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2020-08-22
Migranti, i sindaci di Pd e M5s si ribellano contro il governo
Ansa
Qualcuno si ostina a dire che l'invasione non c'è, ma forse non ha mai ascoltato gli allarmi e le richieste dei sindaci siciliani che, esasperati, attaccano anche il «loro» governo per la gestione maldestra del problema migratorio al tempo del Covid-19. E ieri proprio il sindaco di Trapani del Pd, Giacomo Tranchida ha ottenuto una «vittoria», dopo aver minacciato di vietare lo sbarco dalla nave quarantena Aurelia (273 migranti, di cui una ventina infetti). Il primo cittadino aveva denunciato la «maldestra gestione romana» in fatto di immigrazione e in mattinata il Viminale aveva deciso di dirottare l'Aurelia nel porto di Augusta. Nel primo pomeriggio però è arrivata l'ordinanza con il no anche della sindaca di Augusta, Cettina Di Pietro del M5s. Ai due va aggiunto anche il sindaco di sinistra di Lampedusa, Totò Martello, che ha scritto al premier Giuseppe Conte dicendogli chiaramente che «il suo governo non è in grado di garantire le norme di sicurezza sull'isola». Insomma per i sindaci di Pd e M5s non c'è alcuna alleanza: vanno contro la loro stessa maggioranza di governo, che non riesce a gestire l'immigrazione mentre tenta di smontare i decreti sicurezza salviniani ma ne utilizza i risparmi. Sulla vicenda della nave Aurelia, Tranchida aveva evidenziato una confusa strategia già quando l'imbarcazione, salpata da Lampedusa, inizialmente avrebbe dovuto raggiungere Corigliano Calabro. Poi l'improvviso dirottamento su Trapani, dove c'era già un'altra nave quarantena in attesa. A quel punto Tranchida aveva deciso di vietare lo sbarco e firmare un'ordinanza. Non senza aver scritto su Facebook il suo attacco al governo: «Agli atti del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, la verità sulla maldestra gestione romana della nave Aurelia. Mi auguro che tale scivolone ne eviti altri per il futuro. Farebbero bene anche alcuni dirigenti autorevoli del Pd a fare silenzio e meditare... anche sulla loro inadeguatezza». Parole pesanti verso i compagni di partito, tra cui l'onorevole Carmelo Miceli, responsabile nazionale della Sicurezza del Pd, che aveva rimbrottato il sindaco: «Serve maggiore collaborazione istituzionale, e non gongoli l'ex ministro Salvini perché quello che sta accadendo è provocato proprio dalla fragilità dei suoi decreti. Quanto a Trapani, insieme al ministro Lamorgese abbiamo seguito e continuiamo a seguire costantemente la situazione. Quando sarà scaduta la quarantena a bordo della nave Azzurra e sarà acquisita la certezza che i suoi passeggeri non sono positivi, saranno avviate le procedure di sbarco e quelle di ricollocamento in vista dei rimpatri, il tutto in piena sicurezza e senza alcun rischio per la città». Tranchida, sempre convinto che «chi non ha diritto all'accoglienza non deve essere accolto», aveva trovato infatti la solidarietà del leader della Lega, Matteo Salvini, «per aver compiuto un gesto coraggioso» soprattutto perché non ha esitato a polemizzare col Pd, che da Roma pretende di calpestare i territori. «Il Viminale è in stato confusionale e il Pd si conferma nemico dei cittadini»,dice il leader della Lega, «non trasformeranno la Sicilia e tutta Italia nel campo profughi e nel lazzaretto d'Europa. Il 3 ottobre andrò in tribunale a Catania a testa alta, perché sono orgoglioso di aver difeso i confini. E comunque nel frattempo ci sono sindaci del Pd e M5s che vietano lo sbarco, cioè la stessa cosa che ho fatto io. Vedremo».
L'ex ministro dell'Interno aveva anche ipotizzato che la decisione repentina di indirizzare la nave quarantena verso Augusta fosse in realtà una ritorsione dem verso gli alleati di governo: «Per non creare problemi interni al Pd, visto che il sindaco dem di Trapani ha negato lo sbarco, il Viminale obbedisce al partito di Zingaretti e manda gli immigrati a rischio Covid in un comune grillino. È una punizione per la mancata alleanza del M5s con il Pd alle regionali, soprattutto nelle Marche e in Puglia. E a pagare ora sono i siciliani». Ma la frattura era ormai insanabile, e anche la sindaca grillina Cettina Di Pietro ha firmato immediatamente l'ordinanza di divieto di sbarco: «Per tutelare la salute dei miei concittadini, nessuna delle persone a bordo, che siano equipaggio o migranti, potrà scendere a terra ad Augusta. Può apparire una decisione forte, ma ho la responsabilità di assicurare le massime condizioni di sicurezza sanitaria ad Augusta ed agli augustani». Un vero tilt istituzionale: «È ampiamente condivisibile la scelta del sindaco di Augusta che ha vietato lo sbarco. L'ordinanza del primo cittadino va nella direzione della tutela sanitaria delle comunità locali». Così i parlamentari del M5s Paolo Ficara, Pino Pisani e Filippo Scerra sono al fianco del primo cittadino pentastellato. I tre grillini hanno detto di avere saputo dalla Prefettura di Siracusa che si tratterebbe di uno sbarco «limitato a un numero di migranti non positivi al Covid da trasferire in una struttura attrezzata fuori provincia. Dopodiché l'imbarcazione riprenderà la via del mare, diretta a Lampedusa». L'insoddisfazione dei due sindaci dei partiti di governo mostra in tutta la sua gravità il cortocircuito tra gli enti locali e l'esecutivo di Giuseppi, ma anche gli stessi parlamentari attaccano la maggioranza. Inoltre proprio il primo cittadino di Lampedusa, che non sa più dove mettere i circa 1.400 migranti presenti sull'isola e che un tempo attaccava Salvini, ieri ha bastonato Conte con la sua certezza: «Presidente, forse non è chiaro: in queste condizioni il suo governo non è in grado di garantire le norme di sicurezza, non solo sanitarie, sull'isola». Ma non sono soltanto i sindaci della Sicilia a turbare l'esecutivo giallorosso. Ieri la sindaca di Civitella del Tronto (Abruzzo), Cristina Di Pietro, eletta con una civica di centrosinistra, ha minacciato di dimettersi se i problemi legati ai contagi e alla presenza dei migranti non saranno risolti, dopo che si è reso irreperibile un immigrato positivo al Covid-19 fuggito mercoledì mattina dal centro di accoglienza. La sindaca infatti in Prefettura a Teramo aveva sollecitato maggiori controlli e vigilanza da parte delle forze dell'ordine ma aveva anche scritto a Lamorgese e Conte definendo «inaccettabile che il governo collochi nei Comuni i migranti senza prima accertarne lo stato di salute».
