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2024-02-03
Da Tarquinio a Berizzi: le penne rosse pronte a correre nel Pd alle Europee
Da sinistra: Lucia Annunziata, Marco Tarquinio e Paolo Berizzi (Ansa-Imagoeconomica)
Si moltiplicano le voci di probabili candidature, nelle liste del Pd, di giornalisti famosi o sedicenti tali, di carta stampata e tv. Ieri è toccato a La Stampa riportare i nomi dei valorosi opinionisti progressisti pronti al sommo sacrificio: appendere la penna al chiodo e tuffarsi in quell’agone politico che, fino ad ora, hanno raccontato ai lettori.
Partiamo da Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, da sempre su posizioni di sinistra. Una candidatura di Tarquinio metterebbe in serio imbarazzo la componente riformista del Pd, schierata su una linea iper-bellicista per quel che riguarda il conflitto in Ucraina e su una equilibrista in relazione al Medio Oriente. Tarquinio è, infatti, da sempre portatore di idee pacifiste, come quelle di papa Francesco: «Se la guerra, assassinio di massa e devastazione sistematica», ha scritto recentemente Tarquinio, «è folle, e non c’è dubbio che lo sia, nessuna scelta è più equilibrata del non armare i belligeranti, del premere perché si cessi il fuoco e dello scoraggiare in ogni modo la continuazione delle ostilità. Non riuscire a dire, e non fare, neppure questo è molto, molto grave». Al di là dei concetti espressi da Tarquinio, che possono essere condivisibili, non si capisce come un partito che si è distinto per la assoluta obbedienza alla Nato e agli Stati Uniti, sia per quel che riguarda la guerra in Ucraina sia per il conflitto in Medio Oriente, possa poi candidare alle Europee un paladino dei «cessate il fuoco», che proprio sulla guerra in Ucraina fu protagonista di un infuocato scambio di accuse in tv, su La7, con Pina Picierno, eurodeputata dem uscente e vicepresidente del Parlamento europeo. «È Putin l’aggressore ed è lui che rifiuta sistematicamente ogni approccio di trattativa», disse la Picierno a Tarquinio, «se la pace che dice lei deve passare per il sacrificio di bambini, di donne violentate, di gente massacrata nella propria casa, io le dico che si deve fare qualche domanda»; «Non dica cose di cui si può pentire», replicò Tarquinio, «Non si permetta di dire cose che lei può affermare solo perché ha l’immunità. Stia attenta a quello che dice».
Vederli entrambi candidati con lo stesso partito sarebbe comico ma Tarquinio, intanto, prepara il terreno. Giovedì 15 febbraio a Formia sarà ospite e relatore di un convegno dal titolo inequivocabile: «Unione Europea: realtà o utopia?».
Un altro papabile candidato alle Europee per il Pd è Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica e twittarolo doc. Antifascista di quelli purosangue, a volte gli scappa la frizione: lo scorso 31 gennaio, nella sua rubrica «Pietre», parlando di una lista civica dietro la quale si cela Forza Nuova, lista che si presenta alle elezioni comunali di San Bonifacio, in Provincia di Verona, Berizzi concludeva: «I camerati di San Bonifacio si ritroveranno in piazza il prossimo 31 febbraio». Lui stesso sui social si è corretto: «Errata corrige: la manifestazione di cui parlo in Pietre di oggi», ha scritto, «è in programma il 31 gennaio, oggi, e non ovviamente il 31 febbraio, che non esiste nel calendario. Mi scuso per il refuso». Un errore capita a tutti, figuriamoci: parlare ancora continuamente di fascismo, nel 2024 significa, però, avere comunque qualche problemino con le date.
