che hanno un sapore certamente disumano e criminogeno». Resta il fatto che non spetta certo a chi deve applicare la legge la valutazione sulla sua presunta incostituzionalità. Inoltre non è consentita la disapplicazione di una norma, anche se si sospettasse essere incostituzionale.
Alla rivolta di Orlando si sono uniti in questi giorni i sindaci di Napoli, Firenze, Parma e - con dei distinguo - anche l'amministrazione di Milano. Altri 30 invece sono schierati a difesa dell'applicazione del decreto sicurezza, facendo pressing sull'Anci per evitare che l'associazione venga usata strumentalmente per sostenere posizioni politiche.
Nella polemica sull'immigrazione è tornata alta la voce dello scrittore Roberto Saviano, che attacca il governo spostando il mirino sulla chiusura dei porti. In un video pubblicato sui suoi canali social, l'autore di Gomorra interviene infatti sul caso della Sea Watch 3 e della Sea Eye: «Mi rivolgo al ministro Salvini: smetti di fare il pagliaccio sulla pelle delle persone. Apri i porti. Basta con questa becera propaganda, basta fare campagna elettorale sulla pelle degli ultimi». E ancora: «Il sindaco di Napoli, di Palermo e altri sindaci, in queste ore, hanno proclamato i loro porti aperti per accogliere queste persone. Al ministro Salvini dico: basta pagliacciate, basta propaganda per le europee. Comportati da uomo, fai sbarcare queste persone».
Intanto il vicepremier leghista risponde proprio al primo cittadino di Napoli, Luigi de Magistris, che aveva proposto di aprire il porto della città alla nave tedesca Sea Watch, in mare con 34 migranti a bordo. «Ricevo tante segnalazioni di cittadini napoletani sui problemi della città, dall'immondizia ai parcheggiatori abusivi. De Magistris, invece, pensa a voler aprire i porti, ma questo è competenza del ministro dell'Interno. A De Magistris non è andata bene come magistrato, non è andata bene come sindaco, forse da velista andrà meglio».
Giravolta dell’Anci a trazione Pd. Un anno fa i profughi non li voleva
Anno del Signore 2017, l'Anci, la valorosa Associazione nazionale comuni italiani, è guidata come oggi dal sindaco di Bari, Antonio Decaro, esponente di punta del Pd, del quale incarna il valore fondante: l'ipocrisia. Oggi, per avere un po' di visibilità, Decaro (incurante del fatto di rappresentare un'associazione che raccoglie sindaci di tutti i partiti politici) si schiera contro il decreto sicurezza e contro il giro di vite sull'iscrizione all'anagrafe comunale di qualsiasi immigrato, a prescindere della legittimità della sua presenza in Italia. «Se ai migranti presenti nelle nostre città non possiamo garantire i diritti basilari assicurati agli altri cittadini», si chiede affranto Decaro, «né, ovviamente, abbiamo alcun potere di rimpatriarli, come dovremmo comportarci noi sindaci?». Decaro dovrebbe rispondersi da solo, andando a rileggersi quello che proprio lui, a capo dell'Anci, proponeva un anno e mezzo fa all'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti, attraverso un documento contenente le proposte emendative dell'associazione al decreto legge numero 13 del 17 febbraio 2017 recante «disposizioni urgenti per l'accelerazione dei provvedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto alla immigrazione illegale». Tra le critiche al decreto, l'Anci guidata da Decaro sollevava una questione che affliggeva in particolare piccoli comuni dove sorgono grandi strutture di accoglienza, i cui uffici anagrafici risultano sovraccaricati dalle richieste di iscrizione. L'iscrizione all'anagrafe degli immigrati è esattamente il punto sul quale i sindaci sinistrati stanno starnazzando contro il decreto sicurezza. L'articolo 13, infatti, stabilisce il divieto di iscrizione all'anagrafe cittadina per i titolari di permesso di soggiorno per richiesta d'asilo, ovvero quello concesso agli stranieri in attesa di sapere se la loro domanda di protezione internazionale sarà accolta. Decaro, in queste ore, si sta scagliando contro il decreto per ritagliarsi il canonico quarto d'ora di notorietà.
