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2018-10-03
Per i vigili bolognesi corsi di antirazzismo. Musulmani e sinti salgono in cattedra
ANSA
Quali sono le caratteristiche necessarie per essere un buon vigile urbano? La conoscenza di leggi e regolamenti, l'onestà, il buon senso. Il Comune di Bologna, tuttavia, ritiene che ci sia un'altra competenza fondamentale: l'antirazzismo. Come scovare i divieti di sosta o combattere la microcriminalità se non si conoscono a menadito tutte le sfaccettature della fantastica convivenza multiculturale?
I vigili urbani felsinei, quindi, dovranno andare a scuola di tolleranza. Fra i docenti, invece, una serie di figure tipiche della Bologna «accogliente», fra cui ci piace segnalare sin da subito il numero uno dell'associazione sinti italiani di Bologna, Luigi Chiesi. Sì, avete capito bene: le forze dell'ordine prenderanno lezioni dal capo dei nomadi. Il quale, personalmente, sarà sicuramente un esempio di probità, ma certo ad orecchie non del tutto formattate dalla retorica buonista la cosa continua a sembrare piuttosto strana.
Stiamo ai fatti: il Comune ha affidato all'associazione Eos, al modico prezzo di 5000 euro, un progetto della durata di un anno, nel cui ambito si terranno laboratori e seminari per dirigenti e funzionari della polizia municipale di Bologna. L'argomento è appunto l'antirazzismo. Si comincia nel corso di questo mese, si finisce a settembre 2019.
Il progetto della onlus fissa una serie di obiettivi, come quello di «riconoscere l'importanza dell'agire di polizia sulla base del rispetto dei diritti umani» o di «comprendere la rilevanza dell'agire non discriminatorio per il rispetto delle persone a rischio, dello scopo di favorire la coesione sociale, di soluzione dei conflitti e della polizia municipale».
I vigili urbani saranno tenuti a riflettere su temi come il «peso di stereotipi e pregiudizi e il peso del sistema di discriminazione istituzionale», ma anche sul arispetto dei diritti umani in polizia e degli obblighi etici e professionali di non discriminare all'interno e all'esterno della polizia e di promuovere le pari opportunità». Si parlerà poi di «come alcune comunità percepiscono ruolo e funzione dei servizi di polizia, e viceversa». Insomma, i vigili urbani saranno chiamati a rivedere il proprio operato sulla base di come la comunità magrebina o quella rom vedono le divise. Ne vedremo delle belle.
Veniamo ora ai docenti. C'è il già citato Chiesi. In un'intervista rilasciata nel 2015 e reperibile on line, l'esponente della comunità sinti cercava di fare chiarezza sugli «stereotipi» che gravano sul suo popolo.
Alla domanda sui furti che vedono spesso i nomadi protagonisti, Chiesi rispondeva: «Beh, anche tra i sinti, come in tutti i popoli, ci sono i ladri, ci sono i disonesti, ci sono quelli che vivono di espedienti… Dipende dalle esigenze, se uno è povero e rischia di morire di fame va a rubare». Beh, non è che sia così ovvio, veramente. Ma andiamo avanti. Alla domanda sul perché spesso i nomadi non mandano i figli a scuola, il rappresentante della comunità replicava: «Molti bambini rom e sinti vanno a scuola, ma dipende anche dalla realtà che spesso i sinti si trovano a vivere a scuola, una realtà fatta di discriminazione». Insomma, loro vorrebbero proprio mandare i figli a scuola, ma per colpa delle discriminazioni razziste, poi alla fine talvolta non lo fanno. Chissà se saranno questi i temi delle lezioni che Chiesi terrà ai vigili urbani...
In cattedra salirà anche anche il presidente dell'Ucoii e della comunità islamica bolognese, Yassine Lafram. I lettori della Verità hanno già incontrato questo nome lo scorso agosto, quando su queste colonne raccontammo di come il Comune di Bologna, da anni, dia in affitto un immobile alla comunità islamica cittadina con uno sconto del 91,3% (4.000 euro all'anno invece di 46.000).
Non solo: la giunta ha deliberato che i musulmani possano godere per 99 anni del diritto di superficie del terreno su cui sorge il loro centro, smettendo di pagare anche il poco di affitto che versano ora, con in più la possibilità di svolgere nuovi interventi di edilizia su una superficie di 7.000 metri cubi. Ritenendo che tutto questo fosse ancora poco, il Comune di Bologna, per non essere tacciato forse di islamofobia, ha deciso anche di mettere dare agli esponenti della comunità musulmana cittadina il compito di rendere edotti i vigili urbani locali della necessità di un approccio più dialogante con i fedeli dell'islam.