Un candidato da leccarsi i baffi, ci perdonerà la battutaccia, è Sandro Ruotolo, volto lui sì notissimo del giornalismo tv, responsabile Informazione e cultura nella segreteria nazionale del Pd di Elly Schlein. Ruotolo è stato senatore, la scorsa legislatura, risultando eletto alle suppletive del 2020 convocate nel collegio di Napoli San Carlo all’Arena per sostituire lo scomparso Luigi Ortolani, del M5s. Alle Politiche del settembre 2022 Ruotolo si è candidato alla Camera, sempre in provincia di Napoli, in un collegio uninominale , ma è arrivato terzo con il 21,8%, dietro l’esponente del M5s Gaetano Amato, che è stato eletto con il 34,3%, e Annarita Patriarca del centrodestra, arrivata seconda con il 33,9% di preferenze ed eletta comunque in un plurinominale. Ruotolo e il giovane deputato pd, Marco Sarracino, anche lui esponente della segretaria nazionale dem, sono individuati tra gli addetti ai lavori come gli ispiratori della spaccatura tra la Schlein e il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca: immaginiamo che una candidatura del giornalista sarà un altro motivo per lo «sceriffo» per disimpegnarsi completamente dalla campagna elettorale per il Pd.
Campana di Sarno, in provincia di Salerno, è Lucia Annunziata, giornalista notissima della Rai, della quale è stata pure presidente: il suo nome per le Europee circola insistentemente, ma lei ha smentito con nettezza: «Non mi candiderò mai è poi mai alle Europee», ha detto già mesi fa, «né con il Pd né con nessun altro partito».
In ogni caso, sarà interessante verificare, nel caso di una effettiva candidatura delle «penne rosse», quante preferenze raccoglieranno: alle Europee non ci sono listini bloccati, ma bisogna convincere gli elettori a scrivere il proprio nome e cognome sulla scheda. Se son voti, fioriranno.
Insulti alla Meloni con l’algoritmo
Cercare sponda all’estero per dirimere le questioni interne è una tradizione di lunga data in Italia. Questa volta, però, siamo al surrealismo. Sulla sua pagina Instagram, il gruppo parlamentare del Partito socialista europeo ha pubblicato una serie di foto di Giorgia Meloni, sviluppate attraverso l’Intelligenza artificiale, in cui il primo ministro italiano viene ritratto come una figura onnipresente e totalizzante all’interno della televisione pubblica.
Un fatto che, a dir loro, denoterebbe una «deriva illiberale» e pregiudicherebbe le prossime elezioni europee. «Rai Telemeloni», si legge in alto sulle diverse immagini, ognuna delle quali concorre a dipingere il quadro di un’Italia ripiombata sotto il giogo di un regime antidemocratico. In una si vede il premier raffigurato come una giornalista che parla in diretta, con una didascalia che recita «Giorgia reagisce al commento della Meloni»; in un’altra è rappresentato un dibattito politico «Meloni vs Meloni», con due diverse versioni del premier a confronto; in un’altra ancora si vede il leader di Fdi condurre le previsioni del tempo, con sullo sfondo una penisola costellata di sue facce e la scritta «Il cambiamento climatico non è reale». E potremmo andare avanti con le descrizioni.
Questa è l’immagine che il Pse diffonde in Europa del nostro Paese, con il sostegno del suo principale azionista in patria, il Partito democratico. Lo scopo è chiaro ed è esplicitato anche nelle righe di commento: «Orbánizzare» il governo italiano tacciandolo di essere illiberale. «Seguendo le orme dei suoi amici, dal Pis in Polonia a Orbán in Ungheria, Meloni ha colto l’opportunità per prendere il controllo sulla Rai», si legge nel post. Curioso il riferimento alla Polonia, visto che il loro beniamino, Donald Tusk, salito al governo lo scorso dicembre, ha fatto ben di peggio, purgando realmente l’intero servizio pubblico. In quel caso, però, neanche una parola di denuncia dagli amici socialisti. Una metamorfosi davvero repentina, quella della Polonia, che fino a ieri secondo loro violava i principi europei sullo Stato di diritto.
