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2024-02-03
Da Tarquinio a Berizzi: le penne rosse pronte a correre nel Pd alle Europee
Da sinistra: Lucia Annunziata, Marco Tarquinio e Paolo Berizzi (Ansa-Imagoeconomica)
Si moltiplicano le voci di probabili candidature, nelle liste del Pd, di giornalisti famosi o sedicenti tali, di carta stampata e tv. Ieri è toccato a La Stampa riportare i nomi dei valorosi opinionisti progressisti pronti al sommo sacrificio: appendere la penna al chiodo e tuffarsi in quell’agone politico che, fino ad ora, hanno raccontato ai lettori.
Partiamo da Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, da sempre su posizioni di sinistra. Una candidatura di Tarquinio metterebbe in serio imbarazzo la componente riformista del Pd, schierata su una linea iper-bellicista per quel che riguarda il conflitto in Ucraina e su una equilibrista in relazione al Medio Oriente. Tarquinio è, infatti, da sempre portatore di idee pacifiste, come quelle di papa Francesco: «Se la guerra, assassinio di massa e devastazione sistematica», ha scritto recentemente Tarquinio, «è folle, e non c’è dubbio che lo sia, nessuna scelta è più equilibrata del non armare i belligeranti, del premere perché si cessi il fuoco e dello scoraggiare in ogni modo la continuazione delle ostilità. Non riuscire a dire, e non fare, neppure questo è molto, molto grave». Al di là dei concetti espressi da Tarquinio, che possono essere condivisibili, non si capisce come un partito che si è distinto per la assoluta obbedienza alla Nato e agli Stati Uniti, sia per quel che riguarda la guerra in Ucraina sia per il conflitto in Medio Oriente, possa poi candidare alle Europee un paladino dei «cessate il fuoco», che proprio sulla guerra in Ucraina fu protagonista di un infuocato scambio di accuse in tv, su La7, con Pina Picierno, eurodeputata dem uscente e vicepresidente del Parlamento europeo. «È Putin l’aggressore ed è lui che rifiuta sistematicamente ogni approccio di trattativa», disse la Picierno a Tarquinio, «se la pace che dice lei deve passare per il sacrificio di bambini, di donne violentate, di gente massacrata nella propria casa, io le dico che si deve fare qualche domanda»; «Non dica cose di cui si può pentire», replicò Tarquinio, «Non si permetta di dire cose che lei può affermare solo perché ha l’immunità. Stia attenta a quello che dice».
Vederli entrambi candidati con lo stesso partito sarebbe comico ma Tarquinio, intanto, prepara il terreno. Giovedì 15 febbraio a Formia sarà ospite e relatore di un convegno dal titolo inequivocabile: «Unione Europea: realtà o utopia?».
Un altro papabile candidato alle Europee per il Pd è Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica e twittarolo doc. Antifascista di quelli purosangue, a volte gli scappa la frizione: lo scorso 31 gennaio, nella sua rubrica «Pietre», parlando di una lista civica dietro la quale si cela Forza Nuova, lista che si presenta alle elezioni comunali di San Bonifacio, in Provincia di Verona, Berizzi concludeva: «I camerati di San Bonifacio si ritroveranno in piazza il prossimo 31 febbraio». Lui stesso sui social si è corretto: «Errata corrige: la manifestazione di cui parlo in Pietre di oggi», ha scritto, «è in programma il 31 gennaio, oggi, e non ovviamente il 31 febbraio, che non esiste nel calendario. Mi scuso per il refuso». Un errore capita a tutti, figuriamoci: parlare ancora continuamente di fascismo, nel 2024 significa, però, avere comunque qualche problemino con le date.
