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2020-08-22
Migranti, i sindaci di Pd e M5s si ribellano contro il governo
Ansa
Qualcuno si ostina a dire che l'invasione non c'è, ma forse non ha mai ascoltato gli allarmi e le richieste dei sindaci siciliani che, esasperati, attaccano anche il «loro» governo per la gestione maldestra del problema migratorio al tempo del Covid-19. E ieri proprio il sindaco di Trapani del Pd, Giacomo Tranchida ha ottenuto una «vittoria», dopo aver minacciato di vietare lo sbarco dalla nave quarantena Aurelia (273 migranti, di cui una ventina infetti). Il primo cittadino aveva denunciato la «maldestra gestione romana» in fatto di immigrazione e in mattinata il Viminale aveva deciso di dirottare l'Aurelia nel porto di Augusta. Nel primo pomeriggio però è arrivata l'ordinanza con il no anche della sindaca di Augusta, Cettina Di Pietro del M5s. Ai due va aggiunto anche il sindaco di sinistra di Lampedusa, Totò Martello, che ha scritto al premier Giuseppe Conte dicendogli chiaramente che «il suo governo non è in grado di garantire le norme di sicurezza sull'isola». Insomma per i sindaci di Pd e M5s non c'è alcuna alleanza: vanno contro la loro stessa maggioranza di governo, che non riesce a gestire l'immigrazione mentre tenta di smontare i decreti sicurezza salviniani ma ne utilizza i risparmi. Sulla vicenda della nave Aurelia, Tranchida aveva evidenziato una confusa strategia già quando l'imbarcazione, salpata da Lampedusa, inizialmente avrebbe dovuto raggiungere Corigliano Calabro. Poi l'improvviso dirottamento su Trapani, dove c'era già un'altra nave quarantena in attesa. A quel punto Tranchida aveva deciso di vietare lo sbarco e firmare un'ordinanza. Non senza aver scritto su Facebook il suo attacco al governo: «Agli atti del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, la verità sulla maldestra gestione romana della nave Aurelia. Mi auguro che tale scivolone ne eviti altri per il futuro. Farebbero bene anche alcuni dirigenti autorevoli del Pd a fare silenzio e meditare... anche sulla loro inadeguatezza». Parole pesanti verso i compagni di partito, tra cui l'onorevole Carmelo Miceli, responsabile nazionale della Sicurezza del Pd, che aveva rimbrottato il sindaco: «Serve maggiore collaborazione istituzionale, e non gongoli l'ex ministro Salvini perché quello che sta accadendo è provocato proprio dalla fragilità dei suoi decreti. Quanto a Trapani, insieme al ministro Lamorgese abbiamo seguito e continuiamo a seguire costantemente la situazione. Quando sarà scaduta la quarantena a bordo della nave Azzurra e sarà acquisita la certezza che i suoi passeggeri non sono positivi, saranno avviate le procedure di sbarco e quelle di ricollocamento in vista dei rimpatri, il tutto in piena sicurezza e senza alcun rischio per la città». Tranchida, sempre convinto che «chi non ha diritto all'accoglienza non deve essere accolto», aveva trovato infatti la solidarietà del leader della Lega, Matteo Salvini, «per aver compiuto un gesto coraggioso» soprattutto perché non ha esitato a polemizzare col Pd, che da Roma pretende di calpestare i territori. «Il Viminale è in stato confusionale e il Pd si conferma nemico dei cittadini»,dice il leader della Lega, «non trasformeranno la Sicilia e tutta Italia nel campo profughi e nel lazzaretto d'Europa. Il 3 ottobre andrò in tribunale a Catania a testa alta, perché sono orgoglioso di aver difeso i confini. E comunque nel frattempo ci sono sindaci del Pd e M5s che vietano lo sbarco, cioè la stessa cosa che ho fatto io. Vedremo».
L'ex ministro dell'Interno aveva anche ipotizzato che la decisione repentina di indirizzare la nave quarantena verso Augusta fosse in realtà una ritorsione dem verso gli alleati di governo: «Per non creare problemi interni al Pd, visto che il sindaco dem di Trapani ha negato lo sbarco, il Viminale obbedisce al partito di Zingaretti e manda gli immigrati a rischio Covid in un comune grillino. È una punizione per la mancata alleanza del M5s con il Pd alle regionali, soprattutto nelle Marche e in Puglia. E a pagare ora sono i siciliani». Ma la frattura era ormai insanabile, e anche la sindaca grillina Cettina Di Pietro ha firmato immediatamente l'ordinanza di divieto di sbarco: «Per tutelare la salute dei miei concittadini, nessuna delle persone a bordo, che siano equipaggio o migranti, potrà scendere a terra ad Augusta. Può apparire una decisione forte, ma ho la responsabilità di assicurare le massime condizioni di sicurezza sanitaria ad Augusta ed agli augustani». Un vero tilt istituzionale: «È ampiamente condivisibile la scelta del sindaco di Augusta che ha vietato lo sbarco. L'ordinanza del primo cittadino va nella direzione della tutela sanitaria delle comunità locali». Così i parlamentari del M5s Paolo Ficara, Pino Pisani e Filippo Scerra sono al fianco del primo cittadino pentastellato. I tre grillini hanno detto di avere saputo dalla Prefettura di Siracusa che si tratterebbe di uno sbarco «limitato a un numero di migranti non positivi al Covid da trasferire in una struttura attrezzata fuori provincia. Dopodiché l'imbarcazione riprenderà la via del mare, diretta a Lampedusa». L'insoddisfazione dei due sindaci dei partiti di governo mostra in tutta la sua gravità il cortocircuito tra gli enti locali e l'esecutivo di Giuseppi, ma anche gli stessi parlamentari attaccano la maggioranza. Inoltre proprio il primo cittadino di Lampedusa, che non sa più dove mettere i circa 1.400 migranti presenti sull'isola e che un tempo attaccava Salvini, ieri ha bastonato Conte con la sua certezza: «Presidente, forse non è chiaro: in queste condizioni il suo governo non è in grado di garantire le norme di sicurezza, non solo sanitarie, sull'isola». Ma non sono soltanto i sindaci della Sicilia a turbare l'esecutivo giallorosso. Ieri la sindaca di Civitella del Tronto (Abruzzo), Cristina Di Pietro, eletta con una civica di centrosinistra, ha minacciato di dimettersi se i problemi legati ai contagi e alla presenza dei migranti non saranno risolti, dopo che si è reso irreperibile un immigrato positivo al Covid-19 fuggito mercoledì mattina dal centro di accoglienza. La sindaca infatti in Prefettura a Teramo aveva sollecitato maggiori controlli e vigilanza da parte delle forze dell'ordine ma aveva anche scritto a Lamorgese e Conte definendo «inaccettabile che il governo collochi nei Comuni i migranti senza prima accertarne lo stato di salute».
