True
2019-01-05
Poliziotti in Anagrafe per far rispettare la legge ai sindaci in rivolta
Ansa
Mentre in piazza a Palermo si stava manifestando per boicottare il decreto sicurezza, gli agenti della Digos si sono presentati all'ufficio Anagrafe del Comune. Sono intervenuti dopo che il capo dei sindaci ribelli, Leoluca Orlando, aveva ordinato gli impiegati di non applicare la nuova legge. In particolare di disobbedire alle norme che vietano l'iscrizione anagrafica agli immigrati in attesa della definizione del loro status. Il blitz della Digos - smentito dalla Questura ma confermato da numerose testimonianze - farebbe comunque parte di una serie di controlli già annunciati: infatti il 18 dicembre scorso il Viminale aveva chiesto ai prefetti ispezioni per verificare che il decreto venisse rispettato. «Gli agenti ci hanno chiesto», raccontano i dipendenti del municipio palermitano, «cosa accade quando vogliamo regolarizzare la posizione di un richiedente asilo e quali sono le procedure che stiamo seguendo». Ieri mattina a Palermo state 10 le richieste di residenza presentate da extracomunitari, tutti originari di Bangladesh e Ghana. Il primo appuntamento per verificare le pratiche è stato però rimandato al 28 gennaio, perché i funzionari non sanno come comportarsi. Infatti il colpo di mano di Orlando mette gli addetti dell'Anagrafe tra incudine e martello: da un lato hanno ricevuto l'ordine scritto dal loro primo cittadino; dall'altro, in quanto ufficiali di stato civile, sono sottoposti al controllo della Prefettura. «Non possiamo permettere che a rimetterci siano i dipendenti», protestano i rappresentanti sindacali, «che accogliendo le richieste dovranno difendersi in giudizio. Abbiamo ricevuto diverse telefonate da parte di funzionari che non sanno cosa fare e sono spaventati per i rischi cui vanno incontro. Apporre una firma a un provvedimento li espone a possibili denunce e, in caso di condanna, alla perdita del posto di lavoro».
Un pericolo che corrono da giovedì scorso, quando il capo area, Maurizio Pedicone, ha trasmesso il documento del 21 dicembre in cui il sindaco dispone la sospensione delle procedure previste dal decreto sicurezza, in quanto potrebbe «ledere i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti della persona». Come se spettasse a Orlando, decidere in materia di diritti umani.
Tra i sindaci ribelli e il Viminale è sempre più muro contro muro. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ribadisce il pugno di ferro: «Per me la polemica non esiste, c'è una legge dello Stato, firmata dal presidente della Repubblica, applicata dal 99% dei sindaci. C'è qualche sindaco incapace che, siccome non sa gestire Palermo, Napoli, Firenze e altre città, s'inventa polemiche che non esistono. Immigrati regolari e perbene, i profughi veri, avranno più tutele con questo decreto; i furbetti e i finti profughi, spacciatori e stupratori, tornano a casa loro».
Anche l'altro vicepremier e leader del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, si schiera sulla posizione del collega leghista: «La legge 132/2018 è una legge dello Stato e nessun governo dirà mai a un sindaco di disobbedire. Abbiamo sostenuto questo decreto e lo portiamo avanti, questa è solo una boutade politica». Se poi ci saranno ricorsi «che in via incidentale andranno alla Corte costituzionale, allora sarà la Corte a giudicare il decreto, ma quello che sto vedendo in queste ore è solo la strumentalizzazione di un tema».
Nonostante i richiami a rispettare la firma di Mattarella e sottostare alla legge, Leoluca Orlando tira dritto per la sua strada: «Voglio difendere i diritti umani dei migranti, che sono persone», spiega parlando a un centinaio di individui riuniti davanti a palazzo delle Aquile, a Palermo. «Al nervosismo del ministro rispondo che ho esercitato le mie funzioni di sindaco: ho sospeso l'applicazione di norme di esclusiva competenza comunale che potevano pregiudicare i diritti umani dei migranti. E adesso», conclude, «mi rivolgerò all'autorità giudiziaria perché, in quella sede, il caso possa essere rimesso alla Corte costituzionale che giudicherà la legittimità o l'illegittimità costituzionale di norme che hanno un sapore certamente disumano e criminogeno». Resta il fatto che non spetta certo a chi deve applicare la legge la valutazione sulla sua presunta incostituzionalità. Inoltre non è consentita la disapplicazione di una norma, anche se si sospettasse essere incostituzionale.
