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2018-09-10
Gli iscritti alla pensione integrativa sono ormai 8,3 milioni. Guida ai fondi più redditizi
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Pensione. Già di questi tempi avere quella pubblica potrebbe già essere un miracolo. Ma sono sempre di più le persone che si iscrivono a una forma di pensione complementare. Il motivo è ovvio: investire nella previdenza privata permette di migliorare il proprio tenore di vita quando si smetterà di lavorare e, inoltre, si tratta di un investimento «scaricabile» dalla dichiarazione dei redditi. A fine 2017 il numero complessivo di iscritti a forme pensionistiche complementari, incluse le duplicazioni relative a coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme, è di 8,3 milioni; al netto delle uscite, la crescita dall'inizio dell'anno è stata di 554 .000 unità ( 7,1%). Nei fondi negoziali si sono registrate 208.000 iscrizioni in più (8%) rispetto al 2016, portando il totale a fine anno a 2,805 milioni. L'incremento è stato determinato dall'avvio del meccanismo di adesione contrattuale in quattro fondi (il fondo rivolto ai lavoratori del settore autostrade, il fondo destinato ai dipendenti delle aziende del gruppo Ferrovie dello Stato, il fondo con destinatari gli autoferrotranvieri e, con modalità peculiari, il fondo territoriale del Veneto) e dall'entrata a regime dell'adesione contrattuale per i lavoratori del settore edile. Anche senza considerare i fondi interessati dalle adesioni contrattuali, la crescita netta delle iscrizioni rimane positiva. Nelle forme pensionistiche di mercato offerte da intermediari finanziari, i fondi aperti totalizzano 1,374 milioni di iscritti, crescendo di 115.000 unità (9,2%) rispetto al 2016. Nei PIP "nuovi" il totale degli iscritti è di 3,103 milioni; l'incremento netto è stato di 233.000 unità (8,1%). I fortunati, dunque, che possono permettersi una pensione privata devono però capire come investire al meglio il proprio denaro. Anche perché il tipo di investimento scelto – soprattutto se si tratta di un'operazione della durata di 20 o 30 anni – potrebbe fare la differenza. Su questo, può venire in aiuto agli investitori della previdenza complementare il Quinto Report di Itinerari Previdenziali dal titolo «Investitori istituzionali italiani: iscritti, risorse e gestori per l'anno 2017». L'indagine spiega per filo e per segno quanto hanno reso le varie forma di previdenza complementare negli anni.
Nel 2017 i rendimenti complessivi per singola tipologia di investitore, si sono mantenuti stabili rispetto al biennio 2015/16 con variazioni decimali; Il problema è che questi valori si sono mostrati decisamente in calo rispetto al 2014 e agli anni precedenti.
Relativamente ai fondi pensione, secondo i dati diffusi dall'indagine, ad avere la peggio sono stati i fondi pensione che investono nel settore obbligazionario o in quello misto (che cioè puntano su azioni e reddito fisso), oppure quelli che offrono rendimenti garantiti e che, alla fine hanno reso meno dell'obiettivo prefissato.
Ma, vediamo i numero in dettaglio. In effetti il 2016 si era chiuso con una media quinquennale del pil pari allo 0,514%, un'inflazione allo 0,1% e un tfr al netto della tassazione che rendeva l'1,5%. Nel 2017, gli stessi indici si sono attestati rispettivamente allo 0,431% per il pil a 5 anni (contribuiscono alla media i pil negativi del 2012: –1,48% e 2013 –0,54%), 1,2% per l'inflazione e a 1,70% per il tfr. Insomma, chi ha scelto la rivalutazione del tfr non è riuscito a superare il 2% di rendimento.
