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2018-10-03
Per i vigili bolognesi corsi di antirazzismo. Musulmani e sinti salgono in cattedra
ANSA
Quali sono le caratteristiche necessarie per essere un buon vigile urbano? La conoscenza di leggi e regolamenti, l'onestà, il buon senso. Il Comune di Bologna, tuttavia, ritiene che ci sia un'altra competenza fondamentale: l'antirazzismo. Come scovare i divieti di sosta o combattere la microcriminalità se non si conoscono a menadito tutte le sfaccettature della fantastica convivenza multiculturale?
I vigili urbani felsinei, quindi, dovranno andare a scuola di tolleranza. Fra i docenti, invece, una serie di figure tipiche della Bologna «accogliente», fra cui ci piace segnalare sin da subito il numero uno dell'associazione sinti italiani di Bologna, Luigi Chiesi. Sì, avete capito bene: le forze dell'ordine prenderanno lezioni dal capo dei nomadi. Il quale, personalmente, sarà sicuramente un esempio di probità, ma certo ad orecchie non del tutto formattate dalla retorica buonista la cosa continua a sembrare piuttosto strana.
Stiamo ai fatti: il Comune ha affidato all'associazione Eos, al modico prezzo di 5000 euro, un progetto della durata di un anno, nel cui ambito si terranno laboratori e seminari per dirigenti e funzionari della polizia municipale di Bologna. L'argomento è appunto l'antirazzismo. Si comincia nel corso di questo mese, si finisce a settembre 2019.
Il progetto della onlus fissa una serie di obiettivi, come quello di «riconoscere l'importanza dell'agire di polizia sulla base del rispetto dei diritti umani» o di «comprendere la rilevanza dell'agire non discriminatorio per il rispetto delle persone a rischio, dello scopo di favorire la coesione sociale, di soluzione dei conflitti e della polizia municipale».
I vigili urbani saranno tenuti a riflettere su temi come il «peso di stereotipi e pregiudizi e il peso del sistema di discriminazione istituzionale», ma anche sul arispetto dei diritti umani in polizia e degli obblighi etici e professionali di non discriminare all'interno e all'esterno della polizia e di promuovere le pari opportunità». Si parlerà poi di «come alcune comunità percepiscono ruolo e funzione dei servizi di polizia, e viceversa». Insomma, i vigili urbani saranno chiamati a rivedere il proprio operato sulla base di come la comunità magrebina o quella rom vedono le divise. Ne vedremo delle belle.
Veniamo ora ai docenti. C'è il già citato Chiesi. In un'intervista rilasciata nel 2015 e reperibile on line, l'esponente della comunità sinti cercava di fare chiarezza sugli «stereotipi» che gravano sul suo popolo.
Alla domanda sui furti che vedono spesso i nomadi protagonisti, Chiesi rispondeva: «Beh, anche tra i sinti, come in tutti i popoli, ci sono i ladri, ci sono i disonesti, ci sono quelli che vivono di espedienti… Dipende dalle esigenze, se uno è povero e rischia di morire di fame va a rubare». Beh, non è che sia così ovvio, veramente. Ma andiamo avanti. Alla domanda sul perché spesso i nomadi non mandano i figli a scuola, il rappresentante della comunità replicava: «Molti bambini rom e sinti vanno a scuola, ma dipende anche dalla realtà che spesso i sinti si trovano a vivere a scuola, una realtà fatta di discriminazione». Insomma, loro vorrebbero proprio mandare i figli a scuola, ma per colpa delle discriminazioni razziste, poi alla fine talvolta non lo fanno. Chissà se saranno questi i temi delle lezioni che Chiesi terrà ai vigili urbani...
In cattedra salirà anche anche il presidente dell'Ucoii e della comunità islamica bolognese, Yassine Lafram. I lettori della Verità hanno già incontrato questo nome lo scorso agosto, quando su queste colonne raccontammo di come il Comune di Bologna, da anni, dia in affitto un immobile alla comunità islamica cittadina con uno sconto del 91,3% (4.000 euro all'anno invece di 46.000).
Non solo: la giunta ha deliberato che i musulmani possano godere per 99 anni del diritto di superficie del terreno su cui sorge il loro centro, smettendo di pagare anche il poco di affitto che versano ora, con in più la possibilità di svolgere nuovi interventi di edilizia su una superficie di 7.000 metri cubi. Ritenendo che tutto questo fosse ancora poco, il Comune di Bologna, per non essere tacciato forse di islamofobia, ha deciso anche di mettere dare agli esponenti della comunità musulmana cittadina il compito di rendere edotti i vigili urbani locali della necessità di un approccio più dialogante con i fedeli dell'islam.