Lo sbarco dei 1.500 a Lampedusa e nel resto d’Italia malati in fuga
C'è stato un momento in cui, durante la giornata di ieri, a Lampedusa, tra l'hotspot e la Casa della fraternità, gestita da un sacerdote, c'erano quasi 1.500 immigrati, dei quali, come è stato comunicato al governatore Nello Musumeci, 38 contagiati. Numeri impressionanti. Che però lasciano il governo indifferente. «Sinceramente», ha affermato il governatore isolano, «non comprendiamo l'atteggiamento del governo che, oltre a non chiudere i porti siciliani, a più di due mesi dalla nostra richiesta non si è ancora pronunciato sullo stato di emergenza». Dopo il «niet» allo sbarco ad Augusta di una nave con 250 immigrati di cui una ventina risultati positivi, è stato programmato il trasferimento di 220 ospiti dell'hotspot con un traghetto per Porto Empedocle. Da lì raggiungeranno la struttura di accoglienza di Pian del Lago, a Caltanissetta. Altri 70 partiranno per Pozzallo con due motovedette. Ma è ancora troppo poco per la piccola isola siciliana.
La Prefettura di Agrigento, per il secondo giorno consecutivo, fa sapere che è al lavoro per pianificare ulteriori trasferimenti da Lampedusa. Alla fine gli immigrati restano stipati lì. I flussi non vengono contenuti: tant'è che, complessivamente, sono 293 i profughi giunti sull'isola nell'arco di poche ore: tunisini, libici e subsahariani, tutti su barchini raggiunti dalle motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di finanza. C'è stato anche chi è riuscito ad arrivare fino al molo Madonnina. E in 72 sono stati rintracciati dai carabinieri dopo l'approdo a Cala Francese. Si sono aggiunti ai 250 arrivati giovedì con sei imbarcazioni. E anche delle fughe i giallorossi sembrano infischiarsene: ieri circa 40, tutti tunisini, hanno lasciato l'hotspot senza neppure una mascherina. Un fenomeno che non è solo siciliano. Due cittadini africani positivi al Covid-19 e ricoverati nel Policlinico Riuniti di Foggia si sono allontanati all'alba di ieri dall'ospedale facendo perdere le loro tracce. Sono stati recuperati nel pomeriggio e riportati in ospedale. È il terzo caso a Foggia in due giorni. Attualmente, negli ospedali della città pugliese, sono ricoverati in tutto 12 stranieri asintomatici nel reparto di Malattie infettive e due paucisintomatici nel reparto di Pneumologia. I vertici della struttura hanno richiamato il Prefetto affinché disponga misure per garantire il rispetto della quarantena. Ed è ancora irreperibile l'immigrato positivo fuggito mercoledì mattina dal centro di accoglienza di Civitella del Tronto, in provincia di Teramo. Gli investigatori ritengono che sia giù fuori dal territorio regionale, diretto verso nord per cercare di uscire dall'Italia.
L'immigrato al suo arrivo aveva dichiarato di essere un bengalese di 23 anni, anche se dai tratti somatici sembrerebbe somalo o eritreo. Sono fuggiti anche i 13 immigrati che erano ospitati in una struttura di Collecarino di Arpino, in Ciociaria. In quattro sono stati rintracciati e riportati nella struttura, mentre per gli altri proseguono le ricerche. Sembra che abbiano usato un percorso preciso che conduce alla stazione ferroviaria di Isola Liri che gli immigrati evidentemente conoscevano, nonostante fossero ad Arpino solo pochi giorni. Erano in quarantena fiduciaria. Altri tre immigrati hanno lasciato la foresteria del Castello di Tricesimo, comune friulano, scavalcando le alte mura. Anche loro erano in quarantena fiduciaria. I carabinieri della compagnia di Udine sono riusciti a rintracciarne due. Li hanno denunciati. Dopo i casi di Udine e Gorizia anche nella struttura di Fernetti, a due passi da Trieste, il personale sanitario ha rilevato il primo caso di un immigrato proveniente dalla rotta balcanica. Altri otto migranti sono risultati positivi a Terni. Sono tutti ospiti del centro d'accoglienza che si trova in via del Leone, nella zona della movida. Sono stati isolati, ma c'è il pericolo di fughe, tanto che la struttura è presidiata 24 ore su 24 dalle forze di polizia. Qualche giorno fa un operatore della struttura era risultato positivo e da quel momento sono cominciati i test. Si tratta di un nigeriano di 32 anni che lavora, oltre che nel centro d'accoglienza, anche in un centro semiresidenziale per pazienti psichiatrici nelle vicinanze di Stroncone. Anche lì sono scattati gli accertamenti sanitari. Bomba al Covid anche nel centro di Civita d'Antino, in provincia dell'Aquila.
Quattro i nuovi contagiati. Sono asintomatici e in isolamento insieme ad altri otto che erano già risultati positivi. In tutto nella struttura ci sono 16 immigrati, dei quali 12 con il Covid. Il centro d'accoglienza, nonostante le misure, è diventato un focolaio. Altri due immigrati sono risultati positivi nel centro di Canistro, sempre in provincia dell'Aquila. Anche in Sardegna il rischio è elevato: «Dentro al centro di Monastir succedono cose assurde, malati e non malati si mischiano rischiando di generare focolai che potrebbero colpire anche i poliziotti». L'allarme, l'ennesimo sulla struttura sarda, arriva dal segretario provinciale del Sap di Cagliari, Luca Agati, che ha scritto al questore. «Gli ospiti ogni giorno vagano per il centro, scavalcando sia internamente che verso l'esterno». Ma c'è un particolare che lascia di stucco: «Le disposizioni per gli addetti alla vigilanza», sostiene il sindacalista, «continuano ad essere quelle di non intervenire».