E con i buddisti? A loro possiamo fare la multa anche se parcheggiano nei posti appositi? E gli induisti? I cristiani ortodossi? Gli hare krishna? E i poveri atei, possono forse essere insultati dalle forze dell'ordine? Per non parlare dei cattolici. Lo si capisce bene, questo è un piano inclinato da cui non si riesce a risalire. I pubblici ufficiali, molto semplicemente dovrebbero trattare tutti allo stesso modo. Per esempio punendo chi non manda i figli a scuola, di qualsiasi etnia egli sia. Nonostante le «discriminazioni».
Adriano Scianca
Calano gli sbarchi: business in pericolo al Cara di Mineo
Il Cara di Mineo non deve chiudere. E non deve neanche alleggerire l'organico, cosa che sta accadendo con la nuova gestione della struttura. E così, lunedì i lavoratori, spalleggiati dai sindacati, sono scesi sul piede di guerra.
Dei 298 lavoratori del Centro di accoglienza per richiedenti asilo siciliano, ne sono stati richiamati solo 120. Tanto è bastato per far scattare l'agitazione. In questo primo ottobre, cambiano le società che devono gestire il Cara. Il 1° ottobre, infatti, il consorzio Nuova Cara Mineo, che gestisce la struttura dal 1° ottobre 2014, ha ceduto il testimone ad un nuovo raggruppamento di imprese. Nel frattempo, però, la struttura ha sempre meno ospiti in conseguenza del calo degli arrivi. Ed ecco che un centinaio di lavoratori potrebbero perdere il posto. Da qui la protesta, con i manifestanti ricevuti in prefettura per cercare una mediazione con le aziende e per chiedere al governo nazionale di intervenire sul territorio.
Ritrovarsi in mezzo a una strada non è mai piacevole, ovviamente. Stupisce, tuttavia, che i sindacati trattino le vicende del Cara come se parlassimo di una normale crisi aziendale. Se la Fiat licenzia e si mette a tavolino coi sindacati, l'obiettivo che tutti vogliono raggiungere è quello di far vendere all'azienda più auto, in modo che non occorrano più tagli.
Per una struttura creata per far fronte all'emergenza migratoria non accade esattamente la stessa cosa, a meno che non si voglia pensare che all'Italia servano più sbarchi per far sì che le strutture dell'accoglienza lavorino a pieno ritmo. È evidente che un ragionamento di questo tipo certifica l'esistenza di un vero business dell'accoglienza che lavora in favore dell'invasione per mero calcolo economico. Tanto più che la struttura siciliana è tutt'altro che un esempio di oculata amministrazione.
Il centro d'accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, comune di 5.080 abitanti in provincia di Catania, è composto da 400 villette a schiera identificate ognuna con un numero. Le strutture avrebbero dovuto ospitare i militari della base americana di Sigonella.
Nel 2011, per decisione dell'allora ministro degli Interni Roberto Maroni, divenne uno dei centri per richiedenti asilo più grandi d'Europa. In questi anni, al Cara si sono verificate varie rivolte, oltre agli scandali sulla gestione della struttura, che hanno anche incrociato la cronaca dell'inchiesta Mafia capitale, senza farsi mancare anche una parentopoli.
Nel 2015, un giovane ivoriano fuggito dal centro d'accoglienza irruppe in una villetta a Palagonia, non lontano da Mineo, uccidendo i due proprietari in modo brutale, non prima di aver violentato la padrona di casa.
Insomma, a Mineo c'è un vero e proprio spaccato di tutto ciò che non va nel sistema dell'accoglienza, compresa una sorta di suk a cielo aperto organizzato dagli immigrati stessi senza alcuna regola o controllo.
Per tutte queste ragioni, un cambiamento nella gestione, economica e politica, del Cara appare francamente dovuto.
Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che il primo maggio del 2017, quando non era ancora al governo, vi si fermò persino a dormire, ha più volte dichiarato la sua intenzione di chiudere la struttura. Business dell'accoglienza permettendo, ovviamente.
