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2026-02-04
L’Italia accoglie il mondo: partono i Giochi di Milano-Cortina
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Ormai ci siamo. Il conto alla rovescia è pressoché agli sgoccioli. Vent’anni dopo Torino, l’Italia torna ad accendere la fiamma olimpica. Milano-Cortina 2026 comincia venerdì 6 febbraio alle 20 con una scelta che dice già molto di questi Giochi: non una sola scena, ma due. La cerimonia d’apertura sarà divisa tra lo stadio di San Siro e Cortina d’Ampezzo, a raccontare un’Olimpiade che non vive in un solo luogo ma si allunga lungo l’arco alpino, tra città e montagne, palazzetti e piste.
È la prima volta che l’inizio dei Giochi viene pensato così, come un racconto condiviso. E non è un dettaglio: questa edizione nasce proprio dall’idea di usare sedi diverse, impianti esistenti, territori lontani tra loro ma uniti dallo stesso evento. Milano, la Valtellina, le Dolomiti, il Trentino-Alto Adige: il programma è distribuito, con le gare che si muovono tra hockey, pattinaggio, sci alpino, biathlon, fondo e le altre discipline. Anche la chiusura, il 22 febbraio, seguirà questa logica, con l’Arena di Verona scelta come cornice finale.
Il simbolo più evidente di questa Olimpiade «doppia» sarà il braciere. Per la prima volta nella storia dei Giochi olimpici e paralimpici, la fiamma arderà contemporaneamente in due città: all’Arco della Pace a Milano e in piazza Dibona a Cortina. I due bracieri sono stati progettati in alluminio aeronautico e si muovono come strutture vive, capaci di aprirsi e chiudersi. Il loro disegno richiama i nodi di Leonardo da Vinci, un omaggio al legame tra ingegno umano e natura, e anche alla storia di Milano come città di creatività. Dentro, la fiamma è racchiusa in un sistema pensato per ridurre al minimo l’impatto ambientale, con effetti scenici sostenibili e massima attenzione alla sicurezza. L’accensione del 6 febbraio chiuderà il viaggio della Fiamma Olimpica, che ha attraversato tutte le 110 province italiane per un totale di 12.000 chilometri. Da quel momento, il braciere di Milano diventerà anche un appuntamento quotidiano: ogni sera, tra le 17 e le 23, uno spettacolo breve accompagnerà cittadini e visitatori fino allo spegnimento della fiamma, previsto il 22 febbraio. Poi, con l’arrivo della Fiamma paralimpica, i due bracieri torneranno ad ardere per tutta la durata dei Giochi paralimpici.
La cerimonia d’apertura, intanto, punta a essere uno dei momenti più spettacolari di questa Olimpiade. A San Siro saliranno sul palco artisti molto diversi tra loro, da Mariah Carey ad Andrea Bocelli, da Laura Pausini a Ghali, mentre il racconto dell’identità italiana passerà anche dalle voci di Pierfrancesco Favino e Sabrina Impacciatore. Il tema scelto è quello dell’armonia, intesa come dialogo tra mondi lontani: la città e la montagna, il cemento e il ghiaccio. Dietro quei novanta minuti di show c’è stato un lavoro lungo mesi, con migliaia di persone coinvolte tra tecnici, sarti, truccatori e scenografi, e con prove organizzate in più sedi.
Accanto all’entusiasmo, però, non sono mancate le critiche. Il New York Times ha definito questa Olimpiade un possibile «incubo logistico», sottolineando le distanze tra le sedi, le strade strette e la complessità dei collegamenti. Nel suo reportage, il quotidiano americano ha ricordato che le gare si svolgono in otto aree diverse distribuite su un territorio molto ampio, e che per rendere possibile il sistema dei trasporti sono stati aggiunti autobus a zero emissioni, più treni e una flotta di auto per spostare atleti, funzionari e ospiti. Secondo il giornale, tra viaggi, cantieri e ultimi ritocchi, l’organizzazione ha vissuto una corsa contro il tempo, con strade trasformate in slalom di coni arancioni e lavori ancora in corso fino a pochi giorni fa. Anche la tedesca Bild ha puntato il dito sui ritardi, citando in particolare alcuni impianti di Cortina. A queste osservazioni hanno risposto le istituzioni sportive. La presidente del Cio, Kirsty Coventry, dopo un incontro con il governatore lombardo Attilio Fontana e con i vertici della Fondazione Milano-Cortina, ha parlato di «grande entusiasmo» e di «un’organizzazione meravigliosa», spiegando di percepire ovunque lo spirito olimpico e ringraziando per il lavoro svolto dietro le quinte. Fontana ha sottolineato i complimenti ricevuti per le sedi visitate e ha detto di essere fiducioso anche grazie alle immagini di Bormio e Livigno già coperte di neve. Giovanni Malagò ha parlato di «rush finale», ricordando che gli ultimi giorni prima dell’inizio servono sempre per sistemare i dettagli e che l’obiettivo è essere all’altezza delle aspettative delle federazioni internazionali.
