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2020-08-22
Migranti, i sindaci di Pd e M5s si ribellano contro il governo
Ansa
Qualcuno si ostina a dire che l'invasione non c'è, ma forse non ha mai ascoltato gli allarmi e le richieste dei sindaci siciliani che, esasperati, attaccano anche il «loro» governo per la gestione maldestra del problema migratorio al tempo del Covid-19. E ieri proprio il sindaco di Trapani del Pd, Giacomo Tranchida ha ottenuto una «vittoria», dopo aver minacciato di vietare lo sbarco dalla nave quarantena Aurelia (273 migranti, di cui una ventina infetti). Il primo cittadino aveva denunciato la «maldestra gestione romana» in fatto di immigrazione e in mattinata il Viminale aveva deciso di dirottare l'Aurelia nel porto di Augusta. Nel primo pomeriggio però è arrivata l'ordinanza con il no anche della sindaca di Augusta, Cettina Di Pietro del M5s. Ai due va aggiunto anche il sindaco di sinistra di Lampedusa, Totò Martello, che ha scritto al premier Giuseppe Conte dicendogli chiaramente che «il suo governo non è in grado di garantire le norme di sicurezza sull'isola». Insomma per i sindaci di Pd e M5s non c'è alcuna alleanza: vanno contro la loro stessa maggioranza di governo, che non riesce a gestire l'immigrazione mentre tenta di smontare i decreti sicurezza salviniani ma ne utilizza i risparmi. Sulla vicenda della nave Aurelia, Tranchida aveva evidenziato una confusa strategia già quando l'imbarcazione, salpata da Lampedusa, inizialmente avrebbe dovuto raggiungere Corigliano Calabro. Poi l'improvviso dirottamento su Trapani, dove c'era già un'altra nave quarantena in attesa. A quel punto Tranchida aveva deciso di vietare lo sbarco e firmare un'ordinanza. Non senza aver scritto su Facebook il suo attacco al governo: «Agli atti del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, la verità sulla maldestra gestione romana della nave Aurelia. Mi auguro che tale scivolone ne eviti altri per il futuro. Farebbero bene anche alcuni dirigenti autorevoli del Pd a fare silenzio e meditare... anche sulla loro inadeguatezza». Parole pesanti verso i compagni di partito, tra cui l'onorevole Carmelo Miceli, responsabile nazionale della Sicurezza del Pd, che aveva rimbrottato il sindaco: «Serve maggiore collaborazione istituzionale, e non gongoli l'ex ministro Salvini perché quello che sta accadendo è provocato proprio dalla fragilità dei suoi decreti. Quanto a Trapani, insieme al ministro Lamorgese abbiamo seguito e continuiamo a seguire costantemente la situazione. Quando sarà scaduta la quarantena a bordo della nave Azzurra e sarà acquisita la certezza che i suoi passeggeri non sono positivi, saranno avviate le procedure di sbarco e quelle di ricollocamento in vista dei rimpatri, il tutto in piena sicurezza e senza alcun rischio per la città». Tranchida, sempre convinto che «chi non ha diritto all'accoglienza non deve essere accolto», aveva trovato infatti la solidarietà del leader della Lega, Matteo Salvini, «per aver compiuto un gesto coraggioso» soprattutto perché non ha esitato a polemizzare col Pd, che da Roma pretende di calpestare i territori. «Il Viminale è in stato confusionale e il Pd si conferma nemico dei cittadini»,dice il leader della Lega, «non trasformeranno la Sicilia e tutta Italia nel campo profughi e nel lazzaretto d'Europa. Il 3 ottobre andrò in tribunale a Catania a testa alta, perché sono orgoglioso di aver difeso i confini. E comunque nel frattempo ci sono sindaci del Pd e M5s che vietano lo sbarco, cioè la stessa cosa che ho fatto io. Vedremo».
