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2026-03-13
Base italiana a Erbil colpita da un drone. Il governo fa ritirare l’intero contingente
Camp Singara, la base italiana dove comincia l'addestramento dei peshmerga nel Kurdistan iracheno a Erbil (Ansa)
Nessun ferito a Camp Singara, in Iraq. Crosetto: «Attacco deliberato». L'avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare alla Link Campus University: «Ci sono gli estremi per la difesa Nato».
Nella notte tra l’11 e il 12 marzo un drone ha colpito la base militare italiana all’interno dell’aeroporto internazionale di Erbil, nel Kurdistan iracheno, in una fase di tensione sempre più crescente tra Iran, Stati Uniti e Israele. L’attacco, rivendicato da milizie sciite irachene filoiraniane, non ha provocato vittime, ma ha riaperto interrogativi militari, giuridici e politici.
La base colpita, Camp Singara, ospita da oltre quattordici anni il dispositivo italiano dell’Operazione Prima Parthica, impegnato nell’addestramento delle forze curde peshmerga nei campi di Benaslawa, Atrush e Sulaymaniyah. Alla missione contribuisce anche l’Airmobile Task Group «Griffon», che utilizza elicotteri NH90 per il trasporto tra le basi del nord dell’Iraq. L’operazione si estende inoltre a Baghdad, dove i carabinieri addestrano la polizia irachena, e in Kuwait nella base di Ali Al Salem Air Base. Nella stessa notte droni hanno colpito anche una base della coalizione a Erbil con militari americani e britannici, causando alcuni feriti statunitensi non gravi.
Il fatto che il bersaglio sia un complesso militare della coalizione internazionale - con presenza italiana e installazioni statunitensi - riporta al centro il tema di una possibile reazione dell’Alleanza Atlantica. In teoria, se l’episodio venisse qualificato come attacco contro forze di uno Stato membro, potrebbe aprirsi una discussione sull’Articolo 5 del Trattato Nato, la clausola di difesa collettiva che considera un’aggressione contro un alleato come un attacco contro tutti. La procedura non è automatica e richiede una decisione politica dei Paesi membri, ma l’episodio riaccende il dibattito su una possibile risposta coordinata degli alleati. Un rischio che il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva evocato parlando nei giorni scorsi del pericolo di «trovarsi sull’orlo di un abisso».
L’impatto è avvenuto intorno alle 00.40 ora locale, dopo che le forze della coalizione avevano attivato l’allarme di minaccia aerea. Il personale italiano aveva già raggiunto i bunker secondo le procedure di sicurezza. «Il drone ha provocato danni a infrastrutture e materiali, ma non ci sono stati feriti», ha spiegato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente della missione Operazione Prima Parthica, assicurando che «il morale resta alto e la sicurezza del personale rimane la priorità».
In linea teorica un’azione di questo tipo potrebbe configurare reati perseguibili anche dalla giurisdizione italiana. Entrano infatti in gioco l’articolo 280 del codice penale, sull’attentato con finalità terroristiche, e l’articolo 285 relativo al delitto di strage, applicabili anche a fatti avvenuti all’estero grazie all’articolo 7 del codice penale quando vengono colpiti interessi dello Stato italiano.
Il nodo più delicato riguarda la natura giuridica della base. Una base militare all’estero non è formalmente territorio italiano, poiché la presenza del contingente avviene con il consenso dello Stato ospitante ed è regolata da un accordo sullo status delle forze, il cosiddetto Sofa (Status of Forces Agreement). Tuttavia, se la struttura viene considerata un presidio funzionale dello Stato italiano, l’attacco assume un peso ancora maggiore perché ha messo direttamente a rischio personale delle Forze armate impegnato in missione.