Intanto, mentre alcuni sport sono già partiti nei giorni precedenti per ragioni di calendario, il conto alla rovescia è finito. Da venerdì l’Italia non sarà più solo il Paese che ospita i Giochi, ma il palcoscenico su cui il mondo dello sport invernale si darà appuntamento.
Parte l’Olimpiade: obiettivo 20 medaglie
Tregua olimpica un accidente. Quella riguarda il marketing politico, ma da sabato sarà ghiaccio bollente a caccia di una medaglia d’oro. Dopo la cerimonia inaugurale allo stadio di San Siro, le XXV Olimpiadi invernali di Milano-Cortina cominciano a distribuire metalli sulla leggendaria pista «Stelvio» di Bormio, dove va in scena la Discesa libera maschile e potrebbe arrivare il primo lampo italiano. Sarebbe necessario per tenere il passo delle ambizioni: per i Giochi in casa il Coni ha messo il target su 20 medaglie, il record ottenuto a Lillehammer (allora le gare erano 61, qui 116), obiettivo non impossibile per il Team Italia, ritenuto il più forte della storia.
In Valtellina, dove si disputano le gare maschili di sci alpino, subito un nome che vale un candelotto di dinamite: Giovanni Franzoni di Manerba del Garda, un uomo di lago capace di planare in alta quota, la sorpresa di questo inverno azzurro. Primo nel SuperG di Wengen, primo nella Libera di Kitzbuhel, la più difficile del mondo. Il jet bresciano ha 25 anni ed è in una forma da Alberto Tomba a Calgary (correva l’anno 1988, due ori) anche se dovrà scalare la montagna costituita dai fenomeni svizzeri Marco Odermatt e Franjo Von Allmen. Ma c’è un altro italiano pronto a gettarsi a 130 all’ora nella lingua bianca in mezzo al bosco: nonno Dominik Paris che definisce la Stelvio «la mia vasca da bagno preferita» e a 36 anni potrebbe aggrapparsi al podio. Non vince da quattro anni ma è arrivato secondo qualche giorno fa a Crans Montana, bel segnale.
Per rimanere nella bolla dello sci alpino bisogna trasferirsi a Cortina dove la valanga rosa può regalarci meraviglie con le ex nemiche Sofia Goggia e Federica Brignone in Discesa, SuperG, Combinata, Gigante. Sono le punte di diamante della squadra italiana, per loro un trionfo significherebbe entrare nella leggenda. Ha dichiarato Goggia, che ha già vinto l’oro in Corea nel 2018: «Qui sarà tutto più speciale. Oltre il cancelletto delle Tofane c’è un intero Paese che trattiene il respiro, dominare l’emozione sarà l’impresa più grande». La leonessa Brignone è chiamata al miracolo: reduce da un infortunio gravissimo, ha recuperato in tempo record e sarà al via del Gigante, forse non della Libera. Sua mamma Ninna Quario, ex campionessa e giornalista, ha detto: «Non mollerà di sicuro. Per essere qui ha bruciato i tempi di recupero e fare la portabandiera è stata una molla straordinaria». Le due azzurre dovranno abbattere due statunitensi: la Wonder woman Mikaela Shiffrin (l’atleta più vincente di sempre, signora degli slalom) e la veterana di tungsteno Lindsey Vonn, che a 41 anni non intende scendere dagli sci. A conferma della tigna, ha annunciato che gareggerà con il crociato del ginocchio sinistro rotto e una ginocchiera. Per gli sponsor questo ed altro.
Una portabandiera italiana in fibrillazione da podio è anche la veterana Arianna Fontana, 35 anni di Sondrio, leggenda dello Short Track che dopo 11 medaglie (due ori) intende chiudere con un trionfo al Forum di Assago. Nella stessa specialità il medagliere potrebbe sorridere grazie a Pietro Sighel, già argento e bronzo a Pechino quattro anni fa. Per rimanere in un palazzo del ghiaccio milanese (questa volta a Rho Fiera), ecco una certezza del Pattinaggio di velocità: Francesca Lollobrigida, pronipote della Gina nazionale, capace di passare senza problemi dalle rotelle alle lame. Nella voliera dai mille colori dove l’arancione olandese è il più classico, anche Davide Ghiotto e Andrea Giovannini sperano di far risaltare l’azzurro.