La figuraccia però è in agguato, e piomba sul capo del sindaco di Bari sotto forma di quel documento del febbraio 2017 con il quale, appunto, l'Anci chiedeva al ministro Minniti di limitare l'iscrizione all'anagrafe per gli immigrati e di velocizzarne la cancellazione. Un documento che La Verità ha letto, e che vale la pena citare, per far capire carte alla mano a che livello di bassissimo propagandismo sia precipitata l'Anci guidata da Decaro: «La proposta emendativa», scriveva l'associazione un anno e mezzo fa, «intende affrontare la delicata questione dell'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. La problematica è stata più volte portata all'attenzione dell'Anci, principalmente da parte di Comuni di piccole dimensioni sul cui territorio insistono strutture di accoglienza temporanea di grandi dimensioni. Gli uffici d'anagrafe», prosegue il documento, «risultano in tal modo sovraccaricati, soprattutto a causa del forte turnover delle persone accolte, a fronte di tempi molto lunghi per la cancellazione dall'anagrafe delle persone allontanate dai centri di accoglienza, che rimangono quindi a carico dei servizi sociali del Comune». L'Anci, dunque, protestava perché la legge imponeva di iscrivere all'anagrafe tutti gli immigrati, che restavano così a carico dei servizi sociali dei comuni, e perché i tempi per cancellarli erano troppo lunghi, e proponeva un emendamento assai restrittivo. «La proposta emendativa», si legge infatti nel documento, «consente di cancellare il cittadino straniero, una volta acquisita la ragionevole certezza che la persona sia effettivamente irreperibile, senza attendere il decorso di un anno ed indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno». Decaro, quindi, un anno e mezzo fa, con una nota ufficiale, chiedeva che i Comuni potessero cancellare i cittadini stranieri dall'anagrafe senza aspettare un anno e indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno. Oggi, sbraita in senso esattamente opposto. La permanenza di questo top player della giravolta al vertice dell'Anci, però, non è più una certezza: il prossimo ottobre si rinnova la carica, e nelle ultime ore ben 30 sindaci hanno chiesto ufficialmente a Decaro di evitare che l'Anci «venga usata strumentalmente per sostenere le posizioni politiche di una parte del Paese», e si sono detti «convinti che il Decreto sicurezza contenga norme principi giusti e condivisibili». La lettera di protesta contro Decaro è stata sottoscritta, tra gli altri, dai sindaci di Venezia, Luigi Brugnaro; di Genova, Marco Bucci; di Trieste, Roberto Dipiazza; di Verona, Federico Sboarina; di Novara, Alessandro Canelli; di Ascoli Piceno, Guido Castelli; di Terni, Leonardo Latini; di Arezzo, Giuseppe Fanfani; di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna; di Chieti, Umberto Di Primio; dell'Aquila, Pierluigi Biondi; di Monza, Dario Allevi; di La Spezia, Pierluigi Peracchini; di Imperia, Claudio Scajola; di Andria, Nicola Giorgino; di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco; di Vicenza, Francesco Rucco.
