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Tifosi del Como (Ansa)
Niente esodo a Cremona per i tifosi del Como: ancora una volta invece di gestire l’ordine pubblico, si preferisce far pagare dazio a tutti. Ma è un modello illiberale.
La marcia del calcio italiano verso l’autodistruzione non conosce sosta. Dopo la surreale commedia dello spostamento (di mezz’ora) delle partite di domenica, causa improvvisa scoperta della finale degli Internazionali di tennis, il Como non potrà avere i suoi tifosi al seguito a Cremona per via di vecchie ruggini tra le due tifoserie. Dopo la penalizzazione di tre mesi inflitta quest’inverno a tutti i tifosi del Verona e del Pisa, si fa strada sempre più un modello di calcio plastificato, televisivo, asettico.
Come se non bastasse la settimana di ridicolo con il ping pong tra Lega, prefettura di Roma e Tar sugli orari del penultimo turno di Serie A, ieri è diventato praticamente ufficiale il divieto per i tifosi del Como di seguire la squadra in una trasferta a Cremona che può valere la Champions. Nella segnalazione dell’Osservatorio al Casms, il Comitato che analizza la sicurezza delle competizioni sportive, si consiglia di chiedere al prefetto di Cremona di bloccare l’accesso allo stadio a tutti i residenti nella provincia di Como e di prendere in considerazione tutti i provvedimenti restrittivi del caso. Scontato che il Cams farà propria questa linea e che la Prefettura si adeguerà, semplificando la vita a tutti quanti. L’Osservatorio fa notare che identico provvedimento fu preso per la partita di andata nei confronti dei tifosi grigiorossi. È vero, e infatti non successe nulla. Ma va ricordato che i tifosi della Cremonese, quella domenica, pagarono con quel divieto i disordini che erano avvenuti la settima prima, a poche ore dall’inizio della partita casalinga con il Parma.
Sarebbe anche giusto ricordare altri precedenti. In Cremonese-Como, giocata in serie B il 9 marzo 2024 (terminata 2-1 per il Como), il lariano Gabriel Strefezza fu espulso con un rosso diretto dopo 14 minuti del primo tempo, in una partita gagliarda ma dove non ci fu nessuno scontro tra tifosi. L’Osservatorio, per giustificare il presunto allarme per domani, torna allora indietro alla primavera del 2022 e parla di «gravi disordini». Come racconta La Provincia del 6 maggio 2022, la Cremonese ottenne la promozione in A proprio a Como e i tifosi grigiorossi erano ovunque. Alcuni furono persino spostati in tribuna, con una decisione che si è poi rivelata discutibile perché non riuscivano più a separare gli uni dagli altri. Ci fu qualche contatto tra le due tifoserie, ma il giornale annota che «nessuno è stato portato in ospedale» e «sono stati lanciati alcuni fumogeni e nulla più». Insomma, non sembra un gran precedente. Una delle asimmetrie che continuano a crearsi con questa filosofia di gestione delle partite in trasferta è che i club piccoli vanno a giocare fuori senza nessuno, mentre squadre come Juventus, Inter o Napoli riempiono mezzo stadio dappertutto. Non è una caso che la mano dura sia stata usata quest’anno anche con altri due club con tifosi tutti concentrati nelle province di appartenenza. Alla fine di ottobre, dopo una serie di scontri a Pisa causati anche da una gestione dell’ordine pubblico assai discussa (fu lasciata «scoperta» una stazione ferroviaria), i tifosi del Verona e dei nerazzurri toscani vennero bloccati dal Viminale per ben tre mesi. Questo giornale fu uno dei pochi a osservare che non aveva senso punire migliaia di sostenitori per bene e pacifici. E il ministro Andrea Abodi prese posizione: «Che questo tempo di riflessione (…) serva a comprendere quale dovrà essere il modello futuro nel quale ognuno deve rispondere del proprio comportamento e chi vuole andare a un evento sportivo in pace non veda limitata la propria libertà semplicemente perché la società, e non lo sport, ha qualche delinquente che passa da teppista ad assassino». Sono passati sette mesi e sembra che nessuno abbia riflettuto su niente.
L’unica buona notizia per l’ultima di campionato riguarda il traffico sulla A1 tra Milano e Bologna. Ci saranno solo i tifosi dell’Inter che vanno a Bologna. Niente unni comaschi in giro e Autogrill tutti per i campioni d’Italia.