È andata meglio a chi ha scelto i piani di investimento pensionistico «nuovi», quelli cioè nati dopo la riforma sulle pensioni complementari. Chi ha puntato su questi prodotti nel 2017 ha ottenuto un rendimento medio del 2,2%. Più in dettaglio, chi ha investito sull'azionario puro ha ottenuto il 3,2%, sulle unit linked il 2,2% e 2,3% per chi ha puntato su investimenti bilanciati. Al contrario, chi ha scelto l'obbligazionario ha perso lo 0,7%.
Meglio ancora i fondi pensione aperti, che in media hanno offerto il 3,3%. Merito dei prodotti che hanno scelto una linea azionaria: in un anno hanno ottenuto il 7,2%. Le linee più bilanciate il 3,7%, mentre le linee obbligazionarie e quelle garantite si sono mosse tutte intorno allo 0%.
Bene anche i fondi pensione negoziali, che nel 2017 hanno reso in media il 2,6% annuo. Anche in questo caso l'azionario l'ha fatta da padrone con un risultato del 5,9%. Chi ha scelto la strada più prudente di una linea bilanciata ha, invece, ottenuto il 3,1%, risultato seguito dall'obbligazionario misto (sovrano e societario) con il 2,6%. Anche in questo caso, obbligazionario e linee garantite non hanno fatto felici gli investitori.
Con questi numeri, il verdetto è chiaro. Chi vuole ottenere il meglio dalla propria pensione complementare deve puntare sull'azionario o su una linea bilanciata, soluzione quest'ultima meno redditizia, ma che permette di dormire sonni più tranquilli.
INFOGRAFICA
Intesa sul podio delle iscrizioni. Seguono Arca previdenza e le Bcc
I fondi pensione aperti sono la forma previdenziale complementare più comune per chi non appartiene a determinate categorie di lavoratori che ne possiedono uno proprio. Secondo il quinto rapporto di Itinerari previdenziali sulla previdenza complementare
Il numero dei fondi pensione aperti operativi a fine 2017 ammonta a 43, esattamente come nel 2016; questi fondi sono stati istituiti da 35 società, e a fine 2017 contavano 1.343.159 iscritti, in crescita del 9,2% rispetto all'anno precedente (quando erano 1.229.970).
Nonostante l'incremento delle adesioni, lo studio rileva che il 40% delle posizioni non sono alimentate da versamenti contributivi. In parole povere, aumentano le persone che si iscrivono, ma non quelle che pagano.
Sono i lavoratori autonomi quelli che fanno registrare una maggiore incidenza del fenomeno: il 49% circa non ha infatti versato contributi nel 2017; risulta invece minore ma comunque significativa la quota di lavoratori dipendenti che non versa, attestandosi al 28% circa.
Le adesioni collettive, realizzate soprattutto nelle piccole e medie imprese, rappresentano circa il 15% del totale degli iscritti ai fondi aperti e sono rimaste sostanzialmente stabili rispetto allo scorso anno.
Dando uno sguardo ai principali gruppi che offrono questo genere di strumenti, si nota come il gruppo Intesa Sanpaolo, con 420.982 adesioni, rappresenta oltre un terzo del mercato. In particolare il prodotto «Il mio domani» ha 326.661 sul totale italiano di 1.128.887 iscritti.
In seconda posizione c'è Arca previdenza con 183.453 iscritti. Seguono la Bcc Risparmio e Previdenza Sgr (con 95.389) e il gruppo Axa (con 87.024 adesioni), primo tra i grandi nomi del mercato assicurativo.
Segue poco più in là il gruppo Allianz (85.713 iscritti) e, solo in sesta posizione, il gruppo Generali con 64.053 iscritti. Continua Itas Vita (61.400) e Anima (46.784 adesioni). In ottava e nona posizione il gruppo Unipol (42.543 iscritti) e Azimut Capital Management Sgr (41.546).
