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2024-02-03
Da Tarquinio a Berizzi: le penne rosse pronte a correre nel Pd alle Europee
Da sinistra: Lucia Annunziata, Marco Tarquinio e Paolo Berizzi (Ansa-Imagoeconomica)
Si moltiplicano le voci di probabili candidature, nelle liste del Pd, di giornalisti famosi o sedicenti tali, di carta stampata e tv. Ieri è toccato a La Stampa riportare i nomi dei valorosi opinionisti progressisti pronti al sommo sacrificio: appendere la penna al chiodo e tuffarsi in quell’agone politico che, fino ad ora, hanno raccontato ai lettori.
Partiamo da Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, da sempre su posizioni di sinistra. Una candidatura di Tarquinio metterebbe in serio imbarazzo la componente riformista del Pd, schierata su una linea iper-bellicista per quel che riguarda il conflitto in Ucraina e su una equilibrista in relazione al Medio Oriente. Tarquinio è, infatti, da sempre portatore di idee pacifiste, come quelle di papa Francesco: «Se la guerra, assassinio di massa e devastazione sistematica», ha scritto recentemente Tarquinio, «è folle, e non c’è dubbio che lo sia, nessuna scelta è più equilibrata del non armare i belligeranti, del premere perché si cessi il fuoco e dello scoraggiare in ogni modo la continuazione delle ostilità. Non riuscire a dire, e non fare, neppure questo è molto, molto grave». Al di là dei concetti espressi da Tarquinio, che possono essere condivisibili, non si capisce come un partito che si è distinto per la assoluta obbedienza alla Nato e agli Stati Uniti, sia per quel che riguarda la guerra in Ucraina sia per il conflitto in Medio Oriente, possa poi candidare alle Europee un paladino dei «cessate il fuoco», che proprio sulla guerra in Ucraina fu protagonista di un infuocato scambio di accuse in tv, su La7, con Pina Picierno, eurodeputata dem uscente e vicepresidente del Parlamento europeo. «È Putin l’aggressore ed è lui che rifiuta sistematicamente ogni approccio di trattativa», disse la Picierno a Tarquinio, «se la pace che dice lei deve passare per il sacrificio di bambini, di donne violentate, di gente massacrata nella propria casa, io le dico che si deve fare qualche domanda»; «Non dica cose di cui si può pentire», replicò Tarquinio, «Non si permetta di dire cose che lei può affermare solo perché ha l’immunità. Stia attenta a quello che dice».
Vederli entrambi candidati con lo stesso partito sarebbe comico ma Tarquinio, intanto, prepara il terreno. Giovedì 15 febbraio a Formia sarà ospite e relatore di un convegno dal titolo inequivocabile: «Unione Europea: realtà o utopia?».
Un altro papabile candidato alle Europee per il Pd è Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica e twittarolo doc. Antifascista di quelli purosangue, a volte gli scappa la frizione: lo scorso 31 gennaio, nella sua rubrica «Pietre», parlando di una lista civica dietro la quale si cela Forza Nuova, lista che si presenta alle elezioni comunali di San Bonifacio, in Provincia di Verona, Berizzi concludeva: «I camerati di San Bonifacio si ritroveranno in piazza il prossimo 31 febbraio». Lui stesso sui social si è corretto: «Errata corrige: la manifestazione di cui parlo in Pietre di oggi», ha scritto, «è in programma il 31 gennaio, oggi, e non ovviamente il 31 febbraio, che non esiste nel calendario. Mi scuso per il refuso». Un errore capita a tutti, figuriamoci: parlare ancora continuamente di fascismo, nel 2024 significa, però, avere comunque qualche problemino con le date.
