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2018-11-28
Il fallimento dei droni di Piaggio Aero è colpa del Pd (Renzi e Pinotti)
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ANSA
Quasi 620 milioni di euro di debiti, con un attivo di 494 milioni. Sono le cifre che compaiono nella richiesta di ammissione all'amministrazione straordinaria da parte di Piaggio Aerospace, l'azienda di Villanova d'Albenga specializzata nella costruzione di droni, arriva al capolinea la scorsa settimana. E' la prima volta dopo quattro anni, a distanza dell'ultima pubblicazione del bilancio nel 2014, che si viene a conoscenza del reale stato economico di questa azienda, su cui i governi di centrosinistra avevano investito molto in questi anni, soprattutto l'ex premier Matteo Renzi e il ministro della Difesa Roberta Pinotti, annunciando in pompa magna del 2014 l'apertura di un nuovo stabilimento. Peccato che le cose siano andate diversamente. E che soprattutto, dopo l'entrata del fondo emiratino Mubadala nel 2015, la situazione fallimentare di Piaggio sia stata per anni sotto gli occhi di tutti senza che nessuno abbia mosso un dito.
Anche per questo motivo, tra i sindacalisti e chi ha seguito la vicenda in questi anni, sono suonate un po' strane le critiche mosse proprio dalla Pinotti all'attuale governo. «Quello che noi abbiamo fatto, loro lo hanno disfatto», ha detto l'ex numero uno della Difesa attaccando il governo gialloblu. «Il silenzio della maggioranza e del governo sul futuro di Piaggio era ed è irresponsabile. Ma è stato solo la naturale anticamera di questo disastro» ha aggiunto il vicepresidente della Commissione giustizia della Camera, Franco Vazio. Leggendo queste dichiarazioni del Pd, viene da domandarsi chi abbia governato su Piaggio in questi anni. Perché è pur vero che è stato lasciato in eredità dal precedente esecutivo questa estate il decreto firmato Pinotti-Vecciarelli sullo stanziamento di 766 milioni di euro per i droni militari P2.hh, che il ministro per lo Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha fermato, ma è assolutamente fuorviante sostenere che i governi Renzi-Gentiloni abbiano fatto di tutto per salvare la Piaggio. Del resto basta mettere in fila i nomi di chi ha gestito il dossier negli ultimi anni, per capire che i dem hanno più di una responsabilità sul disimpegno di Mubadala come del rischio licenziamento per 1.200 lavoratori.
Oltre a Renzi che celebrò in pompa magna nel 2014 lo stabilimento di Villanova D'Albenga, a seguire da vicino il dossier tra i 2014 e il 2016, fu l'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, figura di punta del Giglio magico fiorentino. E proprio i renziani hanno ottenuto i maggiori benefici dalla gestione di Piaggio, perché mentre l'azienda falliva, senza una politica industriale all'altezza, c'era per esempio chi come il gruppo Orsero versava alla Leopolda di Firenze ben 70.000 euro. Gli Orsero sono famiglia impegnata nell'alimentare famosa nel mondo e proprio Piaggio rilevò da loro un capannone in Liguria dove è stata esternalizzata parte della produzione.
Ma non finisce qui. Perché ancora adesso non sono chiari i motivi per cui la stessa Pinotti, insieme con l'ex capo di stato maggiore dell'Aeronautica Enzo Vecciarelli, ora capo di stato maggiore della Difesa, non siano mai intervenuti sulle scelte dell'azionista di maggioranza Mubadala. Lo avrebbero potuto fare, grazie al golden power, che permette al governo italiano di sorvegliare sulle aziende strategiche. A questo proposito il governo non aveva solo il diritto ma il dovere di «sorvegliare l'equilibrio economico-finanziario» dell'azienda. Persino la Corte dei Conti sollevò obiezioni alla cessione della maggioranza a Mubadala. E il ministero della Difesa rispose che, nonostante ci fossero gli estremi per opporsi, riteneva che Mubadala avrebbe garantito i livelli occupazionali di Piaggio. La risposta alla Corte dei conti venne inviata con una lettera di accompagnamento di Carlo Magrassi, allora consigliere militare di Renzi e oggi consigliere industriale del ministro Elisabetta Trenta. Nessuno si è accorto che Piaggio accumulava 618 milioni di debiti?
Per di più nel settembre dello scorso anno a certificare il fallimento dell'azienda un documento della Guardia di finanza che certificò la crisi economica spiegando come l'allora governance aveva violato gli obblighi di legge nella presentazione dei documenti per la gara d'appalto per la manutenzione dei P.180 Avanti come i corsi di addestramento per i piloti. Si trattò di un perdita di una commessa da 3,5 milioni di euro, rilevante perché riguardava un nostro corpo di polizia. All'epoca il governo non disse una parola. E a palazzo Chigi c'era il Pd, non i gialloblu Lega e 5 Stelle.