«Iniziando con l’epurazione di giornalisti e dirigenti non allineati con il governo», si legge sempre nel post su Instagram, «la Rai è ora contraddistinta da una rappresentazione di parte dei fatti e delle figure politiche». Chissà se gli amici del Pd hanno raccontato ai loro colleghi che Fabio Fazio & company si sono ritrovati a lavorare per altre televisioni con contratti milionari o che molti di loro hanno scelto autonomamente di andarsene. Oppure che la Rai è stata per anni espressione del centrosinistra, tant’è che basta osservare la composizione delle varie redazioni per vedere che ci sono ancora molte figura in quota Pd o M5s. «Guardando la Rai, vedrai per lo più il volto del primo ministro Meloni, insieme a quelli dei membri del suo partito», scrivono gli eurodeputati dem, ai quali deve risultare strano che gli organi di informazione diano visibilità al presidente del Consiglio e al suo partito, primo per consensi nel Paese e democraticamente eletto per deciderne le sorti.
Ma il capolavoro arriva alla fine: «Questo è particolarmente preoccupante in vista delle prossime elezioni di giugno in Italia, incluse le elezioni europee». E l’invettiva termina con un lapidario: «Non rimarremo in silenzio di fronte a questa deriva illiberale». Avete capito bene: non solo saremmo tornati sotto un regime e non ce ne siamo accorti (il pass sanitario per lavorare, però, era un simbolo di democrazia), ma i socialisti europei ci fanno sapere se alle prossime elezioni europee dovessero vincere i partiti di destra non è perché la gente è stufa delle follie dell’Ue, ma perché la Meloni avrebbe, sempre secondo l’eurosinistra, occupato la televisione pubblica. Forse a Bruxelles farebbero meglio a occuparsi della schiera di trattori che ha sfilato fuori dai loro uffici.
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Elly Schlein sta pensando di saccheggiare le redazioni di giornali e tv per compilare le liste. L’ex direttore di «Avvenire» spaccherebbe i dem con le sue posizioni iper pacifiste. In lizza pure Sandro Ruotolo e Lucia Annunziata.Il gruppo dei socialisti ha utilizzato l’Intelligenza artificiale per schernire Giorgia Meloni, blaterando di una presunta occupazione della Rai. E spargendo veleno in vista del voto.Lo speciale contiene due articoli.Si moltiplicano le voci di probabili candidature, nelle liste del Pd, di giornalisti famosi o sedicenti tali, di carta stampata e tv. Ieri è toccato a La Stampa riportare i nomi dei valorosi opinionisti progressisti pronti al sommo sacrificio: appendere la penna al chiodo e tuffarsi in quell’agone politico che, fino ad ora, hanno raccontato ai lettori.Partiamo da Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, da sempre su posizioni di sinistra. Una candidatura di Tarquinio metterebbe in serio imbarazzo la componente riformista del Pd, schierata su una linea iper-bellicista per quel che riguarda il conflitto in Ucraina e su una equilibrista in relazione al Medio Oriente. Tarquinio è, infatti, da sempre portatore di idee pacifiste, come quelle di papa Francesco: «Se la guerra, assassinio di massa e devastazione sistematica», ha scritto recentemente Tarquinio, «è folle, e non c’è dubbio che lo sia, nessuna scelta è più equilibrata del non armare i belligeranti, del premere perché si cessi il fuoco e dello scoraggiare in ogni modo la continuazione delle ostilità. Non riuscire a dire, e non fare, neppure questo è molto, molto grave». Al di là dei concetti espressi da Tarquinio, che possono essere condivisibili, non si capisce come un partito che si è distinto per la assoluta obbedienza alla Nato e agli Stati Uniti, sia per quel che riguarda la guerra in Ucraina sia per il conflitto in Medio Oriente, possa poi candidare alle Europee un paladino dei «cessate il fuoco», che proprio sulla guerra in Ucraina fu protagonista di un infuocato scambio di accuse in tv, su La7, con