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2018-09-29
Per Viganò, Ouellet ha la pistola fumante
Ansa
L'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò parla ancora, a un mese dalla pubblicazione sulla Verità del suo esplosivo memoriale in cui ha accusato i vertici della Chiesa, tre segretari di Stato e perfino papa Francesco, di aver coperto gli abusi commessi dall'ex cardinale statunitense Theodore McCarrick. In Italia il testo è stato reso noto sul blog del vaticanista Aldo Maria Valli, nella serata di giovedì.
Ci sono alcuni elementi nuovi e altri già presenti nel memoriale dello scorso 28 agosto. «Resta al centro della mia testimonianza», scrive Viganò, «che almeno dal 23 giugno 2013 il Papa ha saputo da me quanto perverso e diabolico fosse McCarrick nei suoi intenti e nel suo agire» e non avrebbe preso provvedimenti, anzi avrebbe fatto di lui «uno dei suoi principali agenti di governo della Chiesa, per gli Stati Uniti, la Curia e perfino per la Cina». Su questo passaggio si inserisce un elemento di stretta attualità e che riguarda il recente accordo provvisorio (e segreto) che il Vaticano ha siglato con Pechino sulla nomina dei vescovi. Del ruolo di McCarrick in Cina l'ex nunzio non fornisce riferimenti, ma basta informarsi sui viaggi e le dichiarazioni dell'ex cardinale per rendersi conto che negli ultimi anni aveva senz'altro svolto un ruolo utile per le relazioni della Santa Sede con la Cina. Nel giugno 2014 il Washington Post riportava che McCarrick si era recato in Cina «l'anno precedente» per «colloqui delicati sulla libertà religiosa», e nel febbraio 2016 lo stesso ex cardinale concedeva un'intervista esclusiva al Global Times, organo di stampa ufficiale del governo comunista, per dire che vedeva «accadere molte cose che aprirebbero davvero molte porte perché il presidente Xi e il suo governo sono preoccupati per le cose che preoccupano papa Francesco». Perciò sarebbe interessante sapere se la squadra vaticana che ha lavorato al recente e discusso accordo con la Cina, in particolare monsignor Claudio Maria Celli e il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ha tenuto in qualche modo conto delle missioni e delle relazioni di McCarrick, oppure no. E poi: le motivazioni dell'ex cardinale nelle sue frequentazioni cinesi erano esclusivamente di carattere pastorale, come si dice dell'accordo firmato nei giorni scorsi, oppure erano contigue a qualche agenda politica globale?
L'altro particolare interessante delle nuove parole di Viganò riguarda il suo appello al cardinale canadese Marc Ouellet, prefetto della congregazione per i vescovi, perché dica ciò che sa. Da una serie di elementi, infatti, si può ragionevolmente ritenere che presso la congregazione oggi presieduta dal porporato canadese, da tempo, giaccia un dossier sull'ex cardinale abusatore. Nel primo memoriale dell'ex nunzio se ne fa cenno diretto in un colloquio tra lo stesso Viganò e il Papa nel giugno 2013. Inoltre, sembra che le informazioni in possesso di questa congregazione siano alla base dei «chiarimenti» che il Vaticano avrebbe preparato per rispondere a Viganò.
Nel nuovo testo di Viganò ci sono anche alcuni elementi da provare, come ad esempio il riferimento alle presunte coperture dell'allora cardinale Bergoglio nei confronti del sacerdote argentino condannato padre Julio Grassi; l'interruzione del dossier aperto presso la congregazione della Dottrina della fede sul defunto cardinale Cormac Murphy O'Connor; il ruolo di due indefiniti «amici» omosessuali coinvolti nelle nomine dei vescovi presso la congregazione. Comunque resta molto debole la posizione di coloro che ritengono completamente falsa la testimonianza di Viganò perché sarebbe tendenziosa negli intenti. Le circostanze fondamentali del memoriale e il quadro che ne emerge sono tali da meritare una risposta precisa che vada oltre il problema generico del clericalismo.
