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2024-02-03
Da Tarquinio a Berizzi: le penne rosse pronte a correre nel Pd alle Europee
Da sinistra: Lucia Annunziata, Marco Tarquinio e Paolo Berizzi (Ansa-Imagoeconomica)
Si moltiplicano le voci di probabili candidature, nelle liste del Pd, di giornalisti famosi o sedicenti tali, di carta stampata e tv. Ieri è toccato a La Stampa riportare i nomi dei valorosi opinionisti progressisti pronti al sommo sacrificio: appendere la penna al chiodo e tuffarsi in quell’agone politico che, fino ad ora, hanno raccontato ai lettori.
Partiamo da Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, da sempre su posizioni di sinistra. Una candidatura di Tarquinio metterebbe in serio imbarazzo la componente riformista del Pd, schierata su una linea iper-bellicista per quel che riguarda il conflitto in Ucraina e su una equilibrista in relazione al Medio Oriente. Tarquinio è, infatti, da sempre portatore di idee pacifiste, come quelle di papa Francesco: «Se la guerra, assassinio di massa e devastazione sistematica», ha scritto recentemente Tarquinio, «è folle, e non c’è dubbio che lo sia, nessuna scelta è più equilibrata del non armare i belligeranti, del premere perché si cessi il fuoco e dello scoraggiare in ogni modo la continuazione delle ostilità. Non riuscire a dire, e non fare, neppure questo è molto, molto grave». Al di là dei concetti espressi da Tarquinio, che possono essere condivisibili, non si capisce come un partito che si è distinto per la assoluta obbedienza alla Nato e agli Stati Uniti, sia per quel che riguarda la guerra in Ucraina sia per il conflitto in Medio Oriente, possa poi candidare alle Europee un paladino dei «cessate il fuoco», che proprio sulla guerra in Ucraina fu protagonista di un infuocato scambio di accuse in tv, su La7, con Pina Picierno, eurodeputata dem uscente e vicepresidente del Parlamento europeo. «È Putin l’aggressore ed è lui che rifiuta sistematicamente ogni approccio di trattativa», disse la Picierno a Tarquinio, «se la pace che dice lei deve passare per il sacrificio di bambini, di donne violentate, di gente massacrata nella propria casa, io le dico che si deve fare qualche domanda»; «Non dica cose di cui si può pentire», replicò Tarquinio, «Non si permetta di dire cose che lei può affermare solo perché ha l’immunità. Stia attenta a quello che dice».
Vederli entrambi candidati con lo stesso partito sarebbe comico ma Tarquinio, intanto, prepara il terreno. Giovedì 15 febbraio a Formia sarà ospite e relatore di un convegno dal titolo inequivocabile: «Unione Europea: realtà o utopia?».
Un altro papabile candidato alle Europee per il Pd è Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica e twittarolo doc. Antifascista di quelli purosangue, a volte gli scappa la frizione: lo scorso 31 gennaio, nella sua rubrica «Pietre», parlando di una lista civica dietro la quale si cela Forza Nuova, lista che si presenta alle elezioni comunali di San Bonifacio, in Provincia di Verona, Berizzi concludeva: «I camerati di San Bonifacio si ritroveranno in piazza il prossimo 31 febbraio». Lui stesso sui social si è corretto: «Errata corrige: la manifestazione di cui parlo in Pietre di oggi», ha scritto, «è in programma il 31 gennaio, oggi, e non ovviamente il 31 febbraio, che non esiste nel calendario. Mi scuso per il refuso». Un errore capita a tutti, figuriamoci: parlare ancora continuamente di fascismo, nel 2024 significa, però, avere comunque qualche problemino con le date.
Un candidato da leccarsi i baffi, ci perdonerà la battutaccia, è Sandro Ruotolo, volto lui sì notissimo del giornalismo tv, responsabile Informazione e cultura nella segreteria nazionale del Pd di Elly Schlein. Ruotolo è stato senatore, la scorsa legislatura, risultando eletto alle suppletive del 2020 convocate nel collegio di Napoli San Carlo all’Arena per sostituire lo scomparso Luigi Ortolani, del M5s. Alle Politiche del settembre 2022 Ruotolo si è candidato alla Camera, sempre in provincia di Napoli, in un collegio uninominale , ma è arrivato terzo con il 21,8%, dietro l’esponente del M5s Gaetano Amato, che è stato eletto con il 34,3%, e Annarita Patriarca del centrodestra, arrivata seconda con il 33,9% di preferenze ed eletta comunque in un plurinominale. Ruotolo e il giovane deputato pd, Marco Sarracino, anche lui esponente della segretaria nazionale dem, sono individuati tra gli addetti ai lavori come gli ispiratori della spaccatura tra la Schlein e il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca: immaginiamo che una candidatura del giornalista sarà un altro motivo per lo «sceriffo» per disimpegnarsi completamente dalla campagna elettorale per il Pd.