L'ex ministro dell'Interno aveva anche ipotizzato che la decisione repentina di indirizzare la nave quarantena verso Augusta fosse in realtà una ritorsione dem verso gli alleati di governo: «Per non creare problemi interni al Pd, visto che il sindaco dem di Trapani ha negato lo sbarco, il Viminale obbedisce al partito di Zingaretti e manda gli immigrati a rischio Covid in un comune grillino. È una punizione per la mancata alleanza del M5s con il Pd alle regionali, soprattutto nelle Marche e in Puglia. E a pagare ora sono i siciliani». Ma la frattura era ormai insanabile, e anche la sindaca grillina Cettina Di Pietro ha firmato immediatamente l'ordinanza di divieto di sbarco: «Per tutelare la salute dei miei concittadini, nessuna delle persone a bordo, che siano equipaggio o migranti, potrà scendere a terra ad Augusta. Può apparire una decisione forte, ma ho la responsabilità di assicurare le massime condizioni di sicurezza sanitaria ad Augusta ed agli augustani». Un vero tilt istituzionale: «È ampiamente condivisibile la scelta del sindaco di Augusta che ha vietato lo sbarco. L'ordinanza del primo cittadino va nella direzione della tutela sanitaria delle comunità locali». Così i parlamentari del M5s Paolo Ficara, Pino Pisani e Filippo Scerra sono al fianco del primo cittadino pentastellato. I tre grillini hanno detto di avere saputo dalla Prefettura di Siracusa che si tratterebbe di uno sbarco «limitato a un numero di migranti non positivi al Covid da trasferire in una struttura attrezzata fuori provincia. Dopodiché l'imbarcazione riprenderà la via del mare, diretta a Lampedusa». L'insoddisfazione dei due sindaci dei partiti di governo mostra in tutta la sua gravità il cortocircuito tra gli enti locali e l'esecutivo di Giuseppi, ma anche gli stessi parlamentari attaccano la maggioranza. Inoltre proprio il primo cittadino di Lampedusa, che non sa più dove mettere i circa 1.400 migranti presenti sull'isola e che un tempo attaccava Salvini, ieri ha bastonato Conte con la sua certezza: «Presidente, forse non è chiaro: in queste condizioni il suo governo non è in grado di garantire le norme di sicurezza, non solo sanitarie, sull'isola». Ma non sono soltanto i sindaci della Sicilia a turbare l'esecutivo giallorosso. Ieri la sindaca di Civitella del Tronto (Abruzzo), Cristina Di Pietro, eletta con una civica di centrosinistra, ha minacciato di dimettersi se i problemi legati ai contagi e alla presenza dei migranti non saranno risolti, dopo che si è reso irreperibile un immigrato positivo al Covid-19 fuggito mercoledì mattina dal centro di accoglienza. La sindaca infatti in Prefettura a Teramo aveva sollecitato maggiori controlli e vigilanza da parte delle forze dell'ordine ma aveva anche scritto a Lamorgese e Conte definendo «inaccettabile che il governo collochi nei Comuni i migranti senza prima accertarne lo stato di salute».
Lo sbarco dei 1.500 a Lampedusa e nel resto d’Italia malati in fuga
C'è stato un momento in cui, durante la giornata di ieri, a Lampedusa, tra l'hotspot e la Casa della fraternità, gestita da un sacerdote, c'erano quasi 1.500 immigrati, dei quali, come è stato comunicato al governatore Nello Musumeci, 38 contagiati. Numeri impressionanti. Che però lasciano il governo indifferente. «Sinceramente», ha affermato il governatore isolano, «non comprendiamo l'atteggiamento del governo che, oltre a non chiudere i porti siciliani, a più di due mesi dalla nostra richiesta non si è ancora pronunciato sullo stato di emergenza». Dopo il «niet» allo sbarco ad Augusta di una nave con 250 immigrati di cui una ventina risultati positivi, è stato programmato il trasferimento di 220 ospiti dell'hotspot con un traghetto per Porto Empedocle. Da lì raggiungeranno la struttura di accoglienza di Pian del Lago, a Caltanissetta. Altri 70 partiranno per Pozzallo con due motovedette. Ma è ancora troppo poco per la piccola isola siciliana.