Fabrizio La Rocca
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Il Comune avvia un progetto di un anno per spiegare l'importanza della tolleranza nelle operazioni di polizia. Fra i docenti, invece, una serie di figure tipiche della Bologna «accogliente», fra cui ci piace segnalare sin da subito il numero uno dell'associazione sinti italiani di Bologna, Luigi Chiesi.Dei 298 lavoratori del centro siciliano, solo 120 sono stati richiamati dopo il cambio gestione. Proteste da parte dei sindacati.Lo speciale contiene due articoliQuali sono le caratteristiche necessarie per essere un buon vigile urbano? La conoscenza di leggi e regolamenti, l'onestà, il buon senso. Il Comune di Bologna, tuttavia, ritiene che ci sia un'altra competenza fondamentale: l'antirazzismo. Come scovare i divieti di sosta o combattere la microcriminalità se non si conoscono a menadito tutte le sfaccettature della fantastica convivenza multiculturale?I vigili urbani felsinei, quindi, dovranno andare a scuola di tolleranza. Fra i docenti, invece, una serie di figure tipiche della Bologna «accogliente», fra cui ci piace segnalare sin da subito il numero uno dell'associazione sinti italiani di Bologna, Luigi Chiesi. Sì, avete capito bene: le forze dell'ordine prenderanno lezioni dal capo dei nomadi. Il quale, personalmente, sarà sicuramente un esempio di probità, ma certo ad orecchie non del tutto formattate dalla retorica buonista la cosa continua a sembrare piuttosto strana.Stiamo ai fatti: il Comune ha affidato all'associazione Eos, al modico prezzo di 5000 euro, un progetto della durata di un anno, nel cui ambito si terranno laboratori e seminari per dirigenti e funzionari della polizia municipale di Bologna. L'argomento è appunto l'antirazzismo. Si comincia nel corso di questo mese, si finisce a settembre 2019. Il progetto della onlus fissa una serie di obiettivi, come quello di «riconoscere l'importanza dell'agire di polizia sulla base del rispetto dei diritti umani» o di «comprendere la rilevanza dell'agire non discriminatorio per il rispetto delle persone a rischio, dello scopo di favorire la coesione sociale, di soluzione dei conflitti e della polizia municipale». I vigili urbani saranno tenuti a riflettere su temi come il «peso di stereotipi e pregiudizi e il peso del sistema di discriminazione istituzionale», ma anche sul arispetto dei diritti umani in polizia e degli obblighi etici e professionali di non discriminare all'interno e all'esterno della polizia e di promuovere le pari opportunità». Si parlerà poi di «come alcune comunità percepiscono ruolo e funzione dei servizi di polizia, e viceversa». Insomma, i vigili urbani saranno chiamati a rivedere il proprio operato sulla base di come la comunità magrebina o quella rom vedono le divise. Ne vedremo delle belle.Veniamo ora ai docenti. C'è il già citato Chiesi. In un'intervista rilasciata nel 2015 e reperibile on line, l'esponente della comunità sinti cercava di fare chiarezza sugli «stereotipi» che gravano sul suo popolo. Alla domanda sui furti che vedono spesso i nomadi protagonisti, Chiesi rispondeva: «Beh, anche tra i sinti, come in tutti i popoli, ci sono i ladri, ci sono i disonesti, ci sono quelli che vivono di espedienti… Dipende dalle esigenze, se uno è povero e rischia di morire di fame va a rubare». Beh, non è che sia così ovvio, veramente. Ma andiamo avanti. Alla domanda sul perché spesso i nomadi non mandano i figli a scuola, il rappresentante della comunità replicava: «Molti bambini rom e sinti vanno a scuola, ma dipende anche dalla realtà che spesso i sinti si trovano a vivere a scuola, una realtà fatta di discriminazione». Insomma, loro vorrebbero proprio mandare i figli a scuola, ma per colpa delle discriminazioni razziste, poi alla fine talvolta non lo fanno. Chissà se saranno questi i temi delle lezioni che Chiesi terrà ai vigili urbani...In cattedra salirà anche anche il presidente dell'Ucoii e della comunità islamica bolognese, Yassine Lafram. I lettori della Verità hanno già incontrato questo nome lo scorso agosto, quando su queste colonne raccontammo di come il Comune di Bologna, da anni, dia in affitto un immobile alla comunità islamica cittadina con uno sconto del 91,3% (4.000 euro all'anno invece di 46.000). Non solo: la giunta ha deliberato che i musulmani possano godere per 99 anni del diritto di superficie del terreno su cui sorge il loro centro, smettendo di pagare anche il poco di affitto che versano ora, con in più la possibilità di svolgere nuovi interventi di edilizia su una superficie di 7.000 metri cubi. Ritenendo che tutto questo fosse ancora poco, il Comune di Bologna, per non essere tacciato