«La dottrina militare non è chiara sull’applicazione dell’articolo 5 Nato», osserva l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare alla Link Campus University. «Tuttavia anche non essendo avvenuto il fatto in area Nato sussistono gli estremi dell’articolo 4 Nato, ovvero della legittima difesa del nostro Paese ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
L’attacco di Erbil arriva dopo altri episodi che negli ultimi anni hanno coinvolto basi con presenza italiana nella regione. Nei giorni precedenti erano stati segnalati attacchi anche contro la base di Ali Al Salem Air Base in Kuwait, mentre quella della missione Unifil nel sud del Libano resta da tempo esposta alle tensioni tra Hezbollah e l’Israel Defense Forces. Nel 2024 due razzi colpirono la base di Shama ferendo lievemente quattro militari italiani della brigata Sassari. Episodi più gravi si erano verificati in passato: nel 2012 un attacco di mortaio in Afghanistan costò la vita al sergente maggiore Michele Silvestri. Il precedente più drammatico resta però la strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, quando un attentato contro la base dei carabinieri provocò la morte di 19 italiani. Da allora quella data è ricordata ogni anno come giornata dedicata ai caduti nelle missioni internazionali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che il contingente era stato avvisato della minaccia e aveva attivato le procedure di sicurezza. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime né feriti», ha dichiarato, spiegando di essere «costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi». Nella base sono presenti 141 militari italiani, già ridotti nelle settimane precedenti: «Abbiamo fatto rientrare 102 persone e ne abbiamo trasferite alcune in Giordania», ha aggiunto. Ora, il governo ha deciso di ritirare tutto il contingente, dopo ore di consultazioni a Roma che hanno coinvolto anche la leader del Pd, Elly Schlein.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che «sono in corso verifiche per individuare i responsabili» e ha assicurato che il governo è pronto «ad adottare ogni misura necessaria per garantire la sicurezza del personale», ribadendo l’impegno per la de-escalation. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «vicinanza ai nostri militari rimasti illesi». Dal Parlamento è arrivata una solidarietà bipartisan, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha parlato di «ferma condanna per l’attacco».
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La famiglia Trevallion (Ansa)
Marina Terragni si è recata alla casa-famiglia di Vasto per incontrare i piccoli Trevallion. Malgrado l’appuntamento, Veruska D’Angelo non si è presentata. Non si capisce perché, visti i grandi risultati ottenuti: ora i bambini si rimbambiscono con cartoni e smartphone.
Chissà se le istituzioni abruzzesi possono ritenersi soddisfatte: i bambini della (fu) famiglia nel bosco sono separati dalla mamma, che forse più avanti potranno incontrare ma che intanto è lontana. In compenso però guardano i cartoni animati e hanno scoperto quanto possa essere affascinante uno smartphone. Speriamo che al più presto li dotino di un tablet, così finalmente potranno rincoglionirsi come tutti i bambini normali.
Per ora sembrano essere questi i grandi risultati del trattamento che il tribunale dei minori dell’Aquila ha riservato ai tre piccoli Trevallion. A cui va aggiunto il fatto che i piccini sono evidentemente iperattivi, provati dalla situazione che li hanno costretti a vivere. Ieri il Garante dell’infanzia Marina Terragni ha potuto incontrarli nella casa protetta di Vasto da cui una settimana fa è stata allontanata mamma Catherine. Ha giocato con loro, anche se non è facilissimo avvicinarli: sono diffidenti, e chi non lo sarebbe nei loro panni? Certo, sarebbe stato decisamente meglio se avesse potuto vederli assieme a un esperto, un professionista come Vittorino Andreoli ad esempio, ma il tribunale, incredibilmente, non lo ha permesso. Del resto ieri in molti hanno disertato l’appuntamento. Curiosamente, non era presente Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che ha messo in moto tutta la macchina. La signora pare che avesse un appuntamento, però non si è presentata. Davvero singolare: il Garante nazionale dell’infanzia si presenta e l’assistente sociale non si fa trovare?