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Digos a Palermo, dove il primo cittadino ha ordinato agli uffici di registrare gli immigrati in barba alle nuove norme. Roberto Saviano a Matteo Salvini: «Pagliaccio».Giravolta dell'Anci a trazione Pd. Un anno fa i profughi non li voleva. L'associazione dei Comuni è guidata dal democratico Antonio Decaro, fra i più agguerriti contro il decreto sicurezza. Peccato che nel 2017 firmò una richiesta dell'ente al ministro Minniti: tempi brevi per depennare gli irregolari.Lo speciale comprende due articoli. Mentre in piazza a Palermo si stava manifestando per boicottare il decreto sicurezza, gli agenti della Digos si sono presentati all'ufficio Anagrafe del Comune. Sono intervenuti dopo che il capo dei sindaci ribelli, Leoluca Orlando, aveva ordinato gli impiegati di non applicare la nuova legge. In particolare di disobbedire alle norme che vietano l'iscrizione anagrafica agli immigrati in attesa della definizione del loro status. Il blitz della Digos - smentito dalla Questura ma confermato da numerose testimonianze - farebbe comunque parte di una serie di controlli già annunciati: infatti il 18 dicembre scorso il Viminale aveva chiesto ai prefetti ispezioni per verificare che il decreto venisse rispettato. «Gli agenti ci hanno chiesto», raccontano i dipendenti del municipio palermitano, «cosa accade quando vogliamo regolarizzare la posizione di un richiedente asilo e quali sono le procedure che stiamo seguendo». Ieri mattina a Palermo state 10 le richieste di residenza presentate da extracomunitari, tutti originari di Bangladesh e Ghana. Il primo appuntamento per verificare le pratiche è stato però rimandato al 28 gennaio, perché i funzionari non sanno come comportarsi. Infatti il colpo di mano di Orlando mette gli addetti dell'Anagrafe tra incudine e martello: da un lato hanno ricevuto l'ordine scritto dal loro primo cittadino; dall'altro, in quanto ufficiali di stato civile, sono sottoposti al controllo della Prefettura. «Non possiamo permettere che a rimetterci siano i dipendenti», protestano i rappresentanti sindacali, «che accogliendo le richieste dovranno difendersi in giudizio. Abbiamo ricevuto diverse telefonate da parte di funzionari che non sanno cosa fare e sono spaventati per i rischi cui vanno incontro. Apporre una firma a un provvedimento li espone a possibili denunce e, in caso di condanna, alla perdita del posto di lavoro».Un pericolo che corrono da giovedì scorso, quando il capo area, Maurizio Pedicone, ha trasmesso il documento del 21 dicembre in cui il sindaco dispone la sospensione delle procedure previste dal decreto sicurezza, in quanto potrebbe «ledere i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti della persona». Come se spettasse a Orlando, decidere in materia di diritti umani.Tra i sindaci ribelli e il Viminale è sempre più muro contro muro. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ribadisce il pugno di ferro: «Per me la polemica non esiste, c'è una legge dello Stato, firmata dal presidente della Repubblica, applicata dal 99% dei sindaci. C'è qualche sindaco incapace che, siccome non sa gestire Palermo, Napoli, Firenze e altre città, s'inventa polemiche che non esistono. Immigrati regolari e perbene, i profughi veri, avranno più tutele con questo decreto; i furbetti e i finti profughi, spacciatori e stupratori, tornano a casa loro». Anche l'altro vicepremier e leader del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, si schiera sulla posizione del collega leghista: «La legge 132/2018 è una legge dello Stato e nessun governo dirà mai a un sindaco di disobbedire. Abbiamo sostenuto questo decreto e lo portiamo avanti, questa è solo una boutade politica». Se poi ci saranno ricorsi «che in via incidentale andranno alla Corte costituzionale, allora sarà la Corte a giudicare il decreto, ma quello che sto vedendo in queste ore è solo la strumentalizzazione di un tema». Nonostante i richiami a rispettare la firma di Mattarella e sottostare alla legge, Leoluca Orlando tira dritto per la sua strada: «Voglio difendere i diritti umani dei migranti, che sono persone», spiega parlando a un centinaio di