Campana di Sarno, in provincia di Salerno, è Lucia Annunziata, giornalista notissima della Rai, della quale è stata pure presidente: il suo nome per le Europee circola insistentemente, ma lei ha smentito con nettezza: «Non mi candiderò mai è poi mai alle Europee», ha detto già mesi fa, «né con il Pd né con nessun altro partito».
In ogni caso, sarà interessante verificare, nel caso di una effettiva candidatura delle «penne rosse», quante preferenze raccoglieranno: alle Europee non ci sono listini bloccati, ma bisogna convincere gli elettori a scrivere il proprio nome e cognome sulla scheda. Se son voti, fioriranno.
Insulti alla Meloni con l’algoritmo
Cercare sponda all’estero per dirimere le questioni interne è una tradizione di lunga data in Italia. Questa volta, però, siamo al surrealismo. Sulla sua pagina Instagram, il gruppo parlamentare del Partito socialista europeo ha pubblicato una serie di foto di Giorgia Meloni, sviluppate attraverso l’Intelligenza artificiale, in cui il primo ministro italiano viene ritratto come una figura onnipresente e totalizzante all’interno della televisione pubblica.
Un fatto che, a dir loro, denoterebbe una «deriva illiberale» e pregiudicherebbe le prossime elezioni europee. «Rai Telemeloni», si legge in alto sulle diverse immagini, ognuna delle quali concorre a dipingere il quadro di un’Italia ripiombata sotto il giogo di un regime antidemocratico. In una si vede il premier raffigurato come una giornalista che parla in diretta, con una didascalia che recita «Giorgia reagisce al commento della Meloni»; in un’altra è rappresentato un dibattito politico «Meloni vs Meloni», con due diverse versioni del premier a confronto; in un’altra ancora si vede il leader di Fdi condurre le previsioni del tempo, con sullo sfondo una penisola costellata di sue facce e la scritta «Il cambiamento climatico non è reale». E potremmo andare avanti con le descrizioni.
Questa è l’immagine che il Pse diffonde in Europa del nostro Paese, con il sostegno del suo principale azionista in patria, il Partito democratico. Lo scopo è chiaro ed è esplicitato anche nelle righe di commento: «Orbánizzare» il governo italiano tacciandolo di essere illiberale. «Seguendo le orme dei suoi amici, dal Pis in Polonia a Orbán in Ungheria, Meloni ha colto l’opportunità per prendere il controllo sulla Rai», si legge nel post. Curioso il riferimento alla Polonia, visto che il loro beniamino, Donald Tusk, salito al governo lo scorso dicembre, ha fatto ben di peggio, purgando realmente l’intero servizio pubblico. In quel caso, però, neanche una parola di denuncia dagli amici socialisti. Una metamorfosi davvero repentina, quella della Polonia, che fino a ieri secondo loro violava i principi europei sullo Stato di diritto.
«Iniziando con l’epurazione di giornalisti e dirigenti non allineati con il governo», si legge sempre nel post su Instagram, «la Rai è ora contraddistinta da una rappresentazione di parte dei fatti e delle figure politiche». Chissà se gli amici del Pd hanno raccontato ai loro colleghi che Fabio Fazio & company si sono ritrovati a lavorare per altre televisioni con contratti milionari o che molti di loro hanno scelto autonomamente di andarsene. Oppure che la Rai è stata per anni espressione del centrosinistra, tant’è che basta osservare la composizione delle varie redazioni per vedere che ci sono ancora molte figura in quota Pd o M5s. «Guardando la Rai, vedrai per lo più il volto del primo ministro Meloni, insieme a quelli dei membri del suo partito», scrivono gli eurodeputati dem, ai quali deve risultare strano che gli organi di informazione diano visibilità al presidente del Consiglio e al suo partito, primo per consensi nel Paese e democraticamente eletto per deciderne le sorti.
