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2019-05-28
Trump ed Erdogan si incontrano per rappezzare la Nato
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Se ai tempi della campagna elettorale del 2016 il magnate newyorchese aveva pronunciato parole di apprezzamento verso il leader turco, le relazioni hanno iniziato a guastarsi nei mesi successivi. Le tensioni maggiori esplosero nell'estate del 2018, quando scoppiò una vera e propria crisi politico-economica tra Washington e Ankara. La Casa Bianca impose dure sanzioni contro la Turchia per la detenzione del pastore evangelico americano, Andrew Brunson. La situazione si fece incandescente, producendo effetti deleteri per il sistema economico turco, anche a causa della stretta tariffaria voluta dal presidente americano su acciaio e alluminio. L'inflazione ha iniziato a galoppare, mentre l'export ha conosciuto una fase di profondo affanno. L'offensiva protezionistica di Washington andava infatti ad aggravare un sistema economico caratterizzato da alcune debolezze strutturali (a partire all'elevatissimo indebitamento estero, contratto dalle aziende private turche). Insomma, quella crisi ha portato Ankara molto vicina al collasso e probabilmente anche per questo Erdogan ha alla fine ceduto, liberando il pastore americano lo scorso ottobre. Se dunque la situazione generale sembra essersi oggi vagamente rasserenata, i nodi che caratterizzeranno i colloqui tra Trump ed Erdogan risulteranno comunque molteplici.
In primo luogo, troviamo la questione dell'acquisto dei missili russi S-400 da parte della Turchia, in base un contratto siglato nel 2017 dal valore complessivo di circa 2,5 miliardi di dollari. Erdogan dovrebbe ricevere il materiale bellico il prossimo luglio, mentre Washington sta facendo di tutto per evitare che ciò accada. Negli ultimi mesi, gli Stati Uniti non solo hanno smesso di rifornire Ankara dei componenti per i caccia F 35 ma le hanno anche chiesto di stracciare l'accordo con il Cremlino, proponendole di contro l'acquisto di missili Patriot. Un'offerta che, ad oggi, il Sultano non sembra granché disposto ad accettare. Come riporta Bloomberg, funzionari del governo turco stanno ancora valutando la proposta statunitense ma sembrerebbe la considerino troppo costosa e - in definitiva - meno conveniente rispetto all'intesa raggiunta con Mosca. In realtà, al di là del dato puramente economico, è abbastanza evidente che dietro questa dinamica si celino considerazioni di natura geopolitica. Dai tempi della crisi ucraina del 2014, Russia e Turchia hanno iniziato un progressivo processo di avvicinamento, culminato proprio con il contratto del 2017. Senza poi dimenticare che, da alcuni anni, Ankara invii le sue truppe ad addestrarsi in territorio russo. Una serie di dinamiche che certo non fanno troppo piacere al Pentagono. Gli Stati Uniti temono infatti che la Turchia si faccia agganciare dall'orbita russa: il rischio, ragionano oltreatlantico, è che il Cremlino possa servirsi di Erdogan come una sorta di cavallo di Troia in seno alla Nato. In questo senso, è abbastanza probabile che il principale dossier al centro del prossimo vertice tra i due presidenti sarà proprio la questione missilistica.
Un altro aspetto problematico riguarda poi i rapporti con Riad. Approfittando del caso Khashoggi, Erdogan ha infatti provato a sganciare gli Stati Uniti dall'orbita saudita. Un obiettivo che il Sultano non è riuscito pienamente a conseguire. Nonostante un primo tentennamento di Trump sulla questione, alla fine il presidente americano ha comunque deciso di rinsaldare i propri legami con il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman. Non che il caso Khashoggi non abbia avuto delle conseguenze: si pensi all'ostilità che il Congresso americano sta mostrando verso la monarchia di Riad da alcuni mesi a questa parte (come evidenziato dalla risoluzione recentemente votata contro il coinvolgimento statunitense in Yemen a fianco delle forze saudite). Ciononostante i rapporti tra Riad e la Casa Bianca risultano al momento particolarmente stretti. E, sotto questo aspetto, i margini di manovra a disposizione di Erdogan non sembrano troppo ampi.