Un candidato da leccarsi i baffi, ci perdonerà la battutaccia, è Sandro Ruotolo, volto lui sì notissimo del giornalismo tv, responsabile Informazione e cultura nella segreteria nazionale del Pd di Elly Schlein. Ruotolo è stato senatore, la scorsa legislatura, risultando eletto alle suppletive del 2020 convocate nel collegio di Napoli San Carlo all’Arena per sostituire lo scomparso Luigi Ortolani, del M5s. Alle Politiche del settembre 2022 Ruotolo si è candidato alla Camera, sempre in provincia di Napoli, in un collegio uninominale , ma è arrivato terzo con il 21,8%, dietro l’esponente del M5s Gaetano Amato, che è stato eletto con il 34,3%, e Annarita Patriarca del centrodestra, arrivata seconda con il 33,9% di preferenze ed eletta comunque in un plurinominale. Ruotolo e il giovane deputato pd, Marco Sarracino, anche lui esponente della segretaria nazionale dem, sono individuati tra gli addetti ai lavori come gli ispiratori della spaccatura tra la Schlein e il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca: immaginiamo che una candidatura del giornalista sarà un altro motivo per lo «sceriffo» per disimpegnarsi completamente dalla campagna elettorale per il Pd.
Campana di Sarno, in provincia di Salerno, è Lucia Annunziata, giornalista notissima della Rai, della quale è stata pure presidente: il suo nome per le Europee circola insistentemente, ma lei ha smentito con nettezza: «Non mi candiderò mai è poi mai alle Europee», ha detto già mesi fa, «né con il Pd né con nessun altro partito».
In ogni caso, sarà interessante verificare, nel caso di una effettiva candidatura delle «penne rosse», quante preferenze raccoglieranno: alle Europee non ci sono listini bloccati, ma bisogna convincere gli elettori a scrivere il proprio nome e cognome sulla scheda. Se son voti, fioriranno.
Insulti alla Meloni con l’algoritmo
Cercare sponda all’estero per dirimere le questioni interne è una tradizione di lunga data in Italia. Questa volta, però, siamo al surrealismo. Sulla sua pagina Instagram, il gruppo parlamentare del Partito socialista europeo ha pubblicato una serie di foto di Giorgia Meloni, sviluppate attraverso l’Intelligenza artificiale, in cui il primo ministro italiano viene ritratto come una figura onnipresente e totalizzante all’interno della televisione pubblica.
Un fatto che, a dir loro, denoterebbe una «deriva illiberale» e pregiudicherebbe le prossime elezioni europee. «Rai Telemeloni», si legge in alto sulle diverse immagini, ognuna delle quali concorre a dipingere il quadro di un’Italia ripiombata sotto il giogo di un regime antidemocratico. In una si vede il premier raffigurato come una giornalista che parla in diretta, con una didascalia che recita «Giorgia reagisce al commento della Meloni»; in un’altra è rappresentato un dibattito politico «Meloni vs Meloni», con due diverse versioni del premier a confronto; in un’altra ancora si vede il leader di Fdi condurre le previsioni del tempo, con sullo sfondo una penisola costellata di sue facce e la scritta «Il cambiamento climatico non è reale». E potremmo andare avanti con le descrizioni.
Questa è l’immagine che il Pse diffonde in Europa del nostro Paese, con il sostegno del suo principale azionista in patria, il Partito democratico. Lo scopo è chiaro ed è esplicitato anche nelle righe di commento: «Orbánizzare» il governo italiano tacciandolo di essere illiberale. «Seguendo le orme dei suoi amici, dal Pis in Polonia a Orbán in Ungheria, Meloni ha colto l’opportunità per prendere il controllo sulla Rai», si legge nel post. Curioso il riferimento alla Polonia, visto che il loro beniamino, Donald Tusk, salito al governo lo scorso dicembre, ha fatto ben di peggio, purgando realmente l’intero servizio pubblico. In quel caso, però, neanche una parola di denuncia dagli amici socialisti. Una metamorfosi davvero repentina, quella della Polonia, che fino a ieri secondo loro violava i principi europei sullo Stato di diritto.