individui riuniti davanti a palazzo delle Aquile, a Palermo. «Al nervosismo del ministro rispondo che ho esercitato le mie funzioni di sindaco: ho sospeso l'applicazione di norme di esclusiva competenza comunale che potevano pregiudicare i diritti umani dei migranti. E adesso», conclude, «mi rivolgerò all'autorità giudiziaria perché, in quella sede, il caso possa essere rimesso alla Corte costituzionale che giudicherà la legittimità o l'illegittimità costituzionale di norme che hanno un sapore certamente disumano e criminogeno». Resta il fatto che non spetta certo a chi deve applicare la legge la valutazione sulla sua presunta incostituzionalità. Inoltre non è consentita la disapplicazione di una norma, anche se si sospettasse essere incostituzionale.Alla rivolta di Orlando si sono uniti in questi giorni i sindaci di Napoli, Firenze, Parma e - con dei distinguo - anche l'amministrazione di Milano. Altri 30 invece sono schierati a difesa dell'applicazione del decreto sicurezza, facendo pressing sull'Anci per evitare che l'associazione venga usata strumentalmente per sostenere posizioni politiche.Nella polemica sull'immigrazione è tornata alta la voce dello scrittore Roberto Saviano, che attacca il governo spostando il mirino sulla chiusura dei porti. In un video pubblicato sui suoi canali social, l'autore di Gomorra interviene infatti sul caso della Sea Watch 3 e della Sea Eye: «Mi rivolgo al ministro Salvini: smetti di fare il pagliaccio sulla pelle delle persone. Apri i porti. Basta con questa becera propaganda, basta fare campagna elettorale sulla pelle degli ultimi». E ancora: «Il sindaco di Napoli, di Palermo e altri sindaci, in queste ore, hanno proclamato i loro porti aperti per accogliere queste persone. Al ministro Salvini dico: basta pagliacciate, basta propaganda per le europee. Comportati da uomo, fai sbarcare queste persone».Intanto il vicepremier leghista risponde proprio al primo cittadino di Napoli, Luigi de Magistris, che aveva proposto di aprire il porto della città alla nave tedesca Sea Watch, in mare con 34 migranti a bordo. «Ricevo tante segnalazioni di cittadini napoletani sui problemi della città, dall'immondizia ai parcheggiatori abusivi. De Magistris, invece, pensa a voler aprire i porti, ma questo è competenza del ministro dell'Interno. A De Magistris non è andata bene come magistrato, non è andata bene come sindaco, forse da velista andrà meglio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/poliziotti-in-anagrafe-per-far-rispettare-la-legge-ai-sindaci-in-rivolta-2625136737.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giravolta-dellanci-a-trazione-pd-un-anno-fa-i-profughi-non-li-voleva" data-post-id="2625136737" data-published-at="1769853100" data-use-pagination="False"> Giravolta dell’Anci a trazione Pd. Un anno fa i profughi non li voleva Anno del Signore 2017, l'Anci, la valorosa Associazione nazionale comuni italiani, è guidata come oggi dal sindaco di Bari, Antonio Decaro, esponente di punta del Pd, del quale incarna il valore fondante: l'ipocrisia. Oggi, per avere un po' di visibilità, Decaro (incurante del fatto di rappresentare un'associazione che raccoglie sindaci di tutti i partiti politici) si schiera contro il decreto sicurezza e contro il giro di vite sull'iscrizione all'anagrafe comunale di qualsiasi immigrato, a prescindere della legittimità della sua presenza in Italia. «Se ai migranti presenti nelle nostre città non possiamo garantire i diritti basilari assicurati agli altri cittadini», si chiede affranto Decaro, «né, ovviamente, abbiamo alcun potere di rimpatriarli, come dovremmo comportarci noi sindaci?». Decaro dovrebbe rispondersi da solo, andando a rileggersi quello che proprio lui, a capo dell'Anci, proponeva un anno e mezzo fa all'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti, attraverso un documento contenente le proposte emendative dell'associazione al decreto legge numero 13 del 17 febbraio 2017 recante «disposizioni urgenti per l'accelerazione dei provvedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto alla immigrazione illegale». Tra le critiche al decreto, l'Anci guidata da Decaro sollevava una questione che