Tutto questo, soprattutto alla luce del fatto che Trump ha inserito i Fratelli Musulmani nella lista delle organizzazioni terroristiche. Un annuncio che non deve essere stato salutato con troppo favore dalle parti di Ankara. Insieme al Qatar, il Sultano figura infatti tra i primi finanziatori della Fratellanza. E questa mossa può quindi essere letta anche in chiave anti-turca. Anche perché il rapporto con Erdogan chiama in causa tutta la delicata questione dell'Islam politico: una realtà con cui il presidente turco ha sempre intrecciato legami particolarmente opachi. Senza poi dimenticare il processo di velata islamizzazione cui ha in parte sottoposto la stessa Turchia negli ultimi anni. Nonostante quindi Trump nei contesti geopolitici problematici si dica spesso favorevole agli "uomini forti" (sul modello nasseriano del generale egiziano Al Sisi), con Erdogan la situazione appare differente, proprio per le sue ambigue relazioni con l'universo islamista.
Ma non è tutto. Perché ulteriori problemi con Washington potrebbero sorgere anche sulla questione iraniana. Da quando la Casa Bianca annunciò la sua intenzione di riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato di Israele alla fine del 2017, il Sultano ha avviato infatti una progressiva convergenze con Teheran. Non solo entrambi si oppongono alla politica filoisraeliana di Trump ma, a novembre scorso, Erdogan ha anche duramente criticato l'imposizione delle sanzioni statunitensi contro la Repubblica Islamica. Un'impostazione che indirettamente chiama di nuovo in causa i rapporti cordiali del Sultano con Vladimir Putin (che dell'Iran è guarda caso il principale alleato mediorientale). In tal senso, le tensioni crescenti che si registrano oggi nel Golfo persico e il fatto stesso che Trump abbia inserito le Guardie della Rivoluzione iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche sono elementi che certo non facilitano le relazioni tra Ankara e la Casa Bianca. E, in tutto questo, l'Arabia Saudita frattanto gongola.
Infine anche sul dossier libico la situazione non risulta esattamente semplice. Di recente, il presidente americano si è parzialmente sganciato dal presidente Fayez al Serraj, per mostrare un atteggiamento maggiormente accondiscendente verso il generale Haftar. Un altro esempio di come, nel quadro delle alleanze mediorientali, la Casa Bianca si stia allontanando da Erdogan per rafforzare ulteriormente i propri legami con Riad.
Insomma, la strada della distensione tra Trump e il Sultano non sembra affatto in discesa. Tuttavia, nonostante queste profonde divergenze, le due nazioni continuano ad aver bisogno l'una dell'altra. Se l'establishment di Washington teme che un'uscita della Turchia dalla Nato possa pesantemente danneggiare l'Alleanza atlantica, Ankara non può dal canto suo permettersi una rottura con Washington: una rottura che avrebbe degli effetti disastrosi sulla propria complicata economia. Il futuro si profila quindi denso di incognite, mentre i due leader restano impegnati in una partita a scacchi dagli esiti imprevedibili.