Si torna all’aperto, sulle cime di Anterselva, per trovare un’italiana destinata a fare centro. È la regina del Biathlon Dorothea Wierer (35 anni) all’ultimo valzer sulle nevi di casa dopo una carriera straordinaria: tre medaglie olimpiche e 12 titoli mondiali in una delle specialità più massacranti. Formidabili a sciare e sparare con il podio nel mirino sono anche Lisa Vittozzi e Tommaso Giacomel. Anche sulla discussa pista di slittino di Cortina tira aria di medaglia, secondo tradizione: Dominik Fischnaller, Leon Felderer, Verena Hofer sono pronti a continuare l’epopea dei proiettili umani con il nome tedesco e la bandiera italiana sulla tuta. Nel bob puntiamo tutto su Patrick Baumgartner, con il sogno di rinverdire a casa sua la leggenda del Rosso Volante Eugenio Monti.
Nello Snowboard Michela Moioli, argento a Pechino nel 2022, può domare le gobbe e ripetersi. Nello Sci di fondo in Val di Fiemme si farà il tifo per Federico Pellegrino aspettando Johannes Klaebo, il fenomeno norvegese erede dei leggendari giganti dei boschi con la barba ghiacciata (la memoria corre al finlandese Juha Mieto). Il signore della fatica ha già al collo sette medaglie olimpiche, ha messo via oltre 100 vittorie, ha dominato tutte le specialità. Nel vederlo passare tornerà ad aleggiare l’immagine che Vujadin Boskov dedicò a Ruud Gullit: «Sembra cervo che esce di foresta».
Saranno le Olimpiadi di Ilia Malinin, americano figlio di uzbeki, destinato a confermarsi il re del pattinaggio su ghiaccio al Forum di Assago. Saranno le Olimpiadi di Eileen Gu, nata a San Francisco, laureata a Stanford, campionessa di Freestyle che decise di gareggiare per la Cina. A 22 anni è anche modella di Vogue e Marie Claire, è seguita dagli sponsor di mezzo mondo, secondo Forbes guadagna più di 20 milioni di dollari e ha 2 milioni di followers su Instagram. Ma saranno anche i Giochi di Lucas Pinheiro Braaten, lo slalomista brasiliano che danza fra i paletti. È lui il campione dell’esotismo, in attesa che compaiano gli eredi dei bobbisti giamaicani.
Infine c’è l’hockey, il torneo stellare con i campioni dell’Nhl (Auston Matthews, Sidney Crosby), Stati Uniti, Canada e i guerrieri scandinavi (i russi no). Il 22 febbraio chiuderà, con la finale maschile, l’Olimpiade italiana. Boati mondiali a Milano, ma anche stridore di denti, mazzate in balaustra, ferocia infernale dentro un immenso frigorifero. Il più macho degli sport che il woke ha tentato di trasformare in passerella gay nella serie Heated Rivalry. Tregua olimpica, poi rientrare nella realtà sarà dura.
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Venerdì 6 febbraio si aprono i Giochi invernali di Milano-Cortina con una cerimonia storica tra San Siro e Cortina. Per la prima volta la festa olimpica si svolge in due città, mentre l’Italia schiera la squadra più numerosa della sua storia e prepara un’Olimpiade diffusa tra Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige.Il Coni alza l’asticella per una delle nazionali invernali più forti di sempre: dalla sorpresa Giovanni Franzoni a «nonno» Dominik Paris, passando per le leonesse Federica Brignone e Sofia Goggia. Niente russi, ma occhio a svizzeri e fenomeni americani nell’hockey (e Lindsay Vonn col crociato rotto).Lo speciale contiene due articoli.Ormai ci siamo. Il conto alla rovescia è pressoché agli sgoccioli. Vent’anni dopo Torino, l’Italia torna ad accendere la fiamma olimpica. Milano-Cortina 2026 comincia venerdì 6 febbraio alle 20 con una scelta che dice già molto di questi Giochi: non una sola scena, ma due. La cerimonia d’apertura sarà divisa tra lo stadio di San Siro e Cortina d’Ampezzo, a raccontare un’Olimpiade che non vive in un solo luogo ma si allunga lungo l’arco alpino, tra città e montagne, palazzetti e piste.