«Iniziando con l’epurazione di giornalisti e dirigenti non allineati con il governo», si legge sempre nel post su Instagram, «la Rai è ora contraddistinta da una rappresentazione di parte dei fatti e delle figure politiche». Chissà se gli amici del Pd hanno raccontato ai loro colleghi che Fabio Fazio & company si sono ritrovati a lavorare per altre televisioni con contratti milionari o che molti di loro hanno scelto autonomamente di andarsene. Oppure che la Rai è stata per anni espressione del centrosinistra, tant’è che basta osservare la composizione delle varie redazioni per vedere che ci sono ancora molte figura in quota Pd o M5s. «Guardando la Rai, vedrai per lo più il volto del primo ministro Meloni, insieme a quelli dei membri del suo partito», scrivono gli eurodeputati dem, ai quali deve risultare strano che gli organi di informazione diano visibilità al presidente del Consiglio e al suo partito, primo per consensi nel Paese e democraticamente eletto per deciderne le sorti.
Ma il capolavoro arriva alla fine: «Questo è particolarmente preoccupante in vista delle prossime elezioni di giugno in Italia, incluse le elezioni europee». E l’invettiva termina con un lapidario: «Non rimarremo in silenzio di fronte a questa deriva illiberale». Avete capito bene: non solo saremmo tornati sotto un regime e non ce ne siamo accorti (il pass sanitario per lavorare, però, era un simbolo di democrazia), ma i socialisti europei ci fanno sapere se alle prossime elezioni europee dovessero vincere i partiti di destra non è perché la gente è stufa delle follie dell’Ue, ma perché la Meloni avrebbe, sempre secondo l’eurosinistra, occupato la televisione pubblica. Forse a Bruxelles farebbero meglio a occuparsi della schiera di trattori che ha sfilato fuori dai loro uffici.
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Elly Schlein sta pensando di saccheggiare le redazioni di giornali e tv per compilare le liste. L’ex direttore di «Avvenire» spaccherebbe i dem con le sue posizioni iper pacifiste. In lizza pure Sandro Ruotolo e Lucia Annunziata.Il gruppo dei socialisti ha utilizzato l’Intelligenza artificiale per schernire Giorgia Meloni, blaterando di una presunta occupazione della Rai. E spargendo veleno in vista del voto.Lo speciale contiene due articoli.Si moltiplicano le voci di probabili candidature, nelle liste del Pd, di giornalisti famosi o sedicenti tali, di carta stampata e tv. Ieri è toccato a La Stampa riportare i nomi dei valorosi opinionisti progressisti pronti al sommo sacrificio: appendere la penna al chiodo e tuffarsi in quell’agone politico che, fino ad ora, hanno raccontato ai lettori.Partiamo da Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, da sempre su posizioni di sinistra. Una candidatura di Tarquinio metterebbe in serio imbarazzo la componente riformista del Pd, schierata su una linea iper-bellicista per quel che riguarda il conflitto in Ucraina e su una equilibrista in relazione al Medio Oriente. Tarquinio è, infatti, da sempre portatore di idee pacifiste, come quelle di papa Francesco: «Se la guerra, assassinio di massa e devastazione sistematica», ha scritto recentemente Tarquinio, «è folle, e non c’è dubbio che lo sia, nessuna scelta è più equilibrata del non armare i belligeranti, del premere perché si cessi il fuoco e dello scoraggiare in ogni modo la continuazione delle ostilità. Non riuscire a dire, e non fare, neppure questo è molto, molto grave». Al di là dei concetti espressi da Tarquinio, che possono essere condivisibili, non si capisce come un partito che si è distinto per la assoluta obbedienza alla Nato e agli Stati Uniti, sia per quel che riguarda la guerra in Ucraina sia per il conflitto in Medio Oriente, possa poi candidare alle Europee un paladino dei «cessate il fuoco», che proprio sulla guerra in Ucraina fu protagonista di un infuocato scambio di accuse in