E con i buddisti? A loro possiamo fare la multa anche se parcheggiano nei posti appositi? E gli induisti? I cristiani ortodossi? Gli hare krishna? E i poveri atei, possono forse essere insultati dalle forze dell'ordine? Per non parlare dei cattolici. Lo si capisce bene, questo è un piano inclinato da cui non si riesce a risalire. I pubblici ufficiali, molto semplicemente dovrebbero trattare tutti allo stesso modo. Per esempio punendo chi non manda i figli a scuola, di qualsiasi etnia egli sia. Nonostante le «discriminazioni».
Adriano Scianca
Calano gli sbarchi: business in pericolo al Cara di Mineo
Il Cara di Mineo non deve chiudere. E non deve neanche alleggerire l'organico, cosa che sta accadendo con la nuova gestione della struttura. E così, lunedì i lavoratori, spalleggiati dai sindacati, sono scesi sul piede di guerra.
Dei 298 lavoratori del Centro di accoglienza per richiedenti asilo siciliano, ne sono stati richiamati solo 120. Tanto è bastato per far scattare l'agitazione. In questo primo ottobre, cambiano le società che devono gestire il Cara. Il 1° ottobre, infatti, il consorzio Nuova Cara Mineo, che gestisce la struttura dal 1° ottobre 2014, ha ceduto il testimone ad un nuovo raggruppamento di imprese. Nel frattempo, però, la struttura ha sempre meno ospiti in conseguenza del calo degli arrivi. Ed ecco che un centinaio di lavoratori potrebbero perdere il posto. Da qui la protesta, con i manifestanti ricevuti in prefettura per cercare una mediazione con le aziende e per chiedere al governo nazionale di intervenire sul territorio.
Ritrovarsi in mezzo a una strada non è mai piacevole, ovviamente. Stupisce, tuttavia, che i sindacati trattino le vicende del Cara come se parlassimo di una normale crisi aziendale. Se la Fiat licenzia e si mette a tavolino coi sindacati, l'obiettivo che tutti vogliono raggiungere è quello di far vendere all'azienda più auto, in modo che non occorrano più tagli.
Per una struttura creata per far fronte all'emergenza migratoria non accade esattamente la stessa cosa, a meno che non si voglia pensare che all'Italia servano più sbarchi per far sì che le strutture dell'accoglienza lavorino a pieno ritmo. È evidente che un ragionamento di questo tipo certifica l'esistenza di un vero business dell'accoglienza che lavora in favore dell'invasione per mero calcolo economico. Tanto più che la struttura siciliana è tutt'altro che un esempio di oculata amministrazione.
Il centro d'accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, comune di 5.080 abitanti in provincia di Catania, è composto da 400 villette a schiera identificate ognuna con un numero. Le strutture avrebbero dovuto ospitare i militari della base americana di Sigonella.
Nel 2011, per decisione dell'allora ministro degli Interni Roberto Maroni, divenne uno dei centri per richiedenti asilo più grandi d'Europa. In questi anni, al Cara si sono verificate varie rivolte, oltre agli scandali sulla gestione della struttura, che hanno anche incrociato la cronaca dell'inchiesta Mafia capitale, senza farsi mancare anche una parentopoli.
Nel 2015, un giovane ivoriano fuggito dal centro d'accoglienza irruppe in una villetta a Palagonia, non lontano da Mineo, uccidendo i due proprietari in modo brutale, non prima di aver violentato la padrona di casa.
Insomma, a Mineo c'è un vero e proprio spaccato di tutto ciò che non va nel sistema dell'accoglienza, compresa una sorta di suk a cielo aperto organizzato dagli immigrati stessi senza alcuna regola o controllo.
Per tutte queste ragioni, un cambiamento nella gestione, economica e politica, del Cara appare francamente dovuto.
Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che il primo maggio del 2017, quando non era ancora al governo, vi si fermò persino a dormire, ha più volte dichiarato la sua intenzione di chiudere la struttura. Business dell'accoglienza permettendo, ovviamente.
