Per uno choc fiscale il tetto del 3% si può (e si deve) sfondare
Ansa
È vero, i mercati puniscono chi sgarra, ma non sempre: con chi taglia tasse e sprechi per rilanciare il Paese sono benevoli.

Si legge qua e là una tesi di apparente buon senso, eppure vera solo a metà. Dicono alcuni: occhio a sforare il 3% e in generale i parametri europei, perché i mercati potrebbero «vendicarsi». C’è del vero: ma solo se lo sforamento fosse fatto in chiave spendacciona, per qualche inutile regalia elettoralistica, senza effetti sulla crescita. C’è del falso: se lo sforamento fosse compiuto ai fini (benedetti!) di un grande choc fiscale, di un mega taglio di tasse, funzionale a un rilancio della domanda interna e dei consumi, e quindi di un ritorno sostenuto alla crescita del Pil. In quel caso, i mercati ci premierebbero: altro che punizioni!

Ma procediamo con ordine. È ormai chiaro a tutti che senza una crescita economica sostenibile non può esserci nemmeno risanamento dei conti pubblici, cioè il rientro da deficit e debito che l’Europa ci chiede. Perfino la stessa Commissione europea (ed è tutto dire…), in più occasioni, pur elencando gli squilibri ancora eccessivi dell’economia italiana, ha implicitamente fatto autocritica, riconoscendo che è la scarsa crescita a ostacolare il percorso di risanamento, e che l’austerità non solo non è bastata, ma si è rivelata controproducente. Il rischio di inseguire gli obiettivi di bilancio a colpi di tasse e manovre meramente ragionieristiche (metodo Monti), oppure inseguendo gli «zero virgola» (metodo Letta, metodo Renzi, eccetera), è quello di accettare il declino, di acquisire come inevitabile un livello di crescita da fanalino di coda europeo. Per questo è urgente una decisa inversione di rotta, e che tale inversione sia riconoscibile da parte degli attori economici sia italiani che esteri.

L’unica ricetta che può funzionare è meno tasse e meno sprechi pubblici (incidendo in particolare sulle municipalizzate, e attuando finalmente i costi standard nella sanità).

L’Italia farebbe bene a presentare un piano di tagli fiscali immediati, tali da causare un temporaneo superamento del vincolo del 3% sul deficit, accompagnati però da un serio e verificabile programma di tagli alla spesa, di riforme, di attacco alla montagna del debito pubblico (anche attraverso la valorizzazione e vendita di asset non strategici). È una strategia che presumibilmente, nei primi 2 anni, potrebbe anche portarci oltre il tetto del 3% e comunque fuori dai parametri previsti nel Fiscal Compact. Ma è l’unica che ci consentirebbe anche di liberare un potenziale di crescita ad oggi impensabile, tale da permetterci di accelerare, negli anni successivi, il processo di rientro da deficit e debito. Insomma, conviene all’Italia ma anche all’Europa.

Potrebbe eventualmente aprirsi una procedura di deficit eccessivo, o – in seguito ad un accordo specifico con Bruxelles – potremmo essere sottoposti ad un programma di verifica dell’attuazione del piano, ma si darebbe il segnale a chi è davvero il giudice ultimo della nostra solvibilità come Paese, cioè i mercati e non la Commissione Ue, che la priorità è la crescita. A fronte di un serio, dettagliato e verificabile programma di riforme, difficilmente Bruxelles potrebbe rifiutarsi di concederci più tempo, soprattutto alla luce della bocciatura della linea dell’austerità che è emersa da tutto il recente ciclo elettorale europeo (Germania, Francia, Italia, eccetera). E di fronte ad un eventuale rifiuto, saremmo legittimati a procedere unilateralmente. Naturalmente, però, questo andrebbe fatto per finanziare un mega taglio di tasse, non per regalare sussidi e redditi di cittadinanza. A ben vedere, è un’occasione più unica che rara per attuare la flat tax: la quale, per definizione, funziona se è fatta per davvero, se dà l’idea di uno choc positivo pro crescita, mentre rischia di essere poco utile se attuata in modo lento, incerto, spezzettato. Un’operazione del genere, a mio avviso, rimetterebbe anche a posto l’ordine delle priorità. È inutile riformare il mercato del lavoro, intervenire sulle «regole», se l’economia resta stagnante. Se non rilanciamo la domanda e non rendiamo le nostre imprese più competitive riducendo il carico fiscale e burocratico, non c’è formula contrattuale, nuovo codice del lavoro, «politica industriale» o incentivo che possano magicamente creare nuovi posti di lavoro. Le imprese non assumeranno. Perché il lavoro non si crea per legge o con operazioni dirigistiche, lo creano le imprese. E c’è un’unica vera politica in grado di creare condizioni favorevoli alla ripresa dell’economia e, di conseguenza, in grado di mettere le imprese in condizione di assumere: abbassare le tasse. Il migliore jobs act possibile, il solo modo per favorire la creazione di nuovi posti di lavoro, è un consistente taglio fiscale, che renda le nostre imprese più competitive e rimetta in moto la domanda.

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