Alla rivolta di Orlando si sono uniti in questi giorni i sindaci di Napoli, Firenze, Parma e - con dei distinguo - anche l'amministrazione di Milano. Altri 30 invece sono schierati a difesa dell'applicazione del decreto sicurezza, facendo pressing sull'Anci per evitare che l'associazione venga usata strumentalmente per sostenere posizioni politiche.
Nella polemica sull'immigrazione è tornata alta la voce dello scrittore Roberto Saviano, che attacca il governo spostando il mirino sulla chiusura dei porti. In un video pubblicato sui suoi canali social, l'autore di Gomorra interviene infatti sul caso della Sea Watch 3 e della Sea Eye: «Mi rivolgo al ministro Salvini: smetti di fare il pagliaccio sulla pelle delle persone. Apri i porti. Basta con questa becera propaganda, basta fare campagna elettorale sulla pelle degli ultimi». E ancora: «Il sindaco di Napoli, di Palermo e altri sindaci, in queste ore, hanno proclamato i loro porti aperti per accogliere queste persone. Al ministro Salvini dico: basta pagliacciate, basta propaganda per le europee. Comportati da uomo, fai sbarcare queste persone».
Intanto il vicepremier leghista risponde proprio al primo cittadino di Napoli, Luigi de Magistris, che aveva proposto di aprire il porto della città alla nave tedesca Sea Watch, in mare con 34 migranti a bordo. «Ricevo tante segnalazioni di cittadini napoletani sui problemi della città, dall'immondizia ai parcheggiatori abusivi. De Magistris, invece, pensa a voler aprire i porti, ma questo è competenza del ministro dell'Interno. A De Magistris non è andata bene come magistrato, non è andata bene come sindaco, forse da velista andrà meglio».
Giravolta dell’Anci a trazione Pd. Un anno fa i profughi non li voleva
Anno del Signore 2017, l'Anci, la valorosa Associazione nazionale comuni italiani, è guidata come oggi dal sindaco di Bari, Antonio Decaro, esponente di punta del Pd, del quale incarna il valore fondante: l'ipocrisia. Oggi, per avere un po' di visibilità, Decaro (incurante del fatto di rappresentare un'associazione che raccoglie sindaci di tutti i partiti politici) si schiera contro il decreto sicurezza e contro il giro di vite sull'iscrizione all'anagrafe comunale di qualsiasi immigrato, a prescindere della legittimità della sua presenza in Italia. «Se ai migranti presenti nelle nostre città non possiamo garantire i diritti basilari assicurati agli altri cittadini», si chiede affranto Decaro, «né, ovviamente, abbiamo alcun potere di rimpatriarli, come dovremmo comportarci noi sindaci?». Decaro dovrebbe rispondersi da solo, andando a rileggersi quello che proprio lui, a capo dell'Anci, proponeva un anno e mezzo fa all'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti, attraverso un documento contenente le proposte emendative dell'associazione al decreto legge numero 13 del 17 febbraio 2017 recante «disposizioni urgenti per l'accelerazione dei provvedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto alla immigrazione illegale». Tra le critiche al decreto, l'Anci guidata da Decaro sollevava una questione che affliggeva in particolare piccoli comuni dove sorgono grandi strutture di accoglienza, i cui uffici anagrafici risultano sovraccaricati dalle richieste di iscrizione. L'iscrizione all'anagrafe degli immigrati è esattamente il punto sul quale i sindaci sinistrati stanno starnazzando contro il decreto sicurezza. L'articolo 13, infatti, stabilisce il divieto di iscrizione all'anagrafe cittadina per i titolari di permesso di soggiorno per richiesta d'asilo, ovvero quello concesso agli stranieri in attesa di sapere se la loro domanda di protezione internazionale sarà accolta. Decaro, in queste ore, si sta scagliando contro il decreto per ritagliarsi il canonico quarto d'ora di notorietà.