affliggeva in particolare piccoli comuni dove sorgono grandi strutture di accoglienza, i cui uffici anagrafici risultano sovraccaricati dalle richieste di iscrizione. L'iscrizione all'anagrafe degli immigrati è esattamente il punto sul quale i sindaci sinistrati stanno starnazzando contro il decreto sicurezza. L'articolo 13, infatti, stabilisce il divieto di iscrizione all'anagrafe cittadina per i titolari di permesso di soggiorno per richiesta d'asilo, ovvero quello concesso agli stranieri in attesa di sapere se la loro domanda di protezione internazionale sarà accolta. Decaro, in queste ore, si sta scagliando contro il decreto per ritagliarsi il canonico quarto d'ora di notorietà. La figuraccia però è in agguato, e piomba sul capo del sindaco di Bari sotto forma di quel documento del febbraio 2017 con il quale, appunto, l'Anci chiedeva al ministro Minniti di limitare l'iscrizione all'anagrafe per gli immigrati e di velocizzarne la cancellazione. Un documento che La Verità ha letto, e che vale la pena citare, per far capire carte alla mano a che livello di bassissimo propagandismo sia precipitata l'Anci guidata da Decaro: «La proposta emendativa», scriveva l'associazione un anno e mezzo fa, «intende affrontare la delicata questione dell'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. La problematica è stata più volte portata all'attenzione dell'Anci, principalmente da parte di Comuni di piccole dimensioni sul cui territorio insistono strutture di accoglienza temporanea di grandi dimensioni. Gli uffici d'anagrafe», prosegue il documento, «risultano in tal modo sovraccaricati, soprattutto a causa del forte turnover delle persone accolte, a fronte di tempi molto lunghi per la cancellazione dall'anagrafe delle persone allontanate dai centri di accoglienza, che rimangono quindi a carico dei servizi sociali del Comune». L'Anci, dunque, protestava perché la legge imponeva di iscrivere all'anagrafe tutti gli immigrati, che restavano così a carico dei servizi sociali dei comuni, e perché i tempi per cancellarli erano troppo lunghi, e proponeva un emendamento assai restrittivo. «La proposta emendativa», si legge infatti nel documento, «consente di cancellare il cittadino straniero, una volta acquisita la ragionevole certezza che la persona sia effettivamente irreperibile, senza attendere il decorso di un anno ed indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno». Decaro, quindi, un anno e mezzo fa, con una nota ufficiale, chiedeva che i Comuni potessero cancellare i cittadini stranieri dall'anagrafe senza aspettare un anno e indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno. Oggi, sbraita in senso esattamente opposto. La permanenza di questo top player della giravolta al vertice dell'Anci, però, non è più una certezza: il prossimo ottobre si rinnova la carica, e nelle ultime ore ben 30 sindaci hanno chiesto ufficialmente a Decaro di evitare che l'Anci «venga usata strumentalmente per sostenere le posizioni politiche di una parte del Paese», e si sono detti «convinti che il Decreto sicurezza contenga norme principi giusti e condivisibili». La lettera di protesta contro Decaro è stata sottoscritta, tra gli altri, dai sindaci di Venezia, Luigi Brugnaro; di Genova, Marco Bucci; di Trieste, Roberto Dipiazza; di Verona, Federico Sboarina; di Novara, Alessandro Canelli; di Ascoli Piceno, Guido Castelli; di Terni, Leonardo Latini; di Arezzo, Giuseppe Fanfani; di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna; di Chieti, Umberto Di Primio; dell'Aquila, Pierluigi Biondi; di Monza, Dario Allevi; di La Spezia, Pierluigi Peracchini; di Imperia, Claudio Scajola; di Andria, Nicola Giorgino; di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco; di Vicenza, Francesco Rucco.
Elly Schlein (Ansa)
La sua tesi è: leviamo i soldi dal Ponte sullo Stretto e usiamoli per mettere in sicurezza la cittadina della piana gelese. Però i fondi per il dissesto idrogeologico ci sono, basta spenderli e non aspettare che faccia tutto Roma, alla quale si dà la colpa quando bisognerebbe solo prendersela con gli amministratori locali (che qualcuno avrà votato) e con una certa avidità nell’edilizia.