Ma il capolavoro arriva alla fine: «Questo è particolarmente preoccupante in vista delle prossime elezioni di giugno in Italia, incluse le elezioni europee». E l’invettiva termina con un lapidario: «Non rimarremo in silenzio di fronte a questa deriva illiberale». Avete capito bene: non solo saremmo tornati sotto un regime e non ce ne siamo accorti (il pass sanitario per lavorare, però, era un simbolo di democrazia), ma i socialisti europei ci fanno sapere se alle prossime elezioni europee dovessero vincere i partiti di destra non è perché la gente è stufa delle follie dell’Ue, ma perché la Meloni avrebbe, sempre secondo l’eurosinistra, occupato la televisione pubblica. Forse a Bruxelles farebbero meglio a occuparsi della schiera di trattori che ha sfilato fuori dai loro uffici.
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Elly Schlein sta pensando di saccheggiare le redazioni di giornali e tv per compilare le liste. L’ex direttore di «Avvenire» spaccherebbe i dem con le sue posizioni iper pacifiste. In lizza pure Sandro Ruotolo e Lucia Annunziata.Il gruppo dei socialisti ha utilizzato l’Intelligenza artificiale per schernire Giorgia Meloni, blaterando di una presunta occupazione della Rai. E spargendo veleno in vista del voto.Lo speciale contiene due articoli.Si moltiplicano le voci di probabili candidature, nelle liste del Pd, di giornalisti famosi o sedicenti tali, di carta stampata e tv. Ieri è toccato a La Stampa riportare i nomi dei valorosi opinionisti progressisti pronti al sommo sacrificio: appendere la penna al chiodo e tuffarsi in quell’agone politico che, fino ad ora, hanno raccontato ai lettori.Partiamo da Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, da sempre su posizioni di sinistra. Una candidatura di Tarquinio metterebbe in serio imbarazzo la componente riformista del Pd, schierata su una linea iper-bellicista per quel che riguarda il conflitto in Ucraina e su una equilibrista in relazione al Medio Oriente. Tarquinio è, infatti, da sempre portatore di idee pacifiste, come quelle di papa Francesco: «Se la guerra, assassinio di massa e devastazione sistematica», ha scritto recentemente Tarquinio, «è folle, e non c’è dubbio che lo sia, nessuna scelta è più equilibrata del non armare i belligeranti, del premere perché si cessi il fuoco e dello scoraggiare in ogni modo la continuazione delle ostilità. Non riuscire a dire, e non fare, neppure questo è molto, molto grave». Al di là dei concetti espressi da Tarquinio, che possono essere condivisibili, non si capisce come un partito che si è distinto per la assoluta obbedienza alla Nato e agli Stati Uniti, sia per quel che riguarda la guerra in Ucraina sia per il conflitto in Medio Oriente, possa poi candidare alle Europee un paladino dei «cessate il fuoco», che proprio sulla guerra in Ucraina fu protagonista di un infuocato scambio di accuse in tv, su La7, con Pina Picierno, eurodeputata dem uscente e vicepresidente del Parlamento europeo. «È Putin l’aggressore ed è lui che rifiuta sistematicamente ogni approccio di trattativa», disse la Picierno a Tarquinio, «se la pace che dice lei deve passare per il sacrificio di bambini, di donne violentate, di gente massacrata nella propria casa, io le dico che si deve fare qualche domanda»; «Non dica cose di cui si può pentire», replicò Tarquinio, «Non si permetta di dire cose che lei può affermare solo perché ha l’immunità. Stia attenta a quello che dice».Vederli entrambi candidati con lo stesso partito sarebbe comico ma Tarquinio, intanto, prepara il terreno. Giovedì 15 febbraio a Formia sarà ospite e relatore di un convegno dal titolo inequivocabile: «Unione Europea: realtà o utopia?».Un altro papabile candidato alle Europee per il Pd è Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica e twittarolo doc. Antifascista di quelli purosangue, a volte gli scappa la frizione: lo scorso 31 gennaio, nella sua rubrica «Pietre», parlando di una lista civica dietro la quale si cela Forza Nuova, lista che si presenta alle elezioni comunali di San Bonifacio, in Provincia di Verona, Berizzi concludeva: «I camerati di San Bonifacio si ritroveranno in piazza il prossimo 31 febbraio». Lui