La figuraccia però è in agguato, e piomba sul capo del sindaco di Bari sotto forma di quel documento del febbraio 2017 con il quale, appunto, l'Anci chiedeva al ministro Minniti di limitare l'iscrizione all'anagrafe per gli immigrati e di velocizzarne la cancellazione. Un documento che La Verità ha letto, e che vale la pena citare, per far capire carte alla mano a che livello di bassissimo propagandismo sia precipitata l'Anci guidata da Decaro: «La proposta emendativa», scriveva l'associazione un anno e mezzo fa, «intende affrontare la delicata questione dell'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. La problematica è stata più volte portata all'attenzione dell'Anci, principalmente da parte di Comuni di piccole dimensioni sul cui territorio insistono strutture di accoglienza temporanea di grandi dimensioni. Gli uffici d'anagrafe», prosegue il documento, «risultano in tal modo sovraccaricati, soprattutto a causa del forte turnover delle persone accolte, a fronte di tempi molto lunghi per la cancellazione dall'anagrafe delle persone allontanate dai centri di accoglienza, che rimangono quindi a carico dei servizi sociali del Comune». L'Anci, dunque, protestava perché la legge imponeva di iscrivere all'anagrafe tutti gli immigrati, che restavano così a carico dei servizi sociali dei comuni, e perché i tempi per cancellarli erano troppo lunghi, e proponeva un emendamento assai restrittivo. «La proposta emendativa», si legge infatti nel documento, «consente di cancellare il cittadino straniero, una volta acquisita la ragionevole certezza che la persona sia effettivamente irreperibile, senza attendere il decorso di un anno ed indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno». Decaro, quindi, un anno e mezzo fa, con una nota ufficiale, chiedeva che i Comuni potessero cancellare i cittadini stranieri dall'anagrafe senza aspettare un anno e indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno. Oggi, sbraita in senso esattamente opposto. La permanenza di questo top player della giravolta al vertice dell'Anci, però, non è più una certezza: il prossimo ottobre si rinnova la carica, e nelle ultime ore ben 30 sindaci hanno chiesto ufficialmente a Decaro di evitare che l'Anci «venga usata strumentalmente per sostenere le posizioni politiche di una parte del Paese», e si sono detti «convinti che il Decreto sicurezza contenga norme principi giusti e condivisibili». La lettera di protesta contro Decaro è stata sottoscritta, tra gli altri, dai sindaci di Venezia, Luigi Brugnaro; di Genova, Marco Bucci; di Trieste, Roberto Dipiazza; di Verona, Federico Sboarina; di Novara, Alessandro Canelli; di Ascoli Piceno, Guido Castelli; di Terni, Leonardo Latini; di Arezzo, Giuseppe Fanfani; di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna; di Chieti, Umberto Di Primio; dell'Aquila, Pierluigi Biondi; di Monza, Dario Allevi; di La Spezia, Pierluigi Peracchini; di Imperia, Claudio Scajola; di Andria, Nicola Giorgino; di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco; di Vicenza, Francesco Rucco.
Continua a leggereRiduci
Digos a Palermo, dove il primo cittadino ha ordinato agli uffici di registrare gli immigrati in barba alle nuove norme. Roberto Saviano a Matteo Salvini: «Pagliaccio».Giravolta dell'Anci a trazione Pd. Un anno fa i profughi non li voleva. L'associazione dei Comuni è guidata dal democratico Antonio Decaro, fra i più agguerriti contro il decreto sicurezza. Peccato che nel 2017 firmò una richiesta dell'ente al ministro Minniti: tempi brevi per depennare gli irregolari.Lo speciale comprende due articoli. Mentre in piazza a Palermo si stava manifestando per boicottare il decreto sicurezza, gli agenti della Digos si sono presentati all'ufficio Anagrafe del Comune. Sono intervenuti dopo che il capo dei sindaci ribelli, Leoluca Orlando, aveva ordinato gli impiegati di non applicare la nuova legge. In particolare di disobbedire alle norme che vietano l'iscrizione anagrafica agli immigrati in attesa della definizione del loro status. Il blitz della Digos - smentito dalla Questura ma confermato da numerose testimonianze - farebbe comunque parte di una serie di controlli già annunciati: infatti il 18 dicembre scorso il Viminale aveva chiesto ai prefetti ispezioni per verificare che il decreto venisse rispettato. «Gli agenti ci hanno chiesto», raccontano i dipendenti del municipio palermitano, «cosa accade quando vogliamo regolarizzare la posizione di un richiedente asilo e quali sono le