Piombata a Niscemi addirittura prima del presidente del Consiglio, il segretario del Pd ha subito vestito i panni della maestrina ambientalista: «Lo stanziamento di cento milioni del consiglio dei ministri è del tutto insufficiente. Noi abbiamo proposto di utilizzare subito le risorse del Ponte a partire da quelle stanziate per il 2026». Proposta lanciata a mezzo Corriere della Sera, con una motivazione ancora peggiore dello svarione tecnico: «Invece di buttare via quei soldi per un’impuntatura ideologica, bisognerebbe immediatamente dirottarli per il sostegno a questi territori. Vorrei anche far notare che c’è stato un voto, a scrutinio segreto, dell’assemblea regionale siciliana in cui la maggioranza di destra ha chiesto la stessa cosa». La costruzione del Ponte è un’opera che alla Sicilia serve come il pane perché l’avvicina al Nord e all’Europa, cosa di cui si è visto che c’è grande bisogno anche solo guardando le folle immagini delle case costruite su una frana. Inoltre, il Ponte ha seguito un suo iter legislativo, c’è un contratto da rispettare con WeBuild e sono stati stanziati i fondi necessari. Poi, certo, è anche diventato la bandiera di Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ma si può fare un danno a un’intera Regione per il gusto di fare un dispetto a un avversario politico?
Assolutamente sì, Secondo il Pd, dove la linea della Schlein ha trovato il sostegno anche il sostegno dell’ex ministro Giuseppe Provenzano e del partito locale. Poi, il tasso di faciloneria, misto a una buona dose di sciacallaggio politico, è salito alle stelle quando da Bruxelles s’è fatta viva Ilaria Salis. L’eurodeputata di Avs ha dato al suo popolo il seguente annuncio su “X”: «Il Governo, e in particolare Salvini, non antepongano il proprio ego politico al benessere dei cittadini. Per questo ieri ho firmato un’interrogazione parlamentare promossa dal mio collega siciliano Leoluca Orlando (Avs) per sollecitare lo stanziamento di fondi europei». Solita storia: l’Europa come bancomat pur di spostare le responsabilità degli abusi edilizi a qualche migliaio di chilometri di distanza.
Salvini aveva già risposto due giorni fa , spiegando che i fondi del Ponte «sono per investimenti.. bisogna conoscere le cose. E poi noi abbiamo quasi 30 miliardi di cantieri aperti in Sicilia, come facciamo? Li blocchiamo? Troveremo i fondi che servono per Sicilia, Calabria e Sardegna ma senza bloccare le scuole, gli ospedali, i ponti, le gallerie, la Tav, il tunnel del Brennero».
Ma nulla, anche ieri dal Pd e da Avs sono arrivate richieste surreali. E sempre Salvini, che ieri è stato in Calabria a visitare i luoghi colpiti dall’uragano, è tornato sul tema: «Il Ponte sarebbe utile anche «in caso di eventi disastrosi, perché i soccorritori riuscirebbero a intervenire più velocemente». Sulla stessa linea il ministro della Protezione civile Nello Musumeci. L’ex presidente della Regione (in carica dal 2017 al 2022) ne ha fatto anche una questione di orgoglio nazionale: «Uno Stato come l’Italia, seconda potenza industriale d’Europa, può riparare i danni e andare avanti con ponti, scuole, strade, ferrovie». Insomma, non siamo la Grecia alle prese con la Troika.
Mentre scorrevano le chiacchiere, il fronte della frana di Niscemi, lungo quattro chilometri, è avanzato anche ieri. Al momento, su 24.000 abitanti, ci sono 1.500 sfollati e 4.000 studenti che non hanno potuto andare a scuola. Lo stesso Musumeci aveva già avvertito che il fronte della frana era destinato ad allargarsi. E il capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, non ha avuto paura di accostamenti storici quando ha affermato: «C’è un movimento franoso che è circa di 350 milioni di metri cubi. Per fare un paragone, il disastro del Vajont del 1963 ne ha movimentati 263 milioni».
Alla fine, il tentativo di fermare il Ponte di Messina brandendo la frana di Niscemi sembra fallito. Salvini lo ha riassunto con una battuta: «É come se quando ci sono stati problemi in Piemonte si fosse definanziata la Tav. Troveremo altri soldi». Che in Italia ci sia un alto tasso di consumo del territorio è assodato, ma è vero che siamo anche il Paese che ci mette decenni a concludere una grande opera. La cosa nuova è che adesso, per fermare un’opera infrastrutturale, si tenti di strumentalizzare un problema nato proprio da un consumo del territorio (a uso abitativo) evidentemente sconsiderato.