stesso sui social si è corretto: «Errata corrige: la manifestazione di cui parlo in Pietre di oggi», ha scritto, «è in programma il 31 gennaio, oggi, e non ovviamente il 31 febbraio, che non esiste nel calendario. Mi scuso per il refuso». Un errore capita a tutti, figuriamoci: parlare ancora continuamente di fascismo, nel 2024 significa, però, avere comunque qualche problemino con le date.Un candidato da leccarsi i baffi, ci perdonerà la battutaccia, è Sandro Ruotolo, volto lui sì notissimo del giornalismo tv, responsabile Informazione e cultura nella segreteria nazionale del Pd di Elly Schlein. Ruotolo è stato senatore, la scorsa legislatura, risultando eletto alle suppletive del 2020 convocate nel collegio di Napoli San Carlo all’Arena per sostituire lo scomparso Luigi Ortolani, del M5s. Alle Politiche del settembre 2022 Ruotolo si è candidato alla Camera, sempre in provincia di Napoli, in un collegio uninominale , ma è arrivato terzo con il 21,8%, dietro l’esponente del M5s Gaetano Amato, che è stato eletto con il 34,3%, e Annarita Patriarca del centrodestra, arrivata seconda con il 33,9% di preferenze ed eletta comunque in un plurinominale. Ruotolo e il giovane deputato pd, Marco Sarracino, anche lui esponente della segretaria nazionale dem, sono individuati tra gli addetti ai lavori come gli ispiratori della spaccatura tra la Schlein e il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca: immaginiamo che una candidatura del giornalista sarà un altro motivo per lo «sceriffo» per disimpegnarsi completamente dalla campagna elettorale per il Pd.Campana di Sarno, in provincia di Salerno, è Lucia Annunziata, giornalista notissima della Rai, della quale è stata pure presidente: il suo nome per le Europee circola insistentemente, ma lei ha smentito con nettezza: «Non mi candiderò mai è poi mai alle Europee», ha detto già mesi fa, «né con il Pd né con nessun altro partito». In ogni caso, sarà interessante verificare, nel caso di una effettiva candidatura delle «penne rosse», quante preferenze raccoglieranno: alle Europee non ci sono listini bloccati, ma bisogna convincere gli elettori a scrivere il proprio nome e cognome sulla scheda. Se son voti, fioriranno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/penne-rosse-pd-europee-2667159932.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="insulti-alla-meloni-con-lalgoritmo" data-post-id="2667159932" data-published-at="1706955953" data-use-pagination="False"> Insulti alla Meloni con l’algoritmo Cercare sponda all’estero per dirimere le questioni interne è una tradizione di lunga data in Italia. Questa volta, però, siamo al surrealismo. Sulla sua pagina Instagram, il gruppo parlamentare del Partito socialista europeo ha pubblicato una serie di foto di Giorgia Meloni, sviluppate attraverso l’Intelligenza artificiale, in cui il primo ministro italiano viene ritratto come una figura onnipresente e totalizzante all’interno della televisione pubblica. Un fatto che, a dir loro, denoterebbe una «deriva illiberale» e pregiudicherebbe le prossime elezioni europee. «Rai Telemeloni», si legge in alto sulle diverse immagini, ognuna delle quali concorre a dipingere il quadro di un’Italia ripiombata sotto il giogo di un regime antidemocratico. In una si vede il premier raffigurato come una giornalista che parla in diretta, con una didascalia che recita «Giorgia reagisce al commento della Meloni»; in un’altra è rappresentato un dibattito politico «Meloni vs Meloni», con due diverse versioni del premier a confronto; in un’altra ancora si vede il leader di Fdi condurre le previsioni del tempo, con sullo sfondo una penisola costellata di sue facce e la scritta «Il cambiamento climatico non è reale». E potremmo andare avanti con le descrizioni. Questa è l’immagine che il Pse diffonde in Europa del nostro Paese, con il sostegno del suo principale azionista in patria, il Partito democratico. Lo scopo è chiaro ed è esplicitato anche nelle righe di commento: «Orbánizzare» il governo italiano tacciandolo di essere illiberale. «Seguendo le orme dei suoi amici, dal Pis in Polonia a Orbán in Ungheria, Meloni ha colto l’opportunità per prendere il