Mentre a Brescia, nel centro d'accoglienza di Pampuri, è scoppiata una violenta protesta: una trentina di richiedenti asilo lamenta carenze sanitarie e la presenza di cimici nei letti. Un altro fallimento per il sistema giallorosso dell'accoglienza.
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Il sindaco dem di Trapani nega lo sbarco a un traghetto con 273 extracomunitari fra cui degli infetti, che viene dirottato su Augusta dove il primo cittadino è pentastellato. Però il risultato non cambia: altro divieto. Matteo Salvini ironico: «A me faranno il processo...».Giornata di arrivi a Lampedusa, che per alcune ore ha registrato un livello choc di presenze. Gli smistamenti vanno a rilento, e i pochi eseguiti spesso finiscono con gli stranieri che scappano. Nello Musumeci chiede chiusure.Lo speciale contiene due articoli.Qualcuno si ostina a dire che l'invasione non c'è, ma forse non ha mai ascoltato gli allarmi e le richieste dei sindaci siciliani che, esasperati, attaccano anche il «loro» governo per la gestione maldestra del problema migratorio al tempo del Covid-19. E ieri proprio il sindaco di Trapani del Pd, Giacomo Tranchida ha ottenuto una «vittoria», dopo aver minacciato di vietare lo sbarco dalla nave quarantena Aurelia (273 migranti, di cui una ventina infetti). Il primo cittadino aveva denunciato la «maldestra gestione romana» in fatto di immigrazione e in mattinata il Viminale aveva deciso di dirottare l'Aurelia nel porto di Augusta. Nel primo pomeriggio però è arrivata l'ordinanza con il no anche della sindaca di Augusta, Cettina Di Pietro del M5s. Ai due va aggiunto anche il sindaco di sinistra di Lampedusa, Totò Martello, che ha scritto al premier Giuseppe Conte dicendogli chiaramente che «il suo governo non è in grado di garantire le norme di sicurezza sull'isola». Insomma per i sindaci di Pd e M5s non c'è alcuna alleanza: vanno contro la loro stessa maggioranza di governo, che non riesce a gestire l'immigrazione mentre tenta di smontare i decreti sicurezza salviniani ma ne utilizza i risparmi. Sulla vicenda della nave Aurelia, Tranchida aveva evidenziato una confusa strategia già quando l'imbarcazione, salpata da Lampedusa, inizialmente avrebbe dovuto raggiungere Corigliano Calabro. Poi l'improvviso dirottamento su Trapani, dove c'era già un'altra nave quarantena in attesa. A quel punto Tranchida aveva deciso di vietare lo sbarco e firmare un'ordinanza. Non senza aver scritto su Facebook il suo attacco al governo: «Agli atti del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, la verità sulla maldestra gestione romana della nave Aurelia. Mi auguro che tale scivolone ne eviti altri per il futuro. Farebbero bene anche alcuni dirigenti autorevoli del Pd a fare silenzio e meditare... anche sulla loro inadeguatezza». Parole pesanti verso i compagni di partito, tra cui l'onorevole Carmelo Miceli, responsabile nazionale della Sicurezza del Pd, che aveva rimbrottato il sindaco: «Serve maggiore collaborazione istituzionale, e non gongoli l'ex ministro Salvini perché quello che sta accadendo è provocato proprio dalla fragilità dei suoi decreti. Quanto a Trapani, insieme al ministro Lamorgese abbiamo seguito e continuiamo a seguire costantemente la situazione. Quando sarà scaduta la quarantena a bordo della nave Azzurra e sarà acquisita la certezza che i suoi passeggeri non sono positivi, saranno avviate le procedure di sbarco e quelle di ricollocamento in vista dei rimpatri, il tutto in piena sicurezza e senza alcun rischio per la città». Tranchida, sempre convinto che «chi non ha diritto all'accoglienza non deve essere accolto», aveva trovato infatti la solidarietà del leader della Lega, Matteo Salvini, «per aver compiuto un gesto coraggioso» soprattutto perché non ha esitato a polemizzare col Pd, che da Roma pretende di calpestare i territori. «Il Viminale è in stato confusionale e il Pd si conferma nemico dei cittadini»,dice il leader della Lega, «non trasformeranno la Sicilia e tutta Italia nel campo profughi e nel lazzaretto d'Europa. Il 3 ottobre andrò in tribunale a Catania a testa alta, perché sono orgoglioso di aver difeso i confini. E comunque nel frattempo ci sono sindaci del Pd e M5s che vietano lo sbarco, cioè la stessa cosa che ho fatto io. Vedremo».L'ex ministro dell'Interno aveva anche ipotizzato che la decisione repentina di indirizzare la nave quarantena verso Augusta fosse in realtà una ritorsione dem verso gli alleati di governo: «Per non creare problemi interni al Pd, visto che il sindaco dem di Trapani ha negato lo sbarco, il Viminale obbedisce al partito di Zingaretti e manda gli immigrati a rischio Covid in un comune grillino. È una punizione per la mancata alleanza del M5s con il Pd alle regionali, soprattutto nelle Marche e in Puglia. E a pagare ora sono i siciliani». Ma la frattura era ormai insanabile, e anche la sindaca grillina Cettina Di Pietro ha firmato immediatamente l'ordinanza di divieto di sbarco: «Per tutelare la salute dei miei concittadini, nessuna delle persone a bordo, che siano equipaggio o migranti, potrà scendere a terra ad Augusta. Può apparire una decisione forte, ma ho la responsabilità di assicurare le massime condizioni di sicurezza sanitaria ad Augusta ed agli augustani». Un vero tilt istituzionale: «È ampiamente condivisibile la scelta del sindaco di Augusta che ha vietato lo sbarco. L'ordinanza del primo cittadino va nella direzione della tutela sanitaria delle comunità locali». Così i parlamentari del M5s Paolo Ficara, Pino Pisani e Filippo Scerra sono al fianco del primo cittadino pentastellato. I tre grillini hanno detto di avere saputo dalla Prefettura di Siracusa che si tratterebbe di uno sbarco «limitato a un numero