Lorenzo Bertocchi
Pure i vescovi picconano il celibato
«Sì, presto avremo una risposta dettagliata». Così ha detto in un'intervista concessa al Fatto quotidiano il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, a proposito dei «chiarimenti» in merito al memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò che il Vaticano sarebbe sul punto di rendere pubblici. «Ci sono gli elementi per smontare quelle falsità», dice ancora l'arcivescovo di Perugia, mostrando chiaramente cosa pensi delle circostanze riportate nel dossier. «Quello che ha scritto Viganò è assurdo, soprattutto è assurdo il modo», precisa Bassetti.
In attesa di capire se i fatti elencati dall'ex nunzio siano falsi oppure semplicemente sconvenienti nel modo e nello stile, è interessante che Bassetti individui come argine alla malapianta della pedofilia nel clero la vigilanza da porre nell'accesso ai seminari. Una questione, quella della vigilanza all'ingresso dei seminari, che ha posto anche papa Francesco incontrando i vescovi italiani nella primavera scorsa. Il Papa parlò della omosessualità e disse che i candidati omosessuali, anche in caso di semplice dubbio, «meglio che non entrino» in seminario. Certo, l'omosessualità non può essere direttamente connessa alla pedofilia, ma osservando i dati che emergono dalla diverse indagini americane, ci si rende conto che la questione delle tendenze omosessuali è da rilevare nella maggioranza dei casi di abusi che vengono perpetrati su adolescenti e giovani adulti.
Pertanto, è come minimo superficiale insistere sull'abolizione del celibato sacerdotale come soluzione alla questione abusi. Eppure, molti continuano a indicarla. Lo stesso Bassetti confessa al Fatto di essere possibilista sull'idea di concedere il sacerdozio agli uomini sposati: «Va fatta una riflessione», spiega il porporato. «È un problema che la Chiesa si dovrà porre. Io non sono contrario». È una vecchia richiesta che torna di tanto in tanto, ora per risolvere il problema del calo vocazionale, ora per risolvere il dramma degli abusi. In tutti i casi si dice che c'è già l'esempio dei preti di rito orientale, anche se si decontestualizza quella realtà dai dati storici per aprire poi la pratica alla Chiesa universale, dicendo che in fondo è solo una questione di disciplina ecclesiastica.
Anche il prossimo sinodo straordinario sull'Amazzonia, che si terrà in Vaticano nell'autunno 2019, ha l'obiettivo nemmeno troppo nascosto di aprire ad experimentum all'ordinazione sacerdotale di uomini sposati di provata fede, i cosiddetti viri probati. In questo caso l'obiettivo è fornire risposta a un territorio vasto e con pochi sacerdoti, ma anche in Germania ci sono sostenitori di questo esperimento.
Proprio un cardinale tedesco, l'allora prefetto dell'ex Sant'Uffizio Gerhard Müller, diceva però che il celibato sacerdotale trova le sue ragioni profonde non tra i cavilli del diritto, ma «corrisponde all'esempio e alla parola di Gesù e ha trovato nell'esperienza spirituale della Chiesa latina una sua particolare espressione». Peraltro, anche la radice teologica del celibato è da rintracciare nel legame, ha scritto Giovanni Paolo II, «che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa». Insomma, il sacerdote una volta tale è già sposato, e non può farlo con un'altra che non sia la Chiesa.
Al sinodo sui giovani che si apre in Vaticano il 3 ottobre prossimo si parlerà di vocazione ed è probabile che il celibato sarà tra i temi dibattuti. I favorevoli all'abolizione spesso partono dal presupposto che in fondo fare sesso sarebbe una impellenza naturale inderogabile, dentro o fuori il matrimonio. Con buona pace anche del libero arbitrio.
Lorenzo Bertocchi
La Cei regala un nuovo leader all’opposizione
«Una chiamata del Signore attraverso il Papa». L'ha definita così monsignor Stefano Russo la sua nomina a segretario generale della Conferenza episcopale Italiana. Russo è di Ascoli Piceno, ha 57 anni ed è vescovo di Fabriano-Matelica e Camerino, e ieri è stato nominato al vertice della Cei da papa Francesco in sostituzione di monsignor Nunzio Galantino, vescovo di Cassano all'Jonio, che era stato scelto dal Pontefice nel giugno scorso come presidente dell'Apsa, l'organismo di gestione economica che si occupa dell'amministrazione del patrimonio della Santa Sede.