controllo sulla Rai», si legge nel post. Curioso il riferimento alla Polonia, visto che il loro beniamino, Donald Tusk, salito al governo lo scorso dicembre, ha fatto ben di peggio, purgando realmente l’intero servizio pubblico. In quel caso, però, neanche una parola di denuncia dagli amici socialisti. Una metamorfosi davvero repentina, quella della Polonia, che fino a ieri secondo loro violava i principi europei sullo Stato di diritto. «Iniziando con l’epurazione di giornalisti e dirigenti non allineati con il governo», si legge sempre nel post su Instagram, «la Rai è ora contraddistinta da una rappresentazione di parte dei fatti e delle figure politiche». Chissà se gli amici del Pd hanno raccontato ai loro colleghi che Fabio Fazio & company si sono ritrovati a lavorare per altre televisioni con contratti milionari o che molti di loro hanno scelto autonomamente di andarsene. Oppure che la Rai è stata per anni espressione del centrosinistra, tant’è che basta osservare la composizione delle varie redazioni per vedere che ci sono ancora molte figura in quota Pd o M5s. «Guardando la Rai, vedrai per lo più il volto del primo ministro Meloni, insieme a quelli dei membri del suo partito», scrivono gli eurodeputati dem, ai quali deve risultare strano che gli organi di informazione diano visibilità al presidente del Consiglio e al suo partito, primo per consensi nel Paese e democraticamente eletto per deciderne le sorti. Ma il capolavoro arriva alla fine: «Questo è particolarmente preoccupante in vista delle prossime elezioni di giugno in Italia, incluse le elezioni europee». E l’invettiva termina con un lapidario: «Non rimarremo in silenzio di fronte a questa deriva illiberale». Avete capito bene: non solo saremmo tornati sotto un regime e non ce ne siamo accorti (il pass sanitario per lavorare, però, era un simbolo di democrazia), ma i socialisti europei ci fanno sapere se alle prossime elezioni europee dovessero vincere i partiti di destra non è perché la gente è stufa delle follie dell’Ue, ma perché la Meloni avrebbe, sempre secondo l’eurosinistra, occupato la televisione pubblica. Forse a Bruxelles farebbero meglio a occuparsi della schiera di trattori che ha sfilato fuori dai loro uffici.
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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Erri De Luca (Imagoeconomica)
Hanno danzato sul filo dell’ortodossia politica, e ogni volta che con una frase si sono resi conto di sconfinare sono corsi a precisarla, a limarla, a modificarla in un continuo gioco di negazioni e smentite: un fenomenale Lago dei cigni della correttezza politica. Solo che in quel lago gli intellettuali hanno tirato sassi e pietroni, salvo poi - come prevedibile - ritrarre la mano.
L’ultimo capitolo della saga è forse il più emblematico. A sentire le parti, non è accaduto nulla. Non vi è dissidio, non vi è censura, non vi è niente: il vuoto. Sembra una riedizione delle purghe sovietiche: la gente spariva, ma niente cambiava, non era accaduto nulla, l’assente semplicemente non esisteva, non era mai stato. Ecco dunque che Erri De Luca dichiara al Corriere della Sera: «Per me non è successo niente». E ribadisce: «Niente di che». Però qualcosa è successo, e cioè che lo scrittore e traduttore è stato cacciato dalla rassegna Salerno letteratura. Avrebbe dovuto tenere la prolusione, il discorso introduttivo del festival. Ma gli organizzatori hanno deciso di ritirare l’invito. Anche per la direzione della kermesse, tuttavia, non è successo niente. «Nessuna censura», dice al Mattino uno dei due artistici, Gennaro Carillo, docente di Dottrine politiche all’università Suor Orsola Benincasa. Ma la censura, piaccia o no, c’è stata.
E in effetti Carillo deve in parte ammetterlo: «Abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria anche per evitare strumentalizzazioni. La prolusione che detta un po’ la linea al festival implica una certa identità di vedute, con chi te la commissiona, quantomeno rispetto alla più tragica delle evidenze: i morti civili di Gaza». Evitare strumentalizzazioni. Ma da parte di chi? E come? Fantastico: censurano, ma a strumentalizzare sono sempre gli altri.