È la prima volta che l’inizio dei Giochi viene pensato così, come un racconto condiviso. E non è un dettaglio: questa edizione nasce proprio dall’idea di usare sedi diverse, impianti esistenti, territori lontani tra loro ma uniti dallo stesso evento. Milano, la Valtellina, le Dolomiti, il Trentino-Alto Adige: il programma è distribuito, con le gare che si muovono tra hockey, pattinaggio, sci alpino, biathlon, fondo e le altre discipline. Anche la chiusura, il 22 febbraio, seguirà questa logica, con l’Arena di Verona scelta come cornice finale.Il simbolo più evidente di questa Olimpiade «doppia» sarà il braciere. Per la prima volta nella storia dei Giochi olimpici e paralimpici, la fiamma arderà contemporaneamente in due città: all’Arco della Pace a Milano e in piazza Dibona a Cortina. I due bracieri sono stati progettati in alluminio aeronautico e si muovono come strutture vive, capaci di aprirsi e chiudersi. Il loro disegno richiama i nodi di Leonardo da Vinci, un omaggio al legame tra ingegno umano e natura, e anche alla storia di Milano come città di creatività. Dentro, la fiamma è racchiusa in un sistema pensato per ridurre al minimo l’impatto ambientale, con effetti scenici sostenibili e massima attenzione alla sicurezza. L’accensione del 6 febbraio chiuderà il viaggio della Fiamma Olimpica, che ha attraversato tutte le 110 province italiane per un totale di 12.000 chilometri. Da quel momento, il braciere di Milano diventerà anche un appuntamento quotidiano: ogni sera, tra le 17 e le 23, uno spettacolo breve accompagnerà cittadini e visitatori fino allo spegnimento della fiamma, previsto il 22 febbraio. Poi, con l’arrivo della Fiamma paralimpica, i due bracieri torneranno ad ardere per tutta la durata dei Giochi paralimpici.La cerimonia d’apertura, intanto, punta a essere uno dei momenti più spettacolari di questa Olimpiade. A San Siro saliranno sul palco artisti molto diversi tra loro, da Mariah Carey ad Andrea Bocelli, da Laura Pausini a Ghali, mentre il racconto dell’identità italiana passerà anche dalle voci di Pierfrancesco Favino e Sabrina Impacciatore. Il tema scelto è quello dell’armonia, intesa come dialogo tra mondi lontani: la città e la montagna, il cemento e il ghiaccio. Dietro quei novanta minuti di show c’è stato un lavoro lungo mesi, con migliaia di persone coinvolte tra tecnici, sarti, truccatori e scenografi, e con prove organizzate in più sedi.Accanto all’entusiasmo, però, non sono mancate le critiche. Il New York Times ha definito questa Olimpiade un possibile «incubo logistico», sottolineando le distanze tra le sedi, le strade strette e la complessità dei collegamenti. Nel suo reportage, il quotidiano americano ha ricordato che le gare si svolgono in otto aree diverse distribuite su un territorio molto ampio, e che per rendere possibile il sistema dei trasporti sono stati aggiunti autobus a zero emissioni, più treni e una flotta di auto per spostare atleti, funzionari e ospiti. Secondo il giornale, tra viaggi, cantieri e ultimi ritocchi, l’organizzazione ha vissuto una corsa contro il tempo, con strade trasformate in slalom di coni arancioni e lavori ancora in corso fino a pochi giorni fa. Anche la tedesca Bild ha puntato il dito sui ritardi, citando in particolare alcuni impianti di Cortina. A queste osservazioni hanno risposto le istituzioni sportive. La presidente del Cio, Kirsty Coventry, dopo un incontro con il governatore lombardo Attilio Fontana e con i vertici della Fondazione Milano-Cortina, ha parlato di «grande entusiasmo» e di «un’organizzazione meravigliosa», spiegando di percepire ovunque lo spirito olimpico e ringraziando per il lavoro svolto dietro le quinte. Fontana ha sottolineato i complimenti ricevuti per le sedi visitate e ha detto di essere fiducioso anche grazie alle immagini di Bormio e Livigno già coperte di neve. Giovanni Malagò ha parlato di «rush finale», ricordando che gli ultimi giorni prima dell’inizio servono sempre per sistemare i dettagli e che l’obiettivo è essere all’altezza delle aspettative delle federazioni internazionali.Intanto, mentre alcuni sport sono già partiti nei giorni precedenti per ragioni di calendario, il conto alla rovescia è finito. Da venerdì l’Italia non sarà più solo il Paese che ospita i Giochi, ma il palcoscenico su cui il mondo dello sport invernale si darà appuntamento.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/partono-i-giochi-milano-cortina-2675077518.