Un candidato da leccarsi i baffi, ci perdonerà la battutaccia, è Sandro Ruotolo, volto lui sì notissimo del giornalismo tv, responsabile Informazione e cultura nella segreteria nazionale del Pd di Elly Schlein. Ruotolo è stato senatore, la scorsa legislatura, risultando eletto alle suppletive del 2020 convocate nel collegio di Napoli San Carlo all’Arena per sostituire lo scomparso Luigi Ortolani, del M5s. Alle Politiche del settembre 2022 Ruotolo si è candidato alla Camera, sempre in provincia di Napoli, in un collegio uninominale , ma è arrivato terzo con il 21,8%, dietro l’esponente del M5s Gaetano Amato, che è stato eletto con il 34,3%, e Annarita Patriarca del centrodestra, arrivata seconda con il 33,9% di preferenze ed eletta comunque in un plurinominale. Ruotolo e il giovane deputato pd, Marco Sarracino, anche lui esponente della segretaria nazionale dem, sono individuati tra gli addetti ai lavori come gli ispiratori della spaccatura tra la Schlein e il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca: immaginiamo che una candidatura del giornalista sarà un altro motivo per lo «sceriffo» per disimpegnarsi completamente dalla campagna elettorale per il Pd.
Campana di Sarno, in provincia di Salerno, è Lucia Annunziata, giornalista notissima della Rai, della quale è stata pure presidente: il suo nome per le Europee circola insistentemente, ma lei ha smentito con nettezza: «Non mi candiderò mai è poi mai alle Europee», ha detto già mesi fa, «né con il Pd né con nessun altro partito».
In ogni caso, sarà interessante verificare, nel caso di una effettiva candidatura delle «penne rosse», quante preferenze raccoglieranno: alle Europee non ci sono listini bloccati, ma bisogna convincere gli elettori a scrivere il proprio nome e cognome sulla scheda. Se son voti, fioriranno.
Insulti alla Meloni con l’algoritmo
Cercare sponda all’estero per dirimere le questioni interne è una tradizione di lunga data in Italia. Questa volta, però, siamo al surrealismo. Sulla sua pagina Instagram, il gruppo parlamentare del Partito socialista europeo ha pubblicato una serie di foto di Giorgia Meloni, sviluppate attraverso l’Intelligenza artificiale, in cui il primo ministro italiano viene ritratto come una figura onnipresente e totalizzante all’interno della televisione pubblica.
Un fatto che, a dir loro, denoterebbe una «deriva illiberale» e pregiudicherebbe le prossime elezioni europee. «Rai Telemeloni», si legge in alto sulle diverse immagini, ognuna delle quali concorre a dipingere il quadro di un’Italia ripiombata sotto il giogo di un regime antidemocratico. In una si vede il premier raffigurato come una giornalista che parla in diretta, con una didascalia che recita «Giorgia reagisce al commento della Meloni»; in un’altra è rappresentato un dibattito politico «Meloni vs Meloni», con due diverse versioni del premier a confronto; in un’altra ancora si vede il leader di Fdi condurre le previsioni del tempo, con sullo sfondo una penisola costellata di sue facce e la scritta «Il cambiamento climatico non è reale». E potremmo andare avanti con le descrizioni.
Questa è l’immagine che il Pse diffonde in Europa del nostro Paese, con il sostegno del suo principale azionista in patria, il Partito democratico. Lo scopo è chiaro ed è esplicitato anche nelle righe di commento: «Orbánizzare» il governo italiano tacciandolo di essere illiberale. «Seguendo le orme dei suoi amici, dal Pis in Polonia a Orbán in Ungheria, Meloni ha colto l’opportunità per prendere il controllo sulla Rai», si legge nel post. Curioso il riferimento alla Polonia, visto che il loro beniamino, Donald Tusk, salito al governo lo scorso dicembre, ha fatto ben di peggio, purgando realmente l’intero servizio pubblico. In quel caso, però, neanche una parola di denuncia dagli amici socialisti. Una metamorfosi davvero repentina, quella della Polonia, che fino a ieri secondo loro violava i principi europei sullo Stato di diritto.
«Iniziando con l’epurazione di giornalisti e dirigenti non allineati con il governo», si legge sempre nel post su Instagram, «la Rai è ora contraddistinta da una rappresentazione di parte dei fatti e delle figure politiche». Chissà se gli amici del Pd hanno raccontato ai loro colleghi che Fabio Fazio & company si sono ritrovati a lavorare per altre televisioni con contratti milionari o che molti di loro hanno scelto autonomamente di andarsene. Oppure che la Rai è stata per anni espressione del centrosinistra, tant’è che basta osservare la composizione delle varie redazioni per vedere che ci sono ancora molte figura in quota Pd o M5s. «Guardando la Rai, vedrai per lo più il volto del primo ministro Meloni, insieme a quelli dei membri del suo partito», scrivono gli eurodeputati dem, ai quali deve risultare strano che gli organi di informazione diano visibilità al presidente del Consiglio e al suo partito, primo per consensi nel Paese e democraticamente eletto per deciderne le sorti.
