Per Saviano la libertà è mettere il bavaglio a chi prova a tutelare le madri e i bimbi

Quando si tratta di difendere l'ultimo provvedimento segregazionista del governo, non si fanno scrupoli a farsi scudo dei morti. Utilizzano, a sproposito, il numero dei decessi per diffondere l'idea che i cittadini desiderosi di contatti sociali siano responsabili dell'ecatombe; sfruttano le immagini delle terapie intensive e delle corsie d'ospedale per instillare negli italiani il sacro terrore d'uscir di casa. Però guardali come si sono scandalizzati per un manifesto.
Hanno sbarrato gli occhi, ringhiato e invocato il rogo. Hanno accusato gli autori del cartellone di giocare con la sofferenza delle persone. A suscitare tanto sdegno è stato il poster che Provita ha affisso a Milano e altrove contro la diffusione indiscriminata della pillola abortiva.
Non appena è apparso, associazioni femministe e esponenti del Partito democratico sono scese sul sentiero di guerra.
Consueto epilogo: nella notte tra lunedì e martedì, il Comune di Milano ha provveduto alla rimozione.
La presidente della comissione Pari opportunità milanese, Diana De Marchi del Pd, ha festeggiato come se avesse vinto alle corse: «Provita, questa città ti consiglia di smetterla, i tuoi manifesti vengono sempre rimossi!», ha gongolato su Facebook, fiera di aver censurato la manifestazione del pensiero sgradito.
Ha persino ringraziato «l'assessore Tasca» per il «lavoro di squadra». Sembra una barzelletta: quanti politici di sinistra ci vogliono per rimuovere un cartellone?
A quanto pare, i progressisti nostrani approfittano di queste ridicole vittorie per consolarsi di altri e ben più gravi fallimenti. Sembra che facciano a gara per strillare contro l'ignobile apparizione delle Forze oscure della reazione. Non avendo di meglio da fare, sull'argomento è intervenuto addirittura Roberto Saviano, improvvisatosi paladino delle fanciulle indifese. Ha pubblicato sui social una immagine del manifesto appiccicandovi sopra la scritta «anche questa è violenza».
Poi ha dato fondo alla provvista di prediche: «È un manifesto indegno perché la pillola abortiva è un farmaco e non un veleno ed è vergognoso che i Comuni abbiano autorizzato queste affissioni», ha scritto (forse ignorando che il Comune di Milano aveva già provveduto alla censura).
Non pago, ha aggiunto: «Chi ha concepito questa comunicazione vergognosa si nasconde dietro il logo Provita, che si presenta come un'associazione in difesa dei diritti quando invece si tratta di oscurantismo, imbroglio, menzogna e profondo disprezzo per le donne».
Secondo Saviano, «sabotare l'aborto significa sabotare la vita delle donne». A suo dire, nel cartellone di Provita ci sarebbero persino riferimenti a biblici orrori: «La donna rappresentata è metà Biancaneve, metà Eva tentatrice. Una donna mai consapevole: o sei incapace di decidere e volere o sei colpevole».
Quali pillole abbia assunto prima che gli apparisse «Eva tentatrice» non è dato sapere.
Quanto alla pillola Ru486, sull'argomento pare avere le idee un po' confuse. L'autore di Gomorra e le attiviste democratiche continuano a sostenere che l'aborto sia un esercizio di libertà, una presa di potere delle donne sul proprio corpo.
Fingono di non vedere quale sia l'effetto della pillola abortiva: tramutare l'interruzione di gravidanza in un gioco da ragazzi, facile come ingoiare una caramellina.
Questa è libertà? È potere femminile? Oppure è estensione della medicalizzazione alla totalità dell'esistenza? La Ru486 è perfettamente funzionale alla logica di prestazione che il neoliberismo più spietato va imponendo da anni: la maternità viene interpretata come un ostacolo, un impedimento, un fastidio.
Molto più semplice convincere una ragazza a prendere la pillolina magica piuttosto che elaborare politiche serie a sostegno della vita che nasce, della famiglia e delle giovani madri (soprattutto se sole).
Che poi la Ru486 presenti dei rischi per la salute non sono chissà quali perfidi oscurantisti a sostenerlo.
Lo hanno messo nero su bianco anche i tecnici del settore sanità della Regione Piemonte poche settimane fa, opponendosi alla somministrazione del «farmaco» nei consultori.
Tutto questo, però, agli sfegatati tifosi dei «diritti delle donne» non interessa. In barba alla legge 194, che tra le altre cose difende la vita, vorrebbero l'aborto fai da te in ogni dove.
Lo ha dimostrato il blitz estivo del ministro Roberto Speranza, il quale pur di garantire una celere interruzione di gravidanza era pronto a negare alle donne ricoveri e cure in ospedale, tra gli applausi di Pd e femministe assortite.
Come sempre, poi, se qualcuno non è d'accordo con questa visione anti umana del mondo, se qualcuno osa opporsi al trionfo dell'ideologia, va messo a tacere: che cali su di lui la scure della censura.
Già, bisogna che le donne siano libere: a patto che scelgano «liberamente» di non diventare madri.