«È una nomina che accogliamo con gioia e fiducia», ha subito commentato il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei e grande oppositore dell'attuale governo Lega-M5s. Mai come con l'attuale esecutivo, proprio Bassetti e Galantino, hanno attaccato la politica e i provvedimenti messi in campo, dal reddito di cittadinanza all'immigrazione contestando soprattutto il decreto Salvini per l'abrogazione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari, malgrado lo stesso Papa abbia sottolineato che comunque per l'accoglienza è necessario seguire criteri e regole. Non si sa se Russo fosse nella lista «più lunga di una terna» che Bassetti ha consegnato al Papa, ma tant'è.
«Nei giorni scorsi, come Consiglio episcopale permanente, abbiamo espresso a monsignor Galantino la nostra riconoscenza per quanto con intelligenza e zelo ha fatto negli anni del suo mandato. Ora la decisione del Santo Padre è motivo di viva gratitudine: anche questa nomina è segno della prossimità e della cura con cui papa Francesco accompagna il cammino della nostra Chiesa. A monsignor Stefano Russo, che ben conosce la segreteria generale essendo stato per una decina d'anni il responsabile dell'ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, va la nostra vicinanza e il nostro fraterno augurio».
Il neosegretario generale, in una dichiarazione ad Avvenire, il quotidiano dei vescovi, ha detto: «Ricevo questa nomina con sorpresa ed esprimo gratitudine al Papa. Al cardinale Bassetti, che ho sentito per telefono, esprimo fin d'ora il mio impegno a mettermi a servizio della comunione e della sinodalità».
Monsignor Russo, nominato a marzo 2016 da Bergoglio vescovo di Fabriano-Matelica fino a ieri è stato vicepresidente della Conferenza episcopale marchigiana e presidente del comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici e dell'edilizia di culto. La sua conoscenza in ambito artistico culturale, ma anche edilizio gli deriva dalla laurea in architettura conseguita presso l'università di Pescara nel 1990, con una tesi di indirizzo storico. Il suo percorso formativo al sacerdozio lo ha fatto invece a Grottaferrata, alle porte di Roma, nel movimento dei Focolari, fondata da Chiara Lubich, frequentando i corsi per il Baccalaureato in Teologia presso la pontificia università Lateranense. Dal 1990 al 2007 è stato presidente della commissione arte sacra e beni culturali della diocesi di Ascoli e incaricato per i beni culturali ecclesiastici della stessa diocesi dirigendo anche il lavoro d'inventariazione informatizzata; poi membro della consulta per i beni culturali ecclesiastici della Conferenza episcopale marchigiana fino a gestire e coordinare le attività del Museo diocesano di Ascoli. È stato anche responsabile dell'Udtap, l'ufficio che coordina gli interventi di recupero degli edifici di valore storico artistico che sono stati danneggiati dal terremoto, e che sono di pertinenza della diocesi di Ascoli Piceno.
Sempre al quotidiano cattolico monsignor Russo non ha nascosto l'importanza della nomina: «Sono consapevole della difficoltà che questo incarico comporta, ma sono confortato dal fatto di conoscere in segreteria generale tante persone che hanno questa stessa passione di voler lavorare secondo uno stile di sinodalità. Ho conservato belle relazioni con tutto il personale della segreteria generale e chiedo fin d'ora l'aiuto di tutti». Vedremo poi, una volta Oltretevere, quale sarà la linea politica di monsignor Stefano Russo neosegretario generale della Cei.