tv, su La7, con Pina Picierno, eurodeputata dem uscente e vicepresidente del Parlamento europeo. «È Putin l’aggressore ed è lui che rifiuta sistematicamente ogni approccio di trattativa», disse la Picierno a Tarquinio, «se la pace che dice lei deve passare per il sacrificio di bambini, di donne violentate, di gente massacrata nella propria casa, io le dico che si deve fare qualche domanda»; «Non dica cose di cui si può pentire», replicò Tarquinio, «Non si permetta di dire cose che lei può affermare solo perché ha l’immunità. Stia attenta a quello che dice».Vederli entrambi candidati con lo stesso partito sarebbe comico ma Tarquinio, intanto, prepara il terreno. Giovedì 15 febbraio a Formia sarà ospite e relatore di un convegno dal titolo inequivocabile: «Unione Europea: realtà o utopia?».Un altro papabile candidato alle Europee per il Pd è Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica e twittarolo doc. Antifascista di quelli purosangue, a volte gli scappa la frizione: lo scorso 31 gennaio, nella sua rubrica «Pietre», parlando di una lista civica dietro la quale si cela Forza Nuova, lista che si presenta alle elezioni comunali di San Bonifacio, in Provincia di Verona, Berizzi concludeva: «I camerati di San Bonifacio si ritroveranno in piazza il prossimo 31 febbraio». Lui stesso sui social si è corretto: «Errata corrige: la manifestazione di cui parlo in Pietre di oggi», ha scritto, «è in programma il 31 gennaio, oggi, e non ovviamente il 31 febbraio, che non esiste nel calendario. Mi scuso per il refuso». Un errore capita a tutti, figuriamoci: parlare ancora continuamente di fascismo, nel 2024 significa, però, avere comunque qualche problemino con le date.Un candidato da leccarsi i baffi, ci perdonerà la battutaccia, è Sandro Ruotolo, volto lui sì notissimo del giornalismo tv, responsabile Informazione e cultura nella segreteria nazionale del Pd di Elly Schlein. Ruotolo è stato senatore, la scorsa legislatura, risultando eletto alle suppletive del 2020 convocate nel collegio di Napoli San Carlo all’Arena per sostituire lo scomparso Luigi Ortolani, del M5s. Alle Politiche del settembre 2022 Ruotolo si è candidato alla Camera, sempre in provincia di Napoli, in un collegio uninominale , ma è arrivato terzo con il 21,8%, dietro l’esponente del M5s Gaetano Amato, che è stato eletto con il 34,3%, e Annarita Patriarca del centrodestra, arrivata seconda con il 33,9% di preferenze ed eletta comunque in un plurinominale. Ruotolo e il giovane deputato pd, Marco Sarracino, anche lui esponente della segretaria nazionale dem, sono individuati tra gli addetti ai lavori come gli ispiratori della spaccatura tra la Schlein e il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca: immaginiamo che una candidatura del giornalista sarà un altro motivo per lo «sceriffo» per disimpegnarsi completamente dalla campagna elettorale per il Pd.Campana di Sarno, in provincia di Salerno, è Lucia Annunziata, giornalista notissima della Rai, della quale è stata pure presidente: il suo nome per le Europee circola insistentemente, ma lei ha smentito con nettezza: «Non mi candiderò mai è poi mai alle Europee», ha detto già mesi fa, «né con il Pd né con nessun altro partito». In ogni caso, sarà interessante verificare, nel caso di una effettiva candidatura delle «penne rosse», quante preferenze raccoglieranno: alle Europee non ci sono listini bloccati, ma bisogna convincere gli elettori a scrivere il proprio nome e cognome sulla scheda. Se son voti, fioriranno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/penne-rosse-pd-europee-2667159932.