Gianluca Baldini
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Il numero complessivo di iscritti a forme pensionistiche complementari, incluse le duplicazioni relative a coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme, è di 8,3 milioni; al netto delle uscite, la crescita dall'inizio dell'anno è stata di 554 .000 unità ( 7,1%). Chi vuole ottenere il meglio dalla propria pensione complementare deve puntare sull'azionario o su una linea bilanciata, soluzione quest'ultima meno redditizia, ma che permette di dormire sonni più tranquilli.Nella classifica di chi fornisce i servizi integrativi spicca Intesa che da sola rappresenta un terzo delle quote di mercato. Seguono Arca previdenza e le Bcc.Lo speciale contiene due articoliPensione. Già di questi tempi avere quella pubblica potrebbe già essere un miracolo. Ma sono sempre di più le persone che si iscrivono a una forma di pensione complementare. Il motivo è ovvio: investire nella previdenza privata permette di migliorare il proprio tenore di vita quando si smetterà di lavorare e, inoltre, si tratta di un investimento «scaricabile» dalla dichiarazione dei redditi. A fine 2017 il numero complessivo di iscritti a forme pensionistiche complementari, incluse le duplicazioni relative a coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme, è di 8,3 milioni; al netto delle uscite, la crescita dall'inizio dell'anno è stata di 554 .000 unità ( 7,1%). Nei fondi negoziali si sono registrate 208.000 iscrizioni in più (8%) rispetto al 2016, portando il totale a fine anno a 2,805 milioni. L'incremento è stato determinato dall'avvio del meccanismo di adesione contrattuale in quattro fondi (il fondo rivolto ai lavoratori del settore autostrade, il fondo destinato ai dipendenti delle aziende del gruppo Ferrovie dello Stato, il fondo con destinatari gli autoferrotranvieri e, con modalità peculiari, il fondo territoriale del Veneto) e dall'entrata a regime dell'adesione contrattuale per i lavoratori del settore edile. Anche senza considerare i fondi interessati dalle adesioni contrattuali, la crescita netta delle iscrizioni rimane positiva. Nelle forme pensionistiche di mercato offerte da intermediari finanziari, i fondi aperti totalizzano 1,374 milioni di iscritti, crescendo di 115.000 unità (9,2%) rispetto al 2016. Nei PIP "nuovi" il totale degli iscritti è di 3,103 milioni; l'incremento netto è stato di 233.000 unità (8,1%). I fortunati, dunque, che possono permettersi una pensione privata devono però capire come investire al meglio il proprio denaro. Anche perché il tipo di investimento scelto – soprattutto se si tratta di un'operazione della durata di 20 o 30 anni – potrebbe fare la differenza. Su questo, può venire in aiuto agli investitori della previdenza complementare il Quinto Report di Itinerari Previdenziali dal titolo «Investitori istituzionali italiani: iscritti, risorse e gestori per l'anno 2017». L'indagine spiega per filo e per segno quanto hanno reso le varie forma di previdenza complementare negli anni. Nel 2017 i rendimenti complessivi per singola tipologia di investitore, si sono mantenuti stabili rispetto al biennio 2015/16 con variazioni decimali; Il problema è che questi valori si sono mostrati decisamente in calo rispetto al 2014 e agli anni precedenti. Relativamente ai fondi pensione, secondo i dati diffusi dall'indagine, ad avere la peggio sono stati i fondi pensione che investono nel settore obbligazionario o in quello misto (che cioè puntano su azioni e reddito fisso), oppure quelli che offrono rendimenti garantiti e che, alla fine hanno reso meno dell'obiettivo prefissato.Ma, vediamo i numero in dettaglio. In effetti il 2016 si era chiuso con una media quinquennale del pil pari allo 0,514%, un'inflazione allo 0,1% e un tfr al netto della tassazione che rendeva l'1,5%. Nel 2017, gli stessi indici si sono attestati rispettivamente allo 0,431% per il pil a 5 anni (contribuiscono alla media i pil negativi del 2012: –1,48% e 2013 –0,54%), 1,2% per