Fabrizio La Rocca
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Il Comune avvia un progetto di un anno per spiegare l'importanza della tolleranza nelle operazioni di polizia. Fra i docenti, invece, una serie di figure tipiche della Bologna «accogliente», fra cui ci piace segnalare sin da subito il numero uno dell'associazione sinti italiani di Bologna, Luigi Chiesi.Dei 298 lavoratori del centro siciliano, solo 120 sono stati richiamati dopo il cambio gestione. Proteste da parte dei sindacati.Lo speciale contiene due articoliQuali sono le caratteristiche necessarie per essere un buon vigile urbano? La conoscenza di leggi e regolamenti, l'onestà, il buon senso. Il Comune di Bologna, tuttavia, ritiene che ci sia un'altra competenza fondamentale: l'antirazzismo. Come scovare i divieti di sosta o combattere la microcriminalità se non si conoscono a menadito tutte le sfaccettature della fantastica convivenza multiculturale?I vigili urbani felsinei, quindi, dovranno andare a scuola di tolleranza. Fra i docenti, invece, una serie di figure tipiche della Bologna «accogliente», fra cui ci piace segnalare sin da subito il numero uno dell'associazione sinti italiani di Bologna, Luigi Chiesi. Sì, avete capito bene: le forze dell'ordine prenderanno lezioni dal capo dei nomadi. Il quale, personalmente, sarà sicuramente un esempio di probità, ma certo ad orecchie non del tutto formattate dalla retorica buonista la cosa continua a sembrare piuttosto strana.Stiamo ai fatti: il Comune ha affidato all'associazione Eos, al modico prezzo di 5000 euro, un progetto della durata di un anno, nel cui ambito si terranno laboratori e seminari per dirigenti e funzionari della polizia municipale di Bologna. L'argomento è appunto l'antirazzismo. Si comincia nel corso di questo mese, si finisce a settembre 2019. Il progetto della onlus fissa una serie di obiettivi, come quello di «riconoscere l'importanza dell'agire di polizia sulla base del rispetto dei diritti umani» o di «comprendere la rilevanza dell'agire non discriminatorio per il rispetto delle persone a rischio, dello scopo di favorire la coesione sociale, di soluzione dei conflitti e della polizia municipale». I vigili urbani saranno tenuti a riflettere su temi come il «peso di stereotipi e pregiudizi e il peso del sistema di discriminazione istituzionale», ma anche sul arispetto dei diritti umani in polizia e degli obblighi etici e professionali di non discriminare all'interno e all'esterno della polizia e di promuovere le pari opportunità». Si parlerà poi di «come alcune comunità percepiscono ruolo e funzione dei servizi di polizia, e viceversa». Insomma, i vigili urbani saranno chiamati a rivedere il proprio operato sulla base di come la comunità magrebina o quella rom vedono le divise. Ne vedremo delle belle.Veniamo ora ai docenti. C'è il già citato Chiesi. In un'intervista rilasciata nel 2015 e reperibile on line, l'esponente della comunità sinti cercava di fare chiarezza sugli «stereotipi» che gravano sul suo popolo. Alla domanda sui furti che vedono spesso i nomadi protagonisti, Chiesi rispondeva: «Beh, anche tra i sinti, come in tutti i popoli, ci sono i ladri, ci sono i disonesti, ci sono quelli che vivono di espedienti… Dipende dalle esigenze, se uno è povero e rischia di morire di fame va a rubare». Beh, non è che sia così ovvio, veramente. Ma andiamo avanti. Alla domanda sul perché spesso i nomadi non mandano i figli a scuola, il rappresentante della comunità replicava: «Molti bambini rom e sinti vanno a scuola, ma dipende anche dalla realtà che spesso i sinti si trovano a vivere a scuola, una realtà fatta di discriminazione». Insomma, loro vorrebbero proprio mandare i figli a scuola, ma per colpa delle discriminazioni razziste, poi alla fine talvolta non lo fanno. Chissà se saranno questi i temi delle lezioni che Chiesi terrà ai vigili urbani...In cattedra salirà anche anche il presidente dell'Ucoii e della comunità islamica bolognese, Yassine Lafram. I lettori della Verità hanno già incontrato questo nome lo scorso agosto, quando su queste colonne raccontammo di come il Comune di Bologna, da anni, dia in affitto un immobile alla comunità islamica cittadina con uno sconto del 91,3% (4.000 euro all'anno invece di 46.000). Non solo: la giunta ha deliberato che i musulmani possano godere per 99 anni del diritto di superficie del terreno su cui sorge il loro centro, smettendo di pagare anche il poco di affitto che versano ora, con in più la possibilità di svolgere nuovi interventi di edilizia su una superficie di 7.000 metri