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="parte-lolimpiade-obiettivo-20-medaglie" data-post-id="2675077518" data-published-at="1770225466" data-use-pagination="False"> Parte l’Olimpiade: obiettivo 20 medaglie Tregua olimpica un accidente. Quella riguarda il marketing politico, ma da sabato sarà ghiaccio bollente a caccia di una medaglia d’oro. Dopo la cerimonia inaugurale allo stadio di San Siro, le XXV Olimpiadi invernali di Milano-Cortina cominciano a distribuire metalli sulla leggendaria pista «Stelvio» di Bormio, dove va in scena la Discesa libera maschile e potrebbe arrivare il primo lampo italiano. Sarebbe necessario per tenere il passo delle ambizioni: per i Giochi in casa il Coni ha messo il target su 20 medaglie, il record ottenuto a Lillehammer (allora le gare erano 61, qui 116), obiettivo non impossibile per il Team Italia, ritenuto il più forte della storia.In Valtellina, dove si disputano le gare maschili di sci alpino, subito un nome che vale un candelotto di dinamite: Giovanni Franzoni di Manerba del Garda, un uomo di lago capace di planare in alta quota, la sorpresa di questo inverno azzurro. Primo nel SuperG di Wengen, primo nella Libera di Kitzbuhel, la più difficile del mondo. Il jet bresciano ha 25 anni ed è in una forma da Alberto Tomba a Calgary (correva l’anno 1988, due ori) anche se dovrà scalare la montagna costituita dai fenomeni svizzeri Marco Odermatt e Franjo Von Allmen. Ma c’è un altro italiano pronto a gettarsi a 130 all’ora nella lingua bianca in mezzo al bosco: nonno Dominik Paris che definisce la Stelvio «la mia vasca da bagno preferita» e a 36 anni potrebbe aggrapparsi al podio. Non vince da quattro anni ma è arrivato secondo qualche giorno fa a Crans Montana, bel segnale.Per rimanere nella bolla dello sci alpino bisogna trasferirsi a Cortina dove la valanga rosa può regalarci meraviglie con le ex nemiche Sofia Goggia e Federica Brignone in Discesa, SuperG, Combinata, Gigante. Sono le punte di diamante della squadra italiana, per loro un trionfo significherebbe entrare nella leggenda. Ha dichiarato Goggia, che ha già vinto l’oro in Corea nel 2018: «Qui sarà tutto più speciale. Oltre il cancelletto delle Tofane c’è un intero Paese che trattiene il respiro, dominare l’emozione sarà l’impresa più grande». La leonessa Brignone è chiamata al miracolo: reduce da un infortunio gravissimo, ha recuperato in tempo record e sarà al via del Gigante, forse non della Libera. Sua mamma Ninna Quario, ex campionessa e giornalista, ha detto: «Non mollerà di sicuro. Per essere qui ha bruciato i tempi di recupero e fare la portabandiera è stata una molla straordinaria». Le due azzurre dovranno abbattere due statunitensi: la Wonder woman Mikaela Shiffrin (l’atleta più vincente di sempre, signora degli slalom) e la veterana di tungsteno Lindsey Vonn, che a 41 anni non intende scendere dagli sci. A conferma della tigna, ha annunciato che gareggerà con il crociato del ginocchio sinistro rotto e una ginocchiera. Per gli sponsor questo ed altro.Una portabandiera italiana in fibrillazione da podio è anche la veterana Arianna Fontana, 35 anni di Sondrio, leggenda dello Short Track che dopo 11 medaglie (due ori) intende chiudere con un trionfo al Forum di Assago. Nella stessa specialità il medagliere potrebbe sorridere grazie a Pietro Sighel, già argento e bronzo a Pechino quattro anni fa. Per rimanere in un palazzo del ghiaccio milanese (questa volta a Rho Fiera), ecco una certezza del Pattinaggio di velocità: Francesca Lollobrigida, pronipote della Gina nazionale, capace di passare senza problemi dalle rotelle alle lame. Nella voliera dai mille colori dove l’arancione olandese è il più classico, anche Davide Ghiotto e Andrea Giovannini sperano di far risaltare l’azzurro.Si torna all’aperto, sulle cime di Anterselva, per trovare un’italiana destinata a fare centro. È la regina del Biathlon Dorothea Wierer (35 anni) all’ultimo valzer sulle nevi di casa dopo una carriera straordinaria: tre medaglie olimpiche e 12 titoli mondiali in una delle specialità più massacranti. Formidabili a sciare e sparare con il podio nel mirino sono anche Lisa Vittozzi e Tommaso Giacomel. Anche sulla discussa pista di slittino di Cortina tira aria di medaglia, secondo tradizione: Dominik Fischnaller, Leon Felderer, Verena Hofer sono pronti a continuare l’epopea dei proiettili umani con il nome tedesco e la bandiera italiana sulla