di migranti non positivi al Covid da trasferire in una struttura attrezzata fuori provincia. Dopodiché l'imbarcazione riprenderà la via del mare, diretta a Lampedusa». L'insoddisfazione dei due sindaci dei partiti di governo mostra in tutta la sua gravità il cortocircuito tra gli enti locali e l'esecutivo di Giuseppi, ma anche gli stessi parlamentari attaccano la maggioranza. Inoltre proprio il primo cittadino di Lampedusa, che non sa più dove mettere i circa 1.400 migranti presenti sull'isola e che un tempo attaccava Salvini, ieri ha bastonato Conte con la sua certezza: «Presidente, forse non è chiaro: in queste condizioni il suo governo non è in grado di garantire le norme di sicurezza, non solo sanitarie, sull'isola». Ma non sono soltanto i sindaci della Sicilia a turbare l'esecutivo giallorosso. Ieri la sindaca di Civitella del Tronto (Abruzzo), Cristina Di Pietro, eletta con una civica di centrosinistra, ha minacciato di dimettersi se i problemi legati ai contagi e alla presenza dei migranti non saranno risolti, dopo che si è reso irreperibile un immigrato positivo al Covid-19 fuggito mercoledì mattina dal centro di accoglienza. La sindaca infatti in Prefettura a Teramo aveva sollecitato maggiori controlli e vigilanza da parte delle forze dell'ordine ma aveva anche scritto a Lamorgese e Conte definendo «inaccettabile che il governo collochi nei Comuni i migranti senza prima accertarne lo stato di salute».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pd-e-m5s-litigano-su-chi-debba-aprire-i-porti-2647054201.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-sbarco-dei-1-500-a-lampedusa-e-nel-resto-ditalia-malati-in-fuga" data-post-id="2647054201" data-published-at="1598037524" data-use-pagination="False"> Lo sbarco dei 1.500 a Lampedusa e nel resto d’Italia malati in fuga C'è stato un momento in cui, durante la giornata di ieri, a Lampedusa, tra l'hotspot e la Casa della fraternità, gestita da un sacerdote, c'erano quasi 1.500 immigrati, dei quali, come è stato comunicato al governatore Nello Musumeci, 38 contagiati. Numeri impressionanti. Che però lasciano il governo indifferente. «Sinceramente», ha affermato il governatore isolano, «non comprendiamo l'atteggiamento del governo che, oltre a non chiudere i porti siciliani, a più di due mesi dalla nostra richiesta non si è ancora pronunciato sullo stato di emergenza». Dopo il «niet» allo sbarco ad Augusta di una nave con 250 immigrati di cui una ventina risultati positivi, è stato programmato il trasferimento di 220 ospiti dell'hotspot con un traghetto per Porto Empedocle. Da lì raggiungeranno la struttura di accoglienza di Pian del Lago, a Caltanissetta. Altri 70 partiranno per Pozzallo con due motovedette. Ma è ancora troppo poco per la piccola isola siciliana. La Prefettura di Agrigento, per il secondo giorno consecutivo, fa sapere che è al lavoro per pianificare ulteriori trasferimenti da Lampedusa. Alla fine gli immigrati restano stipati lì. I flussi non vengono contenuti: tant'è che, complessivamente, sono 293 i profughi giunti sull'isola nell'arco di poche ore: tunisini, libici e subsahariani, tutti su barchini raggiunti dalle motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di finanza. C'è stato anche chi è riuscito ad arrivare fino al molo Madonnina. E in 72 sono stati rintracciati dai carabinieri dopo l'approdo a Cala Francese. Si sono aggiunti ai 250 arrivati giovedì con sei imbarcazioni. E anche delle fughe i giallorossi sembrano infischiarsene: ieri circa 40, tutti tunisini, hanno lasciato l'hotspot senza neppure una mascherina. Un fenomeno che non è solo siciliano. Due cittadini africani positivi al Covid-19 e ricoverati nel Policlinico Riuniti di Foggia si sono allontanati all'alba di ieri dall'ospedale facendo perdere le loro tracce. Sono stati recuperati nel pomeriggio e riportati in ospedale. È il terzo caso a Foggia in due giorni. Attualmente, negli ospedali della città pugliese, sono ricoverati in tutto 12 stranieri asintomatici nel reparto di Malattie infettive e due paucisintomatici nel reparto di Pneumologia. I vertici della struttura hanno richiamato il Prefetto affinché disponga misure per garantire il rispetto della quarantena. Ed è ancora irreperibile l'immigrato positivo fuggito mercoledì mattina dal centro di accoglienza di Civitella del Tronto, in provincia di Teramo. Gli investigatori ritengono che sia giù fuori dal territorio regionale, diretto verso nord per cercare di uscire dall'Italia. L'immigrato al suo arrivo aveva dichiarato di essere un bengalese di 23 anni, anche se dai tratti somatici sembrerebbe somalo o eritreo. Sono fuggiti anche i 13 immigrati che erano ospitati in una struttura di Collecarino di Arpino, in Ciociaria. In quattro sono stati rintracciati e riportati nella struttura, mentre per gli altri proseguono le ricerche. Sembra che abbiano usato un percorso preciso che conduce alla stazione ferroviaria di Isola Liri che gli immigrati evidentemente conoscevano, nonostante fossero ad Arpino solo pochi giorni. Erano in quarantena fiduciaria. Altri tre immigrati hanno lasciato la foresteria del Castello di Tricesimo, comune friulano, scavalcando le alte mura. Anche loro erano in quarantena fiduciaria. I carabinieri della compagnia di Udine sono riusciti a rintracciarne due. Li hanno denunciati. Dopo i casi di Udine e Gorizia anche nella struttura di Fernetti, a due passi da Trieste, il personale sanitario ha rilevato il primo caso di un immigrato proveniente dalla rotta balcanica. Altri otto migranti sono risultati positivi a Terni. Sono tutti ospiti del centro d'accoglienza che si trova in via del Leone, nella zona della movida. Sono stati isolati, ma c'è il pericolo di