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Fiera di armi a Bucarest, Romania
Viaggio tra gli stand della grande fiera militare appena chiusa nella capitale rumena: «Facili da usare, sembrano Playstation».
Si è chiusa ufficialmente ieri, 15 maggio 2026, l’edizione più imponente e carica di tensione della storia della Black sea defense aerospace and security (Bsda). Nata nel 2007, la fiera ha celebrato i suoi vent’anni trasformando l’area di Romaero Băneasa in un gigantesco catalogo a cielo aperto della distruzione e della Difesa, in un momento storico in cui il confine tra esposizione tecnologica e necessità del fronte non è mai stato così sottile.
Mentre a pochi chilometri di distanza era in pieno svolgimento il B9, con un summit tra i presidenti di Romania, Polonia ed Ucraina (dove si discuteva di diplomazia, guerra alla Russia e confini), tra gli padiglioni di Bucarest si respirava l’odore metallico dell’olio per armi, il ronzio elettrico dei droni e il rombo dei motori supersonici degli aerei da guerra. Per tre giorni, la capitale romena è stata l’epicentro di una corsa agli armamenti. Non un concetto astratto ma realtà. Toccabile con mano (in tutti i sensi) da delegazioni militari, esperti, capi di Stato e - nell’ultimo giorno - da comuni cittadini.
L’evento ha riunito oltre 550 aziende espositrici provenienti da 36 Paesi, attirando più di 30.000 visitatori e una fitta rete di oltre 350 alti funzionari governativi e militari. Tra le uniformi di mezzo mondo, l’Italia ha giocato un ruolo di primo piano. È stata notata e seguita con attenzione la delegazione italiana, guidata dal generale di Squadra aerea Antonio Conserva, Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare dal maggio 2025. Accompagnato dal suo omologo dell’esercito romeno, il generale Conserva ha visitato diversi stand, soffermandosi a lungo nell’area espositiva di Leonardo, il colosso italiano che presidia il mercato con il velivolo C-27J Spartan, già pilastro dell’aeronautica locale.
La presenza italiana non si è limitata ai vertici: aziende come Beretta hanno mostrato il meglio della produzione di armi leggere, attirando l’interesse di chi, sui campi di battaglia ucraini, ha imparato che l’affidabilità di un fucile può fare la differenza tra la vita e la morte. Era possibile fare raffronti. Impugnare una Colt o una Glock. Prendere la mira con Rgp o utilizzare i droni antidroni. Entrare all’interno di un F-35 o di un mezzo blindato.
Non è stata una fiera qualunque quella di quest’anno. La Bsda 2026 si è svolta in concomitanza con il vertice del Bucarest 9 (B9), l’alleanza nata nel 2015 per rafforzare il fianco orientale della Nato. Il clima politico è stato elettrizzato dalla presenza del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, arrivato a Bucarest per incontrare il suo omologo romeno Nicusor Dan (al centro di una grave crisi di Governo) e il presidente polacco, Karol Nawrocki. Zelensky ha visitato una base di addestramento per i piloti di F-16, gli stessi caccia che hanno sorvolato i cieli della fiera insieme agli Eurofighter Typhoon della Royal air force britannica. La Romania e la Polonia, motori del B9, hanno ribadito la necessità di una presenza permanente sul Mar Nero, trasformando l’area espositiva della Bsda nel banco di prova per i futuri contratti miliardari che ridisegneranno la sicurezza europea.
Se i carri armati restano i simboli della forza bruta, la Bsda 2026 ha sancito il dominio assoluto dei sistemi unmanned (senza pilota) e dell’Intelligenza aArtificiale. Camminando tra gli stand, l’impressione è stata quella di trovarsi in una fiera dell’elettronica con droni-cane che giravano per la fiera e umanoidi pronti ad abbracciare i fucili.
Sono i droni i protagonisti assoluti: dai celebri Bayraktar turchi ai nuovi prototipi di droni navali di superficie come l’Asmines, sviluppato dall’accademia navale «Mircea cel Bătrn». Ma la vera novità è stata l’integrazione massiccia dell’IA. Sistemi di sorveglianza e spionaggio capaci di analizzare migliaia di dati al secondo per identificare bersagli con una precisione chirurgica. I produttori hanno presentato interfacce di controllo che rendono l’atto di colpire un obiettivo simile a un videogioco. «È facile come giocare alla PlayStation», sussurrava un espositore mentre mostrava un sistema di puntamento remoto. Una semplificazione tecnica che nasconde la complessità e la letalità di proiettili super perforanti e bombe a guida laser pronte a essere sganciate da velivoli invisibili ai radar. Uno degli aspetti più d’impatto della Bsda è stata la possibilità, per i professionisti e i militari (ma anche di noi giornalisti), di imbracciare e maneggiare le armi che oggi vediamo nei reportage di guerra. Pistole, mitragliatrici di ultima generazione, cannoni e sistemi anti-drone erano «a portata di mano».