Sarina Biraghi
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A un mese di distanza dal suo memoriale, l'ex nunzio torna ad attaccare il Pontefice. E invita il cardinale canadese a tirar fuori le carte decisive contro Theodore McCarrick e il Papa.Concedere il sacerdozio a uomini sposati? Perfino il capo della Cei ora si dice «non contrario» all'idea. Ma non è il modo per arginare gli abusi né le altre crisi del clero.Monsignor Stefano Russo è il nuovo segretario generale dei vescovi italiani. Una scelta coerente con la linea politica di Gualtiero Bassetti, il presidente che ha schierato la Conferenza episcopale contro il governo. Dalla sua vanta rapporti consolidati con le gerarchie.Lo speciale contiene tre articoliL'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò parla ancora, a un mese dalla pubblicazione sulla Verità del suo esplosivo memoriale in cui ha accusato i vertici della Chiesa, tre segretari di Stato e perfino papa Francesco, di aver coperto gli abusi commessi dall'ex cardinale statunitense Theodore McCarrick. In Italia il testo è stato reso noto sul blog del vaticanista Aldo Maria Valli, nella serata di giovedì.Ci sono alcuni elementi nuovi e altri già presenti nel memoriale dello scorso 28 agosto. «Resta al centro della mia testimonianza», scrive Viganò, «che almeno dal 23 giugno 2013 il Papa ha saputo da me quanto perverso e diabolico fosse McCarrick nei suoi intenti e nel suo agire» e non avrebbe preso provvedimenti, anzi avrebbe fatto di lui «uno dei suoi principali agenti di governo della Chiesa, per gli Stati Uniti, la Curia e perfino per la Cina». Su questo passaggio si inserisce un elemento di stretta attualità e che riguarda il recente accordo provvisorio (e segreto) che il Vaticano ha siglato con Pechino sulla nomina dei vescovi. Del ruolo di McCarrick in Cina l'ex nunzio non fornisce riferimenti, ma basta informarsi sui viaggi e le dichiarazioni dell'ex cardinale per rendersi conto che negli ultimi anni aveva senz'altro svolto un ruolo utile per le relazioni della Santa Sede con la Cina. Nel giugno 2014 il Washington Post riportava che McCarrick si era recato in Cina «l'anno precedente» per «colloqui delicati sulla libertà religiosa», e nel febbraio 2016 lo stesso ex cardinale concedeva un'intervista esclusiva al Global Times, organo di stampa ufficiale del governo comunista, per dire che vedeva «accadere molte cose che aprirebbero davvero molte porte perché il presidente Xi e il suo governo sono preoccupati per le cose che preoccupano papa Francesco». Perciò sarebbe interessante sapere se la squadra vaticana che ha lavorato al recente e discusso accordo con la Cina, in particolare monsignor Claudio Maria Celli e il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ha tenuto in qualche modo conto delle missioni e delle relazioni di McCarrick, oppure no. E poi: le motivazioni dell'ex cardinale nelle sue frequentazioni cinesi erano esclusivamente di carattere pastorale, come si dice dell'accordo firmato nei giorni scorsi, oppure erano contigue a qualche agenda politica globale?L'altro particolare interessante delle nuove parole di Viganò riguarda il suo appello al cardinale canadese Marc Ouellet, prefetto della congregazione per i vescovi, perché dica ciò che sa. Da una serie di elementi, infatti, si può ragionevolmente ritenere che presso la congregazione oggi presieduta dal porporato canadese, da tempo, giaccia un dossier sull'ex cardinale abusatore. Nel primo memoriale dell'ex nunzio se ne fa cenno diretto in un colloquio tra lo stesso Viganò e il Papa nel giugno 2013. Inoltre, sembra che le informazioni in possesso di questa congregazione siano alla base dei «chiarimenti» che il Vaticano avrebbe preparato per rispondere a Viganò. Nel nuovo testo di Viganò ci sono anche alcuni elementi da provare, come ad esempio il riferimento alle presunte coperture dell'allora cardinale Bergoglio nei confronti del sacerdote argentino condannato padre Julio Grassi; l'interruzione del dossier aperto presso la congregazione della Dottrina della fede sul defunto cardinale Cormac Murphy O'Connor; il ruolo di due indefiniti «amici» omosessuali coinvolti nelle nomine dei vescovi presso la congregazione. Comunque resta molto debole la posizione di coloro che ritengono completamente falsa la testimonianza di Viganò perché sarebbe tendenziosa negli intenti. Le circostanze fondamentali del memoriale e il quadro che ne emerge sono tali da meritare una risposta precisa che vada oltre il problema generico del clericalismo.