l'inflazione e a 1,70% per il tfr. Insomma, chi ha scelto la rivalutazione del tfr non è riuscito a superare il 2% di rendimento. È andata meglio a chi ha scelto i piani di investimento pensionistico «nuovi», quelli cioè nati dopo la riforma sulle pensioni complementari. Chi ha puntato su questi prodotti nel 2017 ha ottenuto un rendimento medio del 2,2%. Più in dettaglio, chi ha investito sull'azionario puro ha ottenuto il 3,2%, sulle unit linked il 2,2% e 2,3% per chi ha puntato su investimenti bilanciati. Al contrario, chi ha scelto l'obbligazionario ha perso lo 0,7%. Meglio ancora i fondi pensione aperti, che in media hanno offerto il 3,3%. Merito dei prodotti che hanno scelto una linea azionaria: in un anno hanno ottenuto il 7,2%. Le linee più bilanciate il 3,7%, mentre le linee obbligazionarie e quelle garantite si sono mosse tutte intorno allo 0%. Bene anche i fondi pensione negoziali, che nel 2017 hanno reso in media il 2,6% annuo. Anche in questo caso l'azionario l'ha fatta da padrone con un risultato del 5,9%. Chi ha scelto la strada più prudente di una linea bilanciata ha, invece, ottenuto il 3,1%, risultato seguito dall'obbligazionario misto (sovrano e societario) con il 2,6%. Anche in questo caso, obbligazionario e linee garantite non hanno fatto felici gli investitori.Con questi numeri, il verdetto è chiaro. Chi vuole ottenere il meglio dalla propria pensione complementare deve puntare sull'azionario o su una linea bilanciata, soluzione quest'ultima meno redditizia, ma che permette di dormire sonni più tranquilli. 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Seguono Arca previdenza e le Bcc I fondi pensione aperti sono la forma previdenziale complementare più comune per chi non appartiene a determinate categorie di lavoratori che ne possiedono uno proprio. Secondo il quinto rapporto di Itinerari previdenziali sulla previdenza complementareIl numero dei fondi pensione aperti operativi a fine 2017 ammonta a 43, esattamente come nel 2016; questi fondi sono stati istituiti da 35 società, e a fine 2017 contavano 1.343.159 iscritti, in crescita del 9,2% rispetto all'anno precedente (quando erano 1.229.970). Nonostante l'incremento delle adesioni, lo studio rileva che il 40% delle posizioni non sono alimentate da versamenti contributivi. In parole povere, aumentano le persone che si iscrivono, ma non quelle che pagano.Sono i lavoratori autonomi quelli che fanno registrare una maggiore incidenza del fenomeno: il 49% circa non ha infatti versato contributi nel 2017; risulta invece minore ma comunque significativa la quota di lavoratori dipendenti che non versa, attestandosi al 28% circa. Le adesioni collettive, realizzate soprattutto nelle piccole e medie imprese, rappresentano circa il 15% del totale degli iscritti ai fondi aperti e sono rimaste sostanzialmente stabili rispetto allo scorso anno. Dando uno sguardo ai principali gruppi che offrono questo genere di strumenti, si nota come il gruppo Intesa Sanpaolo, con 420.982 adesioni, rappresenta oltre un terzo del mercato. In particolare il prodotto «Il mio domani» ha 326.661 sul totale italiano di 1.128.887 iscritti.In seconda posizione c'è Arca previdenza con 183.453 iscritti. Seguono la Bcc Risparmio e Previdenza Sgr (con 95.389) e il gruppo Axa (con 87.024 adesioni), primo tra i grandi nomi del mercato assicurativo. Segue poco più in là il gruppo Allianz (85.713 iscritti) e, solo in sesta posizione, il gruppo Generali con 64.053 iscritti. Continua Itas Vita (61.400) e Anima (46.784 adesioni). In ottava e nona posizione il gruppo Unipol (42.543 iscritti) e Azimut Capital Management Sgr (41.546). Gianluca Baldini
Ermanno Scervino (Getty Images)
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
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Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
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«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
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