I resti della cabina della funivia del Cermis dopo l'incidente del 9 marzo 1976 (Ansa)
Il 9 marzo 1976 una cabina si schiantò per la rottura della fune portante causando 42 vittime ed una sola superstite. L'incidente fu causato da negligenza e imperizia degli addetti. È ancora oggi il disastro funiviario più grave del mondo.
Iniziava a fare buio quel martedì 9 marzo 1976 sulle piste da sci dell’alpe Cermis di Cavalese e la funivia che collegava la località sciistica trentina si preparava alla penultima corsa della giornata. C’era coda per il rientro tra i tanti sciatori di quel giorno di fine inverno, per la mancanza di neve sulla pista di rientro. La cabina, caricata oltre la capienza, si mosse dai 2.000 metri dell’alpe Cermis per raggiungere senza intoppi la stazione intermedia di Doss dei Laresi. Dopo il trasbordo, la cabina che percorreva l’ultimo tratto fino al paese si riempì nuovamente oltre il limite, con 43 persone a bordo al posto delle 41 previste. Alle 17:20, la tragedia. Poco sopra la stazione di valle, appena superato l’ultimo pilone, i testimoni videro la vettura rossa arrestarsi di colpo. Poi, circa un minuto dopo, riprendere la corsa lentamente per qualche secondo ed improvvisamente impennarsi e scivolare all’indietro, accompagnata da un forte boato, per schiantarsi dopo un volo di oltre 100 metri nel vuoto su una radura in località Salanzada. Per i primi soccorritori la scena fu terrificante. Sei corpi sbalzati sul terreno, gli altri aggrovigliati nelle lamiere contorte della cabina, schiacciata dalla caduta e dal pesante carrello. Tra le vittime bambini e adolescenti in settimana bianca, italiani e stranieri, molti dei quali morti dopo l’agonia. Un giovane passeggero, il 19enne bergamasco Daniele Rota, respira ancora e viene caricato su un elicottero, ma arriverà all’ospedale di Trento senza vita. Si salva solo la 14enne Alessandra Piovesana, milanese studentessa del liceo Carducci, in vacanza con la classe. I corpi delle vittime l’avevano protetta e nonostante le gravi fratture a gambe e bacino, sopravviverà. Il bilancio di 42 morti segnò un tragico record, ancora oggi imbattuto: quello della sciagura con più vittime nella storia mondiale degli incidenti sugli impianti a fune. Altri due compagni di Alessandra non sopravvissero, Francesca Alano e Giovanni Diamanti Lelli, con lei nella cabina precipitata. Tra le vittime straniere, 21 tedeschi, 7 austriaci e un francese. Gli italiani morti furono 11, tra cui un’intera famiglia di Venezia.
Lo choc fu fortissimo in tutta Italia. Le cause della tragedia, tutt’altro che chiare. La caduta della cabina era avvenuta a causa della rottura della fune portante (la più robusta delle due presenti) ma il motivo risultava incomprensibile, mentre i tecnici si interrogavano in cerca della verità. Addirittura i media austriaci e tedeschi parlarono di guasti, difetti di manutenzione e persino di un attentato (per una presunta esplosione, rivelatasi in seguito dovuta al colpo causato dalla improvvisa rottura della portante). L'impianto tuttavia era relativamente nuovo, all'epoca aveva solamente 10 anni di esercizio alle spalle e le manutenzioni erano state eseguite regolarmente. La verità emerse nei mesi successivi, grazie al lavoro degli inquirenti e alle confessioni del manovratore di stazione, Carlo Schweizer. La causa dell’incidente fu tutta umana e mise in luce una gravissima negligenza nell’esercizio della funivia. Quel pomeriggio di 50 anni fa, gli addetti all’impianto avevano fretta di smaltire la lunga coda che andava formandosi a fine servizio. Oltre ad aver caricato due passeggeri in più del consentito, fecero scendere la cabina alla massima velocità di 10 m/secondo, disattivando il sistema automatico di rallentamento in prossimità dei piloni. La velocità sostenuta e le oscillazioni dei due cavi in prossimità dei sostegni generarono l’accavallamento della fune traente su quella portante, che fece scattare il dispositivo di arresto automatico dell’impianto come previsto in questi casi. Il dolo avvenne per una sciagurata volontà di far ripartire la funivia in tempi rapidi da parte dei due capiservizio Renato Chisté e Aldo Gianmoena, del tecnico responsabile Arturo Tanesini e dello stesso Schweizer, esecutore materiale della manovra che causò la caduta della cabina. Per mezzo di una chiave (che normalmente avrebbe dovuto essere sigillata ma che veniva usata ugualmente), l’addetto disinnescò il sistema di emergenza entrato in funzione per l’accavallamento delle funi e fece ripartire la cabina verso valle. Pochi istanti dopo la traente, per il forte attrito, tranciò la robusta portante con il cosiddetto «effetto sega», lasciando precipitare la cabina nell’abisso.