tuta. Nel bob puntiamo tutto su Patrick Baumgartner, con il sogno di rinverdire a casa sua la leggenda del Rosso Volante Eugenio Monti.Nello Snowboard Michela Moioli, argento a Pechino nel 2022, può domare le gobbe e ripetersi. Nello Sci di fondo in Val di Fiemme si farà il tifo per Federico Pellegrino aspettando Johannes Klaebo, il fenomeno norvegese erede dei leggendari giganti dei boschi con la barba ghiacciata (la memoria corre al finlandese Juha Mieto). Il signore della fatica ha già al collo sette medaglie olimpiche, ha messo via oltre 100 vittorie, ha dominato tutte le specialità. Nel vederlo passare tornerà ad aleggiare l’immagine che Vujadin Boskov dedicò a Ruud Gullit: «Sembra cervo che esce di foresta».Saranno le Olimpiadi di Ilia Malinin, americano figlio di uzbeki, destinato a confermarsi il re del pattinaggio su ghiaccio al Forum di Assago. Saranno le Olimpiadi di Eileen Gu, nata a San Francisco, laureata a Stanford, campionessa di Freestyle che decise di gareggiare per la Cina. A 22 anni è anche modella di Vogue e Marie Claire, è seguita dagli sponsor di mezzo mondo, secondo Forbes guadagna più di 20 milioni di dollari e ha 2 milioni di followers su Instagram. Ma saranno anche i Giochi di Lucas Pinheiro Braaten, lo slalomista brasiliano che danza fra i paletti. È lui il campione dell’esotismo, in attesa che compaiano gli eredi dei bobbisti giamaicani.Infine c’è l’hockey, il torneo stellare con i campioni dell’Nhl (Auston Matthews, Sidney Crosby), Stati Uniti, Canada e i guerrieri scandinavi (i russi no). Il 22 febbraio chiuderà, con la finale maschile, l’Olimpiade italiana. Boati mondiali a Milano, ma anche stridore di denti, mazzate in balaustra, ferocia infernale dentro un immenso frigorifero. Il più macho degli sport che il woke ha tentato di trasformare in passerella gay nella serie Heated Rivalry. Tregua olimpica, poi rientrare nella realtà sarà dura.
(Ansa)
Il metallo più prezioso nel giorno del destino arriva dal sacrificio disumano di una specialità militare. Si fatica col fucile in spalla e si spara. Per sei chilometri, è il Biathlon bellezza. Si arriva sfiniti al poligono dove quelle mani gelate e tremanti devono centrare il bersaglio. «Un respiro troppo corto, un indugio troppo lungo e hai perso». Ma Lisa Vittozzi di Sappada riesce a trovare l’armonia anche dentro la più infernale delle prove e sull’anello di Anterselva porta la staffetta mista a vincere l’argento olimpico nel delirio di una folla incredula. A 31 anni, con il suo cuore enorme, la ragazza che voleva fare la modella di Victoria Secrets trascina sul podio il treno azzurro (Tommaso Giacomel, Lukas Hofer, Dorothea Wierer) nella più incredibile delle rimonte. Oro alla Francia, bronzo alla Germania, risucchiata dall’irriducibile friulana partita per fare legna e arrivata per fare la storia.
Il volto del giorno è quello di lady Vittozzi, iperattiva fin da bambina, esasperata dal desiderio di vincere anche la tombola a Natale. Giocava a calcio con i maschi, poi provò nuoto, arrampicata, danza. Ricorda con la medaglia al collo: «Il mio segreto è non arrendermi mai. Quando mi sono distrutta tibia e perone sugli sci da discesa ho deciso di passare al fondo. Ma non mi bastava, ho trovato la pace mettendomi in spalla anche il fucile ad aria compressa». Un argento vivo, metafora che oggi funziona in quello sport mutuato da guerre vere e reso famoso sui campi di battaglia di Finlandia dove nel secolo scorso un intero popolo seppe fermare due volte l’imperialismo sovietico.
Vittozzi è un volto televisivo, ha partecipato al docufilm «Radici» su Discovery, dove ha raccontato il rapporto speciale con sua nonna Lea, alla quale ha dedicato la medaglia olimpica. Francesca Lollobrigida con il piccolo Tommaso in braccio ha raccontato il profondo senso dell’essere madre, Lisa l’amore di una nonna speciale. Questi sono Giochi di famiglia. «Gareggiavo ad Oberhof in Germania e al telefono mi disse che sarebbe venuta a vedermi. Le ordinai di non muoversi. Le dissi: nonna, non puoi farti 9 ore di macchina e poi stare al freddo. Si è presentata a Oberhof, mi ha visto salire sul podio. È stata la cosa più bella che abbia fatto. È stata l’ultima gara che ha visto».