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Il presidente turco e quello americano potrebbero presto incontrarsi. A rivelarlo sono state, qualche giorno fa, fonti governative di Ankara, secondo cui il vertice potrebbe aver luogo in Turchia o in occasione del G20 che si terrà in Giappone. Al centro dell'incontro dovrebbero essere discusse le tensioni che da tempo stanno dividendo Washington e Ankara. Del resto, i dossier problematici sul tavolo non sono affatto pochi. E la stessa storia dei rapporti tra Trump e il «sovrano» turco risulta piuttosto articolata e ricca colpi di scena. Se ai tempi della campagna elettorale del 2016 il magnate newyorchese aveva pronunciato parole di apprezzamento verso il leader turco, le relazioni hanno iniziato a guastarsi nei mesi successivi. Le tensioni maggiori esplosero nell'estate del 2018, quando scoppiò una vera e propria crisi politico-economica tra Washington e Ankara. La Casa Bianca impose dure sanzioni contro la Turchia per la detenzione del pastore evangelico americano, Andrew Brunson. La situazione si fece incandescente, producendo effetti deleteri per il sistema economico turco, anche a causa della stretta tariffaria voluta dal presidente americano su acciaio e alluminio. L'inflazione ha iniziato a galoppare, mentre l'export ha conosciuto una fase di profondo affanno. L'offensiva protezionistica di Washington andava infatti ad aggravare un sistema economico caratterizzato da alcune debolezze strutturali (a partire all'elevatissimo indebitamento estero, contratto dalle aziende private turche). Insomma, quella crisi ha portato Ankara molto vicina al collasso e probabilmente anche per questo Erdogan ha alla fine ceduto, liberando il pastore americano lo scorso ottobre. Se dunque la situazione generale sembra essersi oggi vagamente rasserenata, i nodi che caratterizzeranno i colloqui tra Trump ed Erdogan risulteranno comunque molteplici. In primo luogo, troviamo la questione dell'acquisto dei missili russi S-400 da parte della Turchia, in base un contratto siglato nel 2017 dal valore complessivo di circa 2,5 miliardi di dollari. Erdogan dovrebbe ricevere il materiale bellico il prossimo luglio, mentre Washington sta facendo di tutto per evitare che ciò accada. Negli ultimi mesi, gli Stati Uniti non solo hanno smesso di rifornire Ankara dei componenti per i caccia F 35 ma le hanno anche chiesto di stracciare l'accordo con il Cremlino, proponendole di contro l'acquisto di missili Patriot. Un'offerta che, ad oggi, il Sultano non sembra granché disposto ad accettare. Come riporta Bloomberg, funzionari del governo turco stanno ancora valutando la proposta statunitense ma sembrerebbe la considerino troppo costosa e - in definitiva - meno conveniente rispetto all'intesa raggiunta con Mosca. In realtà, al di là del dato puramente economico, è abbastanza evidente che dietro questa dinamica si celino considerazioni di natura geopolitica. Dai tempi della crisi ucraina del 2014, Russia e Turchia hanno iniziato un progressivo processo di avvicinamento, culminato proprio con il contratto del 2017. Senza poi dimenticare che, da alcuni anni, Ankara invii le sue truppe ad addestrarsi in territorio russo. Una serie di dinamiche che certo non fanno troppo piacere al Pentagono. Gli Stati Uniti temono infatti che la Turchia si faccia agganciare dall'orbita russa: il rischio, ragionano oltreatlantico, è che il Cremlino possa servirsi di Erdogan come una sorta di cavallo di Troia in seno alla Nato. In questo senso, è abbastanza probabile che il principale dossier al centro del prossimo vertice tra i due presidenti sarà proprio la questione missilistica. Un altro aspetto problematico riguarda poi i rapporti con Riad. Approfittando del caso Khashoggi, Erdogan ha infatti provato a sganciare gli Stati Uniti dall'orbita saudita. Un obiettivo che il Sultano non è riuscito pienamente a conseguire. Nonostante un primo tentennamento di Trump sulla questione, alla fine il presidente americano ha comunque deciso di rinsaldare i propri legami con il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman. Non che il caso Khashoggi non abbia avuto delle conseguenze: si pensi all'ostilità che il Congresso americano sta mostrando verso la monarchia di Riad da alcuni mesi a questa parte (come evidenziato dalla risoluzione recentemente votata contro il coinvolgimento statunitense in Yemen a fianco delle forze saudite). Ciononostante i rapporti tra Riad e la Casa Bianca risultano al momento particolarmente stretti. E, sotto questo aspetto, i margini di manovra a disposizione di Erdogan non sembrano troppo ampi. Tutto questo, soprattutto alla luce del fatto che Trump ha inserito i Fratelli Musulmani nella lista delle organizzazioni terroristiche. Un annuncio che non deve essere stato salutato con troppo favore dalle parti di Ankara. Insieme al Qatar, il Sultano figura infatti tra i primi finanziatori della