Il 17 dicembre 1976 Alessandra Piovesana, ancora con le stampelle, compariva in tribunale a Trento per deporre la sua testimonianza. Il racconto coincideva con quanto i periti sospettavano: l’impianto era ripartito dopo il disinserimento del sistema di sicurezza. Le colpe erano accertate, le pene furono alla fine lievi (3 anni e mezzo a tutti gli imputati ed emerse che Schweizer era sprovvisto del patentino di idoneità).
Ma la pace per la funivia del Cermis finirà ancora bruscamente 22 anni dopo la tragedia del 1976. Praticamente nello stesso tratto del primo incidente, un’altra cabina in discesa precipitò poco prima dell’arrivo a Cavalese. Il 3 febbraio 1998 fu un caccia americano a tranciare le funi dell’impianto, causando altri 20 morti.
Ed il 23 maggio 2021, su un impianto simile a quello del Cermis, un altra terribile sciagura. Sulla funivia Stresa-Alpino-Mottarone, a causa della rottura questa volta del cavo traente con l'atto doloso da parte del personale addetto di avere disattivato il freno di emergenza sulla portante, perirono 14 persone. Anche in questo caso, ci fu un solo superstite: il piccolo Eitan Biran. Proprio come accadde ad Alessandra Piovesana mezzo secolo fa.
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Maurizio Belpietro interviene a proposito dell'allarmante vicenda dei Trevallion: «È un sequestro di minori ad opera di uno Stato etico che agisce con la complicità di giustizia minorile e assistenti sociali».
«Si deve votare Sì per dare più diritti ai cittadini e più libertà ai magistrati dai vincoli delle correnti. Con il sorteggio si andrà avanti per merito e non per appartenenza correntizia. Questa è una riforma attesa da 30 anni». Lo dichiara il professor Nicolò Zanon, presidente del «Comitato Sì Riforma», nel corso del forum Ansa.
«Il 99% delle richieste di intercettazioni viene accettato dal GIP, così come la richiesta di proroga delle indagini: c’è un sostanziale appiattimento e il giudice finisce per condividere una cultura di scopo». È quanto afferma, sempre nel corso del forum Ansa Francesco Petrelli, presidente del «Comitato Camere Penali per il Sì».
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2026-03-09
Peter Thiel, il tecno-filosofo tra aziende e politica che ha lanciato Zuckerberg e Vance
Peter Thiel (Getty Images)
- Si arricchisce grazie a PayPal, che inventa insieme a Musk. Ma la sua ambizione è dotare il potere dell’arma più efficace: l’analisi dei dati. È quello che fa dal 2003 con Palantir, gigante che oggi vale 300 miliardi di dollari.
- Per lui l’uguaglianza politica è incompatibile con la libertà e con l’innovazione. La mediazione produce soluzioni inefficaci.