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="insulti-alla-meloni-con-lalgoritmo" data-post-id="2667159932" data-published-at="1706955953" data-use-pagination="False"> Insulti alla Meloni con l’algoritmo Cercare sponda all’estero per dirimere le questioni interne è una tradizione di lunga data in Italia. Questa volta, però, siamo al surrealismo. Sulla sua pagina Instagram, il gruppo parlamentare del Partito socialista europeo ha pubblicato una serie di foto di Giorgia Meloni, sviluppate attraverso l’Intelligenza artificiale, in cui il primo ministro italiano viene ritratto come una figura onnipresente e totalizzante all’interno della televisione pubblica. Un fatto che, a dir loro, denoterebbe una «deriva illiberale» e pregiudicherebbe le prossime elezioni europee. «Rai Telemeloni», si legge in alto sulle diverse immagini, ognuna delle quali concorre a dipingere il quadro di un’Italia ripiombata sotto il giogo di un regime antidemocratico. In una si vede il premier raffigurato come una giornalista che parla in diretta, con una didascalia che recita «Giorgia reagisce al commento della Meloni»; in un’altra è rappresentato un dibattito politico «Meloni vs Meloni», con due diverse versioni del premier a confronto; in un’altra ancora si vede il leader di Fdi condurre le previsioni del tempo, con sullo sfondo una penisola costellata di sue facce e la scritta «Il cambiamento climatico non è reale». E potremmo andare avanti con le descrizioni. Questa è l’immagine che il Pse diffonde in Europa del nostro Paese, con il sostegno del suo principale azionista in patria, il Partito democratico. Lo scopo è chiaro ed è esplicitato anche nelle righe di commento: «Orbánizzare» il governo italiano tacciandolo di essere illiberale. «Seguendo le orme dei suoi amici, dal Pis in Polonia a Orbán in Ungheria, Meloni ha colto l’opportunità per prendere il controllo sulla Rai», si legge nel post. Curioso il riferimento alla Polonia, visto che il loro beniamino, Donald Tusk, salito al governo lo scorso dicembre, ha fatto ben di peggio, purgando realmente l’intero servizio pubblico. In quel caso, però, neanche una parola di denuncia dagli amici socialisti. Una metamorfosi davvero repentina, quella della Polonia, che fino a ieri secondo loro violava i principi europei sullo Stato di diritto. «Iniziando con l’epurazione di giornalisti e dirigenti non allineati con il governo», si legge sempre nel post su Instagram, «la Rai è ora contraddistinta da una rappresentazione di parte dei fatti e delle figure politiche». Chissà se gli amici del Pd hanno raccontato ai loro colleghi che Fabio Fazio & company si sono ritrovati a lavorare per altre televisioni con contratti milionari o che molti di loro hanno scelto autonomamente di andarsene. Oppure che la Rai è stata per anni espressione del centrosinistra, tant’è che basta osservare la composizione delle varie redazioni per vedere che ci sono ancora molte figura in quota Pd o M5s. «Guardando la Rai, vedrai per lo più il volto del primo ministro Meloni, insieme a quelli dei membri del suo partito», scrivono gli eurodeputati dem, ai quali deve risultare strano che gli organi di informazione diano visibilità al presidente del Consiglio e al suo partito, primo per consensi nel Paese e democraticamente eletto per deciderne le sorti. Ma il capolavoro arriva alla fine: «Questo è particolarmente preoccupante in vista delle prossime elezioni di giugno in Italia, incluse le elezioni europee». E l’invettiva termina con un lapidario: «Non rimarremo in silenzio di fronte a questa deriva illiberale». Avete capito bene: non solo saremmo tornati sotto un regime e non ce ne siamo accorti (il pass sanitario per lavorare, però, era un simbolo di democrazia), ma i socialisti europei ci fanno sapere se alle prossime elezioni europee dovessero vincere i partiti di destra non è perché la gente è stufa delle follie dell’Ue, ma perché la Meloni avrebbe, sempre secondo l’eurosinistra, occupato la televisione pubblica. Forse a Bruxelles farebbero meglio a occuparsi della schiera di trattori che ha sfilato fuori dai loro uffici.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.