fughe, tanto che la struttura è presidiata 24 ore su 24 dalle forze di polizia. Qualche giorno fa un operatore della struttura era risultato positivo e da quel momento sono cominciati i test. Si tratta di un nigeriano di 32 anni che lavora, oltre che nel centro d'accoglienza, anche in un centro semiresidenziale per pazienti psichiatrici nelle vicinanze di Stroncone. Anche lì sono scattati gli accertamenti sanitari. Bomba al Covid anche nel centro di Civita d'Antino, in provincia dell'Aquila. Quattro i nuovi contagiati. Sono asintomatici e in isolamento insieme ad altri otto che erano già risultati positivi. In tutto nella struttura ci sono 16 immigrati, dei quali 12 con il Covid. Il centro d'accoglienza, nonostante le misure, è diventato un focolaio. Altri due immigrati sono risultati positivi nel centro di Canistro, sempre in provincia dell'Aquila. Anche in Sardegna il rischio è elevato: «Dentro al centro di Monastir succedono cose assurde, malati e non malati si mischiano rischiando di generare focolai che potrebbero colpire anche i poliziotti». L'allarme, l'ennesimo sulla struttura sarda, arriva dal segretario provinciale del Sap di Cagliari, Luca Agati, che ha scritto al questore. «Gli ospiti ogni giorno vagano per il centro, scavalcando sia internamente che verso l'esterno». Ma c'è un particolare che lascia di stucco: «Le disposizioni per gli addetti alla vigilanza», sostiene il sindacalista, «continuano ad essere quelle di non intervenire». Mentre a Brescia, nel centro d'accoglienza di Pampuri, è scoppiata una violenta protesta: una trentina di richiedenti asilo lamenta carenze sanitarie e la presenza di cimici nei letti. Un altro fallimento per il sistema giallorosso dell'accoglienza.
Le navi americane a Hormuz (US Navy)
È entrato in vigore alle 16 (ora italiana) di ieri il blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale. La decisione, annunciata dal Comando centrale americano (Centcom), arriva dopo il fallimento dei colloqui tra Washington e Teheran e segna un’ulteriore escalation nella crisi.
A lanciare l’allarme è stata l’Autorità britannica per le operazioni commerciali marittime (Ukmto), che ha segnalato restrizioni immediate all’accesso verso porti e acque costiere iraniane. Il provvedimento riguarda tutte le navi dirette da e verso infrastrutture iraniane, senza alcuna distinzione di bandiera. Alle imbarcazioni neutrali già presenti nei porti è stato concesso solo un breve periodo per lasciare l’area. Secondo il Centcom, qualsiasi nave che tenti di entrare o uscire dalla zona senza autorizzazione potrà essere intercettata e sequestrata. Le misure si estendono lungo tutta la costa iraniana, includendo terminal petroliferi e infrastrutture energetiche nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman e nel Mar arabico.
Il blocco dello Stretto di Hormuz è in vigore e più di 15 navi americane sono impegnate direttamente nell’operazione. Lo riporta il Wall Street Journal citando un funzionario statunitense, secondo il quale gli Stati Uniti possono contare nella regione su cacciatorpediniere lanciamissili e numerose unità navali capaci di impiegare elicotteri per operazioni di abbordaggio e controllo del traffico marittimo.
L’Ukmto ha precisato che il transito nello Stretto verso destinazioni non iraniane non risulta formalmente impedito. Tuttavia, le navi possono essere sottoposte a controlli e procedure d’ispezione. Alle compagnie è stato raccomandato di mantenere la massima allerta, monitorare gli avvisi ai naviganti e contattare la Us Navy sul canale 16. I primi dati indicano che alcune petroliere hanno attraversato lo Stretto senza collegamenti con porti iraniani, segno che il traffico non è del tutto fermo ma si muove in un contesto di forte incertezza. A conferma della volatilità della situazione, il presidente americano Donald Trump ha scritto su Truth che «34 navi sono passate attraverso lo Stretto di Hormuz ieri», definendolo «il numero più alto da quando è iniziata questa chiusura».
Sul piano diplomatico, il nodo nucleare resta il principale punto di scontro. Durante i negoziati del fine settimana, gli Stati Uniti hanno proposto all’Iran di congelare l’arricchimento dell’uranio per 20 anni, mentre Teheran ha controproposto un periodo molto più breve, «a una sola cifra». Il fallimento dei colloqui, guidati dal vicepresidente JD Vance, è stato attribuito proprio alla distanza su questo punto cruciale, anche se l’Iran ha negato la circostanza. Nonostante lo stallo, la Casa Bianca lascia intravedere spiragli. Il presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato che «JD Vance ha fatto un buon lavoro nelle trattative», sottolineando che il vero nodo resta il nucleare. «L’altra parte ci ha chiamato e vuole un accordo. Siamo stati contattati questa mattina dalle persone giuste e vogliono lavorare a un’intesa», ha aggiunto senza citare esplicitamente l’Iran. Sul piano militare, tuttavia, la linea della Casa Bianca resta durissima. Trump ha ribadito che qualsiasi nave iraniana che tenterà di violare il blocco sarà «immediatamente eliminata», sostenendo che «la Marina iraniana giace sul fondo del mare, completamente annientata». Parole che accompagnano la minaccia di un’ulteriore escalation se Teheran non cambierà posizione.
Il capo dell’Organizzazione marittima internazionale, Arsenio Dominguez, ha espresso forte preoccupazione per la situazione dei marittimi bloccati nell’area dello Stretto di Hormuz, ribadendo la necessità di garantire la libertà di navigazione. «Migliaia di uomini restano a bordo di navi nel Golfo Persico, esposti a rischi elevati e a un forte stress psicologico», ha dichiarato poco prima dell’avvio del blocco navale statunitense.