- Dalle comunità «galleggianti» in acque internazionali al patto tra cittadini online. Obiettivo: superare lo Stato.
Lo speciale contiene tre articoli.
Nel racconto tra l’artefatto e l’ingenuo che dei campioni della Silicon Valley si fa usualmente, si tende a distinguere due tipi di imprenditori.
Da una parte, i fondatori visionari che, partendo dal mitico garage di papà dentista e madre insegnante, generano la startup del secolo e diventano miliardari. Dall’altra gli investitori, dotati di portafoglio gonfio, fiuto canino e denti aguzzi, che finanziano i progetti degli altri.
Adattandosi al cliché, in assenza di eroi veri, Peter Thiel appartiene a entrambe le categorie, ed è questo che lo rende una figura particolare nel panorama tecnologico americano. La sua traiettoria parte dalla tecnologia applicata alla finanza e arriva alla sorveglianza, passando per il venture capital e la politica. È un percorso unico nel quale si snodano tecnologia, finanza e sicurezza. La sua figura ha molti punti di contatto con l’altro personaggio trasversale di cui abbiamo già parlato in questa serie, Alex Karp. Come quest’ultimo, anche Thiel ha molto a che fare con la Germania e la filosofia.
Tanto per cominciare, Thiel nasce proprio in Germania nel 1967, a Francoforte, sempre quella, la patria dei filosofi della teoria critica. I suoi genitori sono tedeschi, il padre era un ingegnere chimico nel settore minerario che a un certo punto, per lavoro, trascina con sé la famiglia prima in Sudafrica, poi in Namibia e infine negli Stati Uniti. Qui le assonanze evidenti sono con l’altro geniaccio, Elon Musk, anch’egli figlio d’ingegnere e anch’egli catapultato in Sudafrica e poi negli Usa.
Il giovine Peter cresce in California e studia a Stanford, dove si laurea prima in filosofia e poi in legge. Già negli anni universitari emerge un tratto che resterà costante nella sua carriera, cioè l’avversione per quel conformismo intellettuale della Silicon Valley che già abbiamo trovato in Alex Karp. Nel 1987 fonda addirittura la Stanford Review, una rivista studentesca conservatrice nata con l’obiettivo dichiarato di contestare il politicamente corretto che, a suo giudizio, stava diventando dominante nelle università americane. Parecchio in anticipo sui tempi, gli va riconosciuto.
La svolta imprenditoriale arriva alla fine degli anni Novanta con Confinity, fondata insieme a Max Levchin e poi fusa con la startup di Elon Musk, X.com. Le due startup diventano assieme la mitica PayPal, la cui idea è semplice ma per l’epoca certamente nuova. Si trattava di creare un sistema di pagamenti digitali indipendente dalle infrastrutture bancarie tradizionali. PayPal diventa rapidamente uno dei servizi più utilizzati per le transazioni online e nel 2002 viene acquistata da eBay per 1,5 miliardi di dollari. Da quell’esperienza nasce quella che la rivista Fortune battezzerà qualche anno dopo la «PayPal Mafia», cioè un gruppo di imprenditori e investitori – tra cui il nostro Peter, Elon Musk, Reid Hoffman, Steve Chen ed altri – che continueranno a influenzare la Silicon Valley per decenni.
Dopo la vendita di PayPal, Thiel ha le tasche traboccanti d’oro e si trasforma in investitore. Nel 2004 diventa il primo finanziatore esterno di Facebook, acquistando una quota della startup di Mark Zuckerberg per 500.000 dollari. L’investimento si rivelerà uno dei più redditizi della storia del venture capital. Attraverso il fondo Founders Fund, Thiel partecipa negli anni successivi alla nascita di decine di aziende tecnologiche, costruendo una rete di influenza che si estende ben oltre le imprese da lui fondate direttamente.