Fratellanza. E questa mossa può quindi essere letta anche in chiave anti-turca. Anche perché il rapporto con Erdogan chiama in causa tutta la delicata questione dell'Islam politico: una realtà con cui il presidente turco ha sempre intrecciato legami particolarmente opachi. Senza poi dimenticare il processo di velata islamizzazione cui ha in parte sottoposto la stessa Turchia negli ultimi anni. Nonostante quindi Trump nei contesti geopolitici problematici si dica spesso favorevole agli "uomini forti" (sul modello nasseriano del generale egiziano Al Sisi), con Erdogan la situazione appare differente, proprio per le sue ambigue relazioni con l'universo islamista. Ma non è tutto. Perché ulteriori problemi con Washington potrebbero sorgere anche sulla questione iraniana. Da quando la Casa Bianca annunciò la sua intenzione di riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato di Israele alla fine del 2017, il Sultano ha avviato infatti una progressiva convergenze con Teheran. Non solo entrambi si oppongono alla politica filoisraeliana di Trump ma, a novembre scorso, Erdogan ha anche duramente criticato l'imposizione delle sanzioni statunitensi contro la Repubblica Islamica. Un'impostazione che indirettamente chiama di nuovo in causa i rapporti cordiali del Sultano con Vladimir Putin (che dell'Iran è guarda caso il principale alleato mediorientale). In tal senso, le tensioni crescenti che si registrano oggi nel Golfo persico e il fatto stesso che Trump abbia inserito le Guardie della Rivoluzione iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche sono elementi che certo non facilitano le relazioni tra Ankara e la Casa Bianca. E, in tutto questo, l'Arabia Saudita frattanto gongola. Infine anche sul dossier libico la situazione non risulta esattamente semplice. Di recente, il presidente americano si è parzialmente sganciato dal presidente Fayez al Serraj, per mostrare un atteggiamento maggiormente accondiscendente verso il generale Haftar. Un altro esempio di come, nel quadro delle alleanze mediorientali, la Casa Bianca si stia allontanando da Erdogan per rafforzare ulteriormente i propri legami con Riad. Insomma, la strada della distensione tra Trump e il Sultano non sembra affatto in discesa. Tuttavia, nonostante queste profonde divergenze, le due nazioni continuano ad aver bisogno l'una dell'altra. Se l'establishment di Washington teme che un'uscita della Turchia dalla Nato possa pesantemente danneggiare l'Alleanza atlantica, Ankara non può dal canto suo permettersi una rottura con Washington: una rottura che avrebbe degli effetti disastrosi sulla propria complicata economia. Il futuro si profila quindi denso di incognite, mentre i due leader restano impegnati in una partita a scacchi dagli esiti imprevedibili.
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Piuttosto, è il tentativo di capire cosa si celi oltre quelle bellezze, sotto ciò che lo sguardo abbraccia, dentro la terra che oggi andrebbe scavata. Roma dovrebbe avere una linea metropolitana più efficiente. Più fermate, collegamenti migliori. Ma il condizionale è obbligatorio, figlio della necessità di appurare che non ci siano reperti a separare il dire dal fare. Il documentario, accompagnato dalla voce narrante di Domenico Strati e scritto con la consulenza storico-archeologica della dottoressa Claudia Devoto, non pretende di avere risposte, ma cerca di portare a galle le criticità del progetto. Chiedendo e chiedendosi che ne possa essere di Roma, se possa un giorno arrivare ad essere una metropoli contemporanea, il passato relegato al proprio posto, o se, invece, la sua storia sia destinata ad essere troppo ingombrante, impedendole la crescita infrastrutturale che vorrebbe avere.
Roma Sotterranea, disponibile per lo streaming su NowTv, racconta come ingegneri e archeologi abbiano lavorato in sinergia per realizzare un piano atto a portare all'inaugurazione delle nuove fermate della Linea C di Roma, quelle che (da progetto) dovrebbero collegare la periferia sudorientale a quella occidentale della città. E, nel raccontare questo lavoro, racconta parimenti come il gruppo di ingegneri e archeologi abbia cercato di prevedere e accogliere ogni imprevisto, così da accompagnare la città nel suo sviluppo. Questo perché i sondaggi di archeologia preventiva non sempre rivelano quanto poi potrà emergere durante lavori di scavo così imponenti. In Piazza Venezia, inaspettatamente, è tornata alla luce l’imponente struttura degli Auditoria adrianei, un complesso pubblico su due livelli costruito durante l’impero di Adriano (117-138 d.C.). Era destinato alla divulgazione culturale, alla pubblica lettura di opere letterarie e in prosa, all’insegnamento della retorica, e all’attività giudiziaria e la sua scoperta, la cui importanza storica è stata definita straordinaria, ha portato allo spostamento di uno degli accessi alla stazione presente nella piazza.