Ma il capolavoro arriva alla fine: «Questo è particolarmente preoccupante in vista delle prossime elezioni di giugno in Italia, incluse le elezioni europee». E l’invettiva termina con un lapidario: «Non rimarremo in silenzio di fronte a questa deriva illiberale». Avete capito bene: non solo saremmo tornati sotto un regime e non ce ne siamo accorti (il pass sanitario per lavorare, però, era un simbolo di democrazia), ma i socialisti europei ci fanno sapere se alle prossime elezioni europee dovessero vincere i partiti di destra non è perché la gente è stufa delle follie dell’Ue, ma perché la Meloni avrebbe, sempre secondo l’eurosinistra, occupato la televisione pubblica. Forse a Bruxelles farebbero meglio a occuparsi della schiera di trattori che ha sfilato fuori dai loro uffici.
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Elly Schlein sta pensando di saccheggiare le redazioni di giornali e tv per compilare le liste. L’ex direttore di «Avvenire» spaccherebbe i dem con le sue posizioni iper pacifiste. In lizza pure Sandro Ruotolo e Lucia Annunziata.Il gruppo dei socialisti ha utilizzato l’Intelligenza artificiale per schernire Giorgia Meloni, blaterando di una presunta occupazione della Rai. E spargendo veleno in vista del voto.Lo speciale contiene due articoli.Si moltiplicano le voci di probabili candidature, nelle liste del Pd, di giornalisti famosi o sedicenti tali, di carta stampata e tv. Ieri è toccato a La Stampa riportare i nomi dei valorosi opinionisti progressisti pronti al sommo sacrificio: appendere la penna al chiodo e tuffarsi in quell’agone politico che, fino ad ora, hanno raccontato ai lettori.Partiamo da Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, da sempre su posizioni di sinistra. Una candidatura di Tarquinio metterebbe in serio imbarazzo la componente riformista del Pd, schierata su una linea iper-bellicista per quel che riguarda il conflitto in Ucraina e su una equilibrista in relazione al Medio Oriente. Tarquinio è, infatti, da sempre portatore di idee pacifiste, come quelle di papa Francesco: «Se la guerra, assassinio di massa e devastazione sistematica», ha scritto recentemente Tarquinio, «è folle, e non c’è dubbio che lo sia, nessuna scelta è più equilibrata del non armare i belligeranti, del premere perché si cessi il fuoco e dello scoraggiare in ogni modo la continuazione delle ostilità. Non riuscire a dire, e non fare, neppure questo è molto, molto grave». Al di là dei concetti espressi da Tarquinio, che possono essere condivisibili, non si capisce come un partito che si è distinto per la assoluta obbedienza alla Nato e agli Stati Uniti, sia per quel che riguarda la guerra in Ucraina sia per il conflitto in Medio Oriente, possa poi candidare alle Europee un paladino dei «cessate il fuoco», che proprio sulla guerra in Ucraina fu protagonista di un infuocato scambio di accuse in tv, su La7, con Pina Picierno, eurodeputata dem uscente e vicepresidente del Parlamento europeo. «È Putin l’aggressore ed è lui che rifiuta sistematicamente ogni approccio di trattativa», disse la Picierno a Tarquinio, «se la pace che dice lei deve passare per il sacrificio di bambini, di donne violentate, di gente massacrata nella propria casa, io le dico che si deve fare qualche domanda»; «Non dica cose di cui si può pentire», replicò Tarquinio, «Non si permetta di dire cose che lei può affermare solo perché ha l’immunità. Stia attenta a quello che dice».Vederli entrambi candidati con lo stesso partito sarebbe comico ma Tarquinio, intanto, prepara il terreno. Giovedì 15 febbraio a Formia sarà ospite e relatore di un convegno dal titolo inequivocabile: «Unione Europea: realtà o utopia?».Un altro papabile candidato alle Europee per il Pd è Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica e twittarolo doc. Antifascista di quelli purosangue, a volte gli scappa la frizione: lo scorso 31 gennaio, nella sua rubrica «Pietre», parlando di una lista civica dietro la quale si cela Forza Nuova, lista che si presenta alle elezioni comunali di San