Il progetto più ambizioso di Thiel nasce nel 2003 con la creazione di Palantir Technologies. Il nome dell’azienda viene dal mondo fantastico di John Ronald Reuel Tolkien (che, per inciso, è nato in Sudafrica) e ricorda i «palantír», le pietre veggenti che permettono di osservare eventi lontani. Nome studiatamente azzeccato, visto che l’azienda sviluppa software in grado di analizzare enormi quantità di dati e individuare connessioni invisibili agli occhi umani. O meglio, relazioni oltre il tempo e lo spazio. In Palantir, Thiel coinvolge Alex Karp, l’altro umanista della compagnia, conosciuto a Stanford.
Con Palantir, Thiel e Karp portano la logica delle startup tecnologiche dentro il mondo dell’intelligence. Il software dell’azienda consente di incrociare basi di dati diverse (finanziarie, telefoniche, logistiche) per individuare schemi e relazioni. L’idea è che la sicurezza contemporanea non dipenda più soltanto da armi o eserciti, ma dalla capacità di analizzare grandi quantità di informazioni. Un po’ è sempre stato così, essendo l’informazione l’arma più preziosa in mano al potere. Negli anni successivi Palantir estende i propri servizi anche a banche, compagnie assicurative e grandi aziende industriali.
Il valore di mercato della società ha superato i 300 miliardi di dollari, trasformando Palantir in uno dei protagonisti del settore dei big data e dell’intelligenza artificiale applicata alla sicurezza. Mentre molte società tecnologiche hanno cercato di prendere le distanze dal settore della difesa, Thiel ha invece sostenuto apertamente la necessità di una collaborazione più stretta tra industria tecnologica e governo.
Parallelamente alle attività imprenditoriali, Thiel ha costruito un ruolo sempre più influente nel dibattito politico americano. Nel 2016 è stato uno dei pochissimi grandi investitori della Silicon Valley a sostenere apertamente la candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca. Negli anni successivi ha finanziato diversi candidati repubblicani e ha contribuito alla carriera politica di J.D. Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti.
Questa combinazione di imprenditoria tecnologica, investimento finanziario e influenza politica rende Thiel una figura difficile da classificare. Non è soltanto un fondatore di aziende, né semplicemente un venture capitalist.
Accanto alle attività economiche, Thiel ha coltivato anche una dimensione intellettuale. Nei suoi saggi e interventi pubblici ha riflettuto sul rapporto tra progresso tecnologico e organizzazione politica. In un saggio del 2015 (Exotericism and the Untroubled Race for the Future) sostiene che la crescita della conoscenza scientifica ha prodotto una specializzazione sempre più estrema degli esperti, rendendo difficile per gli individui comprendere l’insieme del progresso tecnologico e le sue implicazioni sociali.
Per questo motivo, secondo Thiel, le trasformazioni prodotte dalla tecnologia non possono essere comprese soltanto in termini economici. Esse ridisegnano anche gli equilibri di potere tra istituzioni, imprese e individui. Difficile dargli torto e, in questo senso, la storia imprenditoriale di Thiel racconta qualcosa di più della semplice ascesa di un miliardario. Racconta la trasformazione del capitalismo, che diventa sempre più concentrato e irraggiungibile, forgiando rapporti sociali ed assommando in sé un potere che va oltre la politica classicamente intesa, quella della rappresentanza democratica, per sfociare nel più puro dei governi oligarchici.
Tre giorni di lezioni blindatissime a Roma. All’Angelicum parlerà dell’Anticristo
Dietro la storia imprenditoriale di Peter Thiel esiste una architettura teorica piuttosto strutturata. Thiel è autore di saggi e interventi pubblici in cui riflette sul rapporto tra tecnologia, potere e istituzioni politiche. In questi testi emerge una critica radicale alla democrazia liberale contemporanea, giudicata incapace di governare società sempre più complesse e tecnologicamente avanzate. Della sua visione del mondo e dell’Anticristo parlerà nella sua prossima tre giorni di Roma (dal 15 al 18 marzo), dove terrà altrettante conferenze all’Angelicum, la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquinio. Le lezioni, lunghe tre ore ogni giorno, saranno super esclusive, saranno su invito, a porte chiuse e strettamente non filmabili attraverso i cellulare.