procedure che stiamo seguendo». Ieri mattina a Palermo state 10 le richieste di residenza presentate da extracomunitari, tutti originari di Bangladesh e Ghana. Il primo appuntamento per verificare le pratiche è stato però rimandato al 28 gennaio, perché i funzionari non sanno come comportarsi. Infatti il colpo di mano di Orlando mette gli addetti dell'Anagrafe tra incudine e martello: da un lato hanno ricevuto l'ordine scritto dal loro primo cittadino; dall'altro, in quanto ufficiali di stato civile, sono sottoposti al controllo della Prefettura. «Non possiamo permettere che a rimetterci siano i dipendenti», protestano i rappresentanti sindacali, «che accogliendo le richieste dovranno difendersi in giudizio. Abbiamo ricevuto diverse telefonate da parte di funzionari che non sanno cosa fare e sono spaventati per i rischi cui vanno incontro. Apporre una firma a un provvedimento li espone a possibili denunce e, in caso di condanna, alla perdita del posto di lavoro».Un pericolo che corrono da giovedì scorso, quando il capo area, Maurizio Pedicone, ha trasmesso il documento del 21 dicembre in cui il sindaco dispone la sospensione delle procedure previste dal decreto sicurezza, in quanto potrebbe «ledere i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti della persona». Come se spettasse a Orlando, decidere in materia di diritti umani.Tra i sindaci ribelli e il Viminale è sempre più muro contro muro. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ribadisce il pugno di ferro: «Per me la polemica non esiste, c'è una legge dello Stato, firmata dal presidente della Repubblica, applicata dal 99% dei sindaci. C'è qualche sindaco incapace che, siccome non sa gestire Palermo, Napoli, Firenze e altre città, s'inventa polemiche che non esistono. Immigrati regolari e perbene, i profughi veri, avranno più tutele con questo decreto; i furbetti e i finti profughi, spacciatori e stupratori, tornano a casa loro». Anche l'altro vicepremier e leader del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, si schiera sulla posizione del collega leghista: «La legge 132/2018 è una legge dello Stato e nessun governo dirà mai a un sindaco di disobbedire. Abbiamo sostenuto questo decreto e lo portiamo avanti, questa è solo una boutade politica». Se poi ci saranno ricorsi «che in via incidentale andranno alla Corte costituzionale, allora sarà la Corte a giudicare il decreto, ma quello che sto vedendo in queste ore è solo la strumentalizzazione di un tema». Nonostante i richiami a rispettare la firma di Mattarella e sottostare alla legge, Leoluca Orlando tira dritto per la sua strada: «Voglio difendere i diritti umani dei migranti, che sono persone», spiega parlando a un centinaio di individui riuniti davanti a palazzo delle Aquile, a Palermo. «Al nervosismo del ministro rispondo che ho esercitato le mie funzioni di sindaco: ho sospeso l'applicazione di norme di esclusiva competenza comunale che potevano pregiudicare i diritti umani dei migranti. E adesso», conclude, «mi rivolgerò all'autorità giudiziaria perché, in quella sede, il caso possa essere rimesso alla Corte costituzionale che giudicherà la legittimità o l'illegittimità costituzionale di norme che hanno un sapore certamente disumano e criminogeno». Resta il fatto che non spetta certo a chi deve applicare la legge la valutazione sulla sua presunta incostituzionalità. Inoltre non è consentita la disapplicazione di una norma, anche se si sospettasse essere incostituzionale.Alla rivolta di Orlando si sono uniti in questi giorni i sindaci di Napoli, Firenze, Parma e - con dei distinguo - anche l'amministrazione di Milano. Altri 30 invece sono schierati a difesa dell'applicazione del decreto sicurezza, facendo pressing sull'Anci per evitare che l'associazione venga usata strumentalmente per sostenere posizioni politiche.Nella polemica sull'immigrazione è tornata alta la voce dello scrittore Roberto Saviano, che attacca il governo spostando il mirino sulla chiusura dei porti. In un video pubblicato sui suoi canali social, l'autore di Gomorra interviene infatti sul caso della Sea Watch 3 e della Sea Eye: «Mi rivolgo al ministro Salvini: smetti di fare il pagliaccio sulla pelle delle persone. Apri i porti. Basta con questa becera propaganda, basta fare campagna elettorale sulla pelle degli ultimi». E ancora: «Il sindaco di Napoli, di Palermo e altri sindaci, in queste ore, hanno proclamato i loro porti aperti per accogliere queste persone. Al ministro Salvini dico: basta