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-vigano-ouellet-ha-la-pistola-fumante-2608655543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-i-vescovi-picconano-il-celibato" data-post-id="2608655543" data-published-at="1767884816" data-use-pagination="False"> Pure i vescovi picconano il celibato «Sì, presto avremo una risposta dettagliata». Così ha detto in un'intervista concessa al Fatto quotidiano il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, a proposito dei «chiarimenti» in merito al memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò che il Vaticano sarebbe sul punto di rendere pubblici. «Ci sono gli elementi per smontare quelle falsità», dice ancora l'arcivescovo di Perugia, mostrando chiaramente cosa pensi delle circostanze riportate nel dossier. «Quello che ha scritto Viganò è assurdo, soprattutto è assurdo il modo», precisa Bassetti. In attesa di capire se i fatti elencati dall'ex nunzio siano falsi oppure semplicemente sconvenienti nel modo e nello stile, è interessante che Bassetti individui come argine alla malapianta della pedofilia nel clero la vigilanza da porre nell'accesso ai seminari. Una questione, quella della vigilanza all'ingresso dei seminari, che ha posto anche papa Francesco incontrando i vescovi italiani nella primavera scorsa. Il Papa parlò della omosessualità e disse che i candidati omosessuali, anche in caso di semplice dubbio, «meglio che non entrino» in seminario. Certo, l'omosessualità non può essere direttamente connessa alla pedofilia, ma osservando i dati che emergono dalla diverse indagini americane, ci si rende conto che la questione delle tendenze omosessuali è da rilevare nella maggioranza dei casi di abusi che vengono perpetrati su adolescenti e giovani adulti. Pertanto, è come minimo superficiale insistere sull'abolizione del celibato sacerdotale come soluzione alla questione abusi. Eppure, molti continuano a indicarla. Lo stesso Bassetti confessa al Fatto di essere possibilista sull'idea di concedere il sacerdozio agli uomini sposati: «Va fatta una riflessione», spiega il porporato. «È un problema che la Chiesa si dovrà porre. Io non sono contrario». È una vecchia richiesta che torna di tanto in tanto, ora per risolvere il problema del calo vocazionale, ora per risolvere il dramma degli abusi. In tutti i casi si dice che c'è già l'esempio dei preti di rito orientale, anche se si decontestualizza quella realtà dai dati storici per aprire poi la pratica alla Chiesa universale, dicendo che in fondo è solo una questione di disciplina ecclesiastica. Anche il prossimo sinodo straordinario sull'Amazzonia, che si terrà in Vaticano nell'autunno 2019, ha l'obiettivo nemmeno troppo nascosto di aprire ad experimentum all'ordinazione sacerdotale di uomini sposati di provata fede, i cosiddetti viri probati. In questo caso l'obiettivo è fornire risposta a un territorio vasto e con pochi sacerdoti, ma anche in Germania ci sono sostenitori di questo esperimento. Proprio un cardinale tedesco, l'allora prefetto dell'ex Sant'Uffizio Gerhard Müller, diceva però che il celibato sacerdotale trova le sue ragioni profonde non tra i cavilli del diritto, ma «corrisponde all'esempio e alla parola di Gesù e ha trovato nell'esperienza spirituale della Chiesa latina una sua particolare espressione». Peraltro, anche la radice teologica del celibato è da rintracciare nel legame, ha scritto Giovanni Paolo II, «che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa». Insomma, il sacerdote una volta tale è già sposato, e non può farlo con un'altra che non sia la Chiesa. Al sinodo sui giovani che si apre in Vaticano il 3 ottobre prossimo si parlerà di vocazione ed è probabile che il celibato sarà tra i temi dibattuti. I favorevoli all'abolizione spesso partono dal presupposto che in fondo fare sesso sarebbe una impellenza naturale inderogabile, dentro o fuori il matrimonio. Con buona pace anche del libero arbitrio. Lorenzo Bertocchi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-vigano-ouellet-ha-la-pistola-fumante-2608655543.