Il punto di partenza del suo ragionamento è l’idea che la crescita della conoscenza scientifica abbia prodotto una specializzazione estrema. Le tecnologie che strutturano la vita contemporanea sono comprese solo da piccole comunità di esperti, mentre la maggioranza della popolazione non possiede gli strumenti per valutare le reali implicazioni e i limiti. In un saggio del 2015 dedicato al rapporto tra scienza e politica, Thiel osserva che la complessità della ricerca scientifica rende difficile per i cittadini comprendere l’insieme del progresso tecnologico e le sue conseguenze sociali. Ne deriva, secondo lui, una tensione tra il principio democratico dell’uguaglianza politica e la realtà di un mondo dominato da competenze altamente specializzate.
Da qui prende forma una critica che Thiel ha espresso più volte in modo esplicito. In un celebre intervento del 2009 (The Education of a Libertarian, pubblicato nel 2009 sulla rivista del think tank Cato Institute) scrisse di non ritenere più compatibili libertà e democrazia. Alcune conquiste del Novecento, come l’estensione del suffragio universale, la crescita dello Stato sociale e la ricerca del consenso politico hanno reso più difficile, a suo giudizio, preservare una società veramente libertaria.
L’argomento non è che la democrazia sia illegittima, ma che le istituzioni rappresentative moderne tendano a rallentare o bloccare l’innovazione tecnologica attraverso regolazioni, procedure e compromessi politici. In un sistema politico basato sul consenso di massa, sostiene Thiel, decisioni complesse vengono spesso prese da elettori che non hanno alcuna competenza tecnica sui temi in discussione. Si tratta di un argomento vecchio come Platone, come minimo. Niente di nuovo. Se una novità c’è è che al posto del governo dei filosofi di Platone, Thiel vede una oligarchia di tecnologi. Cioè, la conseguenza di questo ragionamento è una visione decisamente elitaria del potere tecnologico. Nella prospettiva di Thiel, l’innovazione nasce da piccoli gruppi di individui altamente competenti. Le grandi trasformazioni non sono il prodotto di decisioni collettive ma di minoranze creative capaci di immaginare soluzioni radicalmente nuove. Questo schema, che nella Silicon Valley viene spesso applicato al mondo delle startup, viene esteso da Thiel anche alla politica.
Una delle idee che emergono da questa impostazione è quella di costruire spazi politici alternativi allo Stato nazionale. L’obiettivo dichiarato è sperimentare nuove forme di governo senza essere vincolati alle legislazioni degli Stati esistenti. In questi progetti il governo dovrebbe essere organizzato come una sorta di società privata, dove i cittadini scelgono di aderire a un determinato sistema normativo nello stesso modo in cui oggi scelgono un servizio o un’impresa. Un bel calcio a tutte le costituzioni del mondo, insomma.
Questa visione si lega a un’altra convinzione ricorrente nel pensiero di Thiel, cioè la diffidenza verso il consenso. Le decisioni prese attraverso lunghe mediazioni democratiche tendono, secondo lui, a produrre soluzioni moderate inefficaci. L’innovazione radicale richiede invece scelte rapide e leadership forti. Da qui l’idea che sistemi politici più piccoli e flessibili possano adattarsi meglio ai cambiamenti tecnologici. Negli ultimi anni queste riflessioni sono state collegate anche a questioni geopolitiche. Tra gli scenari discussi negli ambienti vicini a Thiel c’è la possibilità di creare nuove comunità tecnologiche in territori poco popolati e ricchi di risorse naturali. In questo contesto è stata evocata più volte la Groenlandia, un territorio enorme ma con una popolazione ridotta e infrastrutture limitate. In teoria, un luogo del genere potrebbe diventare il laboratorio di nuove città altamente tecnologiche, progettate fin dall’inizio per integrare infrastrutture energetiche, digitali e sistemi di governo «innovativi». Thiel ha dunque sviluppato un discorso vicino al libertarismo classico, in cui la libertà economica e l’innovazione scientifica hanno la priorità rispetto ai meccanismi della rappresentanza democratica.