Lo sbarco dei 1.500 a Lampedusa e nel resto d’Italia malati in fuga
C'è stato un momento in cui, durante la giornata di ieri, a Lampedusa, tra l'hotspot e la Casa della fraternità, gestita da un sacerdote, c'erano quasi 1.500 immigrati, dei quali, come è stato comunicato al governatore Nello Musumeci, 38 contagiati. Numeri impressionanti. Che però lasciano il governo indifferente. «Sinceramente», ha affermato il governatore isolano, «non comprendiamo l'atteggiamento del governo che, oltre a non chiudere i porti siciliani, a più di due mesi dalla nostra richiesta non si è ancora pronunciato sullo stato di emergenza». Dopo il «niet» allo sbarco ad Augusta di una nave con 250 immigrati di cui una ventina risultati positivi, è stato programmato il trasferimento di 220 ospiti dell'hotspot con un traghetto per Porto Empedocle. Da lì raggiungeranno la struttura di accoglienza di Pian del Lago, a Caltanissetta. Altri 70 partiranno per Pozzallo con due motovedette. Ma è ancora troppo poco per la piccola isola siciliana.
La Prefettura di Agrigento, per il secondo giorno consecutivo, fa sapere che è al lavoro per pianificare ulteriori trasferimenti da Lampedusa. Alla fine gli immigrati restano stipati lì. I flussi non vengono contenuti: tant'è che, complessivamente, sono 293 i profughi giunti sull'isola nell'arco di poche ore: tunisini, libici e subsahariani, tutti su barchini raggiunti dalle motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di finanza. C'è stato anche chi è riuscito ad arrivare fino al molo Madonnina. E in 72 sono stati rintracciati dai carabinieri dopo l'approdo a Cala Francese. Si sono aggiunti ai 250 arrivati giovedì con sei imbarcazioni. E anche delle fughe i giallorossi sembrano infischiarsene: ieri circa 40, tutti tunisini, hanno lasciato l'hotspot senza neppure una mascherina. Un fenomeno che non è solo siciliano. Due cittadini africani positivi al Covid-19 e ricoverati nel Policlinico Riuniti di Foggia si sono allontanati all'alba di ieri dall'ospedale facendo perdere le loro tracce. Sono stati recuperati nel pomeriggio e riportati in ospedale. È il terzo caso a Foggia in due giorni. Attualmente, negli ospedali della città pugliese, sono ricoverati in tutto 12 stranieri asintomatici nel reparto di Malattie infettive e due paucisintomatici nel reparto di Pneumologia. I vertici della struttura hanno richiamato il Prefetto affinché disponga misure per garantire il rispetto della quarantena. Ed è ancora irreperibile l'immigrato positivo fuggito mercoledì mattina dal centro di accoglienza di Civitella del Tronto, in provincia di Teramo. Gli investigatori ritengono che sia giù fuori dal territorio regionale, diretto verso nord per cercare di uscire dall'Italia.
L'immigrato al suo arrivo aveva dichiarato di essere un bengalese di 23 anni, anche se dai tratti somatici sembrerebbe somalo o eritreo. Sono fuggiti anche i 13 immigrati che erano ospitati in una struttura di Collecarino di Arpino, in Ciociaria. In quattro sono stati rintracciati e riportati nella struttura, mentre per gli altri proseguono le ricerche. Sembra che abbiano usato un percorso preciso che conduce alla stazione ferroviaria di Isola Liri che gli immigrati evidentemente conoscevano, nonostante fossero ad Arpino solo pochi giorni. Erano in quarantena fiduciaria. Altri tre immigrati hanno lasciato la foresteria del Castello di Tricesimo, comune friulano, scavalcando le alte mura. Anche loro erano in quarantena fiduciaria. I carabinieri della compagnia di Udine sono riusciti a rintracciarne due. Li hanno denunciati. Dopo i casi di Udine e Gorizia anche nella struttura di Fernetti, a due passi da Trieste, il personale sanitario ha rilevato il primo caso di un immigrato proveniente dalla rotta balcanica. Altri otto migranti sono risultati positivi a Terni. Sono tutti ospiti del centro d'accoglienza che si trova in via del Leone, nella zona della movida. Sono stati isolati, ma c'è il pericolo di fughe, tanto che la struttura è presidiata 24 ore su 24 dalle forze di polizia. Qualche giorno fa un operatore della struttura era risultato positivo e da quel momento sono cominciati i test. Si tratta di un nigeriano di 32 anni che lavora, oltre che nel centro d'accoglienza, anche in un centro semiresidenziale per pazienti psichiatrici nelle vicinanze di Stroncone. Anche lì sono scattati gli accertamenti sanitari. Bomba al Covid anche nel centro di Civita d'Antino, in provincia dell'Aquila.
Quattro i nuovi contagiati. Sono asintomatici e in isolamento insieme ad altri otto che erano già risultati positivi. In tutto nella struttura ci sono 16 immigrati, dei quali 12 con il Covid. Il centro d'accoglienza, nonostante le misure, è diventato un focolaio. Altri due immigrati sono risultati positivi nel centro di Canistro, sempre in provincia dell'Aquila. Anche in Sardegna il rischio è elevato: «Dentro al centro di Monastir succedono cose assurde, malati e non malati si mischiano rischiando di generare focolai che potrebbero colpire anche i poliziotti». L'allarme, l'ennesimo sulla struttura sarda, arriva dal segretario provinciale del Sap di Cagliari, Luca Agati, che ha scritto al questore. «Gli ospiti ogni giorno vagano per il centro, scavalcando sia internamente che verso l'esterno». Ma c'è un particolare che lascia di stucco: «Le disposizioni per gli addetti alla vigilanza», sostiene il sindacalista, «continuano ad essere quelle di non intervenire».