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-cei-regala-un-nuovo-leader-allopposizione" data-post-id="2608655543" data-published-at="1767884816" data-use-pagination="False"> La Cei regala un nuovo leader all’opposizione «Una chiamata del Signore attraverso il Papa». L'ha definita così monsignor Stefano Russo la sua nomina a segretario generale della Conferenza episcopale Italiana. Russo è di Ascoli Piceno, ha 57 anni ed è vescovo di Fabriano-Matelica e Camerino, e ieri è stato nominato al vertice della Cei da papa Francesco in sostituzione di monsignor Nunzio Galantino, vescovo di Cassano all'Jonio, che era stato scelto dal Pontefice nel giugno scorso come presidente dell'Apsa, l'organismo di gestione economica che si occupa dell'amministrazione del patrimonio della Santa Sede. «È una nomina che accogliamo con gioia e fiducia», ha subito commentato il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei e grande oppositore dell'attuale governo Lega-M5s. Mai come con l'attuale esecutivo, proprio Bassetti e Galantino, hanno attaccato la politica e i provvedimenti messi in campo, dal reddito di cittadinanza all'immigrazione contestando soprattutto il decreto Salvini per l'abrogazione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari, malgrado lo stesso Papa abbia sottolineato che comunque per l'accoglienza è necessario seguire criteri e regole. Non si sa se Russo fosse nella lista «più lunga di una terna» che Bassetti ha consegnato al Papa, ma tant'è. «Nei giorni scorsi, come Consiglio episcopale permanente, abbiamo espresso a monsignor Galantino la nostra riconoscenza per quanto con intelligenza e zelo ha fatto negli anni del suo mandato. Ora la decisione del Santo Padre è motivo di viva gratitudine: anche questa nomina è segno della prossimità e della cura con cui papa Francesco accompagna il cammino della nostra Chiesa. A monsignor Stefano Russo, che ben conosce la segreteria generale essendo stato per una decina d'anni il responsabile dell'ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, va la nostra vicinanza e il nostro fraterno augurio». Il neosegretario generale, in una dichiarazione ad Avvenire, il quotidiano dei vescovi, ha detto: «Ricevo questa nomina con sorpresa ed esprimo gratitudine al Papa. Al cardinale Bassetti, che ho sentito per telefono, esprimo fin d'ora il mio impegno a mettermi a servizio della comunione e della sinodalità». Monsignor Russo, nominato a marzo 2016 da Bergoglio vescovo di Fabriano-Matelica fino a ieri è stato vicepresidente della Conferenza episcopale marchigiana e presidente del comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici e dell'edilizia di culto. La sua conoscenza in ambito artistico culturale, ma anche edilizio gli deriva dalla laurea in architettura conseguita presso l'università di Pescara nel 1990, con una tesi di indirizzo storico. Il suo percorso formativo al sacerdozio lo ha fatto invece a Grottaferrata, alle porte di Roma, nel movimento dei Focolari, fondata da Chiara Lubich, frequentando i corsi per il Baccalaureato in Teologia presso la pontificia università Lateranense. Dal 1990 al 2007 è stato presidente della commissione arte sacra e beni culturali della diocesi di Ascoli e incaricato per i beni culturali ecclesiastici della stessa diocesi dirigendo anche il lavoro d'inventariazione informatizzata; poi membro della consulta per i beni culturali ecclesiastici della Conferenza episcopale marchigiana fino a gestire e coordinare le attività del Museo diocesano di Ascoli. È stato anche responsabile dell'Udtap, l'ufficio che coordina gli interventi di recupero degli edifici di valore storico artistico che sono stati danneggiati dal terremoto, e che sono di pertinenza della diocesi di Ascoli Piceno. Sempre al quotidiano cattolico monsignor Russo non ha nascosto l'importanza della nomina: «Sono consapevole della difficoltà che questo incarico comporta, ma sono confortato dal fatto di conoscere in segreteria generale tante persone che hanno questa stessa passione di voler lavorare secondo uno stile di sinodalità. Ho conservato belle relazioni con tutto il personale della segreteria generale e chiedo fin d'ora l'aiuto di tutti». Vedremo poi, una volta Oltretevere, quale sarà la linea politica di monsignor Stefano Russo neosegretario generale della Cei. Sarina Biraghi
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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