La sua critica alla democrazia liberale indica la convinzione che il futuro delle società tecnologiche sarà guidato da élite altamente specializzate piuttosto che da processi decisionali di massa. In questa prospettiva la politica diventa sempre più simile alla gestione di sistemi complessi, dove la competenza tecnica tende a prevalere sul principio dell’uguaglianza formale tra i cittadini.
L’utopia di una sovranità senza territorio
Nel pensiero di Peter Thiel la critica allo Stato moderno non è soltanto politica. Ha anche una dimensione filosofica e, in parte, teologica. Thiel è cresciuto in una famiglia cristiana evangelica e negli anni ha intrecciato riflessioni sulla tecnologia con riferimenti alla tradizione biblica e alla teoria mimetica del filosofo René Girard, che fu suo professore a Stanford. In questa visione la politica contemporanea non è separata dalle grandi narrazioni religiose sull’ordine e sul caos. Thiel ha più volte evocato la figura dell’Anticristo come simbolo di un potere globale capace di presentarsi come umanitario e pacificatore mentre concentra nelle proprie mani un controllo sempre più vasto.
La sua lettura collega queste immagini bibliche alla possibilità di uno Stato mondiale centralizzato che governi la tecnologia e la società. È dentro questo quadro che prende forma la sua critica allo Stato-nazione moderno. Se la tecnologia crea sistemi sempre più complessi e globali, sostiene Thiel, le istituzioni politiche tradizionali diventano sempre più lente e incapaci di governare il cambiamento. Da qui nasce l’idea di cercare spazi alternativi.
Negli anni Duemila Thiel ha sostenuto progetti come il seasteading, la costruzione di comunità galleggianti in acque internazionali (sic) pensate come laboratori per nuovi modelli di governo. L’obiettivo era creare ambienti dove sperimentare regole diverse. Questa intuizione è stata sviluppata in modo più radicale da Balaji Srinivasan, imprenditore tecnologico e investitore nel mondo delle criptovalute. Nel libro The Network State, pubblicato nel 2022, Srinivasan propone una forma di organizzazione politica completamente nuova.
L’idea è che uno Stato possa nascere prima come comunità digitale e solo dopo acquisire una dimensione territoriale. Una rete di individui connessi online, dotata di strumenti di voto, identità digitale e sistemi economici basati su criptovalute, potrebbe organizzarsi come una comunità politica autonoma. Quando questa rete raggiunge una massa critica, potrebbe acquistare territori o fondare nuove città distribuite nel mondo.
La sovranità non nascerebbe quindi da un territorio storico ma da una rete di cittadini connessi. Internet diventerebbe l’infrastruttura politica, mentre la blockchain fornirebbe il sistema economico.
Srinivasanè così l’interprete più radicale di una tendenza che attraversa una parte della Silicon Valley, ovvero l’idea che la tecnologia non sia soltanto uno strumento economico ma il mezzo attraverso cui immaginare nuove forme di organizzazione politica oltre lo Stato-nazione.
Difficile dire a quanti possa piacere un mondo fatto così, a metà tra Gianroberto Casaleggio e Satoshi Nakamoto (se esiste). In fondo, con tutti i difetti che ha, il mondo attuale è quello in cui si può ancora incontrare il sindaco al bar e magari non votarlo più se non fa riparare il pavé in Corso Garibaldi. Perché c’è sempre un Corso Garibaldi in una città italiana. Nelle comunità galleggianti probabilmente no.
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