cubi. Ritenendo che tutto questo fosse ancora poco, il Comune di Bologna, per non essere tacciato forse di islamofobia, ha deciso anche di mettere dare agli esponenti della comunità musulmana cittadina il compito di rendere edotti i vigili urbani locali della necessità di un approccio più dialogante con i fedeli dell'islam. E con i buddisti? A loro possiamo fare la multa anche se parcheggiano nei posti appositi? E gli induisti? I cristiani ortodossi? Gli hare krishna? E i poveri atei, possono forse essere insultati dalle forze dell'ordine? Per non parlare dei cattolici. Lo si capisce bene, questo è un piano inclinato da cui non si riesce a risalire. I pubblici ufficiali, molto semplicemente dovrebbero trattare tutti allo stesso modo. Per esempio punendo chi non manda i figli a scuola, di qualsiasi etnia egli sia. Nonostante le «discriminazioni». Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-i-vigili-bolognesi-corsi-di-antirazzismo-musulmani-e-sinti-salgono-in-cattedra-2609584769.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="calano-gli-sbarchi-business-in-pericolo-al-cara-di-mineo" data-post-id="2609584769" data-published-at="1780225331" data-use-pagination="False"> Calano gli sbarchi: business in pericolo al Cara di Mineo Il Cara di Mineo non deve chiudere. E non deve neanche alleggerire l'organico, cosa che sta accadendo con la nuova gestione della struttura. E così, lunedì i lavoratori, spalleggiati dai sindacati, sono scesi sul piede di guerra. Dei 298 lavoratori del Centro di accoglienza per richiedenti asilo siciliano, ne sono stati richiamati solo 120. Tanto è bastato per far scattare l'agitazione. In questo primo ottobre, cambiano le società che devono gestire il Cara. Il 1° ottobre, infatti, il consorzio Nuova Cara Mineo, che gestisce la struttura dal 1° ottobre 2014, ha ceduto il testimone ad un nuovo raggruppamento di imprese. Nel frattempo, però, la struttura ha sempre meno ospiti in conseguenza del calo degli arrivi. Ed ecco che un centinaio di lavoratori potrebbero perdere il posto. Da qui la protesta, con i manifestanti ricevuti in prefettura per cercare una mediazione con le aziende e per chiedere al governo nazionale di intervenire sul territorio. Ritrovarsi in mezzo a una strada non è mai piacevole, ovviamente. Stupisce, tuttavia, che i sindacati trattino le vicende del Cara come se parlassimo di una normale crisi aziendale. Se la Fiat licenzia e si mette a tavolino coi sindacati, l'obiettivo che tutti vogliono raggiungere è quello di far vendere all'azienda più auto, in modo che non occorrano più tagli. Per una struttura creata per far fronte all'emergenza migratoria non accade esattamente la stessa cosa, a meno che non si voglia pensare che all'Italia servano più sbarchi per far sì che le strutture dell'accoglienza lavorino a pieno ritmo. È evidente che un ragionamento di questo tipo certifica l'esistenza di un vero business dell'accoglienza che lavora in favore dell'invasione per mero calcolo economico. Tanto più che la struttura siciliana è tutt'altro che un esempio di oculata amministrazione. Il centro d'accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, comune di 5.080 abitanti in provincia di Catania, è composto da 400 villette a schiera identificate ognuna con un numero. Le strutture avrebbero dovuto ospitare i militari della base americana di Sigonella. Nel 2011, per decisione dell'allora ministro degli Interni Roberto Maroni, divenne uno dei centri per richiedenti asilo più grandi d'Europa. In questi anni, al Cara si sono verificate varie rivolte, oltre agli scandali sulla gestione della struttura, che hanno anche incrociato la cronaca dell'inchiesta Mafia capitale, senza farsi mancare anche una parentopoli. Nel 2015, un giovane ivoriano fuggito dal centro d'accoglienza irruppe in una villetta a Palagonia, non lontano da Mineo, uccidendo i due proprietari in modo brutale, non prima di aver violentato la padrona di casa. Insomma, a Mineo c'è un vero e proprio spaccato di tutto ciò che non va nel sistema dell'accoglienza, compresa una sorta di suk a cielo aperto organizzato dagli immigrati stessi senza alcuna regola o controllo. Per tutte queste ragioni, un cambiamento nella gestione, economica e politica, del Cara appare francamente dovuto. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che il primo maggio del 2017, quando non era ancora al governo, vi si fermò persino a dormire, ha più volte dichiarato la sua intenzione di chiudere la struttura. Business dell'accoglienza permettendo, ovviamente. Fabrizio La Rocca