La Prefettura di Agrigento, per il secondo giorno consecutivo, fa sapere che è al lavoro per pianificare ulteriori trasferimenti da Lampedusa. Alla fine gli immigrati restano stipati lì. I flussi non vengono contenuti: tant'è che, complessivamente, sono 293 i profughi giunti sull'isola nell'arco di poche ore: tunisini, libici e subsahariani, tutti su barchini raggiunti dalle motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di finanza. C'è stato anche chi è riuscito ad arrivare fino al molo Madonnina. E in 72 sono stati rintracciati dai carabinieri dopo l'approdo a Cala Francese. Si sono aggiunti ai 250 arrivati giovedì con sei imbarcazioni. E anche delle fughe i giallorossi sembrano infischiarsene: ieri circa 40, tutti tunisini, hanno lasciato l'hotspot senza neppure una mascherina. Un fenomeno che non è solo siciliano. Due cittadini africani positivi al Covid-19 e ricoverati nel Policlinico Riuniti di Foggia si sono allontanati all'alba di ieri dall'ospedale facendo perdere le loro tracce. Sono stati recuperati nel pomeriggio e riportati in ospedale. È il terzo caso a Foggia in due giorni. Attualmente, negli ospedali della città pugliese, sono ricoverati in tutto 12 stranieri asintomatici nel reparto di Malattie infettive e due paucisintomatici nel reparto di Pneumologia. I vertici della struttura hanno richiamato il Prefetto affinché disponga misure per garantire il rispetto della quarantena. Ed è ancora irreperibile l'immigrato positivo fuggito mercoledì mattina dal centro di accoglienza di Civitella del Tronto, in provincia di Teramo. Gli investigatori ritengono che sia giù fuori dal territorio regionale, diretto verso nord per cercare di uscire dall'Italia.
L'immigrato al suo arrivo aveva dichiarato di essere un bengalese di 23 anni, anche se dai tratti somatici sembrerebbe somalo o eritreo. Sono fuggiti anche i 13 immigrati che erano ospitati in una struttura di Collecarino di Arpino, in Ciociaria. In quattro sono stati rintracciati e riportati nella struttura, mentre per gli altri proseguono le ricerche. Sembra che abbiano usato un percorso preciso che conduce alla stazione ferroviaria di Isola Liri che gli immigrati evidentemente conoscevano, nonostante fossero ad Arpino solo pochi giorni. Erano in quarantena fiduciaria. Altri tre immigrati hanno lasciato la foresteria del Castello di Tricesimo, comune friulano, scavalcando le alte mura. Anche loro erano in quarantena fiduciaria. I carabinieri della compagnia di Udine sono riusciti a rintracciarne due. Li hanno denunciati. Dopo i casi di Udine e Gorizia anche nella struttura di Fernetti, a due passi da Trieste, il personale sanitario ha rilevato il primo caso di un immigrato proveniente dalla rotta balcanica. Altri otto migranti sono risultati positivi a Terni. Sono tutti ospiti del centro d'accoglienza che si trova in via del Leone, nella zona della movida. Sono stati isolati, ma c'è il pericolo di fughe, tanto che la struttura è presidiata 24 ore su 24 dalle forze di polizia. Qualche giorno fa un operatore della struttura era risultato positivo e da quel momento sono cominciati i test. Si tratta di un nigeriano di 32 anni che lavora, oltre che nel centro d'accoglienza, anche in un centro semiresidenziale per pazienti psichiatrici nelle vicinanze di Stroncone. Anche lì sono scattati gli accertamenti sanitari. Bomba al Covid anche nel centro di Civita d'Antino, in provincia dell'Aquila.
Quattro i nuovi contagiati. Sono asintomatici e in isolamento insieme ad altri otto che erano già risultati positivi. In tutto nella struttura ci sono 16 immigrati, dei quali 12 con il Covid. Il centro d'accoglienza, nonostante le misure, è diventato un focolaio. Altri due immigrati sono risultati positivi nel centro di Canistro, sempre in provincia dell'Aquila. Anche in Sardegna il rischio è elevato: «Dentro al centro di Monastir succedono cose assurde, malati e non malati si mischiano rischiando di generare focolai che potrebbero colpire anche i poliziotti». L'allarme, l'ennesimo sulla struttura sarda, arriva dal segretario provinciale del Sap di Cagliari, Luca Agati, che ha scritto al questore. «Gli ospiti ogni giorno vagano per il centro, scavalcando sia internamente che verso l'esterno». Ma c'è un particolare che lascia di stucco: «Le disposizioni per gli addetti alla vigilanza», sostiene il sindacalista, «continuano ad essere quelle di non intervenire».
Mentre a Brescia, nel centro d'accoglienza di Pampuri, è scoppiata una violenta protesta: una trentina di richiedenti asilo lamenta carenze sanitarie e la presenza di cimici nei letti. Un altro fallimento per il sistema giallorosso dell'accoglienza.