Diverso è stato il rinvenimento, inatteso, fatto scavando nei dintorni della nuova stazione di Porta Metronia: a nove metri di profondità, è stata scoperta una caserma del II d.C., 1700 metri quadri di superficie con mosaici e affreschi distribuiti in 30 alloggi per una compagnia di soldati che alloggiavano in ambienti di 4 mq e la domus del comandante, dotata di atrio e fontana. Le strutture sono state rimosse per costruire la stazione, dopo la scansione 3D di ogni singolo muro. A seguito della collocazione in magazzino, del restauro e della catalogazione dei reperti, le murature e i pavimenti sono tornati alla loro originaria collocazione, facendo della stazione uno straordinario sito archeologico.
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Secondo un’analisi della Fondazione Eni Enrico Mattei, la decarbonizzazione dell’auto europea stenta: le vendite elettriche sono ferme al 14%, le batterie e le infrastrutture sono arretrate. E mentre Germania e Italia spingono per una maggiore flessibilità, la Commissione europea valuta la revisione normativa.
La decarbonizzazione dell’automobile europea si trova a un bivio. Lo evidenzia un’analisi della Fondazione Eni Enrico Mattei, in un articolo dal titolo Revisione o avvitamento per la decarbonizzazione dell’automobile, che mette in luce le difficoltà del cosiddetto «pacchetto automotive» della Commissione europea e la possibile revisione anticipata del Regolamento Ue 2023/851, che prevede lo stop alle immatricolazioni di auto a combustione interna dal 2035.
Originariamente prevista per il 2026, la revisione del bando è stata anticipata dalle pressioni dell’industria, dal rallentamento del mercato delle auto elettriche e dai mutati equilibri politici in Europa. Germania e Italia, insieme ad altri Stati membri con una forte industria automobilistica, chiedono maggiore flessibilità per conciliare gli obiettivi ambientali con la realtà produttiva.
Il quadro che emerge è complesso. La domanda di veicoli elettrici cresce più lentamente del previsto, la produzione europea di batterie fatica a decollare, le infrastrutture di ricarica restano insufficienti e la concorrenza dei produttori extra-Ue, in particolare cinesi, si fa sempre più pressante. Nel frattempo, il parco auto europeo continua a invecchiare e la riduzione delle emissioni di CO₂ procede a ritmi inferiori alle aspettative.
I dati confermano il divario tra ambizioni e realtà. Nel 2024, meno del 14% delle nuove immatricolazioni nell’Ue a 27 è stata elettrica, mentre il mercato resta dominato dai motori tradizionali. L’utilizzo dell’energia elettrica nel settore dei trasporti stradali, pur in crescita, resta inferiore all’1%, rendendo molto sfidante l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050.
Secondo la Fondazione Eni Enrico Mattei, non è possibile ignorare l’andamento del mercato e le preferenze dei consumatori. Per ridurre le emissioni occorre che le nuove auto elettriche sostituiscano quelle endotermiche già in circolazione, cosa che al momento non sta avvenendo in Italia, seconda solo alla Germania per numero di veicoli.
«Ai 224 milioni di autovetture circolanti nel 2015 nell’Ue, negli ultimi nove anni se ne sono aggiunti oltre 29 milioni con motore a scoppio e poco più di 6 milioni elettriche. Valori che pongono interrogativi sulla strategia della sostituzione del parco circolante e sull’eventuale ruolo di biocarburanti e altre soluzioni», sottolinea Antonio Sileo, Programme Director del Programma Sustainable Mobility della Fondazione. «È necessario un confronto per valutare l’efficacia delle politiche europee e capire se l’Unione punti a una revisione pragmatica della strategia o a un ulteriore avvitamento normativo», conclude Sileo.
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Ecco #DimmiLaVerità del 15 novembre 2025. Con il senatore di Fdi Etel Sigismondi commentiamo l'edizione dei record di Atreju.
La risposta alla scoppiettante Atreju è stata una grigia assemblea piddina