Pina Picierno, eurodeputata dem uscente e vicepresidente del Parlamento europeo. «È Putin l’aggressore ed è lui che rifiuta sistematicamente ogni approccio di trattativa», disse la Picierno a Tarquinio, «se la pace che dice lei deve passare per il sacrificio di bambini, di donne violentate, di gente massacrata nella propria casa, io le dico che si deve fare qualche domanda»; «Non dica cose di cui si può pentire», replicò Tarquinio, «Non si permetta di dire cose che lei può affermare solo perché ha l’immunità. Stia attenta a quello che dice».Vederli entrambi candidati con lo stesso partito sarebbe comico ma Tarquinio, intanto, prepara il terreno. Giovedì 15 febbraio a Formia sarà ospite e relatore di un convegno dal titolo inequivocabile: «Unione Europea: realtà o utopia?».Un altro papabile candidato alle Europee per il Pd è Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica e twittarolo doc. Antifascista di quelli purosangue, a volte gli scappa la frizione: lo scorso 31 gennaio, nella sua rubrica «Pietre», parlando di una lista civica dietro la quale si cela Forza Nuova, lista che si presenta alle elezioni comunali di San Bonifacio, in Provincia di Verona, Berizzi concludeva: «I camerati di San Bonifacio si ritroveranno in piazza il prossimo 31 febbraio». Lui stesso sui social si è corretto: «Errata corrige: la manifestazione di cui parlo in Pietre di oggi», ha scritto, «è in programma il 31 gennaio, oggi, e non ovviamente il 31 febbraio, che non esiste nel calendario. Mi scuso per il refuso». Un errore capita a tutti, figuriamoci: parlare ancora continuamente di fascismo, nel 2024 significa, però, avere comunque qualche problemino con le date.Un candidato da leccarsi i baffi, ci perdonerà la battutaccia, è Sandro Ruotolo, volto lui sì notissimo del giornalismo tv, responsabile Informazione e cultura nella segreteria nazionale del Pd di Elly Schlein. Ruotolo è stato senatore, la scorsa legislatura, risultando eletto alle suppletive del 2020 convocate nel collegio di Napoli San Carlo all’Arena per sostituire lo scomparso Luigi Ortolani, del M5s. Alle Politiche del settembre 2022 Ruotolo si è candidato alla Camera, sempre in provincia di Napoli, in un collegio uninominale , ma è arrivato terzo con il 21,8%, dietro l’esponente del M5s Gaetano Amato, che è stato eletto con il 34,3%, e Annarita Patriarca del centrodestra, arrivata seconda con il 33,9% di preferenze ed eletta comunque in un plurinominale. Ruotolo e il giovane deputato pd, Marco Sarracino, anche lui esponente della segretaria nazionale dem, sono individuati tra gli addetti ai lavori come gli ispiratori della spaccatura tra la Schlein e il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca: immaginiamo che una candidatura del giornalista sarà un altro motivo per lo «sceriffo» per disimpegnarsi completamente dalla campagna elettorale per il Pd.Campana di Sarno, in provincia di Salerno, è Lucia Annunziata, giornalista notissima della Rai, della quale è stata pure presidente: il suo nome per le Europee circola insistentemente, ma lei ha smentito con nettezza: «Non mi candiderò mai è poi mai alle Europee», ha detto già mesi fa, «né con il Pd né con nessun altro partito». In ogni caso, sarà interessante verificare, nel caso di una effettiva candidatura delle «penne rosse», quante preferenze raccoglieranno: alle Europee non ci sono listini bloccati, ma bisogna convincere gli elettori a scrivere il proprio nome e cognome sulla scheda. Se son voti, fioriranno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/penne-rosse-pd-europee-2667159932.