È il giorno dei nonni e delle donne speciali. «Non ho paura di niente», grida al mondo da Livigno Lucia Dalmasso con la tavola fra le mani; si è messa al collo il bronzo, battuta solo dalla ceka Suzana Maderova e dall’austriaca Sabine Payer. I maschi hanno deluso, lei ha fatto tornare l’azzurro nel cielo. La guerriera di Feltre, 28 anni, era una promessa dello Sci alpino, ma un incidente le ha cambiato il destino: crociati delle due ginocchia rotti e un bivio, o il ritiro o la rinascita. La bellunese vira sullo Snowboard, ecco la cura. Cinque anni di sacrifici per diventare un top, per declinare nel gigante parallelo tutta la sua forza interiore, fino al podio olimpico.
Due donne nuove, due sorprese stupende. Sofia Goggia perdonerà. È di bronzo anche la sua giornata, ma con un fondo di amarezza. Probabilmente ha perso le medaglie nobili della Libera (prima la statunitense Breezy Johnson, seconda la tedesca Emma Aicher) in quei 20 minuti di attesa al cancelletto delle Tofane di Cortina, mentre i medici si occupavano di Lindsey Vonn, mito caduto. Sofia si chiude in se stessa, ripete meccanicamente a gesti tutta la pista, prova a trattenere la concentrazione che scappa via. Ma quando scende è frenata, meno fluida del solito. «Volevo l’oro, so di aver commesso qualche errore ma bisogna guardare al risultato complessivo, è la terza medaglia alla terza olimpiade. Una cosa enorme».
È vero, aveva già vinto l’oro a PyeongChang e l’argento a Pechino. Ora ha completato la collezione, in attesa della rivincita in SuperG e Gigante. Buone sensazioni anche da Federica Brignone, decima dopo mesi ai box. I Giochi durano solo 13” per la fuoriclasse Vonn: alla terza curva un bastoncino si impiglia in un paletto. La caduta è rovinosa, un’esplosione di pulviscolo bianco, con lei che urla a gambe aperte perché gli sci non si sono sganciati. Sul traguardo cala un silenzio irreale mentre le pale dell’elisoccorso scandiscono il trasferimento della sciatrice in ospedale con una gamba fratturata. All’icona dello Sport, che a 41 anni voleva correre con un tutore a protezione del ginocchio con il crociato rotto, il dio delle nevi ha voltato le spalle.
Oggi le speranze italiane di medaglia tornano a rivolgersi a Dominik Paris e Giovanni Franzoni nella Combinata maschile, in attesa di altre sorprese e meraviglie. Siamo in buone mani.
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Friedrich Merz (Ansa)
Così è arrivato il momento di mettere a folle il motore della transazione energetica. Il ministero dell’Economia tedesco starebbe valutando un giro di vite sulle fonti rinnovabili. In particolare, sta studiando di limitare alcuni elementi centrali nel piano di espansione delle energie green, il cosiddetto diritto di priorità di immissione e di allaccio alla rete. Secondo quanto riporta il quotidiano Tagesspiegel, citando fonti del settore, un «pacchetto rete» sarebbe in preparazione parallelamente alla riforma della legge sulle energie rinnovabili (Eeg). In base alle indiscrezioni, nuovi impianti eolici e solari non verrebbero più collegati «senza indugio» e, se nell’area di rete oltre il 3% dell’energia rinnovabile fosse stato limitato l’anno precedente, i gestori dei nuovi impianti dovrebbero rinunciare fino a dieci anni all’indennizzo previsto per le riduzioni di produzione. Inoltre, i gestori delle reti di distribuzione potrebbero definire procedure autonome di allaccio per impianti superiori a 135 chilowatt, con il rischio - secondo il settore - di rallentare i collegamenti, dato che in Germania operano oltre 800 gestori. Critiche sono giunte dalle oltre 1.000 cooperative energetiche attive nel solare, eolico e bioenergia: «Questi investimenti necessitano di condizioni quadro affidabili», ha dichiarato Jan Holthaus dell’associazione Dgrv, chiedendo regole chiare per il rifinanziamento e un accesso sicuro alla rete.