Del resto sembra che a Vasto siano tutti terrorizzati dai giornalisti. Insistono solo su questo, sulla presunta invadenza della stampa. La D’Angelo giorni fa si è rannicchiata coperta da un cappuccio nella Bmw del marito per sfuggire alle telecamere. I responsabili della struttura di accoglienza scambiano cordialità con i cronisti presenti da settimane sul posto ma poi lamentano la troppa esposizione. E dire che in quella casa è stata perfino fatta entrare una troupe della Rai, e tutti i protagonisti della vicenda non hanno lesinato interviste. I gestori della struttura, in ogni caso, ieri sono apparsi concilianti, forse per non fare brutta figura con l’autorità minorile. Bravi, ma potevano pensarci prima di frignare per i comportamenti nervosi della mamma a cui hanno levato i cuccioli.
Con i giornalisti, Marina Terragni ha cercato di calmare gli animi. «Mi auguro che questa storia possa risolversi velocemente, con il minor danno possibile per i piccoli. Vengo qui come se fossi una bambina che rappresenta l’interesse dei bambini», ha detto prima di entrare nella struttura. «Non voglio assolutamente dare la croce agli assistenti sociali, ma sicuramente esiste un problema di formazione. Si ritrovano spesso a che fare con situazioni molto delicate senza avere gli strumenti adeguati. In questo caso c’era anche un gap linguistico e culturale che potrebbe aver complicato la vicenda. Quando lo Stato, rappresentato da un’assistente sociale, si avvicina a una famiglia deve adattarsi, ci dev’essere competenza per capire. Se si crea tra loro una difficoltà insuperabile, magari si prova a cambiare l’assistente sociale. Come usciranno i bimbi quando usciranno da qui? Traumatizzati, ma non lo dico io, lo dicono i luminari della psichiatria di questo Paese».
Solo che a quei luminari non è stato concesso di accompagnarla in visita a Vasto. Chissà come mai. «Nel mio mondo ideale», ha continuato Terragni, «lo Stato prende in carico l’intero nucleo, tutte le volte che è possibile, gli dà non un antagonista ma una specie di familiare, di amico, che segue la famiglia ed entra a far parte del loro menage correggendo la rotta dove va fatto».
Al termine della visita, il Garante di fatto ha confermato il suo precedente parere. «Bisogna che ci mettiamo tutti con il massimo impegno per vedere di risolvere una situazione che continua a sembrare, confermo l’impressione, sproporzionata nel suo esito rispetto alle ragioni iniziali», ha detto. «Sono entrata qui e già da tempo avevo la sensazione che il difetto stia nel manico di questa vicenda, cioè che probabilmente non ha funzionato qualcosa proprio nei primissimi mesi in cui l’assistente sociale ha preso in carico questa famiglia. Lì le cose si sono messe in un modo storto e non si sono più raddrizzate. Avrei voluto parlare con l’assistente sociale, purtroppo qui non è venuta, avevamo un appuntamento telefonico, però poi mi ha detto che non poteva parlarmi».
Dopo mamma Catherine, sembra proprio che anche l’assistente sociale si sia allontanata dalla casa. Ma solo per un giorno, e di sua volontà, senza provvedimenti del tribunale.
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(Imagoeconomica)
Dicono che la riforma della giustizia del governo Meloni serva alla Casta per garantirsi l’impunità. Niente di più falso.
Se si scorre l’elenco delle persone innocenti finite in carcere, e che con un’Alta corte disciplinare introdotta dalla legge Nordio ci si augura si assottigli, si scopre che gli arrestati ingiustamente non sono né politici né ricchi, ma persone semplici. Beniamino Zuncheddu, in galera per 33 anni prima di essere assolto, faceva il pastore. Giuseppe Gullotta, 22 anni in prigione, era un muratore. Come Angelo Massaro, 21 anni al gabbio.