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="insulti-alla-meloni-con-lalgoritmo" data-post-id="2667159932" data-published-at="1706955953" data-use-pagination="False"> Insulti alla Meloni con l’algoritmo Cercare sponda all’estero per dirimere le questioni interne è una tradizione di lunga data in Italia. Questa volta, però, siamo al surrealismo. Sulla sua pagina Instagram, il gruppo parlamentare del Partito socialista europeo ha pubblicato una serie di foto di Giorgia Meloni, sviluppate attraverso l’Intelligenza artificiale, in cui il primo ministro italiano viene ritratto come una figura onnipresente e totalizzante all’interno della televisione pubblica. Un fatto che, a dir loro, denoterebbe una «deriva illiberale» e pregiudicherebbe le prossime elezioni europee. «Rai Telemeloni», si legge in alto sulle diverse immagini, ognuna delle quali concorre a dipingere il quadro di un’Italia ripiombata sotto il giogo di un regime antidemocratico. In una si vede il premier raffigurato come una giornalista che parla in diretta, con una didascalia che recita «Giorgia reagisce al commento della Meloni»; in un’altra è rappresentato un dibattito politico «Meloni vs Meloni», con due diverse versioni del premier a confronto; in un’altra ancora si vede il leader di Fdi condurre le previsioni del tempo, con sullo sfondo una penisola costellata di sue facce e la scritta «Il cambiamento climatico non è reale». E potremmo andare avanti con le descrizioni. Questa è l’immagine che il Pse diffonde in Europa del nostro Paese, con il sostegno del suo principale azionista in patria, il Partito democratico. Lo scopo è chiaro ed è esplicitato anche nelle righe di commento: «Orbánizzare» il governo italiano tacciandolo di essere illiberale. «Seguendo le orme dei suoi amici, dal Pis in Polonia a Orbán in Ungheria, Meloni ha colto l’opportunità per prendere il controllo sulla Rai», si legge nel post. Curioso il riferimento alla Polonia, visto che il loro beniamino, Donald Tusk, salito al governo lo scorso dicembre, ha fatto ben di peggio, purgando realmente l’intero servizio pubblico. In quel caso, però, neanche una parola di denuncia dagli amici socialisti. Una metamorfosi davvero repentina, quella della Polonia, che fino a ieri secondo loro violava i principi europei sullo Stato di diritto. «Iniziando con l’epurazione di giornalisti e dirigenti non allineati con il governo», si legge sempre nel post su Instagram, «la Rai è ora contraddistinta da una rappresentazione di parte dei fatti e delle figure politiche». Chissà se gli amici del Pd hanno raccontato ai loro colleghi che Fabio Fazio & company si sono ritrovati a lavorare per altre televisioni con contratti milionari o che molti di loro hanno scelto autonomamente di andarsene. Oppure che la Rai è stata per anni espressione del centrosinistra, tant’è che basta osservare la composizione delle varie redazioni per vedere che ci sono ancora molte figura in quota Pd o M5s. «Guardando la Rai, vedrai per lo più il volto del primo ministro Meloni, insieme a quelli dei membri del suo partito», scrivono gli eurodeputati dem, ai quali deve risultare strano che gli organi di informazione diano visibilità al presidente del Consiglio e al suo partito, primo per consensi nel Paese e democraticamente eletto per deciderne le sorti. Ma il capolavoro arriva alla fine: «Questo è particolarmente preoccupante in vista delle prossime elezioni di giugno in Italia, incluse le elezioni europee». E l’invettiva termina con un lapidario: «Non rimarremo in silenzio di fronte a questa deriva illiberale». Avete capito bene: non solo saremmo tornati sotto un regime e non ce ne siamo accorti (il pass sanitario per lavorare, però, era un simbolo di democrazia), ma i socialisti europei ci fanno sapere se alle prossime elezioni europee dovessero vincere i partiti di destra non è perché la gente è stufa delle follie dell’Ue, ma perché la Meloni avrebbe, sempre secondo l’eurosinistra, occupato la televisione pubblica. Forse a Bruxelles farebbero meglio a occuparsi della schiera di trattori che ha sfilato fuori dai loro uffici.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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