Dalle registrazioni emergevano comportamenti da parte della toga certamente poco edificante per l’immagine della categoria. In una di esse Fresa litigava con l’amante e con i carabinieri, intervenuti per sedare la rissa, aveva accusato la donna di avere «dei precedenti». Lei rispondeva dandogli del «puttaniero», senza che lui si scomponesse.
In effetti, qualche mese prima, in un altro audio, il magistrato aveva proposto a B. (così si legge in una denuncia della donna): «Dai facciamo una cosa pazza […] chiamiamo qualcuna». Un’offerta che sarebbe stata prontamente rispedita al mittente: «Non è normale che mi proponi di chiamare una prostituta per scopare adesso con noi dal nulla. C’è nostro figlio a casa».
Altrettanto sconcertante è la registrazione in cui si sente Fresa rivolgersi al figlio, all’epoca cinquenne, con queste parole: «Tua madre è la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio. Questo è mamma tua. Però con me purtroppo ha sbagliato».
Il 16 marzo scorso l’ex consorte è stata convocata dai carabinieri per l’identificazione e la nomina del difensore in quanto indagata per inosservanza al provvedimento del giudice civile che aveva prescritto l’affido condiviso del figlio, respingendo le richieste di B..
La lunga querelle giudiziaria della coppia è iniziata nel 2020, quando l’ex compagna denunciò Fresa per lesioni dopo essere stata colpita violentemente alla tempia, durante una colluttazione. Il colpo, come documentano alcune foto, causò alla donna un’«ematoma al volto con rigonfiamento all’altezza dell’arcata sopraccigliare». Il procedimento penale si risolse con il proscioglimento di Fresa dopo che B. aveva ritirato la denuncia. Il magistrato è stato archiviato anche in altri due inchieste penali (una a Roma e una a Civitavecchia) in cui gli venivano contestati maltrattamenti in famiglia.
Uno dei due era stato avviato da un’ulteriore querela dell’ex moglie.
Il gip, che, lo scorso ottobre, ha archiviato l’ultimo fascicolo, ammetteva che «le 28 registrazioni effettuate dalla querelante nel corso di circa 4 anni» documentavano «il coinvolgimento del figlio minore nelle dinamiche conflittuali che agitavano i genitori», ma sosteneva che «alcune frasi obiettivamente ingiuriose e denigratorie pronunciate da Fresa nei confronti» dell’ex consorte, «in alcune occasioni anche alla presenza del figlio o della collaboratrice domestica», non consentivano, «per la loro episodicità e per la valutazione resa dal consulente tecnico d’ufficio nel giudizio civile, di […] ricondurre le condotte nell’ambito dell’ipotesi delittuosa di maltrattamenti in famiglia».
Il 30 gennaio scorso B. è tornata alla carica, convinta della pericolosità dell’ex marito. Ha chiesto ai magistrati di Roma di valutare un’eventuale responsabilità penale di Fresa per «maltrattamenti, almeno sotto il profilo psicologico, in danno del bambino» e ha denunciato «l’ambiente e le condizioni di vita che lo stesso Fresa ha creato e tollera nella sua abitazione di Roma, tali da porre a rischio lo sviluppo armonico e ordinato della personalità morale e psicologica» del figlio.
Pur di fronte a una situazione tanto complessa, a dicembre, il Csm ha archiviato la pratica per incompatibilità ambientale aperta nei confronti di Fresa a seguito della pubblicazione di un articolo relativo all’inchiesta di Civitavecchia (al centro un ulteriore «incidente» occorso a un’altra amante). Determinante per l’archiviazione si è rivelata la posizione del procuratore generale della Cassazione, Piero Gaeta: la toga ha evidenziato la mancanza dello «strepitus» mediatico, decisivo per il riconoscimento dell’incompatibilità ambientale, ma ha anche scelto di non promuovere alcuna azione disciplinare e ha giustificato tale decisione con le richieste di archiviazione in sede penale. In più, ha assicurato di avere «limitato le funzioni interne» di Fresa in ragione delle «problematiche che erano emerse e che ora si sono ripetute».
Dopo questa «arringa» Palazzo Bachelet ha riconosciuto che «i fatti posti all’attenzione dell’autorità giudiziaria di Civitavecchia non risultano oggetto di alcuna divulgazione» e ha disposto l’archiviazione.
Fresa ha salvato posto di lavoro e stipendio.
Adesso la Procura generale della Cassazione è ritornata sui suoi passi e ha aperto un nuovo procedimento disciplinare, il 4/26 D.