Mentre a Brescia, nel centro d'accoglienza di Pampuri, è scoppiata una violenta protesta: una trentina di richiedenti asilo lamenta carenze sanitarie e la presenza di cimici nei letti. Un altro fallimento per il sistema giallorosso dell'accoglienza.
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Il sindaco dem di Trapani nega lo sbarco a un traghetto con 273 extracomunitari fra cui degli infetti, che viene dirottato su Augusta dove il primo cittadino è pentastellato. Però il risultato non cambia: altro divieto. Matteo Salvini ironico: «A me faranno il processo...».Giornata di arrivi a Lampedusa, che per alcune ore ha registrato un livello choc di presenze. Gli smistamenti vanno a rilento, e i pochi eseguiti spesso finiscono con gli stranieri che scappano. Nello Musumeci chiede chiusure.Lo speciale contiene due articoli.Qualcuno si ostina a dire che l'invasione non c'è, ma forse non ha mai ascoltato gli allarmi e le richieste dei sindaci siciliani che, esasperati, attaccano anche il «loro» governo per la gestione maldestra del problema migratorio al tempo del Covid-19. E ieri proprio il sindaco di Trapani del Pd, Giacomo Tranchida ha ottenuto una «vittoria», dopo aver minacciato di vietare lo sbarco dalla nave quarantena Aurelia (273 migranti, di cui una ventina infetti). Il primo cittadino aveva denunciato la «maldestra gestione romana» in fatto di immigrazione e in mattinata il Viminale aveva deciso di dirottare l'Aurelia nel porto di Augusta. Nel primo pomeriggio però è arrivata l'ordinanza con il no anche della sindaca di Augusta, Cettina Di Pietro del M5s. Ai due va aggiunto anche il sindaco di sinistra di Lampedusa, Totò Martello, che ha scritto al premier Giuseppe Conte dicendogli chiaramente che «il suo governo non è in grado di garantire le norme di sicurezza sull'isola». Insomma per i sindaci di Pd e M5s non c'è alcuna alleanza: vanno contro la loro stessa maggioranza di governo, che non riesce a gestire l'immigrazione mentre tenta di smontare i decreti sicurezza salviniani ma ne utilizza i risparmi. Sulla vicenda della nave Aurelia, Tranchida aveva evidenziato una confusa strategia già quando l'imbarcazione, salpata da Lampedusa, inizialmente avrebbe dovuto raggiungere Corigliano Calabro. Poi l'improvviso dirottamento su Trapani, dove c'era già un'altra nave quarantena in attesa. A quel punto Tranchida aveva deciso di vietare lo sbarco e firmare un'ordinanza. Non senza aver scritto su Facebook il suo attacco al governo: «Agli atti del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, la verità sulla maldestra gestione romana della nave Aurelia. Mi auguro che tale scivolone ne eviti altri per il futuro. Farebbero bene anche alcuni dirigenti autorevoli del Pd a fare silenzio e meditare... anche sulla loro inadeguatezza». Parole pesanti verso i compagni di partito, tra cui l'onorevole Carmelo Miceli, responsabile nazionale della Sicurezza del Pd, che aveva rimbrottato il sindaco: «Serve maggiore collaborazione istituzionale, e non gongoli l'ex ministro Salvini perché quello che sta accadendo è provocato proprio dalla fragilità dei suoi decreti. Quanto a Trapani, insieme al ministro Lamorgese abbiamo seguito e continuiamo a seguire costantemente la situazione. Quando sarà scaduta la quarantena a bordo della nave Azzurra e sarà acquisita la certezza che i suoi passeggeri non sono positivi, saranno avviate le procedure di sbarco e quelle di ricollocamento in vista dei rimpatri, il tutto in piena sicurezza e senza alcun rischio per la città». Tranchida, sempre convinto che «chi non ha diritto all'accoglienza non deve essere accolto», aveva trovato infatti la solidarietà del leader della Lega, Matteo Salvini, «per aver compiuto un gesto coraggioso» soprattutto perché non ha esitato a polemizzare col Pd, che da Roma pretende di calpestare i territori. «Il Viminale è in stato confusionale e il Pd si conferma nemico dei cittadini»,dice il leader della Lega, «non trasformeranno la Sicilia e tutta Italia nel campo profughi e nel lazzaretto d'Europa. Il 3 ottobre andrò in tribunale a Catania a testa alta, perché sono orgoglioso di aver difeso i confini. E comunque nel frattempo ci sono sindaci del Pd e M5s che vietano lo sbarco, cioè la stessa cosa che ho fatto io. Vedremo».L'ex ministro dell'Interno aveva anche ipotizzato che la decisione repentina di indirizzare la nave quarantena verso Augusta fosse in realtà una ritorsione dem verso gli alleati di governo: «Per non creare problemi interni al Pd, visto che il sindaco dem di Trapani ha negato lo sbarco, il Viminale obbedisce al partito di Zingaretti e manda gli immigrati a rischio Covid in un comune grillino. È una punizione per la mancata alleanza del M5s con il Pd alle regionali, soprattutto nelle Marche e in Puglia. E a pagare ora sono i siciliani». Ma la frattura era ormai insanabile, e anche la sindaca grillina Cettina Di Pietro ha firmato immediatamente l'ordinanza di divieto di sbarco: «Per tutelare la salute dei miei concittadini, nessuna delle persone a bordo, che siano equipaggio o migranti, potrà scendere a terra ad Augusta. Può apparire una decisione forte, ma ho la responsabilità di assicurare le massime condizioni di sicurezza sanitaria ad Augusta ed agli augustani». Un vero tilt istituzionale: «È ampiamente condivisibile la scelta del sindaco di Augusta che ha vietato lo sbarco. L'ordinanza del primo cittadino va nella direzione della tutela sanitaria delle comunità locali». Così i parlamentari del M5s Paolo Ficara, Pino Pisani e Filippo Scerra sono al fianco del primo cittadino pentastellato. I tre grillini hanno detto di avere saputo dalla Prefettura di Siracusa che si tratterebbe di uno sbarco «limitato a un numero di migranti non positivi al Covid da trasferire in una struttura attrezzata