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il messaggio suona più o meno così: volete soldi per affrontare il caro energia? Benissimo. Però prima assicuratevi di non rallentare la corsa al riarmo. Mercoledì la Commissione presenterà il pacchetto di primavera del semestre 2026. Una sorta di pagella in cui Bruxelles distribuisce voti, bacchettate e consigli non richiesti. Quest’anno, tuttavia, il clima è diverso. Sullo sfondo ci sono la guerra commerciale globale, i prezzi energetici che continuano a tormentare famiglie e imprese, la crescita asfittica dell’economia europea e soprattutto la nuova ossessione comunitaria: la spesa militare. La coincidenza è singolare. Quando si tratta di finanziare carri armati, missili, sistemi di difesa e programmi militari, le regole del Patto di stabilità possono essere piegate senza problemi. Quando invece si tratta di aiutare imprese e famiglie a pagare bollette diventate insostenibili ricompaiono i ragionieri del rigore. A metà maggio Giorgia Meloni ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nella lettera ha chiesto di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia che Bruxelles ha già aperto per le spese militari. Una richiesta semplice: se si possono fare deroghe ai vincoli di bilancio per acquistare armamenti, perché non consentirle anche per proteggere il sistema produttivo dall’esplosione dei costi energetici? Domanda apparentemente logica. Ma proprio la logica sembra essere la grande assente nei palazzi europei. Venerdì il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che il semestre europeo «sarà un’occasione per affrontare i temi indicati nella lettera». Per la serie: ne parleremo.
Purtroppo le probabilità che l’Italia ottenga un’estensione della clausola sembrano ridotte. Le fonti comunitarie parlano apertamente di forti resistenze. «A livello tecnico e di ministri c’è piena opposizione», riferisce una fonte europea.
In compenso, mentre si chiude una porta, Bruxelles ne apre un’altra. O almeno finge di aprirla. Secondo indiscrezioni potrebbe essere predisposto «un qualche strumento di credito».
La risposta farà probabilmente eco alle indicazioni già fornite dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, raccomandando di restare all’interno del quadro fiscale e di privilegiare gli investimenti energetici rispetto ai sussidi. Il parametro è sempre lo stesso. Le regole restano regole. Purché non riguardino la difesa.
Infatti sedici Stati membri hanno già attivato la clausola per gli investimenti militari. Sedici. Nessun dramma. Nessun richiamo ai sacrifici delle generazioni future.
Per le armi il portafoglio si apre. Per le bollette si discute. Per le imprese si riflette. Per i cittadini si studia. Per il riarmo si firma. Naturalmente Bruxelles respinge qualsiasi accusa di doppio standard. E il commissario europeo Raffaele Fitto continua a ripetere che si lavora «con spirito costruttivo». Espressione meravigliosa.
Talmente costruttiva che, pochi giorni fa, i governi sono stati invitati a utilizzare le risorse dei fondi di coesione. Una scelta che, ovviamente, ha suscitato le proteste delle comunità che si vedrebbero tagliare i finanziamenti.
Così si fa avanti. Mercoledì la procedura per deficit eccessivo dovrebbe essere confermata. Il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia magica del 3%. Ci sarà poi il consueto richiamo al consolidamento dei conti pubblici. Ci sarà il controllo sulla crescita della spesa netta. Ci saranno le raccomandazioni. Ci saranno gli ammonimenti. Ci sarà il rituale. Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. Nel 2025 la spesa netta italiana è cresciuta dell’1,9%, oltre il limite dell’1,3% fissato dal percorso concordato con Bruxelles. Ma una parte significativa dell’incremento deriva dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, elemento che le regole europee consentono di sterilizzare nei conteggi. Insomma, anche stavolta la realtà è più complicata delle formule burocratiche.
E come sempre il Semestre europeo si concluderà con il tradizionale elenco delle virtù obbligatorie: innovazione, capitale di rischio, aggregazioni tra imprese, elettrificazione, energie rinnovabili, politiche climatiche e ambientali. Il catalogo delle buone intenzioni non mancherà. Manca invece una risposta convincente alla domanda fondamentale che attraversa tutta questa vicenda. Perché l’Europa considera strategico finanziare la difesa ma non considera altrettanto strategico difendere famiglie e imprese? Una domanda che a Bruxelles preferiscono non sentire.