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Maurizio Landini (Imagoeconomica)
«È sotto gli occhi di tutti», ha aggiunto, «quello che è avvenuto in questi anni, e cioè una riduzione del potere d’acquisto dei salari e dall’altra parte un aumento della precarietà e dello sfruttamento nel lavoro che non ha precedenti. C’è bisogno di un intervento anche legislativo che introduca non solo il salario orario minimo, ma c’è bisogno di arrivare anche a una legge sulla rappresentanza che cancelli i contratti pirata, perché oggi una delle cose che sta riducendo il salario è la presenza anche di contratti pirata che si stanno estendendo. Su queste cose», ha continuato, «noi ieri (due giorni fa, ndr) abbiamo avuto un incontro con Confindustria e abbiamo in programma tutta una serie di incontri con tutte le associazioni imprenditoriali. Le persone quando fanno lo stesso lavoro», ha concluso, «devono avere gli stessi diritti e le stesse tutele anche sulla salute e la sicurezza, sulla formazione, sugli orari, sugli inquadramenti. È il modo per superare la precarietà».
Landini ha poi risposto a chi gli chiedeva delle opposizioni che ieri hanno impedito la conferenza stampa sulla remigrazione, occupando la sala stampa della Camera.
«Si tratta di difendere la nostra Costituzione, di non far perdere la memoria e di ricordare che se siamo un paese democratico con una Costituzione democratica è perché i nostri padri e i nostri nonni hanno sconfitto il nazismo e il fascismo», ha detto. «Noi», ha aggiunto Landini, «stiamo chiedendo da tempo che tutte le forze che si richiamano al fascismo siano sciolte. Anche perché la nostra sede è stata assaltata da una organizzazione che si richiama al fascismo. È assolutamente importante affermare questa cultura».
Il sindacalista ha parlato anche dell’ex Ilva di Taranto. «Noi non abbiamo ad oggi notizia di quello che stanno facendo e di cosa stanno discutendo. Per la situazione delicata e difficile che c’è a Taranto e in tutto il gruppo, è necessario che ci sia un intervento diretto dello Stato nella gestione» dello stabilimento «per dare garanzie di futuro al gruppo e a tutte le attività dell’indotto. «Noi», ha aggiunto, «pensiamo che senza un intervento pubblico rischia di non esserci nessuna prospettiva. Sono 12 anni che l’intervento pubblico viene rinviato e vediamo la situazione in cui siamo. Non abbiamo tempo da perdere e per noi è necessario che ci sia un intervento pubblico per salvaguardare una attività strategica per il nostro Paese».
Landini ha anche commentato il nuovo governato della Puglia, Antonio Decaro. «Mi aspetto che si confronti con le organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, non con altre organizzazioni che non hanno alcuna rappresentanza. Mi aspetto che si facciano degli investimenti seri sulla sanità e mi aspetto che si possa aprire anche una prospettiva di politica industriale», ha concluso. «Ma bisogna avere consapevolezza che una serie di problemi non si risolvono nelle singole regioni».
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Torino messa a ferro e fuoco dai militanti violenti di Askatasuna durante il corteo dello scorso 20 dicembre (Ansa)
La motivazione milanese è la più surreale e manifestamente strumentale: contestare il terzetto di analisti in arrivo al consolato milanese con lo scopo di supportare gli apparati di sicurezza dei tecnici e degli atleti americani durante i Giochi che cominciano il 6 febbraio. Una consuetudine che esiste da mezzo secolo, una scorta passiva ufficializzata dopo la strage dei terroristi palestinesi a Monaco 72, avallata dal Cio e rinnovata nel protocollo durante il governo di Matteo Renzi. Poiché i tre funzionari appartengono all’Immigration and Customs Enforcement protagonista dei disordini di Minneapolis, ecco che scatta l’allarme democratico.