fuori provincia. Dopodiché l'imbarcazione riprenderà la via del mare, diretta a Lampedusa». L'insoddisfazione dei due sindaci dei partiti di governo mostra in tutta la sua gravità il cortocircuito tra gli enti locali e l'esecutivo di Giuseppi, ma anche gli stessi parlamentari attaccano la maggioranza. Inoltre proprio il primo cittadino di Lampedusa, che non sa più dove mettere i circa 1.400 migranti presenti sull'isola e che un tempo attaccava Salvini, ieri ha bastonato Conte con la sua certezza: «Presidente, forse non è chiaro: in queste condizioni il suo governo non è in grado di garantire le norme di sicurezza, non solo sanitarie, sull'isola». Ma non sono soltanto i sindaci della Sicilia a turbare l'esecutivo giallorosso. Ieri la sindaca di Civitella del Tronto (Abruzzo), Cristina Di Pietro, eletta con una civica di centrosinistra, ha minacciato di dimettersi se i problemi legati ai contagi e alla presenza dei migranti non saranno risolti, dopo che si è reso irreperibile un immigrato positivo al Covid-19 fuggito mercoledì mattina dal centro di accoglienza. La sindaca infatti in Prefettura a Teramo aveva sollecitato maggiori controlli e vigilanza da parte delle forze dell'ordine ma aveva anche scritto a Lamorgese e Conte definendo «inaccettabile che il governo collochi nei Comuni i migranti senza prima accertarne lo stato di salute».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pd-e-m5s-litigano-su-chi-debba-aprire-i-porti-2647054201.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-sbarco-dei-1-500-a-lampedusa-e-nel-resto-ditalia-malati-in-fuga" data-post-id="2647054201" data-published-at="1598037524" data-use-pagination="False"> Lo sbarco dei 1.500 a Lampedusa e nel resto d’Italia malati in fuga C'è stato un momento in cui, durante la giornata di ieri, a Lampedusa, tra l'hotspot e la Casa della fraternità, gestita da un sacerdote, c'erano quasi 1.500 immigrati, dei quali, come è stato comunicato al governatore Nello Musumeci, 38 contagiati. Numeri impressionanti. Che però lasciano il governo indifferente. «Sinceramente», ha affermato il governatore isolano, «non comprendiamo l'atteggiamento del governo che, oltre a non chiudere i porti siciliani, a più di due mesi dalla nostra richiesta non si è ancora pronunciato sullo stato di emergenza». Dopo il «niet» allo sbarco ad Augusta di una nave con 250 immigrati di cui una ventina risultati positivi, è stato programmato il trasferimento di 220 ospiti dell'hotspot con un traghetto per Porto Empedocle. Da lì raggiungeranno la struttura di accoglienza di Pian del Lago, a Caltanissetta. Altri 70 partiranno per Pozzallo con due motovedette. Ma è ancora troppo poco per la piccola isola siciliana. La Prefettura di Agrigento, per il secondo giorno consecutivo, fa sapere che è al lavoro per pianificare ulteriori trasferimenti da Lampedusa. Alla fine gli immigrati restano stipati lì. I flussi non vengono contenuti: tant'è che, complessivamente, sono 293 i profughi giunti sull'isola nell'arco di poche ore: tunisini, libici e subsahariani, tutti su barchini raggiunti dalle motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di finanza. C'è stato anche chi è riuscito ad arrivare fino al molo Madonnina. E in 72 sono stati rintracciati dai carabinieri dopo l'approdo a Cala Francese. Si sono aggiunti ai 250 arrivati giovedì con sei imbarcazioni. E anche delle fughe i giallorossi sembrano infischiarsene: ieri circa 40, tutti tunisini, hanno lasciato l'hotspot senza neppure una mascherina. Un fenomeno che non è solo siciliano. Due cittadini africani positivi al Covid-19 e ricoverati nel Policlinico Riuniti di Foggia si sono allontanati all'alba di ieri dall'ospedale facendo perdere le loro tracce. Sono stati recuperati nel pomeriggio e riportati in ospedale. È il terzo caso a Foggia in due giorni. Attualmente, negli ospedali della città pugliese, sono ricoverati in tutto 12 stranieri asintomatici nel reparto di Malattie infettive e due paucisintomatici nel reparto di Pneumologia. I vertici della struttura hanno richiamato il Prefetto affinché disponga misure per garantire il rispetto della quarantena. Ed è ancora irreperibile l'immigrato positivo fuggito mercoledì mattina dal centro di accoglienza di Civitella del Tronto, in provincia di Teramo. Gli investigatori ritengono che sia giù fuori dal territorio regionale, diretto verso nord per cercare di uscire dall'Italia. L'immigrato al suo arrivo aveva dichiarato di essere un bengalese di 23 anni, anche se dai tratti somatici sembrerebbe somalo o eritreo. Sono fuggiti anche i 13 immigrati che erano ospitati in una struttura di Collecarino di Arpino, in Ciociaria. In quattro sono stati rintracciati e riportati nella struttura, mentre per gli altri proseguono le ricerche. Sembra che abbiano usato un percorso preciso che conduce alla stazione ferroviaria di Isola Liri che gli immigrati evidentemente conoscevano, nonostante fossero ad Arpino solo pochi giorni. Erano in quarantena fiduciaria. Altri tre immigrati hanno lasciato la foresteria del Castello di Tricesimo, comune friulano, scavalcando le alte mura. Anche loro erano in quarantena fiduciaria. I carabinieri della compagnia di Udine sono riusciti a rintracciarne due. Li hanno denunciati. Dopo i casi di Udine e Gorizia anche nella struttura di Fernetti, a due passi da Trieste, il personale sanitario ha rilevato il primo caso di un immigrato proveniente dalla rotta balcanica. Altri otto migranti sono risultati positivi a Terni. Sono tutti ospiti del centro d'accoglienza che si trova in via del Leone, nella zona della movida. Sono stati isolati, ma c'è il pericolo di fughe, tanto che la struttura è presidiata 24 ore su 24 dalle forze di polizia. Qualche giorno fa un operatore della struttura era risultato positivo e