pagliacciate, basta propaganda per le europee. Comportati da uomo, fai sbarcare queste persone».Intanto il vicepremier leghista risponde proprio al primo cittadino di Napoli, Luigi de Magistris, che aveva proposto di aprire il porto della città alla nave tedesca Sea Watch, in mare con 34 migranti a bordo. «Ricevo tante segnalazioni di cittadini napoletani sui problemi della città, dall'immondizia ai parcheggiatori abusivi. De Magistris, invece, pensa a voler aprire i porti, ma questo è competenza del ministro dell'Interno. A De Magistris non è andata bene come magistrato, non è andata bene come sindaco, forse da velista andrà meglio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/poliziotti-in-anagrafe-per-far-rispettare-la-legge-ai-sindaci-in-rivolta-2625136737.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giravolta-dellanci-a-trazione-pd-un-anno-fa-i-profughi-non-li-voleva" data-post-id="2625136737" data-published-at="1773064450" data-use-pagination="False"> Giravolta dell’Anci a trazione Pd. Un anno fa i profughi non li voleva Anno del Signore 2017, l'Anci, la valorosa Associazione nazionale comuni italiani, è guidata come oggi dal sindaco di Bari, Antonio Decaro, esponente di punta del Pd, del quale incarna il valore fondante: l'ipocrisia. Oggi, per avere un po' di visibilità, Decaro (incurante del fatto di rappresentare un'associazione che raccoglie sindaci di tutti i partiti politici) si schiera contro il decreto sicurezza e contro il giro di vite sull'iscrizione all'anagrafe comunale di qualsiasi immigrato, a prescindere della legittimità della sua presenza in Italia. «Se ai migranti presenti nelle nostre città non possiamo garantire i diritti basilari assicurati agli altri cittadini», si chiede affranto Decaro, «né, ovviamente, abbiamo alcun potere di rimpatriarli, come dovremmo comportarci noi sindaci?». Decaro dovrebbe rispondersi da solo, andando a rileggersi quello che proprio lui, a capo dell'Anci, proponeva un anno e mezzo fa all'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti, attraverso un documento contenente le proposte emendative dell'associazione al decreto legge numero 13 del 17 febbraio 2017 recante «disposizioni urgenti per l'accelerazione dei provvedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto alla immigrazione illegale». Tra le critiche al decreto, l'Anci guidata da Decaro sollevava una questione che affliggeva in particolare piccoli comuni dove sorgono grandi strutture di accoglienza, i cui uffici anagrafici risultano sovraccaricati dalle richieste di iscrizione. L'iscrizione all'anagrafe degli immigrati è esattamente il punto sul quale i sindaci sinistrati stanno starnazzando contro il decreto sicurezza. L'articolo 13, infatti, stabilisce il divieto di iscrizione all'anagrafe cittadina per i titolari di permesso di soggiorno per richiesta d'asilo, ovvero quello concesso agli stranieri in attesa di sapere se la loro domanda di protezione internazionale sarà accolta. Decaro, in queste ore, si sta scagliando contro il decreto per ritagliarsi il canonico quarto d'ora di notorietà. La figuraccia però è in agguato, e piomba sul capo del sindaco di Bari sotto forma di quel documento del febbraio 2017 con il quale, appunto, l'Anci chiedeva al ministro Minniti di limitare l'iscrizione all'anagrafe per gli immigrati e di velocizzarne la cancellazione. Un documento che La Verità ha letto, e che vale la pena citare, per far capire carte alla mano a che livello di bassissimo propagandismo sia precipitata l'Anci guidata da Decaro: «La proposta emendativa», scriveva l'associazione un anno e mezzo fa, «intende affrontare la delicata questione dell'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. La problematica è stata più volte portata all'attenzione dell'Anci, principalmente da parte di Comuni di piccole dimensioni sul cui territorio insistono strutture di accoglienza temporanea di grandi dimensioni. Gli uffici d'anagrafe», prosegue il documento, «risultano in tal modo sovraccaricati, soprattutto a causa del forte turnover delle persone accolte, a fronte di tempi molto lunghi per la cancellazione dall'anagrafe delle persone allontanate dai centri di accoglienza, che rimangono quindi a carico dei servizi sociali del Comune». L'Anci, dunque, protestava perché la legge imponeva di iscrivere all'anagrafe tutti gli immigrati, che restavano così a carico dei servizi sociali dei comuni, e perché i tempi per cancellarli erano troppo lunghi, e proponeva un emendamento