Alessandro Da Rold
Azienda ferma agli anni Ottanta: tutti i motivi del fallimento dei droni
Giphy«Dobbiamo capire come evolverà la situazione e poi faremo le valutazioni del caso. Abbiamo visto che è una società entrata in amministrazione straordinaria e sappiamo che svolge funzioni importanti per l'Aeronautica Militare italiana, come ad esempio la manutenzione del Mb-339 che è oggi il sistema di training base, quindi importantissima per il nostro cliente e per noi». Le parole di Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, colgono un aspetto importante, già sottolineato dalla Verità, sull'importanza strategica di Piaggio Aerospace. Perché come scritto dal nostro giornale, uno delle mansioni più delicate di questa società è appunto la manutenzione dei motori degli Mb-339 di produzione Rolls Royce. Se Leonardo dovesse entrare in Piaggio, aspetto che gli analisti hanno già bocciato come eventualità, potrebbe entrare nella partita Ge Aviation, braccio industriale dell'americana General electric, competitor dell'industriale dell'azienda di motori britannica innescando tensioni e rischiando di lasciare a terra i velivoli della nostra aeronautica. Ma non è solo questo uno degli scogli contro cui potrebbe imbattersi l'azienda di piazza Montegrappa. Certo, l'amministrazione straordinaria potrebbe permettere a Leonardo di acquistare Piaggio a prezzi più bassi rispetto a un debito di più di 600 milioni di euro. Ma la domanda è se davvero la società di Villanova D'Albenga sia ancora competitiva sul mercato. Del resto i droni non sono decollati dal punto di vista del mercato.
Senza dimenticare che il prototipo del P1.hh Hammerhead è precipitato durante un collaudo al largo della base militare di Trapani, era il maggio del 2016, a non convincere è stata proprio la politica industriale degli ultimi anni. Il P.180 evo è ormai fuori mercato, anche perché costa più di un jet di una categoria superiore. Consuma di meno, va veloce, ma a livello di manutenzione il costo di 8 milioni di euro è eccessivo, rispetto ai 4,5, per esempio, del brasiliano Phenom 100. Per di più dal 1980 a oggi di P.180 ne sono stati venduti appena 300, un po' pochi, per un modello che non è mai stato aggiornato, ancora incentrato sulla formula tre superfici che non viene più utilizzata nel mondo. In sostanza si tratta di un aereo complicato da fare, costoso da costruire, ormai vecchio e senza mercato.
Senza la vendita dei P.180, senza i soldi per i P2.hh, che sembrano non interessare più a Mubadala che ha portato i libri in tribunale, con il rischio di perdere la manutenzione motori, senza la nascita di nuovi prodotti (il nuovo aereo P.1XX è stato abbandonato dieci anni fa) la sopravvivenza di Piaggio potrebbe non avere più senso. Bisognerebbe ricomprarla dagli Emirati Arabi? Venderla a Leonardo? Ma a questo si aggiungono altre scelte di politica industriale completamente sbagliate, come la vendita della sede di Finale Ligure e poi la dismissione di quella di Genova, per fare il nuovo stabilimento su Albenga, come voluto dal governo di Matteo Renzi.
All'epoca nessuno si rese conto che la pista dell'aeroporto Felice Panero sarebbe stata troppo corta per i prototipi. Non a caso, è stata tenuta aperta anche la base di Genova e viene affittata quella militare di Trapani della nostra aeronautica militare. Forse vale la pena rispolverare ancora le parole del generale Leonardo Tricarico su Formiche.« Perché non cominciare a pensare ad una specialità non militare, che già oggi si intuisce diventerà preziosa in ambiti di sicurezza e protezione civile? Una sorta di "droni di Stato", di proprietà della Presidenza del Consiglio e gestiti dall'Aeronautica Militare solo sotto il profilo tecnico-operativo. Questo avrebbe il pregio di sfruttare le competenze dell'Aeronautica e di attestare con trasparenza i costi ai reali beneficiari, nonché di sollevare i militari dal mettersi in casa un altro figlio da sfamare in momenti di cinghia sempre più stretta». Chissà se qualcuno lo ascolterà.