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Il sindaco dem di Trapani nega lo sbarco a un traghetto con 273 extracomunitari fra cui degli infetti, che viene dirottato su Augusta dove il primo cittadino è pentastellato. Però il risultato non cambia: altro divieto. Matteo Salvini ironico: «A me faranno il processo...».Giornata di arrivi a Lampedusa, che per alcune ore ha registrato un livello choc di presenze. Gli smistamenti vanno a rilento, e i pochi eseguiti spesso finiscono con gli stranieri che scappano. Nello Musumeci chiede chiusure.Lo speciale contiene due articoli.Qualcuno si ostina a dire che l'invasione non c'è, ma forse non ha mai ascoltato gli allarmi e le richieste dei sindaci siciliani che, esasperati, attaccano anche il «loro» governo per la gestione maldestra del problema migratorio al tempo del Covid-19. E ieri proprio il sindaco di Trapani del Pd, Giacomo Tranchida ha ottenuto una «vittoria», dopo aver minacciato di vietare lo sbarco dalla nave quarantena Aurelia (273 migranti, di cui una ventina infetti). Il primo cittadino aveva denunciato la «maldestra gestione romana» in fatto di immigrazione e in mattinata il Viminale aveva deciso di dirottare l'Aurelia nel porto di Augusta. Nel primo pomeriggio però è arrivata l'ordinanza con il no anche della sindaca di Augusta, Cettina Di Pietro del M5s. Ai due va aggiunto anche il sindaco di sinistra di Lampedusa, Totò Martello, che ha scritto al premier Giuseppe Conte dicendogli chiaramente che «il suo governo non è in grado di garantire le norme di sicurezza sull'isola». Insomma per i sindaci di Pd e M5s non c'è alcuna alleanza: vanno contro la loro stessa maggioranza di governo, che non riesce a gestire l'immigrazione mentre tenta di smontare i decreti sicurezza salviniani ma ne utilizza i risparmi. Sulla vicenda della nave Aurelia, Tranchida aveva evidenziato una confusa strategia già quando l'imbarcazione, salpata da Lampedusa, inizialmente avrebbe dovuto raggiungere Corigliano Calabro. Poi l'improvviso dirottamento su Trapani, dove c'era già un'altra nave quarantena in attesa. A quel punto Tranchida aveva deciso di vietare lo sbarco e firmare un'ordinanza. Non senza aver scritto su Facebook il suo attacco al governo: «Agli atti del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, la verità sulla maldestra gestione romana della nave Aurelia. Mi auguro che tale scivolone ne eviti altri per il futuro. Farebbero bene anche alcuni dirigenti autorevoli del Pd a fare silenzio e meditare... anche sulla loro inadeguatezza». Parole pesanti verso i compagni di partito, tra cui l'onorevole Carmelo Miceli, responsabile nazionale della Sicurezza del Pd, che aveva rimbrottato il sindaco: «Serve maggiore collaborazione istituzionale, e non gongoli l'ex ministro Salvini perché quello che sta accadendo è provocato proprio dalla fragilità dei suoi decreti. Quanto a Trapani, insieme al ministro Lamorgese abbiamo seguito e continuiamo a seguire costantemente la situazione. Quando sarà scaduta la quarantena a bordo della nave Azzurra e sarà acquisita la certezza che i suoi passeggeri non sono positivi, saranno avviate le procedure di sbarco e quelle di ricollocamento in vista dei rimpatri, il tutto in piena sicurezza e senza alcun rischio per la città». Tranchida, sempre convinto che «chi non ha diritto all'accoglienza non deve essere accolto», aveva trovato infatti la solidarietà del leader della Lega, Matteo Salvini, «per aver compiuto un gesto coraggioso» soprattutto perché non ha esitato a polemizzare col Pd, che da Roma pretende di calpestare i territori. «Il Viminale è in stato confusionale e il Pd si conferma nemico dei cittadini»,dice il leader della Lega, «non trasformeranno la Sicilia e tutta Italia nel campo profughi e nel lazzaretto d'Europa. Il 3 ottobre andrò in tribunale a Catania a testa alta, perché sono orgoglioso di aver difeso i confini. E comunque nel frattempo ci sono sindaci del Pd e M5s che vietano lo sbarco, cioè la stessa cosa che ho fatto io. Vedremo».L'ex ministro dell'Interno aveva anche ipotizzato che la decisione repentina di indirizzare la nave quarantena verso Augusta fosse in realtà una ritorsione dem verso gli alleati di governo: «Per non creare problemi interni al Pd, visto che il sindaco dem di Trapani ha negato lo sbarco, il Viminale obbedisce al