da quel momento sono cominciati i test. Si tratta di un nigeriano di 32 anni che lavora, oltre che nel centro d'accoglienza, anche in un centro semiresidenziale per pazienti psichiatrici nelle vicinanze di Stroncone. Anche lì sono scattati gli accertamenti sanitari. Bomba al Covid anche nel centro di Civita d'Antino, in provincia dell'Aquila. Quattro i nuovi contagiati. Sono asintomatici e in isolamento insieme ad altri otto che erano già risultati positivi. In tutto nella struttura ci sono 16 immigrati, dei quali 12 con il Covid. Il centro d'accoglienza, nonostante le misure, è diventato un focolaio. Altri due immigrati sono risultati positivi nel centro di Canistro, sempre in provincia dell'Aquila. Anche in Sardegna il rischio è elevato: «Dentro al centro di Monastir succedono cose assurde, malati e non malati si mischiano rischiando di generare focolai che potrebbero colpire anche i poliziotti». L'allarme, l'ennesimo sulla struttura sarda, arriva dal segretario provinciale del Sap di Cagliari, Luca Agati, che ha scritto al questore. «Gli ospiti ogni giorno vagano per il centro, scavalcando sia internamente che verso l'esterno». Ma c'è un particolare che lascia di stucco: «Le disposizioni per gli addetti alla vigilanza», sostiene il sindacalista, «continuano ad essere quelle di non intervenire». Mentre a Brescia, nel centro d'accoglienza di Pampuri, è scoppiata una violenta protesta: una trentina di richiedenti asilo lamenta carenze sanitarie e la presenza di cimici nei letti. Un altro fallimento per il sistema giallorosso dell'accoglienza.
Giorgia Meloni (Getty Images)
Lo ha fatto sapere l’Eliseo e sono i media francesi a precisare che dall’insediamento di Meloni nel 2022 e dal trattato del Quirinale, del 2021, si tratta del primo vertice che disciplina le relazioni bilaterali. «Nove ministri di entrambe le parti» e un «forum economico franco-italiano» nella vicina Le Cannet, nonché a una visita ministeriale alla sede centrale di Thales Alenia Space, azienda franco-italiana, a Cannes.
«I due leader scambieranno inoltre opinioni sulle principali questioni europee e internazionali e discuteranno le modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e quella italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura». Un segnale quello dell’Eliseo, dopo anni di rapporti tiepidi, che lascia intendere un’apertura nei confronti delle politiche del governo Meloni. Ed è Roberta Metsola, in occasione di un’intervista con Bruno Vespa al Forum in Masseria, a sposare subito la proposta di Meloni di proporre una voce unica con Mosca. Mancano pochi giorni al Consiglio europeo, dove si parlerà di questo ma anche dei numeri del prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp), il programma di spesa a lungo termine dell’Ue. Meloni nel suo intervento alle Camere aveva già ribadito che l’Italia non accetterà «un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori».
Adesso anche la Germania esprime insoddisfazione e considera «assolutamente deludente» la proposta presentata dalla presidenza cipriota per il prossimo bilancio pluriennale europeo. Lo ha fatto sapere una fonte diplomatica tedesca: «Non entrerò oggi nei dettagli, ma per noi questo non può assolutamente costituire una base per arrivare a un accordo. La proposta negoziale è inaccessibile dal punto di vista finanziario e non è nemmeno stata riformata nella direzione necessaria. Abbiamo bisogno di tagli significativi al volume complessivo in tutti i settori». Per il governo tedesco, «primo, per ridurre sensibilmente le cifre complessive, il 2% è di gran lunga insufficiente. Secondo, per mantenere la corretta priorità delle politiche che la Commissione ha indicato nella sua proposta presentata un anno fa, la modernizzazione del quadro finanziario pluriennale deve essere realizzata. Non approveremo né un quadro finanziario pluriennale troppo costoso né uno privo di riforme». Berlino si dice disponibile ad arrivare un accordo già nel 2026, in quanto «riteniamo che nel 2027 sia estremamente improbabile arrivare a una conclusione, a causa delle elezioni in molti Stati membri dell’Ue» e quindi, «senza un accordo quest’anno, è poco probabile che nel 2028 possano effettivamente iniziare a essere erogati i fondi».
E c’è da immaginare che Italia e Germania non rimarranno gli unici Paesi membri ad esprimere malcontento su questo tema, a dimostrazione che le politiche europee, anche in questo campo, sono state insoddisfacenti. I socialisti (S&D) definiscono il tutto «preoccupante».
Continuano intanto i bilaterali di Meloni con i leader esteri. Ieri il premier ha ricevuto a Villa Pamphili il presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, nel quadro della sua visita di Stato in Italia. L’incontro, che fa seguito alla missione di Meloni a Seul il 19 gennaio scorso, ha consentito di elevare le relazioni tra Italia e Corea al livello di Partenariato strategico speciale e di adottare un Piano d’Azione 2026-2030 per intensificare la collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa.
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Kaja Kallas (Getty Images)
Berlino e Parigi vorrebbero ridimensionare il servizio diplomatico Ue, Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), 5.000 dipendenti e budget di 1 miliardo d’euro l’anno, ponendolo sotto controllo della Commissione e licenziando la Kallas. Lei ha difeso il suo operato con una mail visionata dalla testata Politico e indirizzata allo staff Seae: «Rimarco quanto valore aggiunto abbiamo dato all’Europa come squadra, specie in un periodo di guerra in Europa». Guerra, quella fra Russia e Ucraina, in cui il fatto che la Kallas sia estone, assai meno disposta verso Mosca che le nazioni occidentali fondatrici dell’Ue, ostacola una trattativa.