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(iStock)
Veniamo ai numeri: dalle dichiarazioni dei redditi del 2024, l’Irpef media pagata dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi si è attestata a 8.331 euro mentre i dipendenti si sono fermati a 4.215 euro e i pensionati a 4.006. In termini percentuali, significa che le partite Iva versano circa il 98% in più rispetto ai dipendenti e addirittura il 108% in più rispetto ai pensionati.
La normativa delle imposte vede l’evoluzione della flat tax per questa categoria di contribuenti che si è concretizzata nell’innalzamento della soglia massima di ricavi e compensi. Dal 2023 il limite per accedere all’aliquota del 15% (o del 5% per i primi 5 anni) è fissato a 85.000 euro. Partito inizialmente nel 2016 con limiti variabili (da 25.000 a 50.000 euro in base all’attività), il tetto è stato unificato e portato a 65.000 euro nel 2019, per poi subire l’ultimo incremento a 85.000 euro. Il sistema attuale sostituisce l’Irpef progressiva e le relative addizionali regionali/comunali con un’imposta sostitutiva secca. L'imponibile non viene calcolato sui costi reali, ma attraverso specifici coefficienti di redditività legati al codice Ateco.
Il prelievo dell’Irpef sulle partite Iva è superiore da anni. Ad esempio nel 2018, le imposte versate dai lavoratori autonomi sono state pari a 5.091 euro mentre quelle dei dipendenti di 3.927 e quelle dei pensionati di 3.047 euro. Anche allora le partite Iva pagavano il 30% in più di Irpef all’anno rispetto ai dipendenti e il 67% in più di quanto versavano i pensionati. «È importante chiarire questa questione per smentire la tesi molto diffusa secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte», afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. «Fermo restando che la lotta all’evasione e alla sotto-dichiarazione è una priorità imprescindibile anche tra gli autonomi e ci mancherebbe, non può diventare un alibi per trascurare un dato altrettanto evidente. Mediamente le partite Iva figurano oggi tra i contribuenti più esposti al prelievo fiscale».
Complessivamente i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni: di cui 23,8 sono lavoratori dipendenti (56%), 14,5 milioni pensionati (34%) e 3,3 milioni sono partite Iva (8%). Il gettito totale Irpef, è pari a quasi 190 miliardi di euro; di questi, 100,3 miliardi sono prelevati dai dipendenti (53%), 58,1 miliardi dai pensionati (31%) e 27,4 miliardi dai lavoratori autonomi (14%). Il gettito medio dei contribuenti Irpef è di 4.462 euro; tuttavia, se l’importo medio versato all’erario dai pensionati è di 4.006 euro, sale a 4.215 euro per i dipendenti e si attesta a 8.331 euro per gli imprenditori e lavoratori autonomi. Infine, se disaggreghiamo il dato riferito a quest'ultima categoria professionale, emerge che i lavoratori autonomi (ovvero i liberi professionisti) pagano mediamente 21.528 euro di Irpef pro capite, 5.959 euro gli imprenditori (artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che nel 80% dei casi lavorano da soli), e 5.616 euro i collaboratori familiari/soci di società di persone. Anche in questi ultimi due casi, il versamento medio è superiore a quello dei pensionati e, in particolare, dei dipendenti che includono anche soggetti con elevati livelli retributivi (come medici, professori universitari, magistrati, dirigenti, manager).
La Cgia lancia una proposta provocatoria: eliminare il sostituto d’imposta. «Tutti i contribuenti sarebbero chiamati a dichiarare e versare in prima persona, aumentando trasparenza e responsabilizzazione. Questo potrebbe ridurre il pregiudizio secondo cui i lavoratori autonomi avrebbero maggiori possibilità di evasione/elusione: al contrario, emergerebbe con maggiore evidenza il reale livello di contribuzione di ciascuna categoria».
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Nel riquadro il vicepresidente comunale di Avs a Firenze, Vincenzo Pizzolo (iStock)
Così come non sembra sufficiente l’alta probabilità che a stretto giro (la giunta ha già approvato una delibera) i vincoli e i paletti (camere singole e cucine da almeno 9 metri quadrati, norme rigide sull’impatto acustico ecc) vengano estesi ad altre 500 e passa strade della cosiddetta “prima cintura” urbana. No a Firenze, la sinistra vuole di più e quel di più è scappato in modo consapevolmente semi-ufficiale al vicepresidente del Consiglio Comunale a Vincenzo Pizzolo.