assai restrittivo. «La proposta emendativa», si legge infatti nel documento, «consente di cancellare il cittadino straniero, una volta acquisita la ragionevole certezza che la persona sia effettivamente irreperibile, senza attendere il decorso di un anno ed indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno». Decaro, quindi, un anno e mezzo fa, con una nota ufficiale, chiedeva che i Comuni potessero cancellare i cittadini stranieri dall'anagrafe senza aspettare un anno e indipendentemente dalla validità del permesso di soggiorno. Oggi, sbraita in senso esattamente opposto. La permanenza di questo top player della giravolta al vertice dell'Anci, però, non è più una certezza: il prossimo ottobre si rinnova la carica, e nelle ultime ore ben 30 sindaci hanno chiesto ufficialmente a Decaro di evitare che l'Anci «venga usata strumentalmente per sostenere le posizioni politiche di una parte del Paese», e si sono detti «convinti che il Decreto sicurezza contenga norme principi giusti e condivisibili». La lettera di protesta contro Decaro è stata sottoscritta, tra gli altri, dai sindaci di Venezia, Luigi Brugnaro; di Genova, Marco Bucci; di Trieste, Roberto Dipiazza; di Verona, Federico Sboarina; di Novara, Alessandro Canelli; di Ascoli Piceno, Guido Castelli; di Terni, Leonardo Latini; di Arezzo, Giuseppe Fanfani; di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna; di Chieti, Umberto Di Primio; dell'Aquila, Pierluigi Biondi; di Monza, Dario Allevi; di La Spezia, Pierluigi Peracchini; di Imperia, Claudio Scajola; di Andria, Nicola Giorgino; di Alessandria, Gianfranco Cuttica di Revigliasco; di Vicenza, Francesco Rucco.
Porto di Lavagna
Decreto cautelare del Consiglio di Stato: stop provvisorio al subentro di F2i SGR nella concessione del Porto di Lavagna. Accolta l’istanza dell’Associazione Marina d’Europa presieduta da Roberto Formigoni. Decisione collegiale attesa il 12 marzo.
Stop temporaneo al subentro di F2i SGR nella gestione del Porto di Lavagna. Con un decreto cautelare monocratico firmato il 27 febbraio, il presidente della quinta sezione del Consiglio di Stato, Francesco Caringella, ha accolto in via provvisoria l’istanza presentata dall’Associazione Marina d’Europa e dall’utente Roberto D’Alesio nell’ambito del contenzioso sulla concessione del porto turistico ligure.
Il provvedimento riguarda il subentro nella concessione della società F2i SGR, contro cui è stato presentato appello dopo che il Tribunale amministrativo regionale della Liguria aveva respinto il ricorso in primo grado con una sentenza breve, sospende temporaneamente il passaggio della concessione e resterà in vigore fino alla camera di consiglio fissata per il 12 marzo 2026, quando il collegio dei giudici amministrativi dovrà decidere se confermare o meno la misura cautelare.
Nel decreto il giudice amministrativo rileva che, «alla luce dell’immediatezza e dell’intensità del pregiudizio dedotto», sussistono i presupposti per concedere una tutela provvisoria. La misura cautelare è stata quindi accordata «ai soli fini dell’inibizione del subentro», in attesa della decisione collegiale. A esprimere soddisfazione per il decreto è stata l’Associazione Marina d’Europa, presieduta dall’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni. In una nota l’associazione si dice «ottimista» sull’esito del giudizio e sostiene che le ragioni dei diportisti rappresentati possano essere riconosciute dal collegio del Consiglio di Stato nella camera di consiglio fissata per il 12 marzo.
Il caso sarà esaminato nel merito cautelare dal collegio del Consiglio di Stato nella camera di consiglio già fissata per il 12 marzo 2026, quando i giudici decideranno se confermare o meno la sospensione.
Continua a leggereRiduci
Catello Maresca (Ansa)
Svolta epocale. Con il referendum siamo di fronte ad una svolta epocale per il nostro Paese, ad uno di quei momenti in cui si scrive la storia. Lo dico senza enfasi. E sarebbe, davvero, un peccato perdere questa opportunità per tatticismi o calcoli politici, condannando la giustizia ad altri decenni di agonia.
L’asprezza dei toni della discussione a cui si è arrivati e le tante posizioni aprioristiche, da un lato e dall’altro, dimostrano che, ormai, il punto focale è, purtroppo, diventato un altro.
Non più la riforma sacrosanta di una giustizia agonizzante, ma un pro o contro il governo. E questo è davvero un peccato mortale. Si tratta di un errore che il nostro Paese potrebbe pagare per i prossimi decenni.