Bonifacio, in Provincia di Verona, Berizzi concludeva: «I camerati di San Bonifacio si ritroveranno in piazza il prossimo 31 febbraio». Lui stesso sui social si è corretto: «Errata corrige: la manifestazione di cui parlo in Pietre di oggi», ha scritto, «è in programma il 31 gennaio, oggi, e non ovviamente il 31 febbraio, che non esiste nel calendario. Mi scuso per il refuso». Un errore capita a tutti, figuriamoci: parlare ancora continuamente di fascismo, nel 2024 significa, però, avere comunque qualche problemino con le date.Un candidato da leccarsi i baffi, ci perdonerà la battutaccia, è Sandro Ruotolo, volto lui sì notissimo del giornalismo tv, responsabile Informazione e cultura nella segreteria nazionale del Pd di Elly Schlein. Ruotolo è stato senatore, la scorsa legislatura, risultando eletto alle suppletive del 2020 convocate nel collegio di Napoli San Carlo all’Arena per sostituire lo scomparso Luigi Ortolani, del M5s. Alle Politiche del settembre 2022 Ruotolo si è candidato alla Camera, sempre in provincia di Napoli, in un collegio uninominale , ma è arrivato terzo con il 21,8%, dietro l’esponente del M5s Gaetano Amato, che è stato eletto con il 34,3%, e Annarita Patriarca del centrodestra, arrivata seconda con il 33,9% di preferenze ed eletta comunque in un plurinominale. Ruotolo e il giovane deputato pd, Marco Sarracino, anche lui esponente della segretaria nazionale dem, sono individuati tra gli addetti ai lavori come gli ispiratori della spaccatura tra la Schlein e il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca: immaginiamo che una candidatura del giornalista sarà un altro motivo per lo «sceriffo» per disimpegnarsi completamente dalla campagna elettorale per il Pd.Campana di Sarno, in provincia di Salerno, è Lucia Annunziata, giornalista notissima della Rai, della quale è stata pure presidente: il suo nome per le Europee circola insistentemente, ma lei ha smentito con nettezza: «Non mi candiderò mai è poi mai alle Europee», ha detto già mesi fa, «né con il Pd né con nessun altro partito». In ogni caso, sarà interessante verificare, nel caso di una effettiva candidatura delle «penne rosse», quante preferenze raccoglieranno: alle Europee non ci sono listini bloccati, ma bisogna convincere gli elettori a scrivere il proprio nome e cognome sulla scheda. Se son voti, fioriranno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/penne-rosse-pd-europee-2667159932.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="insulti-alla-meloni-con-lalgoritmo" data-post-id="2667159932" data-published-at="1706955953" data-use-pagination="False"> Insulti alla Meloni con l’algoritmo Cercare sponda all’estero per dirimere le questioni interne è una tradizione di lunga data in Italia. Questa volta, però, siamo al surrealismo. Sulla sua pagina Instagram, il gruppo parlamentare del Partito socialista europeo ha pubblicato una serie di foto di Giorgia Meloni, sviluppate attraverso l’Intelligenza artificiale, in cui il primo ministro italiano viene ritratto come una figura onnipresente e totalizzante all’interno della televisione pubblica. Un fatto che, a dir loro, denoterebbe una «deriva illiberale» e pregiudicherebbe le prossime elezioni europee. «Rai Telemeloni», si legge in alto sulle diverse immagini, ognuna delle quali concorre a dipingere il quadro di un’Italia ripiombata sotto il giogo di un regime antidemocratico. In una si vede il premier raffigurato come una giornalista che parla in diretta, con una didascalia che recita «Giorgia reagisce al commento della Meloni»; in un’altra è rappresentato un dibattito politico «Meloni vs Meloni», con due diverse versioni del premier a confronto; in un’altra ancora si vede il leader di Fdi condurre le previsioni del tempo, con sullo sfondo una penisola costellata di sue facce e la scritta «Il cambiamento climatico non è reale». E potremmo andare avanti con le descrizioni. Questa è l’immagine che il Pse diffonde in Europa del nostro Paese, con il sostegno del suo principale azionista in patria, il Partito democratico. Lo