Il rappresentante del gruppo consiliare AVS-Ecolò che un paio di giorni fa, nel corso di un’accalorata riunione della Commissione Sviluppo, ha apertamente dichiarato la disponibilità dei suoi a sostenere forme di requisizione delle case sfitte. «...Non so se suggerivano una forma di requisizione delle case sfitte», ha replicato a un intervento di alcuni colleghi in aula, «nel caso noi come gruppo consiliare siamo favorevoli, a livello parlamentare abbiamo anche fatto una proposta di legge». Boom.
Quanto c’è da tremare? Per quanti giorni un legittimo proprietario di casa può lasciare il suo immobile «vuoto» prima che arrivi l’esproprio di Stato? Alla fine sarà prevista un’indennità, un risarcimento o neanche quello?
Di primo acchito sembra una provocazione, ma visto che Pizzolo non è un passante ma un rappresentante autorevole della maggioranza di governo in città, è difficile derubricare la faccenda a boutade. E visto che già oggi il capoluogo toscano fa da battistrada nel Paese rispetto alla nuova battaglia rossa contro gli affitti brevi, la cosa diventa seria.
E seriamente la prende anche il vicepresidente del consiglio comunale fiorentino, lato opposizione, Alessandro Draghi di Fdi. «Credo sia allucinante», spiega alla Verità, «proporre di requisire le case sfitte dei nostri concittadini, nemmeno il Venezuela di Maduro era giunto a tanto. La proposta di legge di Avs sulla patrimoniale la conoscevo, la pirateria no! Forse il consigliere Pizzolo è stanco ed ha voglia di vacanze, gli suggerirei Pyongyang, dove magari le sue idee dell’abitare attecchiscono di più».
E a dimostrazione che Venezuela e Corea del Nord possono essere meno distanti di quanto si pensa, va presa sul serio anche la seconda parte dell’esternazione di Pizzolo. A cosa si riferisce l’avvocato di Avs quando dice che «a livello parlamentare abbiamo già fatto una proposta di legge...»?.
Basta fare qualche passo indietro con la memoria per ricordare che non molti mesi fa (eravamo a ottobre 2025), Pd, Avs e M5s avevano presentato quello che potremmo definire l’anti piano Casa che prevedeva la «requisizione temporanea, non per la piccola proprietà, ma per i grandi speculatori che tengono immobili sfitti».
I testimonial della proposta a Montecitorio erano Marco Furfaro, elemento di spicco del Partito Democratico, Marco Grimaldi, pro-Pal di Alleanza Verdi e Sinistra, e Agostino Santillo del Movimento 5 Stelle. «Non è estremismo, piuttosto giustizia abitativa», evidenziava Grimaldi. «Vogliamo trasformare la casa in un diritto reale», sentenziava Furfaro, «perché avere un tetto sopra la testa non è un lusso ma la base della dignità, della sicurezza di ogni persona».
Parole in libertà dietro alle quali si nascondeva un principio decisamente illiberale: il censimento delle case degli italiani con minacce di requisizioni degli immobili vuoti. Oggi Furfaro, Grimaldi e Santillo sono all’opposizione, quindi la proposta resterà sulla carta. Ma domani?
Del resto c’è poco da essere sorpresi. A indicare la direzione dell’esproprio ci ha pensato da tempo fa uno dei nuovi punti di riferimento della sinistra. Da anni ormai Ilaria Salis spiega tra gli applausi dei suoi che «chi entra in una casa disabitata prende senza togliere a nessuno, se non al degrado, al racket e ai palazzinari». «Anche perché», prosegue, «vivere in una casa occupata non è una svolta, non è qualcosa da furbetti. È logorante».
Diciamo che il consigliere fiorentino Pizzolo, ma anche Pd, Avs e Movimento 5 Stelle non stanno facendo altro che estendere i concetti della maestra «ungherese» ad libitum. Dal blocco degli sfratti, dalla resistenza agli sgomberi e dalle pratiche collettive dell’occupazione di case sfitte, siamo passati all’esproprio di Stato.
A ben guardare, la naturale evoluzione della deriva illiberale della sinistra di Elly Schlein.
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