In fondo è questo il punto centrale di tutta la vicenda che ha coinvolto Erri De Luca e, di rimbalzo, l’intera sinistra. Nessuno ha avuto fino in fondo il coraggio delle proprie azioni e dei propri pensieri. Ciascuno ha agito, ma poi ha negato di averlo fatto. Ciascuno ha preso posizione, ma l’ha subito rinnegata per timore di rimediare brutte figure e perdere prestigio.
Tutto è iniziato quando De Luca ha partecipato al festival degli Scrittori di Gerusalemme e per l’occasione ha rilasciato una intervista al giornale Israel Hayom, pronunciando alcune parole che non avrebbe dovuto proferire. «In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione», ha detto De Luca. «Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui [...] è già sionista per questo fatto stesso».
Lo scrittore campano non si è fermato lì. Anzi ha aggiunto alcune considerazioni sulla questione palestinese: «So benissimo cosa sia un genocidio e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso [...] la popolazione paga sempre il prezzo più alto».
Infine, dal palco della rassegna di Gerusalemme, De Luca ha assestato il colpo finale: «Da noi c’è una radicalizzazione favorevole ad Hamas», ha dichiarato. «Che però non osa dirlo - dice solo “per il popolo palestinese”, ma è proprio Hamas la maggiore oppressione del popolo palestinese».
In realtà, al festival israeliano De Luca era stato anche piuttosto critico nei riguardi del governo Netanyahu. Ha detto che la guerra in corso avrebbe potuto rappresentare un grande cambiamento: «Dal punto di vista della Palestina, perché potrebbe liberarsi di Hamas e finalmente scegliere le proprie rappresentanze politiche. E per Israele, di cambiare governo e rendere questo cambiamento la possibilità di un avvento di pace - non di cessate il fuoco provvisorio, ma direttamente nella magnifica parola: pace, shalom».
Insomma, far passare De Luca come un sostenitore del massacro dei palestinesi o un fan di Netanyahu è per lo meno scorretto, se non peggio. Eppure, non appena stralci della sua intervista sono usciti in Italia, è esattamente così che lo hanno descritto i suoi (ex) amici di sinistra. Praticamente da ogni parte sono piovuti strali indignatissimi contro lo scrittore, che da venerato maestro arbasiniano si è tramutato nel proverbiale solito stronzo. Succede spesso, fra i progressisti: basta un minimo scostamento dalla linea ufficiale del partito unico degli intellettuali per essere spediti al rogo. È un rogo simbolico, per carità, ma non privo di conseguenze: si perdono soldi, incarichi, spazi, credibilità. Si viene messi al bando come ai tempi di Stalin.
Forse nel timore della gogna e delle relative ricadute professionali, De Luca ha cercato di correggere il tiro. Ha precisato che per lui essere sionista significa soltanto difendere il diritto a esistere di Israele. Ha rimarcato il suo fastidio nei riguardi del governo Netanyahu. Ma non c’è stato niente da fare. Così funziona il pensiero unico: bisogna parlare del tema che gli intellettuali di regime hanno selezionato e bisogna farlo negli esatti termini da loro indicati, altrimenti si finisce male.
E De Luca è finito male. Era un eroe quando difendeva le ragioni dell’Ucraina e ancora di più quando invocava il sabotaggio della Tav. Ora lo cacciano dal festival di Salerno. Lui, a differenza di quanto fatto in passato (nello specifico con la Tav), ha provato a rimangiarsi almeno in parte le uscite improvvide, ma non ci è riuscito. E adesso minimizza: «Non sarò a Salerno per motivi personali, anzi sono abbastanza contento di risparmiarmi qualche trasferta. Non faccio alcuna polemica con manifestazione che ha problemi a ricevermi».
Peggio di De Luca sono, decisamente, i suoi colleghi. I quali hanno agito per riflesso condizionato: censura, mordacchia, bando. Non c’è illustre intellettuale progressista che si sia sottratto all’unanime denigrazione del traditore: tutti, in serie, hanno girato il pollice verso il basso (anche per timore che poi potesse toccare a uno di loro la gita al patibolo).
Quanto ai direttori artistici del festival salernitano, beh, lì si raggiunge l’apice dell’ipocrisia, dato che non hanno nemmeno il coraggio di dirla tutta: hanno cacciato Erri, ma appunto sostengono che non vi sia censura. Sullo sfondo l’altro De Luca - Vincenzo, sindaco di Salerno - aleggia silente e lascia che gli intellettuali organici si macellino fra loro.