scopo è chiaro ed è esplicitato anche nelle righe di commento: «Orbánizzare» il governo italiano tacciandolo di essere illiberale. «Seguendo le orme dei suoi amici, dal Pis in Polonia a Orbán in Ungheria, Meloni ha colto l’opportunità per prendere il controllo sulla Rai», si legge nel post. Curioso il riferimento alla Polonia, visto che il loro beniamino, Donald Tusk, salito al governo lo scorso dicembre, ha fatto ben di peggio, purgando realmente l’intero servizio pubblico. In quel caso, però, neanche una parola di denuncia dagli amici socialisti. Una metamorfosi davvero repentina, quella della Polonia, che fino a ieri secondo loro violava i principi europei sullo Stato di diritto. «Iniziando con l’epurazione di giornalisti e dirigenti non allineati con il governo», si legge sempre nel post su Instagram, «la Rai è ora contraddistinta da una rappresentazione di parte dei fatti e delle figure politiche». Chissà se gli amici del Pd hanno raccontato ai loro colleghi che Fabio Fazio & company si sono ritrovati a lavorare per altre televisioni con contratti milionari o che molti di loro hanno scelto autonomamente di andarsene. Oppure che la Rai è stata per anni espressione del centrosinistra, tant’è che basta osservare la composizione delle varie redazioni per vedere che ci sono ancora molte figura in quota Pd o M5s. «Guardando la Rai, vedrai per lo più il volto del primo ministro Meloni, insieme a quelli dei membri del suo partito», scrivono gli eurodeputati dem, ai quali deve risultare strano che gli organi di informazione diano visibilità al presidente del Consiglio e al suo partito, primo per consensi nel Paese e democraticamente eletto per deciderne le sorti. Ma il capolavoro arriva alla fine: «Questo è particolarmente preoccupante in vista delle prossime elezioni di giugno in Italia, incluse le elezioni europee». E l’invettiva termina con un lapidario: «Non rimarremo in silenzio di fronte a questa deriva illiberale». Avete capito bene: non solo saremmo tornati sotto un regime e non ce ne siamo accorti (il pass sanitario per lavorare, però, era un simbolo di democrazia), ma i socialisti europei ci fanno sapere se alle prossime elezioni europee dovessero vincere i partiti di destra non è perché la gente è stufa delle follie dell’Ue, ma perché la Meloni avrebbe, sempre secondo l’eurosinistra, occupato la televisione pubblica. Forse a Bruxelles farebbero meglio a occuparsi della schiera di trattori che ha sfilato fuori dai loro uffici.
IEA: tempi lunghi per il recupero da Hormuz. La Cina diversifica e aumenta le riserve. L’Ue raccomanda austerità e taglio tasse, ma il Fmi frena. Allarme alluminio.
Lo stretto di Hormuz (Getty Images)
La tensione nello Stretto di Hormuz resta altissima dopo una giornata segnata da incidenti, minacce e nuove mosse contrapposte tra Washington e Teheran. La Repubblica islamica ha annunciato il ripristino delle restrizioni al traffico marittimo, accusando gli Stati Uniti di non aver rispettato gli impegni e di proseguire con un blocco navale ritenuto illegittimo. Secondo il comando militare Khatam al-Anbiya, citato da Tasnim, l’Iran aveva inizialmente autorizzato un passaggio limitato e controllato di petroliere e navi mercantili sulla base degli accordi emersi nei colloqui. Una concessione definita «in buona fede», ma che sarebbe stata compromessa dal comportamento americano. «Gli Stati Uniti continuano a compiere azioni assimilabili a pirateria», si legge nella nota, che sancisce il ritorno a un controllo rigido dello stretto da parte delle forze armate iraniane. Sul piano politico, lo scontro emerge anche nelle dichiarazioni ufficiali. Il viceministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh, intervenuto ad Antalya (Turchia), ha criticato il presidente Donald Trump, accusandolo di incoerenza. «Le sue affermazioni sono contraddittorie», ha detto, riferendosi alle minacce di nuovi bombardamenti in assenza di un accordo. Teheran ribadisce che la guerra non è una soluzione, ma avverte che è pronta a difendersi «fino all’ultimo».