Domenico Morrone, 15 anni in galera, faceva il pescatore. Daniele Barillà, 7 anni e mezzo di detenzione, era un piccolo imprenditore. Saverio De Sario, per tre anni privato della libertà, faceva l’autotrasportatore, mentre Giuseppe Lastella, che ha scontato una pena di 11 anni prima di essere ritenuto innocente, aveva un autosalone. Poi c’è Giuseppe Giuliana, 9 anni di calvario di penitenziario in penitenziario, bracciante agricolo. Potrei continuare, perché la lista è lunga. Dal 1991 sono stati più di 33.000 gli errori giudiziari e fra loro i politici o i ricchi sono una minoranza. La maggioranza, al contrario, è gente comune, spesso povera gente, che non ha neppure la possibilità di pagare un avvocato di grido o anche solo uno che si prenda a cuore la questione. Perché quasi sempre non serve un principe del foro per smontare le accuse, basterebbero un bravo pm e un giudice scrupoloso, che si leggessero le carte e che verificassero prove e testimonianze.
Nel caso di Beniamino Zuncheddu il solo accusatore era un altro pastore che aveva visto l’assassino, descrivendolo in un primo momento come alto e con il volto travisato con una calza da donna. Ma poi un investigatore lo convinse che l’uomo era basso, a viso scoperto e somigliava proprio a Zuncheddu, così nonostante sette persone avessero giurato che stava con loro in un altro posto, il povero pastore fu condannato. Forse qualche magistrato di quelli che si occuparono del suo caso è stato accusato di negligenza? No, hanno fatto tutti una tranquilla carriera. Loro promossi, per merito o anzianità; Zuncheddu in galera a consumare, da innocente, la sua vita.
È qui il nocciolo della questione: se il Csm è la cassa di compensazione per carriere e sanzioni, con una spartizione fra correnti, è ovvio che il magistrato responsabile di un errore, di una mancata scarcerazione o di aver ignorato prove o testimonianze a discarico dell’accusato, non pagherà mai. La lottizzazione non premia il merito, ma l’amico, il compagno di cordata. E così è stato ed è.
Molti anni fa gli italiani votarono in massa per la responsabilità civile dei magistrati, cioè per far pagare a chi indossa la toga l’errore compiuto. Beh, a fronte di 33.000 orrori giudiziari e di un risarcimento che nell’ultimo trentennio è costato alle casse dello Stato 1,2 miliardi di lire, sapete quanti sono i magistrati chiamati a rispondere del proprio operato mettendo mano al portafogli? Uno. Sì avete letto bene. Uno solo ha pagato, gli altri sono rimasti impuniti anche dal punto di vista del loro patrimonio.
Quando si entra nei tribunali si legge una scritta che vale per tutti, medici, giornalisti, ingegneri, politici e gente comune: tutti gli italiani sono uguali davanti alla legge. E allora perché il magistrato che sbaglia è più uguale degli altri?
Se io sbaglio un articolo e diffamo qualcuno ne rispondo penalmente e civilmente, anche se il mio è un reato colposo e non doloso. E allora perché chi indossa la toga resta impunito?
Dicono poi che la separazione delle carriere serva a punire i magistrati. Una balla: serve a sanzionare chi sbaglia e a restituire indipendenza, autonomia (dalle correnti) e autorevolezza alla maggior parte di pm e giudici che fanno diligentemente il loro lavoro.
Dicono anche che questa è la riforma di Gelli e di Berlusconi. Menzogne: questa è la legge che avrebbe voluto Indro Montanelli, che del Cavaliere dopo la sua discesa in campo non era certo amico. Il video integrale lo trovate online, qui io riporto l’essenziale: «Sono convinto che la magistratura debba essere indipendente, però chiedo ed esigo che abbia un autogoverno di controllo e soprattutto risponda dei suoi gesti. Oggi noi abbiamo una magistratura che non risponde a nessuno dei suoi errori, spesso catastrofici. Mai un magistrato ha pagato per questo. Io voglio che i magistrati paghino». Sono passati più di quarant’anni da quando pronunciò queste parole. Forse il 22 e 23 marzo è la volta buona per riuscire a metterle in pratica.
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