partito di Zingaretti e manda gli immigrati a rischio Covid in un comune grillino. È una punizione per la mancata alleanza del M5s con il Pd alle regionali, soprattutto nelle Marche e in Puglia. E a pagare ora sono i siciliani». Ma la frattura era ormai insanabile, e anche la sindaca grillina Cettina Di Pietro ha firmato immediatamente l'ordinanza di divieto di sbarco: «Per tutelare la salute dei miei concittadini, nessuna delle persone a bordo, che siano equipaggio o migranti, potrà scendere a terra ad Augusta. Può apparire una decisione forte, ma ho la responsabilità di assicurare le massime condizioni di sicurezza sanitaria ad Augusta ed agli augustani». Un vero tilt istituzionale: «È ampiamente condivisibile la scelta del sindaco di Augusta che ha vietato lo sbarco. L'ordinanza del primo cittadino va nella direzione della tutela sanitaria delle comunità locali». Così i parlamentari del M5s Paolo Ficara, Pino Pisani e Filippo Scerra sono al fianco del primo cittadino pentastellato. I tre grillini hanno detto di avere saputo dalla Prefettura di Siracusa che si tratterebbe di uno sbarco «limitato a un numero di migranti non positivi al Covid da trasferire in una struttura attrezzata fuori provincia. Dopodiché l'imbarcazione riprenderà la via del mare, diretta a Lampedusa». L'insoddisfazione dei due sindaci dei partiti di governo mostra in tutta la sua gravità il cortocircuito tra gli enti locali e l'esecutivo di Giuseppi, ma anche gli stessi parlamentari attaccano la maggioranza. Inoltre proprio il primo cittadino di Lampedusa, che non sa più dove mettere i circa 1.400 migranti presenti sull'isola e che un tempo attaccava Salvini, ieri ha bastonato Conte con la sua certezza: «Presidente, forse non è chiaro: in queste condizioni il suo governo non è in grado di garantire le norme di sicurezza, non solo sanitarie, sull'isola». Ma non sono soltanto i sindaci della Sicilia a turbare l'esecutivo giallorosso. Ieri la sindaca di Civitella del Tronto (Abruzzo), Cristina Di Pietro, eletta con una civica di centrosinistra, ha minacciato di dimettersi se i problemi legati ai contagi e alla presenza dei migranti non saranno risolti, dopo che si è reso irreperibile un immigrato positivo al Covid-19 fuggito mercoledì mattina dal centro di accoglienza. La sindaca infatti in Prefettura a Teramo aveva sollecitato maggiori controlli e vigilanza da parte delle forze dell'ordine ma aveva anche scritto a Lamorgese e Conte definendo «inaccettabile che il governo collochi nei Comuni i migranti senza prima accertarne lo stato di salute».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pd-e-m5s-litigano-su-chi-debba-aprire-i-porti-2647054201.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-sbarco-dei-1-500-a-lampedusa-e-nel-resto-ditalia-malati-in-fuga" data-post-id="2647054201" data-published-at="1598037524" data-use-pagination="False"> Lo sbarco dei 1.500 a Lampedusa e nel resto d’Italia malati in fuga C'è stato un momento in cui, durante la giornata di ieri, a Lampedusa, tra l'hotspot e la Casa della fraternità, gestita da un sacerdote, c'erano quasi 1.500 immigrati, dei quali, come è stato comunicato al governatore Nello Musumeci, 38 contagiati. Numeri impressionanti. Che però lasciano il governo indifferente. «Sinceramente», ha affermato il governatore isolano, «non comprendiamo l'atteggiamento del governo che, oltre a non chiudere i porti siciliani, a più di due mesi dalla nostra richiesta non si è ancora pronunciato sullo stato di emergenza». Dopo il «niet» allo sbarco ad Augusta di una nave con 250 immigrati di cui una ventina risultati positivi, è stato programmato il trasferimento di 220 ospiti dell'hotspot con un traghetto per Porto Empedocle. Da lì raggiungeranno la struttura di accoglienza di Pian del Lago, a Caltanissetta. Altri 70 partiranno per Pozzallo con due motovedette. Ma è ancora troppo poco per la piccola isola siciliana. La Prefettura di Agrigento, per il secondo giorno consecutivo, fa sapere che è al lavoro per pianificare ulteriori trasferimenti da Lampedusa. Alla fine gli immigrati restano stipati lì. I flussi non vengono contenuti: tant'è che, complessivamente, sono 293 i profughi giunti sull'isola nell'arco di poche ore: tunisini, libici e subsahariani, tutti su barchini raggiunti dalle motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di