Sul fronte internazionale, Israele ha espresso sostegno alla decisione americana, mentre la Cina ha invitato a garantire la libertà di navigazione. Anche la Russia ha avvertito di possibili effetti negativi sui mercati energetici. Dall’Unione europea arriva un appello alla sicurezza marittima. «Quanto sta accadendo oggi nello Stretto di Hormuz rappresenta il segnale più chiaro a favore di una forte coalizione internazionale», ha dichiarato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ribadendo che l’Ue respingerà qualsiasi limitazione alla libera navigazione.
Il quadro resta estremamente fragile. Secondo quanto riportato dal Canale 12 israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ritiene che il cessate il fuoco con l’Iran possa essere messo in discussione «in brevissimo tempo» dopo il fallimento dei negoziati. Di parere contrario il premier pakistano, Shehbaz Sharif, che ha affermato che la tregua tra Stati Uniti e Iran «regge» e che sono in corso sforzi diplomatici per superare le divergenze emerse, nonostante il fallimento dei negoziati svoltisi a Islamabad nel fine settimana.
Roma chiama l’Ue sul caro energia però Ursula fa solo chiacchiere
Nel pieno dell’emergenza energetica, Bruxelles prende tempo. Il massimo dell’azione della Commissione europea è annunciare una serie di proposte legislative che saranno presentate a maggio. Il 22 aprile verranno invece date delle raccomandazioni agli Stati membri a consumare e viaggiare meno, a spingere sulle tecnologie pulite, a intervenire sulle tasse sull’elettricità e sugli oneri di sistema. È questo l’esito della riunione del Collegio dei Commissari che ancora una volta certifica l’irrilevanza dell’Europa. Dall’inizio del conflitto iraniano la spesa della Ue per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 22 miliardi, ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sottolineando che i prezzi dell’energia erano già balzati in cima all’agenda politica della Ue a causa dei timori per il calo della competitività rispetto a Cina e Stati Uniti. Ma se l’analisi non fa una piega, la ricetta per gestire la crisi non è proporzionata alla gravità del momento. «A maggio presenteremo proposte legislative per intervenire sulle tasse sull'elettricità e gli oneri di rete. L’obiettivo è quello di implementare misure strutturali per abbassare i prezzi dell’energia e dare sollievo a cittadini e imprese», ha annunciato la presidente. Il piano prevede che l’energia elettrica sia tassata in modo più favorevole rispetto ai combustibili fossili. Il piano della Commissione verrà presentato ai leader al prossimo Consiglio informale, la prossima settimana a Cipro, e ci sarà una comunicazione nel mercoledì precedente» (il 22 aprile). Von der Leyen ha spiegato che si punta a intervenire su tre aspetti. Il coordinamento tra Paesi negli interventi, anche riguardo alle scorte di gas e di petrolio e sulle misure di contenimento dei rincari, che «devono essere mirate ai gruppi vulnerabili, rapide, immediate e temporanee». Secondo, un «quadro temporaneo» che assicuri più flessibilità alle regole sugli aiuti di Stato. E, terzo elemento, e forse il più problematico: «Come possiamo ridurre la domanda».
La dipendenza della Ue dalle importazioni dei combustibili fossili la rende vulnerabile e le misure dovrebbero attutire l’impatto e promuovere l’adozione di tecnologie pulite. Di tasse e oneri di rete si era discusso al Consiglio europeo dello scorso febbraio ma anche allora nessuna decisione. In ballo c’era anche la proposta di modifica dell’impianto Ets (il sistema di acquisto di quote di Co2), che prevede l’interruzione dell’eliminazione delle quote gratuite e l'aumento di quelle immesse nel mercato di certificati. Ma stando alle parole di ieri della presidente dell’esecutivo Ue, il cantiere è ancora aperto: «Siamo sulla buona strada per presentare la revisione completa del sistema Ets, come annunciato, a luglio», ha detto. Nessun ripensamento sulla decarbonizzazione. «L’unico modo duraturo per uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili», ha ribadito Von der Leyen, «è spostare la generazione di elettricità verso le energie rinnovabili e il nucleare, e poi, naturalmente, elettrificando l’economia il più rapidamente possibile».
Avanti tutta con l’elettrificazione «della nostra economia, delle nostre operazioni industriali, del modo in cui riscaldiamo le nostre case, della nostra mobilità». E annuncia la presentazione prima dell’estate di «un nuovo ambizioso obiettivo sull’elettrificazione». La presidente incoraggia gli Stati membri «a fare un uso migliore» dei finanziamenti Ue disponibili, come quelli dei fondi di coesione. «I soldi ci sono. Potete investirli nelle reti, nello stoccaggio, nelle batterie». Il quadro si completa con investimenti nei piccoli reattori modulari.
Ma mentre Bruxelles prende tempo i singoli governi procedono in ordine sparso. Dall’inizio della guerra con l’Iran, 22 Stati membri dell’Ue hanno introdotto oltre 120 misure non coordinate, per un costo superiore a 9 miliardi di euro (10,5 miliardi di dollari), al fine di attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, secondo un rapporto dell’Istituto Jacques Delors.
Manca quindi un coordinamento centrale per la gestione dell’emergenza. Lo ha evidenziato, tra le righe, anche il nostro ministero dell’Economia. Il viceministro, Maurizio Leo, ha sottolineato gli «sforzi notevoli» fatti dal governo per il taglio delle accise, che avrà la copertura fino a fine mese. «È chiaro che poi si dovrà pensare anche a livello europeo a degli interventi per venire incontro a tutte quelle che sono le esigenze del mondo produttivo, pensando agli autotrasportatori». Questi continuano a reclamare il credito d’imposta promesso al settore all’inizio della crisi in Medio Oriente nel consiglio dei ministri del 19 marzo scorso. A quasi un mese di distanza manca ancora il decreto attuativo. Un intervento in tale senso è appeso alle decisioni Bruxelles sul regime degli aiuti di Stato. Intanto gli autotrasportatori siciliani sono entrati in sciopero dalla mezzanotte di ieri sera per 5 giorni, bloccando i rifornimenti alla grande distribuzione dell’isola. Ed è solo l’inizio. Nelle riunioni che si sono svolte nel fine settimana, nell’ambito dell’iniziativa Unatras con assemblee convocate in cento piazze italiane, l’intera categoria nazionale è orientata verso il blocco dei servizi di trasporto su strada. Venerdì prossimo il Comitato esecutivo nazionale di Unatras potrebbe pronunciarsi sul blocco nazionale.