forse di islamofobia, ha deciso anche di mettere dare agli esponenti della comunità musulmana cittadina il compito di rendere edotti i vigili urbani locali della necessità di un approccio più dialogante con i fedeli dell'islam. E con i buddisti? A loro possiamo fare la multa anche se parcheggiano nei posti appositi? E gli induisti? I cristiani ortodossi? Gli hare krishna? E i poveri atei, possono forse essere insultati dalle forze dell'ordine? Per non parlare dei cattolici. Lo si capisce bene, questo è un piano inclinato da cui non si riesce a risalire. I pubblici ufficiali, molto semplicemente dovrebbero trattare tutti allo stesso modo. Per esempio punendo chi non manda i figli a scuola, di qualsiasi etnia egli sia. Nonostante le «discriminazioni». Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-i-vigili-bolognesi-corsi-di-antirazzismo-musulmani-e-sinti-salgono-in-cattedra-2609584769.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="calano-gli-sbarchi-business-in-pericolo-al-cara-di-mineo" data-post-id="2609584769" data-published-at="1777572429" data-use-pagination="False"> Calano gli sbarchi: business in pericolo al Cara di Mineo Il Cara di Mineo non deve chiudere. E non deve neanche alleggerire l'organico, cosa che sta accadendo con la nuova gestione della struttura. E così, lunedì i lavoratori, spalleggiati dai sindacati, sono scesi sul piede di guerra. Dei 298 lavoratori del Centro di accoglienza per richiedenti asilo siciliano, ne sono stati richiamati solo 120. Tanto è bastato per far scattare l'agitazione. In questo primo ottobre, cambiano le società che devono gestire il Cara. Il 1° ottobre, infatti, il consorzio Nuova Cara Mineo, che gestisce la struttura dal 1° ottobre 2014, ha ceduto il testimone ad un nuovo raggruppamento di imprese. Nel frattempo, però, la struttura ha sempre meno ospiti in conseguenza del calo degli arrivi. Ed ecco che un centinaio di lavoratori potrebbero perdere il posto. Da qui la protesta, con i manifestanti ricevuti in prefettura per cercare una mediazione con le aziende e per chiedere al governo nazionale di intervenire sul territorio. Ritrovarsi in mezzo a una strada non è mai piacevole, ovviamente. Stupisce, tuttavia, che i sindacati trattino le vicende del Cara come se parlassimo di una normale crisi aziendale. Se la Fiat licenzia e si mette a tavolino coi sindacati, l'obiettivo che tutti vogliono raggiungere è quello di far vendere all'azienda più auto, in modo che non occorrano più tagli. Per una struttura creata per far fronte all'emergenza migratoria non accade esattamente la stessa cosa, a meno che non si voglia pensare che all'Italia servano più sbarchi per far sì che le strutture dell'accoglienza lavorino a pieno ritmo. È evidente che un ragionamento di questo tipo certifica l'esistenza di un vero business dell'accoglienza che lavora in favore dell'invasione per mero calcolo economico. Tanto più che la struttura siciliana è tutt'altro che un esempio di oculata amministrazione. Il centro d'accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, comune di 5.080 abitanti in provincia di Catania, è composto da 400 villette a schiera identificate ognuna con un numero. Le strutture avrebbero dovuto ospitare i militari della base americana di Sigonella. Nel 2011, per decisione dell'allora ministro degli Interni Roberto Maroni, divenne uno dei centri per richiedenti asilo più grandi d'Europa. In questi anni, al Cara si sono verificate varie rivolte, oltre agli scandali sulla gestione della struttura, che hanno anche incrociato la cronaca dell'inchiesta Mafia capitale, senza farsi mancare anche una parentopoli. Nel 2015, un giovane ivoriano fuggito dal centro d'accoglienza irruppe in una villetta a Palagonia, non lontano da Mineo, uccidendo i due proprietari in modo brutale, non prima di aver violentato la padrona di casa. Insomma, a Mineo c'è un vero e proprio spaccato di tutto ciò che non va nel sistema dell'accoglienza, compresa una sorta di suk a cielo aperto organizzato dagli immigrati stessi senza alcuna regola o controllo. Per tutte queste ragioni, un cambiamento nella gestione, economica e politica, del Cara appare francamente dovuto. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che il primo maggio del 2017, quando non era ancora al governo, vi si fermò persino a dormire, ha più volte dichiarato la sua intenzione di chiudere la struttura. Business dell'accoglienza permettendo, ovviamente. Fabrizio La Rocca
Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.
Ecco #DimmiLaVerità del 30 aprile 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega che per Trump i sondaggi interni sono disastrosi.