Stando a fonti come Euractiv, la rappresentante Esteri, in colloqui a porte chiuse tenuti in Messico fra 20 e 22 maggio, ha paragonato Israele al Sudafrica dell’apartheid per la «politica razzista di Israele verso i palestinesi». Ma la reazione ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 non ha nulla a che fare con un regime legislativo che fino al 1990 segregò i neri sudafricani. Che poi Israele e Sudafrica siano stati in passato vicini, ma per altre ragioni, come sviluppare insieme un programma nucleare, quando anche Pretoria inseguiva la «Bomba», ma a differenza di Tel Aviv vi rinunciò, sfociato nell’esplosione atomica sull’Oceano Indiano del 1979, è tutt’altra faccenda.
Ieri, presenziando a Parigi per la conferenza «Paris Call for the Two-State Solution, Peace and Regional Security», sulla pace israelo-palestinese, ha ribadito che «la soluzione a due Stati è l’unica via». La soluzione a due Stati è anche l’auspicio ufficiale del governo italiano e di altri governi occidentali. Anche le critiche ai coloni ebrei violenti in Cisgiordania, che la Kallas ha annunciato in agenda al vertice di lunedì dei ministri degli Esteri dell’Ue, son legittime. Ma dire che Israele applica un’apartheid è una gaffe fuori luogo. Non solo.
Il 28 maggio, al vertice dei ministri degli Esteri Ue a Limassol, a Cipro, Kallas ha incrinato i rapporti Bruxelles-Washington sostenendo che, a causa dei bombardamenti russi su Kiev, «i diplomatici americani se ne sono andati, quelli europei sono rimasti».
Non era vero, i diplomatici Usa sono rimasti a Kiev. Fonti Ue commentano: «Errori inaccettabili per un capo della politica estera Ue. Se un ministro degli Esteri nazionale dice cose non sagge e non diplomatiche, può essere ripreso dal suo primo ministro. Nel sistema Ue non funziona così. E Kallas parla a nome di 27 Stati membri». Ieri ha cercato di smorzare i toni la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, secondo cui Kallas e Seae avrebbero «l’appoggio della presidente Von der Leyen», ma può essere una cortina per celare dibattiti a porte chiuse.
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Nel riquadro, scene di degrado alla Darsena di Genova (Ansa)
Ciak, si gira! Ieri a Genova è andato in scena il remake del film Notte prima degli esami, il piccolo manifesto generazionale realizzato vent’anni fa dal regista Fausto Brizzi, non a caso consorte della sindaca Silvia Salis.Infatti i membri della Commissione 1 (Affari istituzionali e generali) del Comune, su richiesta dei consiglieri della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua, hanno fatto un sopralluogo nella Darsena genovese, dove tra pescherecci, sommergibili storici, musei e locali per amanti dei frutti di mare, la vera attrazione è diventato lo spaccio di droga.
Ma, in vista dell’«esame» dei commissari, come per magia la zona, in una notte, si è trasformata in un set cinematografico: anziché pusher e sbandati, i consiglieri hanno trovato ordine e pulizia.
Un anno fa la campagna elettorale della Salis era stata gestita, a livello d’immagine, dal marito della prima cittadina. Memorabile l’uso dei droni per raccontare i bagni di folla della candidata nei quartieri cittadini.
Oggi la comunicazione è stata ulteriormente rinforzata con l’ausilio dell’agenzia Jump di Marco Agnoletti, partito tre lustri fa come portavoce dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi.
Una consulenza che la prima cittadina ha rivendicato di pagare di tasca propria.
Fatto sta che i commissari in missione in una delle zone più problematiche della città, ieri, si sono trovati di fronte un molo da cartolina.
E pensare che appena quattro giorni fa, proprio qui, alcuni spacciatori avevano lanciato bottiglie sui turisti che «intralciavano», con la loro presenza, lo smercio di sostanze stupefacenti. Non basta. Nelle stesse ore, a due passi dalle reti dei pescatori, una rapinatrice, per appropriarsi di un cellulare, aveva sferrato un pugno sul volto di una quattordicenne francese in fila con i genitori di fronte a un panificio. Un Far West h24 in una delle zone più turistiche della città.
Ma tre giorni dopo i commissari, anziché risse e pusher, hanno trovato un salottino perfettamente riassettato. Anche la pavimentazione in teak era linda e pinta come quella degli yacht attraccati a Portofino.
Bevilacqua e la Bordilli, dopo la visita, hanno diramato un comunicato di critica al frettoloso maquillage: «Stamattina (ieri per chi legge, ndr), dopo ben un anno di reiterate richieste da parte della Lega, si è finalmente svolto il sopralluogo, seppur non serale, ma almeno diurno, della Commissione consiliare nella zona della Darsena a Genova. Una mattinata che ha visto la partecipazione in massa di residenti e commercianti, infuriati non solo per il degrado cronico, ma anche per l’ennesima “operazione di facciata” messa in atto proprio in concomitanza all’arrivo dei consiglieri». I due consiglieri hanno raccolto le proteste degli abitanti della zona: «Tutti i cittadini hanno denunciato che la situazione che abbiamo trovato questa mattina era completamente diversa rispetto al loro drammatico quotidiano». Ed ecco l’affondo finale: «È vergognoso e inaccettabile che una zona venga resa presentabile solo perché è previsto il sopralluogo delle autorità, per poi essere abbandonata a sé stessa per i restanti 364 giorni dell’anno. La sicurezza e il decoro non possono essere una messinscena a uso e consumo delle telecamere o della politica». Per costringere l’amministrazione a mantenere alta l’attenzione, Bevilacqua e la Bordilli hanno lanciato una proposta che assomiglia a una sfida: «Visto che le cose migliorano solo quando ci muoviamo noi istituzioni, da oggi cambiamo strategia: abbiamo chiesto ufficialmente una commissione-sopralluogo ogni settimana in Darsena. Se questo è l’unico modo per costringere chi di dovere a garantire normalità e sicurezza ai genovesi, allora ci vedranno qui ogni sette giorni. Non arretreremo di un millimetro finché la Darsena non tornerà a essere un quartiere sicuro e decoroso, sempre, e non solo in nostra presenza. Cittadini, residenti, commercianti, pescatori e turisti meritano sicurezza: il Comune lavori per garantire loro e alla città questo diritto».