Teheran insorge: «Atto di pirateria, gli statunitensi se ne pentiranno»
«Siamo pronti ad affrontare qualsiasi scenario e le forze armate sono già in stato di massima allerta», ha tuonato il ministro della Difesa iraniano, il generale, Seyyed Majid ibn Reza, «qualsiasi atto di aggressione o provocazione del nemico riceverà una risposta dura e decisiva». La reazione di Teheran alle mosse statunitensi è stata subito estremamente aggressiva, come a voler mostrare i muscoli anche a tutte le nazioni coinvolte. Il blocco navale voluto da Donald Trump, dopo il fallimento del meeting di Islamabad, è stato definito dai Guardiani della rivoluzione come un atto di pirateria marittima e un’azione illegale. Le forze armate degli ayatollah hanno minacciato tutti i porti dell’area, arrivando a dire che nessun porto nel Golfo Persico o nel mar d’Oman sarà più al sicuro. La televisione nazionale Press tv ha dato ampio risalto alle reazione dei rappresentanti della Repubblica islamica come il tenente colonnello Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando unificato Khatam al-Anbiya, che ha detto che le navi affiliate al nemico non hanno e non avranno il diritto di attraversare lo Stretto di Hormuz, mentre le altre navi avranno il permesso di transito, ma soltanto nel rispetto delle normative delle Forze armate. Un messaggio chiaro che lascia intendere che l’Iran non permetterà agli Stati Uniti di decidere chi può attraversare questo vitale passaggio.
Lo scontro verbale ha coinvolto anche il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, che ha affermato che tutte le minacce contro le infrastrutture del suo Paese rappresentano un chiaro segno della debolezza del nemico, questo in riposta a Donald Trump che aveva fatto riferimento alle infrastrutture energetiche della nazione asiatica come un obiettivo.
La lista dei dignitari iraniani che hanno risposto a Trump si allunga ora dopo ora e sono come sempre i pasdaran a prendere le posizioni più nette. Esamil Qaani, comandante della Forza Quds, reparto speciale responsabile delle operazioni al di fuori dell’Iran, ha gridato in un comizio che gli Stati Uniti lasceranno la regione senza aver ottenuto nulla e ha poi rimarcato che sia Washington che Tel Aviv dovrebbero ricordarsi di aver abbandonato lo Yemen, senza aver mai raggiunto gli obiettivi prefissati. Il generale, che ha rapporti diretti e personali con gli Huthi, ha velatamente minacciato la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, la strettoia che porta al mar Rosso e poi al canale di Suez. Da qui passano circa 6 milioni di barili di petrolio al giorno, che sommati agli oltre 20 di Hormuz, metterebbero l’Europa davanti a una crisi senza precedenti. Qaani è l’uomo che la Guida suprema Ali Khamenei aveva incaricato di coordinare quella che veniva chiamata asse della resistenza ed è lui che può far scendere in campo gli Huthi aprendo definitivamente anche il fronte del mar Rosso. Sempre a proposito delle conseguenze economiche, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf , ha avvertito gli americani su X: «Godetevi i prezzi attuali della benzina. Presto vi mancheranno i 4-5 dollari al gallone».
Il muro contro muro non ha però precluso completamente la via della trattativa e i mediatori di Pakistan, Egitto e Turchia continueranno i colloqui con gli Stati Uniti e l’Iran anche nei prossimi giorni. «Non siamo ancora in una situazione di stallo totale», ha dichiarato Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad, «Il mio governo è convinto che abbiamo assistito soltanto al primo round dei colloqui e il Pakistan farà ancora la sua parte. Il primo ministro Shehbaz Sharif si trova in Arabia Saudita su invito del principe Mohammed bin Salman e insieme lavoreranno per la tregua».
Meno intransigente e più possibilista il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, presente agli Islamabd Talks e uomo dal lungo passato diplomatico. «Le richieste degli Stati Uniti sono state massimaliste e con cambiamenti di posizione continui», ha spiegato il responsabile della politica estera iraniana, «Washington era partito con grande sfiducia nei nostri confronti, ma l’Iran è stato costruttivo e paziente».
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John Elkann (Imagoeconomica)
La notizia, nell’aria da gennaio, quando era emerso che, nel dicembre 2025, il gip aveva disposto l’imputazione coatta, adesso è ufficiale. Una nuova richiesta di rinvio a giudizio è stata inoltrata dalla procura di Torino nei giorni scorsi nei confronti di John Elkann e del commercialista Gianluca Ferrero in uno dei filoni dell’inchiesta sulla residenza italiana di Marella Caracciolo, la vedova di Gianni Agnelli - nonno di Elkann - morta nel 2019. Come detto, l’iniziativa dei pm della Procura del capoluogo piemontese è stata dettata dal diniego del Tribunale alla richiesta di archiviazione, una decisione che aveva poi fatto saltare la proposta di Elkann di accedere alla messa alla prova in un altro procedimento, anche in virtù del versamento di 183 milioni di euro all’Erario e di Ferrero di patteggiare una pena pecuniaria.
E proprio quest’ultimo fascicolo sarà quindi riunito a quello sull’altro filone, già arrivato alla fase dell’udienza preliminare, che si è aperta oggi ed è stata subito aggiornata al 22 giugno. Nel faldone entreranno anche gli atti relativi a un terzo dossier, che riguarda il ruolo del notaio Remo Morone su presunte irregolarità nell’iscrizione alla Camera di commercio di Torino degli assetti della Dicembre la «cassaforte» che controlla tutte le società del gruppo della famiglia. Il procedimento, la prossima estate, tornerà dunque a essere unificato dopo aver preso tre strade diverse. I reati contestati a vario titolo agli indagati sono truffa aggravata ai danni dello Stato ed evasione fiscale fraudolenta.