Oggi in piazza XXV Aprile (ore 14.30) sgomiteranno tutti per la prima fila, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Avs a Rifondazione comunista, da +Europa (Riccardo Magi non si fa mai mancare un corteo per non morire di solitudine) ad Azione. Proprio il partito di Carlo Calenda, che a pranzo e a cena si vanta di avere un dna «di governo e non di inutile lotta, che lascio ai liceali della politica». Appunto. Tutti intabarrati, tutti indignati e con i fischietti in bocca per emulare le proteste in Minnesota, accompagnati dalle consuete mosche cocchiere della Cgil e dell’Anpi per fare numero. Ieri l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, ha commentato: «Gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Non dovremmo mandare nessuno, così non avreste protezione dai cattivi soggetti e dai terroristi che avete fatto entrare. Se non volete li togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Andate al diavolo (ha detto proprio “fuck you”, ndr)».
All’allegro concerto di fischietti mancherà il sindaco Giuseppe Sala, travolto di suo dalle polemiche per i buchi nella sicurezza di Milano e deciso a stare alla larga perché preoccupato per la legittimazione che l’assurda manifestazione offre ai settori più violenti: i centri sociali vicini al guru radical Pierfrancesco Majorino, i collettivi studenteschi graziati dal Tar dopo lo sfascio Pro Pal in Stazione Centrale e i Carc (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), schierati a orologeria dalla sinistra quando è necessario alzare il livello di scontro.
Tutto ciò sarà un allenamento in vista della manifestazione di sabato 7 febbraio contro le Olimpiadi tout court, che il tam tam da cloaca social definisce «fondamentale per scardinare un’esibizione imperialista». L’area antagonista diventerà protagonista, l’appuntamento sarà vicino al Villaggio olimpico di Scalo-Romana. Il Cio alternativo dei centri sociali (Comitato Insostenibili Olimpiadi) prevede agguati nei due giorni precedenti quando la fiaccola attraverserà le strade di Milano. Scopo dichiarato: offuscare l’immagine dell’Italia all’inizio dei Giochi mettendo a ferro e fuoco la metropoli tascabile in mondovisione.
Esattamente ciò che potrebbe accadere oggi pomeriggio a Torino, dove da due giorni imperversano le proteste di Askatasuna cominciate con l’occupazione di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. Per oggi sono annunciati tre cortei. Duecento realtà estremiste («dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati», ma sono sempre loro) confluiranno da Milano, Livorno, Roma, Napoli, Trento, Messina per una giornata di guerriglia in pieno centro (piazza Vittorio Veneto). Una «chiamata alle armi per riprenderci la città» al grido: «Torino è partigiana, cacciare il governo Meloni». Proprio i Carc hanno mostrato cosa intendono, raffigurando nel loro manifesto la premier a testa in giù.
Non si tratta solo di frange sfuggite al controllo, è l’applicazione plastica dell’invito di Maurizio Landini alla «rivolta sociale». La locandina dell’happening, al quale dovrebbero partecipare 10.000 persone, è firmata da Zerocalcare. C’è chi soffia sul fuoco e chi ha la tanica in mano. Accanto ai comunisti extraparlamentari di Aska (quelli che il sindaco piddino Stefano Lo Russo definisce «un bene comune»), sfileranno le realtà Pro Pal che chiedono la liberazione del fiancheggiatore di Hamas, Mohammad Hannoun e improbabili sostenitori palestinesi del No al referendum sulla giustizia.
Da parte della questura c’è ovvia preoccupazione. In un’intervista alla testata Lo Spiffero, l’ex pm Antonio Rinaudo (esperto della lotta alla guerriglia No Tav) ha detto: «Questa non è una manifestazione del pensiero ma la provocazione di una struttura violenta. Non ci deve essere dialogo, lo Stato non deve scendere a patti. La polizia non basta, bisognerebbe far intervenire gli incursori della Marina o il Col Moschin; con la loro presenza in mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento».
Per completare il delirio, venerdì 6 febbraio sempre a Torino torna in pista la Flotilla con un evento di «Intifada Studentesca» dal titolo «L’arrembaggio», Patrick Zaki testimonial. Il cucuzzaro è al completo, ma questo è solo folclore.
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