All’esterno, la mostra statica organizzata dall’esercito romeno ha offerto una panoramica completa del potenziale bellico attuale: Piranha V, i massicci trasporti truppe corazzati; Himars, i lanciarazzi che hanno cambiato le sorti di molti scontri in Ucraina; Patriot, il sistema di difesa missilistica che rappresenta lo scudo contro le minacce aeree; Gepard, il complesso antiaereo diventato fondamentale per abbattere i droni kamikaze.
La fiera è stata anche il luogo di accordi strategici che guardano al lungo periodo. La coreana Hanwha Aerospace ha firmato un protocollo con l’estone Milrem Robotics per produrre veicoli terrestri senza pilota direttamente in Romania, puntando a creare una filiera locale. Anche Hyundai Rotem ha mostrato i suoi muscoli, portando il carro armato K2 e il robot quadrupede senza pilota, dimostrando che la Corea del Sud è ormai un attore imprescindibile della Difesa europea (non parliamo, poi, dei sistemi missilistici). Interessante anche la partecipazione di Kia, che ha presentato in anteprima europea il Tasman, un veicolo di comando militare tattico derivato da un pickup, progettato per la massima mobilità fuoristrada e dotato di luci oscuranti per evitare la rilevazione notturna. L’israeliana ParaZero Technologies ha dato prova delle sue capacità con il sistema DefendAir, una soluzione antidrone che utilizza il lancio di reti per neutralizzare minacce ostili in contesti urbani o di battaglia.
La chiusura della Bsda 2026 lascia un’immagine potente: una folla di visitatori che, nell’ultimo giorno di apertura al pubblico, osserva con un misto di meraviglia e timore le macchine da guerra. In un momento di tensioni globali senza precedenti, la fiera di Bucarest ha dimostrato che la corsa agli armamenti è, oggi, il business più solido e tecnologicamente avanzato del pianeta.
Dalle motociclette elettriche per le forze speciali ai sistemi radar TPS 79 R, ogni pezzo esposto raccontava una storia di innovazione votata alla sicurezza. Ma oltre la tecnologia, rimane la consapevolezza che questi strumenti, oggi lucidati e pronti per i selfie dei visitatori, sono gli stessi che definiscono il destino dei confini europei.
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Record annuale al 4,6% degli interessi sui bond Usa: salgono i timori per l’inflazione causata dalla guerra, +3,5% per il petrolio. La crisi di Keir Starmer fa invece volare al 5,2% i decennali britannici. I costi degli Stati appaiono sempre meno sostenibili, Borse ko.
I mercati non hanno applaudito dopo il vertice di Pechino. Hanno preso nota che la diplomazia si è presentata al grande summit in giacca lucida ma senza una cravatta abbastanza stretta da contenere il disordine del mondo. Il vertice tra Xi Jinping e Donald Trump si è chiuso con il sorriso di circostanza e poca sostanza. Buone intenzioni, pochissime concessioni.