Un sistema giudiziario come il nostro non offre garanzie agli investitori, soprattutto stranieri. Mina la stabilità e condiziona in negativo l’economia e lo sviluppo. Oltre alle più comuni e non meno gravi storture nei casi di tutti i giorni. E questo è un dato incontrovertibile ed uniformemente accettato anche dai detrattori della riforma.
Il dibattito anche acceso, dopo un iniziale muro contro muro di natura eminentemente ideologica, ha fatto venir fuori poche criticità legate, soprattutto, ad una sfiducia verso le cosiddette leggi e i decreti di attuazione. Sintetizzando, il punto è questo: poiché l’attuazione dei principi costituzionali sarà fatto dalla attuale maggioranza, c’è il pericolo che possa farla a proprio uso e consumo per provare a condizionare la magistratura.
Per il resto, pure con i dovuti distinguo, non mi sembra che le obiezioni sull’impianto normativo siano insuperabili. Anche chi oggi critica aspramente, almeno una volta nel recente passato ha sostenuto l’ineludibilita’ di una riforma, la necessità della separazione delle carriere e finanche quella del sorteggio per i membri del Csm, soprattutto dopo i fatti dell’hotel Champagne. E, forse, siamo ancora in tempo per un richiamo ad un atto di responsabilità da parte di tutte le forze politiche in campo, affinché non vada persa questa straordinaria occasione. Non solo stemperando i toni, ma provando a tracciare residui percorsi unitari nel processo di attuazione della riforma.
La discussione si sta concentrando, con posizioni diverse, sul metodo di composizione dell’elenco, da cui saranno estratti a sorte i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Alta Corte di Disciplina. Al netto di una quota di magistrati, che tende naturalmente a difendere le proprie prerogative (cosa purtroppo che ci sta, ricordando a me stesso lo sciopero dell’Associazione nazionale magistrati nel dicembre del 1991 contro il disegno di legge di Giovanni Falcone che istituiva la procura nazionale antimafia), i principali detrattori della riforma insistono, dicendo che sarà il modo con cui la politica controllerà i magistrati.
Ho già più volte ribadito, anche su questo giornale, come le quote riservate ai magistrati (2/3 nei Csm e 3/5 nell’Alta Corte) siano già esse sole una garanzia, ma forse sarebbe più rassicurante per tutti qualche impegno ulteriore anche sul prosieguo del processo riformatore.
Come avviene oggi, infatti, il sistema elettorale (con la riforma sarà di designazione) dei componenti dei tre organi (i due Csm e l’Alta Corte) sarà stabilito da una legge (oggi è la n. 195/1958, che andrà evidentemente modificata).
È auspicabile che si possano, già oggi, individuare quali criteri saranno seguiti per formare il famoso elenco da cui saranno estratti i componenti laici. Ritengo che naturalmente ci sarà un metodo che assicuri la rappresentatività parlamentare, proprio come accade oggi. Un criterio diverso rischierebbe, infatti, almeno, di avere censure pesanti da parte del Presidente della Repubblica. Ma, un impegno in tal senso da parte della attuale maggioranza forse servirebbe a rasserenare gli animi e sicuramente a smascherare anche qualche polemica, chiaramente strumentale e stucchevole, che non fa bene al Paese.
Sarebbe utile, ad esempio, sapere che si sta ragionando e lo si farà con tutte le forze politiche e gli attori istituzionali interessati, su un elenco formato da 100 (o più) professori universitari in materie giuridiche ed avvocati con anni di esperienza; che in questo elenco saranno inseriti nomi di alto profilo, indicati da tutte le forze parlamentari (come accade oggi nell’elezione diretta dei membri del Csm) secondo il principio della rappresentanza popolare. Il livello della discussione potrebbe tornare a quello che si confà ad una riforma costituzionale di tale importanza.
Potremmo discutere nei prossimi giorni se aveva ragione o meno l’Assemblea costituente a ritenere fondamentale, per rispettare l’equilibrio dei poteri, la presenza dei laici nel Csm e se oggi è ancora così. Questo è, infatti, l’unico motivo, forse poco noto o volutamente ignorato dai più critici, per cui l’elenco deve essere formato dai rappresentanti del popolo e non può esserci un sorteggio cosiddetto puro. Si potrebbe ragionare se anche per i magistrati da estrarre a sorte sia più utile individuare dei criteri discretivi, ad esempio, legati all’anzianità ed alle capacità specifiche (basate su documentate conoscenze ed esperienze ordinamentali).