Nel pomeriggio, dopo che i commissari erano andati via, i consiglieri leghisti hanno ricevuto sui loro cellulari le foto scattate da alcuni abitanti della zona, immagini che testimoniavano come tutto fosse tornato immediatamente alla «normalità»: pusher africani, tossicodipendenti, clochard hanno ripreso il possesso dell’area.
In pochi minuti la città romantica e affascinante di Stregati (con Francesco Nuti e Ornella Muti) e di Genova - Un luogo per ricominciare, film diretto dall’inglese Michael Winterbottom, ha lasciato il posto in cartellone alle atmosfere di Genova a mano armata, poliziottesco anni Settanta. Per questo la sindaca sarà costretta a chiedere al regista del remake di ieri gli straordinari. Perché gli esami, nel capoluogo ligure, non finiscono mai.
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(Ansa)
L’ospitata di Roberto Vannacci da Lilli Gruber ha rinfocolato le stantie polemiche sull’avanzata della cosiddetta destra estrema, eterno spauracchio sventolato dai progressisti che hanno il fascismo come unico argomento. Per costoro, è estrema ogni destra che sia capace di vincere, guadagnare consensi o semplicemente che si sottragga orgogliosamente al loro controllo.
Sull’estremismo, tuttavia, sarebbe il caso di fare una piccola riflessione, esaminando una volta tanto le relazioni che la sinistra apparentemente moderata e istituzionale intrattiene con le frange antagoniste. Le quali, fino a prova contraria, sono le uniche ad aver finora causato in Italia gravi problemi di ordine pubblico, violenza e intolleranza. Sembra proprio che di questi rapporti i progressisti non possano fare a meno, e lo dimostra senza ombra di dubbio quanto sta accadendo in queste ore. A Roma oggi sfilerà un corteo il cui unico scopo è quello di osteggiare altre due manifestazioni non violente e del tutto regolari in programma nella Capitale. Stiamo parlando innanzitutto della Manifestazione per la vita di cui sono portavoce Massimo Gandolfini e Maria Rachele Ruiu, che partirà alle 14.30 da piazza della Repubblica. E poi del corteo organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista. Contro entrambi questi eventi, anzi precisamente contro i Pro vita e i critici dell’immigrazione, è stata messa in piedi una contromanifestazione sponsorizzata da Cgil, Anpi e Arci. A parte le solite realtà come Non una di meno, a sostenere l’iniziativa sono le associazioni di area sorosiana come l’Asgi, poi l’Ong Sea Watch e tanti altri gruppi e gruppuscoli antagonisti tra cui Spin Time, il centro sociale a cui l’ex l’elemosiniere del Papa, monsignor Konrad Krajewski, riattivò le utenze affinché l’edificio occupato potesse continuare a funzionare. Basta osservare i toni che utilizzano questi militanti, o anche solo lo slogan del loro corteo (Fuck remigration), per rendersi conto di quanto siano moderati e disposti al dialogo. Costoro non fanno distinzioni, trattano tutti come fascisti da respingere. Spargono disprezzo contro le famiglie che marciano per la vita e genericamente contro chiunque a destra osi scendere in piazza. Giova ricordare come gli antagonisti romani siano soliti trattare Pro vita: nel migliore dei casi imbrattano la sede, nel peggiore tirano bombe all’interno.
Viene da chiedersi allora: è normale che la Cgil vada a braccetto con questa gente? Che la aizzi a scendere in strada? Che sponsorizzi cortei a cui partecipano anche gli esaltati antifà dei centri sociali? Quanto al campo largo, che se non è organico al sindacato rosso poco ci manca, che rapporti ha con il mondo contestatario? Sulla carta quasi nessuno, ma in realtà ciò che fa da anni è garantire una sorta di appoggio politico esterno o comunque tollerare intemperanze di ogni tipo. Prendiamo lo Spin Time che sarà in piazza a Roma: è costato al Viminale 21 milioni di euro di risarcimento per il mancato sgombero alla società proprietaria dell’immobile, in compenso il Comune di Roma lo ha inserito nel proprio piano casa proprio per evitare lo sgombero forzato e acquistare le mura in modo da garantire la sopravvivenza alla realtà okkupata. Questo perché, alla fine della fiera, gli antagonisti vengono sempre tutelati, protetti.
Un altro caso emblematico è quello di Torino. Abbiamo raccontato con dovizia di particolari le schifezze emerse dalle indagini sul centro sociale Askatasuna, che il sindaco dem Stefano Lo Russo ha evitato a lungo di sgomberare. Alla fine l’inevitabile sgombero è arrivato anche grazie all’assessore regionale Maurizio Marrone, che da allora subisce reiterate e continue minacce. La giunta comunale, in occasione del primo maggio, ha addirittura cercato di trattare con le autorità di polizia affinché fosse concesso ai gestori del centro sociale di organizzare una grigliata negli spazi che un tempo occupavano, e che hanno cercato proprio quel giorno di riconquistare scontrandosi con la polizia. In vista delle prossime elezioni, gli antagonisti hanno iniziato a mandare al Pd messaggi piuttosto chiari. Non si può dire che i dem li amino, piuttosto forse li temono e in qualche modo sono costretti a starli a sentire. E loro si fanno sentire eccome. Due giorni fa hanno pubblicato sui social della loro area un testo minaccioso rivolto a Lo Russo. «Da 6 mesi una porzione di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav», vi si legge. «Anche se è chiaro che questo dipenda poco dal Comune, e sia da ascrivere alla volontà del governo disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito, non sembra un problema su cui pronunciarsi apertamente nell’ufficio del primo cittadino. Anzi si fanno passerelle insieme al prefetto, emanazione diretta del governo ricordiamo, in via Balbo e in Vanchiglia. Si smonta una casetta di legno che il comitato di quartiere usa per le proprie iniziative ora che uno dei pochi posti disponibili è chiuso e militarizzato. Questo su ordine della Prefettura, nonostante le procedure burocratiche comunali in corso, mandando i vigili nottetempo a fare il lavoro sporco. Quale sia l’utilità politica del Pd di inseguire la destra cittadina e di governo in queste “avventure” ci rimane oscuro. Da parte nostra diciamo che l’unica sicurezza è quella che si può costruire lottando insieme e dal basso, per una città diversa e che non sia al servizio della finanza e dei banchieri, o di padroni e padroncini che vorrebbero trasformare Torino in una grande fabbrica di armi». Beh, l’appello è piuttosto chiaro no? Gli amici del Pd devono mollare le politiche securitarie e ricominciare a favorire il centro sociale, opponendosi alla volontà del governo fascista. Intendiamoci: il pizzino non stupisce. Gli attivisti rossi fanno così da tempo: stanno buoni se il Comune li appoggia, cercano di intimidire se vengono trascurati.