Gli Stati Uniti scoprono di avere le scarpe piene di sabbia. I rendimenti dei Treasury hanno riscritto il confine: 4,6% sul titolo decennale. Non è più tecnica, è temperatura. Il segnale che il sistema suda copiosamente. Il petrolio non si limita a salire: si allunga come un’ombra lunga sulla finestra del mondo. Ieri è salito del 3,5% sfiorando ancora 110 dollari. Come se le imposte fossero state abbassate e ogni paura avesse trovato il suo prezzo. Tutte le volte che in Medio Oriente si spara il barile reagisce come un animale che riconosce il pericolo prima ancora di vederlo. E quando il petrolio si muove le Borse si piegano come soldati stanchi. Milano perde l’1,8%, Francoforte il 2%, Parigi l’1,6%. I grafici sembrano onde che non trovano più riva. Solo mare aperto. Ma il vero epicentro del brivido non è nei listini: è nei titoli di Stato, dove il mondo finge di credere alla propria solidità mentre il mercato ne misura le crepe. A Londra i Gilt sono diventati sismografi politici. Ogni punto base è una vibrazione che attraversa Westminster. I rendimenti salgono come una marea lenta ma inesorabile, e la sterlina scivola senza tregua come se avesse perso il suo riflesso. La Gran Bretagna, in questo scenario, non è in crisi: è in sospensione narrativa. La politica interna si è trasformata in una variabile di rischio globale. Andy Burnham come futuro premier non è più solo un nome, ma una possibile biforcazione del destino fiscale del Paese. Il mercato non lo vota e non lo giudica: lo prezza. E per fare questo lavoro lo ingigantisce, lo deforma, lo trasforma in una specie di spettro che si aggira tra i grafici. I Gilt a 30 anni salgono fino a livelli che ricordano epoche in cui il mondo aveva un’altra lingua finanziaria. Il 5,8% non è un rendimento: è una domanda senza risposta. È il mercato che chiede «siete sicuri?» e si risponde da solo «non del tutto». Mentre la City ascolta il proprio battito irregolare, Washington scopre che il cuore del sistema globale batte con maggior fatica. Il respiro è affannoso. La Federal Reserve cambia guardiano proprio mentre intorno si sente l’ululato dei lupi. Vogliono azzannare il Toro che ha dominato le Borse negli ultimi anni. Jerome Powell esce di scena come un direttore d’orchestra che lascia la bacchetta mentre la musica non ha ancora deciso se diventare sinfonia o stonare. Al suo posto arriva Kevin Warsh, che entra non in una stanza, ma in un campo magnetico. La sua Fed non eredita solo numeri: eredita tensioni. Inflazione che non si lascia archiviare, energia che scalcia e la Casa Bianca che cerca la la semplificazione dei tassi mentre i mercati vedono la complessità. Il decennale americano al 4,6% è l’equilibrio su una corda tesa. Il trentennale vicino al 5% è un’eco lunga che dice una cosa sola: il tempo, oggi, costa caro. Warsh entra in questo scenario come chi apre una porta e ne trova ma un’altra identica, e poi un’altra ancora. La politica monetaria non è più una leva: è un corridoio poco illuminato. Si vede poco e male. Ogni decisione produce la sua ombra, e spesso l’ombra è più grande dell’oggetto. Nel frattempo, il petrolio continua a scrivere il suo linguaggio primordiale. Ogni risposta diventa una tassa invisibile sull’economia globale. Le borse, in questo teatro, sono gli spettatori più nervosi: guardano tutto, reagiscono subito, dimenticano in fretta. Ma questa volta la memoria non serve, perché il copione non cambia: debito che cresce, tassi che salgono, rischio che si espande. Tra Washington e Londra si forma così un asse strano, quasi speculare. Due economie avanzate che scoprono di condividere la stessa vertigine: quella di un debito sempre più costoso. Alla fine resta un’immagine: il mondo finanziario come una grande nave illuminata, da luci intermittenti. Non accelera, non si ferma.
Ogni oscillazione dei tassi è un’onda che sale più in alto della precedente. Warsh che entra nella Fed come in una stanza dove le finestre danno tutte sullo stesso panorama. Il mercato osserva, giudica e non aspetta.
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Gustavo Zagrebelsky e Giorgio Parisi (Ansa)
Gustavo Zagrebelsky teorizza due egemonie culturali: una buona e gramsciana, che verrebbe «dal basso», e una cattiva, di destra, imposta dall’alto. Giorgio Parisi dà la colpa del niet a Joseph Ratzinger al rettore che rese pubblica la lettera dei docenti: la censura va praticata in silenzio...
Il modo migliore per comprendere a fondo che cosa sia davvero il mondo della cosiddetta cultura italiana consiste nell’esaminare con attenzione le esternazioni di coloro che ne fanno parte e ne sono addirittura considerati autorevolissimi esponenti. A tale riguardo ci vengono in aiuto due nomi pesanti, due istituzioni: il sommo giurista Gustavo Zagrebelsky e il premio Nobel Giorgio Parisi. Il primo, intervistato dalla Stampa al Salone del libro di Torino, dichiara che «dall’alto la cultura non si cambia». Subito dopo, l’illustre Zagrebelsky spiega che esistono due tipi di egemonia culturale.