La ex moglie è stata convocata il 14 maggio «per essere sentita quale persona informata dei fatti» dagli avvocati generali Giuseppina Casella e Pasquale Fimiani, entrambi vice di Gaeta (Fimiani ha concorso con lui per il posto di pg). Dunque, almeno questa volta, sembra che la pratica sia stata presa seriamente.
Ricordiamo, infatti, che all’epoca in cui La Verità rivelò la storia del colpo inferto da Fresa al volto dell’ex moglie e la conseguente denuncia, la Procura generale, quando a dirigerla era Giovanni Salvi, aveva chiesto il non luogo a procedere. Ma il Csm si era opposto e aveva ordinato l’imputazione coatta. A questo punto, dopo una complessa e lunga istruttoria, la Procura generale, stavolta guidata da Luigi Salvato, aveva chiesto l’assoluzione. Ma anche in questo caso il Csm aveva deciso diversamente e aveva inflitto al magistrato della Cassazione la condanna alla perdita di sei mesi di anzianità.
Nella sentenza del 2022 vengono riportati alcuni passaggi interessanti dell’istruttoria. Per esempio la testimonianza di E., un’ex compagna di liceo di Fresa, la quale, però, ha offerto una versione dei fatti favorevole a B.. Scrivono, i consiglieri del Csm: «Sia nel colloquio con la Pg che nel breve incontro con E., il dottor Fresa non ha negato il fatto, ma lo ha al contrario corroborato con il riferimento alla necessità di un supporto psicologico.
Peraltro questo riferimento alla riconosciuta (da parte del dottor Fresa) necessità di un aiuto psicologico, evidentemente necessario per un soggetto non in grado i controllare i propri impulsi violenti, è presente anche nella narrazione della signora B.».
Nella sentenza si legge pure: «Lo stesso dottor Fresa, d’altronde, in tutte le dichiarazioni rese pur negando di avere intenzionalmente colpito la moglie ha ammesso di avere esercitato una azione violenta in danno della stessa al fine di impedirle di continuare la conversazione telefonica in atto con M. (un’altra amante, ndr) e di riprendere il telefono».
Un tradimento che Fresa aveva ammesso con queste parole: «In effetti con la predetta M. ho intrattenuto una relazione intima nel mese di luglio 2019».
Quindi B. si può comodamente definire la classica donna «cornuta e mazziata».
Durante le indagini l’ex moglie ha citato pure i presunti precedenti di Fresa, che non sappiamo se siano mai stati accertati: «lo ho un buon rapporto con P. Fresa, la figlia di Mario nata dal precedente matrimonio di mio marito» ha dichiarato a verbale la donna. «P. spesso mi parla dei comportamenti avuti da Mario durante il precedente matrimonio, fatti di violenza nei suoi confronti, nei confronti della madre e dell’altra sorella D.; spesso dopo questi atti violenti Mario finiva per fingere di aver ricevute lui stesso percosse e minacciava di chiamare l’ambulanza».
Alla fine la Sezione disciplinare (presidente David Ermini, relatore Giuseppe Cascini), nel 2022, infligge a Fresa la pena della perdita di sei mesi di anzianità.
Con queste motivazioni: «La particolare gravità del fatto commesso, caratterizzato da una condotta violenta nei confronti della moglie convivente, all’esito di una lite scaturita dalla infedeltà dell’incolpato»; «la grave lesione arrecata alla immagine del magistrato, a seguito della diffusione mediatica della vicenda e anche in considerazione della posizione rivestita dall’incolpato nell’ordine giudiziario (sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, addetto al disciplinare)»; «la mancata comprensione, anche successivamente al fatto, della gravità della condotta e l’assenza di consapevolezza del disvalore del fatto da parte dell’incolpato, il quale ha continuato ad attribuire ad asseriti deficit psicologici della moglie la responsabilità di quanto accaduto».
Fresa, a questo punto, fa ricorso davanti alla Cassazione, proponendo sette motivi di doglianza. Le Sezioni unite della Suprema Corte ne rigettano sei, accogliendo soltanto l’ultimo che concerneva la quantificazione della sanzione.
Il nuovo Csm, presieduto questa volta da Fabio Pinelli, nel 2024, di fronte alla richiesta di rideterminazione della pena, l’ha ridotta a due mesi.
Nelle scorse settimane, Palazzo Bachelet, dopo i nostri articoli, non ha avviato nessuna nuova pratica, mentre la Procura del Palazzaccio, come detto, ha deciso di aprire un procedimento per provare a vederci chiaro.
E, forse, per ascoltare quegli audio imbarazzanti che il gip non ha ritenuto sufficienti per condannare Fresa.