In buona sostanza, l’inchiesta fino a ieri si basava su due procedimenti, intrecciati ma distinti (che ora saranno riuniti). In un filone, infatti, il gip Antonio Borretta a dicembre scorso aveva ordinato ai pm torinesi, il sostituto Marco Gianoglio insieme ai colleghi Mario Bendoni e Giulia Marchetti, di formulare l’imputazione nei confronti di John per due dei sei capi originariamente contestati. Imputazione coatta in quanto si tratta di ipotesi di reato - legate alle dichiarazioni dei redditi 2018 e 2019 presentate dopo la morte di Donna Marella - sulle quali i pm a loro volta avevano già chiesto l’archiviazione. Nell’altro procedimento, invece, a febbraio scorso il gip Giovanna Di Maria aveva respinto l’istanza di «messa alla prova» per Elkann, rimandando gli atti ai pm. Ma anche qui la procura aveva dato il suo parere favorevole alla sospensione del procedimento a seguito del versamento di circa 183 milioni all’Agenzia delle Entrate. L’indagine nasce da un esposto presentato da Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato e madre di Elkann, impegnata da anni in una causa civile sulla ridefinizione dell’eredità familiare.
Nel settembre dell’anno scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa un miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, sulla base si «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione». Anche ieri, come è sempre avvenuto in tutte le fasi della vicenda, i legali del presidente di Stellantis hanno ostentato tranquillità: «La richiesta di rinvio a giudizio di cui si è avuta notizia oggi è solo un passaggio procedurale assolutamente atteso per permettere la ricomposizione di un procedimento che ha avuto una genesi unitaria. Ribadiamo che il nostro interesse è difendere nel merito una persona del tutto estranea ai fatti contestati». Ma recentemente la difesa di Elkann aveva incassato una sconfitta, quando la Corte di Cassazione aveva respinto il ricorso contro l’imputazione coatta disposta da Borretta, dando il via libera alla richiesta di rinvio a giudizio.
Quasi contestualmente, un altro giudice Tribunale di Torino, Giovanna Di Maria aveva respinto si la richiesta di messa alla prova avanzata dai legali di Elkann (che avevano proposto lo svolgimento di attività di tutoraggio in una scuola salesiana di Torino), che la richiesta di patteggiamento per Gian Luca Ferrero, che prevedeva la commutazione della pena detentiva in una sanzione pecuniaria di 73.000 euro.
A meno di sorprese durante l’udienza preliminare quindi, la vicenda giudiziaria legata alla contesa familiare sull’eredità dell’Avvocato e della moglie, sfocerà in un processo pubblico.
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Matteo Salvini (Anssa)
Si è parlato anche della situazione politica, insistendo molto a quelle che il segretario Matteo Salvini ha definito, in un comunicato, «assurde regole europee che rischiano di impoverire cittadini, famiglie e imprese in difficoltà per il costo di bollette, luce, gas e carburante». «È inaccettabile che si possano spendere miliardi per armi e non per aiutare a pagare bollette e benzina». Si legge in un comunicato della Lega in cui si cita il segretario federale. Alla riunione hanno partecipato, tra gli altri, i presidenti di Regione e il ministro Giancarlo Giorgetti. Su questo punto insisterà la Lega sabato. L’idea è quella di inviare un ultimatum alle istituzioni europee da piazza Duomo a Milano. È necessario valutare l’ipotesi di uno scostamento di bilancio, misura emergenziale per ridare fiato a imprese e cittadini insomma. I dirigenti del partito si sono confrontati anche per ridefinire la posizione sul presidente degli Stati Uniti Donald Trump? Sarà la stessa all’indomani dell’attacco del presidente statunitense a papa Leone XIV?
Un dibattito che segue le parole di Salvini che ieri mattina ha detto: «Se c’è una persona che si sta spendendo sul tema della pace e sulla soluzione del conflitto è papa Leone. Attaccare il Papa, uomo simbolo di pace e guida spirituale per miliardi di cattolici, non mi sembra una cosa utile e intelligente da fare».
Alcune posizioni di Trump stanno diventando indifendibili e inaccettabili, si è' sfogato parlando con i suoi. Diversi hanno appoggiato questa linea tracciata dal segretario, tra i primi fan in Italia di The Donald. Tra i distinguo si segnala la posizione di Molinari che ha suggerito di mostrare più cautela: «O mettiamo in discussione la decisione di avere appoggiato un sovranista alla Casa Bianca», ha osservato il capogruppo, «o non ci possiamo lamentare del fatto che Trump prenda delle posizioni da sovranista».
Salvini ha poi spiegato che la manifestazione di sabato è importante anche per dare un segnale, in questo momento non facile dal punto di vista comunicativo e politico, a causa delle ripercussioni di una guerra che non abbiamo voluto. Il timore dei dirigenti leghisti è che il voto di protesta investa l’esecutivo, come già avvenuto con il referendum sulla separazione delle carriere. I governatori Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana si sono fatti portavoce delle preoccupazioni che provengono dai territori. E poi Giorgetti, dopo l’allarme sulla possibilità di recessione, avrebbe parlato della necessità di una sospensione generale a livello europeo del Patto di stabilità: «È doveroso per dare risposte a imprese e cittadini e non farlo sarebbe grave errore». Per Giorgetti la strada «è in salita». È così anche per il ministro Roberto Calderoli e il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari. Serve una presa di posizione in Europa e da parte della Lega all’interno del governo. Si valutano anche scostamenti selettivi per urgenze ed emergenze, come per l’autotrasporto. Insomma non si parlerà solo di remigrazione sabato come era già stato annunciato, ma anche tanta economia. La maggiore preoccupazione per gli italiani perché «una guerra l’Europa può anche affrontarla, due no... E anche se dovesse terminare il conflitto in Medio Oriente il il rischio è che l’aumento dei prezzi si stabilizzi».
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