Il punto, vedete, non è nemmeno capire se De Luca abbia ragione o meno. La ragione qui non conta un fico secco. Conta conformarsi, obbedire prontamente, a prescindere dalla causa. Certo anche la destra, ultimamente, ha dato prova di mal tollerare il dissenso, e non abbiamo mancato di farlo notare. Ma a sinistra alligna il vero professionismo della censura. La quale, in effetti, ormai è la norma. Tant’è che la esercitano e poi dicono: non è successo niente. In effetti non fa quasi più notizia.
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Emanuele Fisicaro, uno dei tre legali di Nicole Minetti (Imagoeconomica)
A spiegarlo è il comunicato firmato il 3 giugno dalla procuratrice generale Francesca Nanni e trasmesso al ministro della Giustizia e poi al Quirinale.
Proprio da qui potrebbe aprirsi un secondo fronte. I legali - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno preso atto dell’esito delle verifiche e hanno confermato le iniziative per il risarcimento dei danni. Le prime richieste riguardano oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, comprese le edizioni online, e la puntata di Report del 3 maggio (oltre a quella di Cartabianca del 28 aprile). Il danno, spiegano, è legato soprattutto al pregiudizio arrecato al minore: nelle prossime settimane è fissato il primo incontro per la mediazione. Non solo. I legali si riservano anche ulteriori iniziative, comprese quelle penali, cioè le denunce per diffamazione.
Del resto il comunicato della Procura ricostruisce l’iter e non lascia margini di interpretazione. La domanda di grazia era stata presentata al ministro della Giustizia, poi trasmessa alla Procura generale per l’istruttoria. Milano aveva svolto gli accertamenti, formulato le proprie osservazioni e inviato il fascicolo al ministero. Dopo gli articoli del Fatto, il Quirinale aveva chiesto al ministro di acquisire informazioni urgenti. A quel punto sono stati delegati nuovi accertamenti a Carabinieri e Interpol.
Il risultato è il cuore del documento firmato dalla procura generale: non sono emersi fatti in contrasto con il quadro probatorio già acquisito nel procedimento di grazia. Al contrario, la Procura elenca una serie di conferme sui punti contestati: adozione, condizioni cliniche del minore, assenza di pendenze all’estero, profilo personale di Minetti e accuse sul suo stile di vita recente.
Sull’adozione, la Procura scrive che non emergono irregolarità nel procedimento, già riconosciuto in Italia dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Precisa inoltre che, contrariamente a quanto riportato dal Fatto quotidiano, il legale morto in Uruguay non era il legale dei genitori biologici, ma il legale del minore, favorevole all’adozione. Nel procedimento non vi fu alcuna battaglia legale: i genitori naturali non si costituirono, furono rappresentati da un difensore d’ufficio e la madre biologica risultò da sempre irreperibile.
Anche sulla morte del legale uruguaiano la Procura è esplicita: il procuratore della Repubblica in Uruguay ha riferito che non vi sono ipotesi di reato.
Sul fronte sanitario, il comunicato conferma il grave quadro clinico del minore, in cura al Boston Children’s Hospital, e la necessità della presenza della madre in occasione di controlli e terapie. Confermati anche i consulti presso strutture ospedaliere di Cleveland e New York, oltre che in Italia.
Quanto a Minetti, la Procura scrive che non risultano segnalazioni di reato, pendenze giudiziarie o coinvolgimenti in indagini in Uruguay e in Spagna, né a suo carico né a carico di Giuseppe Cipriani. Risultano inoltre confermati il volontariato in Italia e la presenza pressoché stabile in Italia dal gennaio 2024 e per tutto il 2025, salvo brevi rientri in Uruguay.
La nota affronta infine le accuse della massaggiatrice, prima in forma anonima e poi con nome e cognome, su presunte feste con droga e sesso a cui Minetti avrebbe partecipato negli ultimi anni. Secondo la Procura, quelle affermazioni risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede di indagini difensive sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti.
Non è stata disposta una rogatoria internazionale. La Procura spiega che il trattato di cooperazione giudiziaria penale tra Italia e Uruguay riguarda l’acquisizione di prove in un procedimento penale.
Ora il confronto può spostarsi nelle aule di giustizia. Il punto sarà se le notizie pubblicate fossero vere, verificate e raccontate nei limiti del diritto di cronaca.
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