Alessandro Da Rold
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L'ex ministro della Difesa e i dem attaccano i gialloblu sul fallimento dell'azienda produttrice di velivoli a pilotaggio remoto, eppure il golden power imponeva al governo precedente l'onere e l'onore di «sorvegliare l'equilibrio economico-finanziario». Non è stato fatto. Del resto dal 2014 non viene pubblicato un bilancio e nel 2017 persino la Guardia di finanza escluse la società dal bando di manutenzione per violazione degli obblighi di legge. Il P.180 evo è ormai fuori mercato, anche perché costa più di un jet di una categoria superiore. Consuma di meno, va veloce, ma a livello di manutenzione il costo di 8 milioni di euro è eccessivo, rispetto ai 4,5 per esempio, del brasiliano Phenom 100.Lo speciale contiene due articoliQuasi 620 milioni di euro di debiti, con un attivo di 494 milioni. Sono le cifre che compaiono nella richiesta di ammissione all'amministrazione straordinaria da parte di Piaggio Aerospace, l'azienda di Villanova d'Albenga specializzata nella costruzione di droni, arriva al capolinea la scorsa settimana. E' la prima volta dopo quattro anni, a distanza dell'ultima pubblicazione del bilancio nel 2014, che si viene a conoscenza del reale stato economico di questa azienda, su cui i governi di centrosinistra avevano investito molto in questi anni, soprattutto l'ex premier Matteo Renzi e il ministro della Difesa Roberta Pinotti, annunciando in pompa magna del 2014 l'apertura di un nuovo stabilimento. Peccato che le cose siano andate diversamente. E che soprattutto, dopo l'entrata del fondo emiratino Mubadala nel 2015, la situazione fallimentare di Piaggio sia stata per anni sotto gli occhi di tutti senza che nessuno abbia mosso un dito. Anche per questo motivo, tra i sindacalisti e chi ha seguito la vicenda in questi anni, sono suonate un po' strane le critiche mosse proprio dalla Pinotti all'attuale governo. «Quello che noi abbiamo fatto, loro lo hanno disfatto», ha detto l'ex numero uno della Difesa attaccando il governo gialloblu. «Il silenzio della maggioranza e del governo sul futuro di Piaggio era ed è irresponsabile. Ma è stato solo la naturale anticamera di questo disastro» ha aggiunto il vicepresidente della Commissione giustizia della Camera, Franco Vazio. Leggendo queste dichiarazioni del Pd, viene da domandarsi chi abbia governato su Piaggio in questi anni. Perché è pur vero che è stato lasciato in eredità dal precedente esecutivo questa estate il decreto firmato Pinotti-Vecciarelli sullo stanziamento di 766 milioni di euro per i droni militari P2.hh, che il ministro per lo Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha fermato, ma è assolutamente fuorviante sostenere che i governi Renzi-Gentiloni abbiano fatto di tutto per salvare la Piaggio. Del resto basta mettere in fila i nomi di chi ha gestito il dossier negli ultimi anni, per capire che i dem hanno più di una responsabilità sul disimpegno di Mubadala come del rischio licenziamento per 1.200 lavoratori. Oltre a Renzi che celebrò in pompa magna nel 2014 lo stabilimento di Villanova D'Albenga, a seguire da vicino il dossier tra i 2014 e il 2016, fu l'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, figura di punta del Giglio magico fiorentino. E proprio i renziani hanno ottenuto i maggiori benefici dalla gestione di Piaggio, perché mentre l'azienda falliva, senza una politica industriale all'altezza, c'era per esempio chi come il gruppo Orsero versava alla Leopolda di Firenze ben 70.000 euro. Gli Orsero sono famiglia impegnata nell'alimentare famosa nel mondo e proprio Piaggio rilevò da loro un capannone in Liguria dove è stata esternalizzata parte della produzione. Ma non finisce qui. Perché ancora adesso non sono chiari i motivi per cui la stessa Pinotti, insieme con l'ex capo di stato maggiore dell'Aeronautica Enzo Vecciarelli, ora capo di stato maggiore della Difesa, non siano mai intervenuti sulle scelte dell'azionista di maggioranza Mubadala. Lo avrebbero potuto fare, grazie al golden power, che permette al governo italiano di sorvegliare sulle aziende strategiche. A questo proposito il governo non aveva solo il diritto ma il dovere di «sorvegliare l'equilibrio economico-finanziario» dell'azienda. Persino la Corte dei Conti sollevò obiezioni alla cessione della maggioranza a Mubadala. E il ministero della Difesa rispose che, nonostante ci fossero gli estremi per opporsi, riteneva che Mubadala avrebbe garantito i livelli occupazionali di Piaggio. La risposta alla Corte dei conti venne inviata con una lettera di accompagnamento di Carlo Magrassi, allora consigliere militare di Renzi e oggi consigliere industriale del ministro Elisabetta Trenta. Nessuno si è accorto che Piaggio accumulava 618 milioni di debiti? Per di più nel settembre dello scorso anno a certificare il fallimento dell'azienda un documento della Guardia di finanza che certificò la crisi economica spiegando come l'allora governance aveva violato gli obblighi di legge nella presentazione dei documenti per la gara d'appalto per la manutenzione dei P.180 Avanti come i corsi di addestramento per i piloti. Si trattò di un perdita di una commessa da 3,5 milioni di euro, rilevante perché riguardava un nostro corpo di polizia. All'epoca il governo non disse una parola. E a palazzo Chigi c'era il Pd, non i gialloblu Lega e 5 Stelle.Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/piaggio-aero-il-pd-attacca-i-gialloblu-ma-il-fallimento-e-colpa-di-renzi-e-pinotti-2621770933.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="azienda-ferma-agli-anni-ottanta-tutti-i-motivi-del-fallimento-dei-droni" data-post-id="2621770933" data-published-at="1767911141" data-use-pagination="False"> Azienda ferma agli anni Ottanta: tutti i motivi del fallimento dei droni Giphy «Dobbiamo capire come evolverà la situazione e poi faremo le valutazioni del caso. Abbiamo visto che è una società entrata in amministrazione straordinaria e sappiamo che svolge funzioni importanti per l'Aeronautica Militare italiana, come ad esempio la manutenzione del Mb-339 che è oggi il sistema di training base, quindi importantissima per il nostro cliente e per noi». Le parole di Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, colgono un aspetto importante, già sottolineato dalla Verità, sull'importanza strategica di Piaggio Aerospace. Perché come scritto dal nostro giornale, uno delle mansioni più delicate di questa società è appunto la manutenzione dei motori degli Mb-339 di produzione Rolls Royce. Se Leonardo dovesse entrare in Piaggio, aspetto che gli analisti hanno già bocciato come eventualità, potrebbe entrare nella partita Ge Aviation, braccio industriale dell'americana General electric, competitor dell'industriale dell'azienda di motori britannica innescando tensioni e rischiando di lasciare a terra i velivoli della nostra aeronautica. Ma non è solo questo uno degli scogli contro cui potrebbe imbattersi l'azienda di piazza Montegrappa. Certo, l'amministrazione straordinaria potrebbe permettere a Leonardo di acquistare Piaggio a prezzi più bassi rispetto a un debito di più di 600 milioni di euro. Ma la domanda è se davvero la società di Villanova D'Albenga sia ancora competitiva sul mercato. Del resto i droni non sono decollati dal punto di vista del mercato. Senza dimenticare che il prototipo del P1.hh Hammerhead è precipitato durante un collaudo al largo della base militare di Trapani, era il maggio del 2016, a non convincere è stata proprio la politica industriale degli ultimi anni. Il P.180 evo è ormai fuori mercato, anche perché costa più di un jet di una categoria superiore. Consuma di meno, va veloce, ma a livello di manutenzione il costo di 8 milioni di euro è eccessivo, rispetto ai 4,5, per esempio, del brasiliano Phenom 100. Per di più dal 1980 a oggi di P.180 ne sono stati venduti appena 300, un po' pochi, per un modello che non è mai stato aggiornato, ancora incentrato sulla formula tre superfici che non viene più utilizzata nel mondo. In sostanza si tratta di un aereo complicato da fare, costoso da costruire, ormai vecchio e senza mercato. Senza la vendita dei P.180, senza i soldi per i P2.hh, che sembrano non interessare più a Mubadala che ha portato i libri in tribunale, con il rischio di perdere la manutenzione motori, senza la nascita di nuovi prodotti (il nuovo aereo P.1XX è stato abbandonato dieci anni fa) la sopravvivenza di Piaggio potrebbe non avere più senso. Bisognerebbe ricomprarla dagli Emirati Arabi? Venderla a Leonardo? Ma a questo si aggiungono altre scelte di politica industriale completamente sbagliate, come la vendita della sede di Finale Ligure e poi la dismissione di quella di Genova, per fare il nuovo stabilimento su Albenga, come voluto dal governo di Matteo Renzi. All'epoca nessuno si rese conto che la pista dell'aeroporto Felice Panero sarebbe stata troppo corta per i prototipi. Non a caso, è stata tenuta aperta anche la base di Genova e viene affittata quella militare di Trapani della nostra aeronautica militare. Forse vale la pena rispolverare ancora le parole del generale Leonardo Tricarico su Formiche.« Perché non cominciare a pensare ad una specialità non militare, che già oggi si intuisce diventerà preziosa in ambiti di sicurezza e protezione civile? Una sorta di "droni di Stato", di proprietà della Presidenza del Consiglio e gestiti dall'Aeronautica Militare solo sotto il profilo tecnico-operativo. Questo avrebbe il pregio di sfruttare le competenze dell'Aeronautica e di attestare con trasparenza i costi ai reali beneficiari, nonché di sollevare i militari dal mettersi in casa un altro figlio da sfamare in momenti di cinghia sempre più stretta». Chissà se qualcuno lo ascolterà.Alessandro Da Rold
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».