Il nodo resta quello nucleare. Washington punta a neutralizzare le scorte di uranio arricchito iraniano, stimate in circa 440 chilogrammi. Una linea respinta da Teheran e che blocca ogni ipotesi di negoziati diretti, giudicati prematuri finché gli Stati Uniti manterranno una posizione ritenuta «massimalista». Nel frattempo arrivano segnali di escalation. In un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei si sottolinea la capacità delle forze armate di colpire i nemici con rapidità, in un contesto aggravato dalla sua prolungata assenza pubblica. Sul piano operativo, il traffico resta instabile. Dopo una breve riapertura seguita a 50 giorni di blocco, oltre una dozzina di petroliere ha attraversato lo stretto, in gran parte navi datate e non occidentali. La nuova stretta ha riportato la situazione al punto di partenza. Numerose imbarcazioni hanno invertito la rotta dopo comunicazioni della marina iraniana che annunciavano la chiusura. Dall’inizio del conflitto nessun carico di Gnl ha attraversato il passaggio e centinaia di unità restano bloccate nel Golfo.
Gli episodi più gravi si sono verificati nelle ultime ore. Due navi indiane sono state costrette a cambiare direzione dopo una serie di colpi sparati dalle Guardie Rivoluzionarie. Una trasportava circa due milioni di barili di greggio iracheno. L’agenzia Uk Maritime Trade Operations ha segnalato anche una portacontainer colpita da un proiettile, con danni limitati. Lo stesso centro ha riferito di un ulteriore episodio sospetto al largo dell’Oman, dove il comandante di una nave da crociera ha segnalato un impatto in acqua nelle vicinanze, terzo evento nelle ultime ore dopo gli attacchi e le manovre di interdizione attribuite alle unità dei pasdaran. L’episodio ha provocato una reazione diplomatica immediata. Il governo dell’India ha convocato l’ambasciatore iraniano per esprimere una protesta formale e chiedere garanzie sulla sicurezza della navigazione, sottolineando i rischi per i propri approvvigionamenti energetici. Secondo fonti statunitensi, almeno tre attacchi contro navi civili sarebbero stati registrati in poche ore. Il comando Centcom ha confermato l’applicazione del blocco marittimo: dall’inizio dell’operazione, 23 navi hanno ricevuto l’ordine di invertire la rotta mentre tentavano di raggiungere porti o aree costiere iraniane. Secondo il Wall Street Journal, la Marina statunitense sarebbe pronta ad ampliare il blocco con abbordaggi e sequestri di petroliere legate a Teheran anche in acque internazionali. Una mossa ad alto rischio: potrebbe essere vista dall’Iran come un atto ostile diretto, con possibili reazioni militari immediate e un’escalation nello Stretto di Hormuz. Le conseguenze si estenderebbero ai mercati globali, con impatti su petrolio, traffici energetici e stabilità economica. Teheran ha intanto chiarito la propria linea. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha dichiarato che manterrà il controllo dello stretto «fino alla conclusione definitiva della guerra» e che sta esaminando nuove proposte statunitensi trasmesse tramite il Pakistan, senza aver ancora risposto. Lo stesso organo ha avvertito che il blocco navale americano sarà considerato «una violazione del cessate il fuoco».
Inoltre, è stata introdotta una nuova misura: «Le navi devono pagare tasse per la sicurezza e la protezione ambientale per poter attraversare lo Stretto di Hormuz», ha dichiarato il Consiglio, rafforzando ulteriormente il controllo iraniano sulla rotta. Il quadro resta estremamente fluido. Tra pressioni militari, tensioni diplomatiche e interessi energetici globali, ogni decisione può avere effetti immediati. Nulla è stabilizzato e tutto può cambiare rapidamente.