Queste sarebbero le discussioni utili al sistema giustizia ed al Paese che darebbero al cittadino concreti ed alti elementi di valutazione, affinché si possa esprimere liberamente e consapevolmente il proprio voto. Immaginare, invece, che il dibattito continui a fondarsi su paure indotte e suggestioni offre una immagine sconfortante e squalifica il livello di una riforma fondamentale per lo sviluppo del nostro Paese.
Siamo di fronte alla storia ed al futuro dei nostri figli e non possiamo fallire.
Continua a leggereRiduci
«Negli ultimi mesi e soprattutto nelle ultime settimane, attorno a questo referendum si è creato un clima di forte confusione, polemiche, semplificazioni, slogan e talvolta informazioni parziali o peggio completamente distorte. Perché se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non succede nulla», lo dice il premier Giorgia Meloni nel video postato sui social sul referendum.
«Sono storture che negli 80 anni di storia della Repubblica Italiana non siamo mai riusciti a correggere. Abbiamo fatto riforme in tantissimi ambiti, ma sulla giustizia mai in maniera sostanziale, perché a ogni tentativo la reazione è stata sproporzionata. La sinistra si oppone a qualsiasi forma di modernizzazione di questa nazione», ha aggiunto.
Nella foto, don Carlo Parodi e Francesco Paolo Cardona Albini durante la messa a Genova
Nella foto che abbiamo ricevuto si vede il prete con a fianco Cardona Albini. Un’immagine che fa a pugni con la riconosciuta riservatezza del sostituto procuratore. Ma, evidentemente il magistrato non è riuscito a dire di no a don Carlo, un prete con cinquant’anni di onorato sacerdozio alle spalle.
Contattato dalla Verità, il parroco ha tagliato corto: «La sua fonte le ha riferito male. Ho chiesto io a Cardona di spiegare ai fedeli che cosa si vuol fare con questo referendum e lui l’ha spiegato e non si è schierato né per il Sì, né per il No. Sia chiaro». Quindi ha aggiunto: «Se domani mattina vedo sul giornale cose diverse da quelle che ho detto, io denuncio. Ho tutta la chiesa che può testimoniare su quello che le ho spiegato». Evidentemente per don Carlo è normale chiamare sull’altare, durante la messa, un pm a parlare del referendum. Ma che cosa ha raccontato esattamente il magistrato ai fedeli? «Ha riferito qual è adesso la situazione dei giudici e ciò che propone il referendum, ha parlato dei tre super consigli (in realtà il referendum introduce due Csm e un’Alta Corte disciplinare, ndr) e dell’estrazione a sorte. Ma non ha dato giudizi. Io ho concluso invitando tutti ad andare a votare. Quindi credo di aver fatto una cosa civica. Ho detto: “Siamo anche cittadini e dobbiamo parlarci come cittadini”. Ma l’ho fatto al termine, fuori della messa e ho chiesto, come detto, a Cardona di spiegarci il perché di questo referendum e lui l’ha fatto. Ma, lo ribadisco, non si è schierato né per il Sì, né per il No».
Intanto un altro appello alla partecipazione al voto referendario arriva dai missionari Comboniani della Provincia italiana. «Andiamo a votare» scrivono in un volantino. Per i missionari, «la partecipazione al voto non è un semplice diritto civile: è un dovere e un atto di responsabilità verso la comunità». La Costituzione viene definita «un patrimonio da custodire». C’è un riferimento alla «conservazione dell’assetto costituzionale attuale», le cui ragioni, ritengono i comboniani, sarebbero «molto più solide e convincenti di quelle a sostegno della riforma proposta». L’invito finale è esplicito: «Invitiamo a votare No perché questa riforma rischia di indebolire quei meccanismi di equilibrio e controllo che la Costituzione ha sapientemente costruito per garantire davvero la giustizia e il bene di tutti e tutte, specialmente dei più fragili». Solo pochi giorni fa un appello simile era partito dalla rivista dei gesuiti italiani Aggiornamenti sociali. L'invito era a difendere l’equilibrio istituzionale previsto dalla Carta costituzionale.
Il fronte era stato aperto a fine gennaio dall'appello al voto del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, con una frase abbastanza esplicita: «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da preservare».
Continua a leggereRiduci