La prima è quella gramsciana: «L’espressione egemonia viene da Gramsci che aveva posto nei Quaderni dal carcere l’obiettivo alla classe operaia. Il suo pensiero era rivolto alla fermentazione dal basso, alla libertà degli artisti, dei filosofi e dei cittadini comuni che condividono un modo di stare insieme legato a certi valori, che più si diffondono e più diventano egemoni, cioè dominanti ma sempre basati sulla libertà». La seconda egemonia è invece quella «che parte dall’alto. Il fascismo aveva il ministero della Cultura popolare. Era la cultura promossa dall’alto, occupando i posti nell’università, cacciando i dissidenti, chiudendo i giornali. Cioè l’occupazione dei posti della cultura».
Dispiace contraddire il fine giurista, ma la realtà dimostra che le due egemonie da lui citate sono in realtà due aspetti del medesimo esercizio del potere. Da una parte si teorizza che il popolo deve fare propri certi valori armonizzandosi ad essi, dall’altra gli si impongono questi valori più o meno dolcemente occupando tutti i posti che contano. Che è esattamente ciò che per decenni ha fatto la sinistra in Italia. Quando la destra ha provato, maldestramente e solo in parte, a fare lo stesso, apriti cielo. Potremmo dunque sintetizzare il discorso di Zagrebelsky in questo modo: esistono due egemonie, una buona e una cattiva. Se comanda la sinistra, c’è quella buona. Il resto è pessimo. La verità, signori, è che la cultura si cambia solo dall’alto. Le élite dispongono, e il popolo può fare più o meno resistenza a seconda del suo stato di salute e della sua prontezza di spirito. In Italia le imposizioni progressiste hanno fatto breccia solo in parte, ma ciò non impedisce ai maestri del pensiero di considerarsi gli unici depositari della verità e di arrogarsi il diritto di dettare legge su un territorio - quello politico-culturale - che ritengono essere di loro esclusiva competenza.
Ed è qui che Giorgio Parisi - personalità nota per parlare di tutto tranne di ciò di cui è realmente esperto - ci fornisce un fulgido esempio dell’autoreferenzialità supponente della classe intellettuale dominante. Il Nobel fu tra i 67 scienziati che impedirono a Benedetto XVI di aprire l’anno accademico della Sapienza di Roma. Uno sfregio alla cultura e alla libertà di parola che è stato solo parzialmente sanato dalla visita di papa Leone XIV all’università romana dell’altro giorno. Ebbene, Parisi a distanza di quasi un ventennio coglie l’occasione di ribadire che fu giusto osteggiare Ratzinger. Se ne scaturì un putiferio, spiega, fu solo colpa del rettore del tempo. «Nella nostra lettera», argomenta Parisi, «consigliavamo al rettore di non consentire la visita se questo era possibile. La lettera finì sui giornali a gennaio senza data, pochi giorni prima della visita, ma era del novembre 2007 ed era stata mandata privatamente al rettore. Non volevamo minimamente annullare una visita già annunciata coram mundo: sarebbe stato un atto di scortesia. Era un consiglio ragionevole, se il rettore avesse accettato di programmare la visita in un’altra occasione, ma andò avanti e le cose non sono andate bene».
Chiaro no? Se il rettore avesse obbedito in silenzio non sarebbe accaduto nulla. Poi, Parisi chiarisce che a Prevost è stato permesso di entrare in ateneo, ma solo a determinate condizioni. «Benedetto XVI doveva inaugurare l’anno accademico, non compiere una visita pastorale, cosa che cambia moltissimo il contesto. La differenza è fondamentale», dice il Nobel. Già: Leone è andato in visita, ma sappiamo bene che non gli sarebbe stato concesso di tenere alcuna lezione: «La cosa più importante è il contesto differente, perché come non si invita il presidente della Repubblica ad aprire l’Anno Santo così non si invita un Papa ad aprire un anno accademico. In ogni caso sono contento di tutto quello che questo Papa sta facendo». Che gentile, Parisi. È così magnanimo da dare la benedizione al Papa. Ma solo perché - sia evidente a tutti - esprime garbatamente posizioni politiche che al nostro scienziato non dispiacciono troppo.
Eccola, l’egemonia culturale in purezza. Sono loro, gli eletti, i veri rappresentanti del Verbo in terra, a decidere chi possa parlare in una università, chi possa tenere lezioni e chi debba invece limitarsi a una visitina o addirittura tacere. Sono loro a decidere se un Papa è accettabile oppure no, se al Salone del libro può entrare un editore o un altro. Sono loro, sempre loro. Perché la cultura non si cambia dall’alto solo se non fai parte del circolino giusto.
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