Il braccio di ferro sullo Stretto: i due blocchi alla prova dei fatti
Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso, riaperto e nuovamente chiuso. La guida suprema, Mojtaba Khamenei, nel pomeriggio di ieri ha dichiarato: «La Marina iraniana è pronta a infliggere amare sconfitte e a richiudere il passaggio marittimo se continuerà il blocco dei porti imposto da Washington». Mentre il presidente Usa Donald Trump ha detto che manterrà il blocco dei porti iraniani se non sarà raggiunto un accordo di pace, ricordando che potrebbe non rinnovare il cessate il fuoco dopo mercoledì prossimo. Le sue parole: «Non permetteremo all’Iran di vendere petrolio a chi gli fa comodo e non a chi non gli piace». L’impressione è che Trump voglia portare a casa un successo strategico e diplomatico, ma che lo stia perseguendo in modo caotico.
La realtà, nel momento in cui scriviamo, è che i blocchi in atto sono due. Uno attuato, tolto e ora rimesso da Teheran mediante le forze militari Irgc, l’altro attuato da Washington con la Marina militare e applicato ai movimenti dai porti iraniani di navi militari e di quelle civili ma sospettate di trasportare componenti per uso militare. Domenica scorsa, Trump aveva minacciato di vietare il transito con queste parole: «Fermeremo le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz e chiunque attaccherà navi americane sarà fatto saltare in aria». Tuttavia, quanto annunciato è impossibile da fare: la stessa Us Navy aveva subito detto che avrebbe bloccato soltanto le navi in transito nei porti iraniani, permettendo invece il passaggio di quelle dirette verso i porti degli alleati degli Usa nel Golfo. Inoltre, che il blocco sarebbe stato applicato al Golfo Persico e al Golfo dell’Oman, collegati appunto dallo Stretto di Hormuz. Il tutto solo nelle acque a Est dello Stretto, ovvero dalla parte iraniana.
Stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, la riapertura era stata uno dei punti critici nei negoziati dello scorso fine settimana, quando Teheran voleva mantenere il controllo della via navigabile anche dopo la fine della guerra tassando fino a 2 milioni di dollari ogni nave. Trump e altri leader avevano definito tale proposta «un attacco alla libertà di navigazione». A oggi le forze armate Usa non hanno ancora fornito dettagli sulle regole d’ingaggio, il numero delle unità da guerra che imporranno lo stop, se saranno usati velivoli d’attacco e se qualche alleato prenderà parte all’iniziativa. Di certo l’Us Navy non prenderà mai di mira petroliere cariche causando un disastro ambientale; così come sarebbe costoso e rischioso mandare squadre d’abbordaggio armate per prendere il controllo delle navi. Senza evitare che ogni presenza navale statunitense in aree vicine all’Iran la trasformerebbe in bersaglio.
Precludere la navigazione alle navi che trasportano petrolio iraniano significa tagliare una delle principali fonti di finanziamento del regime degli Ayatollah, e a farne le spese, finora, sono state soprattutto Cina e India. I porti bloccati sono quelli al confine tra Iran e Iraq, quindi Khorramshahr, Imam Khomeini, Mahshahr, Kharg, Bushehr, Asaluyeh e le isole di Lavan e Siri. Poi, un po’ più a Est, il porto di Bandar Abbas e ancora più a Est Chabahar, vicino al Pakistan. Da parte loro, le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato che qualsiasi nave da guerra che si avvicini allo Stretto per imporre il blocco sarà colpita. Hanno inoltre affermato che lo Stretto rimane sotto il loro controllo.
Dunque tanti proclami, ma per fortuna pochi spari. Mercoledì 22 aprile scadrà la tregua mediata dal Pakistan; al momento, il Comando centrale statunitense ha reso noto che due cacciatorpediniere, la Uss Frank Peterson e la Uss Michael Murphy, hanno avviato operazioni di bonifica delle mine collocate nello Stretto. Ma in realtà le due unità operano nel Golfo Arabico, seppure nell’ambito di una missione più ampia per eliminare gli ordigni posizionati dai Pasdaran iraniani. E le immagini satellitari dell’11 aprile mostrano la portaerei Abraham Lincoln posizionata all’estremità orientale del Golfo dell’Oman, a circa 200 chilometri a Sud della costa iraniana.