Anche Askatasuna ovviamente ha fatto promozione per la contromanifestazione liberticida di Roma. E anche il Pd ha fornito qualche appoggio, chiedendo a gran voce che il corteo per la remigrazione fosse cancellato. Come vedete, estremisti e sinistra istituzionale vogliono sembrare distanti, ma usano metodi diversi per ottenere obiettivi spesso analoghi. Facciano pure. Ma se evitassero di frignare per il presunto estremismo altrui apparirebbero meno ridicoli.
In piazza anche la Manifestazione per la vita
Oggi si tiene a Roma la sedicesima edizione della Manifestazione nazionale per la vita, la cui importanza storica, etica e politica diviene lampante se la inseriamo nel contesto di crisi della natalità e della famiglia, in cui siamo immersi ormai da decenni. Secondo statistiche Istat già note, nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355.000, 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, raggiungendo il «minimo storico», mentre solo nel 2023 i neonati erano quasi 380.000. Nel 2026 si prevede un nuovo calo. È innegabile che quel complesso di idee e tendenze che Giovanni Paolo II fulminò come «cultura della morte» (Evangelium vitae, 12), gioca un ruolo formidabile nel relativizzare la dignità, il valore e la sacralità di ogni vita umana, che sia all’inizio o alla fine dell’esistenza.
Il Pontefice polacco già 30 anni fa parlava di un «nuovo ordine mondiale» in cui certe pratiche aberranti, come l’aborto (spesso a cuore battente), il suicidio assistito e l’eutanasia, da «delitti» tendessero ad assumere il valore di «nuovi diritti» dei cittadini. Con il beneplacito dell’Ue che presenta queste ed altre prassi come «conquiste storiche» che i presunti «Stati di diritto» dovrebbero iscrivere nella propria Costituzione.
Contro tutto questo e per la promozione della vita umana «dal concepimento alla morte naturale» è nata nel 2011, a Desenzano sul Garda, la Marcia per la vita che in seguito assumerà il nome di Manifestazione nazionale per la vita e che percorrerà ancora le vie dell’Urbe. «Noi ci alziamo e marciamo per coloro che non hanno voce»: questo lo slogan della Manifestazione che ricorda in qualche modo le mille battaglie per i «diritti civili» delle minoranze, condotte da figure come il mahatma Gandhi che del resto considerava l’aborto un crimine «chiaro come la luce del sole». Ed è triste che ancora nel XXI secolo esistano delle categorie di cittadini poco visibili, in primis proprio i nascituri ma gli anche anziani soli e debilitati, che vengono di fatto esclusi dal consesso sociale, potendo legalmente essere «discriminati» da altri.
Il manifesto dei pro life fa notare che ogni «civiltà orientata al futuro e al progresso» ha a cuore «i diritti umani» il primo dei quali non può che essere «il diritto alla vita» a prescindere da qualunque altra condizione (di sviluppo, di salute, di ricchezza, di «utilità» sociale).
Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14.30 e come al solito sarà pieno di bambini e di allegria perché chi marcia per la vita sa di lottare per la «tutela della maternità» e «dell’infanzia», promuovendo un futuro in cui «tutti i diritti umani» si realizzeranno all’interno di «una civiltà della verità e dell’amore» . La manifestazione si concluderà a San Giovanni, davanti alla basilica madre della cristianità, con il concerto della rock band The Sun, preceduto da varie testimonianze di personalità di spicco della galassia pro life.
Parlerà dal palco mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e coraggioso promotore delle «Campane per la vita» che nella sua diocesi ogni sera hanno dei rintocchi «a tema» rammentando a tutti noi che c’è un essere umano, invisibile a occhio nudo, che ha la nostra stessa dignità e vocazione: il nascituro. Poi si esprimerà la giovane attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, che da tempo si impegna per la promozione della vita e della famiglia, soprattutto da quando, nel 2023, si è ufficialmente convertita al cattolicesimo ed è venuta a vivere in Italia. Una testimonianza toccante sarà quella di Stefano e Giovanna Mariani, genitori di Arturo Mariani, atleta paralimpico italiano, ed altresì scrittore di successo.
In faccia ai politici spagnoli - che vorrebbero iscrivere l’aborto nella Costituzione seguendo Macron - papa Leone ha dichiarato che «la difesa della vita» non è una questione di «interesse particolare né confessionale» ma è una «meta di civiltà». La vita umana infatti dev’essere riconosciuta e custodita «dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»
Ogni concepito, dicono i pro life, è «uno di noi». Ma è anche vero che tutti noi, vivi e vegeti, siamo stati a nostra volta «uno di loro». Solo nell’accoglienza della vita umana innocente e preziosa, anche per ragioni culturali e demografiche, troveremo «le risorse dell’intelligenza e del cuore» per rinnovare la società «verso mete di giustizia e di bene».
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