finanza. C'è stato anche chi è riuscito ad arrivare fino al molo Madonnina. E in 72 sono stati rintracciati dai carabinieri dopo l'approdo a Cala Francese. Si sono aggiunti ai 250 arrivati giovedì con sei imbarcazioni. E anche delle fughe i giallorossi sembrano infischiarsene: ieri circa 40, tutti tunisini, hanno lasciato l'hotspot senza neppure una mascherina. Un fenomeno che non è solo siciliano. Due cittadini africani positivi al Covid-19 e ricoverati nel Policlinico Riuniti di Foggia si sono allontanati all'alba di ieri dall'ospedale facendo perdere le loro tracce. Sono stati recuperati nel pomeriggio e riportati in ospedale. È il terzo caso a Foggia in due giorni. Attualmente, negli ospedali della città pugliese, sono ricoverati in tutto 12 stranieri asintomatici nel reparto di Malattie infettive e due paucisintomatici nel reparto di Pneumologia. I vertici della struttura hanno richiamato il Prefetto affinché disponga misure per garantire il rispetto della quarantena. Ed è ancora irreperibile l'immigrato positivo fuggito mercoledì mattina dal centro di accoglienza di Civitella del Tronto, in provincia di Teramo. Gli investigatori ritengono che sia giù fuori dal territorio regionale, diretto verso nord per cercare di uscire dall'Italia. L'immigrato al suo arrivo aveva dichiarato di essere un bengalese di 23 anni, anche se dai tratti somatici sembrerebbe somalo o eritreo. Sono fuggiti anche i 13 immigrati che erano ospitati in una struttura di Collecarino di Arpino, in Ciociaria. In quattro sono stati rintracciati e riportati nella struttura, mentre per gli altri proseguono le ricerche. Sembra che abbiano usato un percorso preciso che conduce alla stazione ferroviaria di Isola Liri che gli immigrati evidentemente conoscevano, nonostante fossero ad Arpino solo pochi giorni. Erano in quarantena fiduciaria. Altri tre immigrati hanno lasciato la foresteria del Castello di Tricesimo, comune friulano, scavalcando le alte mura. Anche loro erano in quarantena fiduciaria. I carabinieri della compagnia di Udine sono riusciti a rintracciarne due. Li hanno denunciati. Dopo i casi di Udine e Gorizia anche nella struttura di Fernetti, a due passi da Trieste, il personale sanitario ha rilevato il primo caso di un immigrato proveniente dalla rotta balcanica. Altri otto migranti sono risultati positivi a Terni. Sono tutti ospiti del centro d'accoglienza che si trova in via del Leone, nella zona della movida. Sono stati isolati, ma c'è il pericolo di fughe, tanto che la struttura è presidiata 24 ore su 24 dalle forze di polizia. Qualche giorno fa un operatore della struttura era risultato positivo e da quel momento sono cominciati i test. Si tratta di un nigeriano di 32 anni che lavora, oltre che nel centro d'accoglienza, anche in un centro semiresidenziale per pazienti psichiatrici nelle vicinanze di Stroncone. Anche lì sono scattati gli accertamenti sanitari. Bomba al Covid anche nel centro di Civita d'Antino, in provincia dell'Aquila. Quattro i nuovi contagiati. Sono asintomatici e in isolamento insieme ad altri otto che erano già risultati positivi. In tutto nella struttura ci sono 16 immigrati, dei quali 12 con il Covid. Il centro d'accoglienza, nonostante le misure, è diventato un focolaio. Altri due immigrati sono risultati positivi nel centro di Canistro, sempre in provincia dell'Aquila. Anche in Sardegna il rischio è elevato: «Dentro al centro di Monastir succedono cose assurde, malati e non malati si mischiano rischiando di generare focolai che potrebbero colpire anche i poliziotti». L'allarme, l'ennesimo sulla struttura sarda, arriva dal segretario provinciale del Sap di Cagliari, Luca Agati, che ha scritto al questore. «Gli ospiti ogni giorno vagano per il centro, scavalcando sia internamente che verso l'esterno». Ma c'è un particolare che lascia di stucco: «Le disposizioni per gli addetti alla vigilanza», sostiene il sindacalista, «continuano ad essere quelle di non intervenire». Mentre a Brescia, nel centro d'accoglienza di Pampuri, è scoppiata una violenta protesta: una trentina di richiedenti asilo lamenta carenze sanitarie e la presenza di cimici nei letti. Un altro fallimento per il sistema giallorosso dell'accoglienza.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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