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Tra i soggetti monitorati, sono scesi nella Capitale solo pochi rappresentanti dei circoli anarchici di Genova e Trento. Numeri esigui, una decina in tutto. Alla manifestazione di piazza dell’Immacolata hanno preso parte solo i compagni del centro sociale anarchico «Bencivenga Occupato», situato nel quartiere Nomentano. È stato al centro delle cronache giudiziarie tra il 2020 e il 2022 per le indagini su una cellula anarchica insurrezionalista.
Nell’operazione Bialystok (2020) sono state arrestate dalla Digos sette persone accusate di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. L’accusa era che il Bencivenga fosse la base logistica e il «quartier generale» per la pianificazione di attentati a Roma. Gli anarchici hanno iniziato a riempire piazza dell’Immacolata verso le 17.30. Circa 300 persone, con birre e canne d’ordinanza, verso le 18.30, hanno iniziato a intonare i soliti slogan contro il governo e contro lo Stato. Ma soprattutto contro la polizia (individuata sempre con il termine «sbirri»). Hanno dedicato i loro cori a anche a Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due compagni morti durante la preparazione di un ordigno esplosivo in un casolare abbandonata nel Parco degli acquedotti. Si sono sgolati per chiedere la liberazione di Cospito e hanno ricordato la sua lotta. A un certo punto due o tre rappresentanti della piazza hanno intavolato una trattativa per ottenere il via libera per un corteo che non era stato autorizzato. La polizia ha confermato il divieto.
Le forze dell’ordine hanno presidiato tutti i varchi così da impedire ai manifestanti di uscire dalla piazza. I più aggressivi sono sembrati gli anarchici più attempati. Diversi di loro si sono succeduti al microfono e, dall’accento, davano l’idea di far parte della delegazione calata dal Nord Italia. Hanno inneggiato la lotta ai compagni detenuti nelle galere, in particolare quelli ristretti al 41 bis, compresi i brigatisti rossi italiani e una «compagna» della Raf tedesca, ancora detenuta in Germania. Molti dei presenti indossavano caschi da moto, ma non certo per muoversi in scooter. Nel primo pomeriggio, prima degli anarchici, ha marciato la Brigata immortale partigiana. Il gruppo, che si ispira a un’analoga iniziativa russa (i manifestanti sventolavano sia la bandiera italiana che quella sovietica), si è recato al cimitero del Verano per depositare una corona in memoria dei caduti della Resistenza. A trarre beneficio da questo pomeriggio di tensione sono stati i pochi esercizi commerciali aperti, soprattutto quelli di cittadini stranieri che hanno venduto fiumi di birra e vino.
Dopo le 20 il clima si è scaldato. Un gruppetto, mentre intorno suonavano le sirene di gazzelle e pantere, ha provato ad avanzare con lo striscione «Con Alfredo. Il 41 bis è tortura. Libertà per tuttx». Alla fine è stato concesso ai manifestanti di mettersi in marcia per un breve corteo. Un anarchico ha iniziato a brandire l’asta di una bandiera e tra un «daje» e un invito a non esagerare è volata una bottiglia che ha colpito, a pochi metri da chi scrive, un vice dirigente della Digos che ha subito una brutta ferita sulla fronte. Alla fine agli anarchici è stato concesso di dirigersi verso Porta Maggiore per concludere il percorso fino al quartiere del Pigneto (destinazione forse non casuale: lì vicino erano residenti i due terroristi morti a marzo). Alla chiusura di questo articolo, la manifestazione non era ancora conclusa. In piazza è stato distribuito un documento che invitava alla mobilitazione contro «le carceri che sono delle prigioni di guerra». «Facciamo appello a quella parte di società che in questi anni è scesa in strada per la Palestina e che di fronte alle ingiustizie non è solita tacere», si leggeva. L’auspicio degli anarco-insurrezionalisti è la saldatura tra mondi diversi, ma comunque «contro».
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