Ma non è questo l’unico passo indietro sulla transizione ecologica in questo Paese che fino a ieri era uno dei sostenitori più convinti dell’abbandono delle fonti fossili. L’impresa europea di batterie per veicoli Automotive cells (Acc) ha comunicato al sindacato dei metalmeccanici Uilm che accantonerà i piani per costruire gigafactory in Italia e Germania. Che il progetto di Termoli fosse tramontato si vociferava da tempo ma ieri è arrivata la conferma ufficiale insieme a quella dell’analogo piano in Germania. È una vera e propria ritirata dal settore e implicitamente la resa alla Cina. In una nota, Acc, sostenuta da Stellantis, ha affermato che sta valutando la chiusura dei progetti, sospesi dal 2024 a causa di una crescita più lenta del previsto per i veicoli elettrici. I nuovi siti erano tra le decine pianificati in Europa, nel tentativo di ridurre la dipendenza dai produttori cinesi, ma sono stati bloccati quando l’azienda ha valutato il passaggio a una tecnologia di batterie meno costosa. Acc ha detto chiaramente che non ci sono i «prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e Italia». Impensabile andare avanti se le auto elettriche non si vendono. D’altronde Stellantis ha avvertito che subirà un calo di 22 miliardi di euro a causa della diffusione più lenta del previsto dei veicoli a batteria. A settembre 2024, l’Italia ha annunciato il ritiro di circa 250 milioni di euro dai fondi dell’Unione europea inizialmente destinati alla gigafactory, a causa dell’incertezza sui tempi di realizzazione del progetto.
Sempre in Germania, il ministero della Difesa ha rifatto il catasto dei campi armati, in modo che le ex aree militari non saranno disponibili per nuovi progetti fotovoltaici o eolici. Caserme dismesse, ex aeroporti e campi di addestramento che negli ultimi decenni erano stati convertiti a usi civili, diventano ora parte di una «riserva strategica». Tredici superfici destinate a ospitare impianti per le energie rinnovabili, serviranno a ospitare basi operative dell’esercito e per l’addestramento. Altro che pannelli solari e pale eoliche.
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(Honda Aircraft Company)
La novità rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza aerea. Honda Aircraft Company sta lavorando per ottenere le necessarie autorizzazioni anche in altri Paesi, così da rendere questa tecnologia disponibile a livello internazionale.
«L’introduzione di Emergency Autoland dimostra il nostro impegno nel rendere il volo sempre più sicuro e accessibile», ha dichiarato Hideto Yamasaki, Presidente e Ceo di Honda Aircraft Company. «Questa tecnologia offre ai nostri clienti una maggiore tranquillità, sapendo che l’aereo è in grado di gestire una situazione critica anche nelle circostanze più difficili».
Emergency Autoland è un sistema progettato per far atterrare l’aereo da solo in caso di emergenza, ad esempio se il pilota si sente male o non riesce più a controllare il velivolo.
Il sistema può essere attivato premendo un pulsante in cabina oppure entrare in funzione automaticamente se rileva che il pilota non risponde.
Una volta attivo, Emergency Autoland avvisa automaticamente il controllo del traffico aereo e sceglie l’aeroporto più adatto in base alle condizioni meteo, alla quantità di carburante disponibile e alle caratteristiche delle piste. L’aereo viene quindi guidato in sicurezza fino all’atterraggio e si ferma completamente sulla pista, senza bisogno di interventi esterni.
Già nel 2024 HondaJet Elite II era stato il primo jet della sua categoria a introdurre un sistema automatico di gestione della velocità, un passaggio fondamentale per rendere possibile Emergency Autoland. I test di volo si sono conclusi nel 2025, aprendo la strada a questa importante innovazione.
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Ansa
In realtà sembra assodato che i bambini «socializzassero» adeguatamente con quelli delle famiglie vicine, ma ciò non è apparso sufficiente, in assenza della «socializzazione» in ambito scolastico, dovuta al fatto che i bambini non frequentavano la scuola, avendo i genitori optato per la educazione in famiglia («home schooling»), come consentito, a determinate condizioni, dalla legge. Non risulta chiaro, in verità, se tali condizioni fossero state o meno soddisfatte. Ma non è su questo che si vuole qui puntare l’attenzione, quanto piuttosto sul fatto che è, comunque, la socializzazione in ambito scolastico quella che viene, in sostanza, considerata imprescindibile ai fini di una corretta formazione della personalità del minore. E questo tipo di socializzazione è caratterizzato dal suo svolgersi secondo le direttive e sotto la supervisione di un’autorità che, direttamente o indirettamente, è quella dello Stato.
In sostanza, si lascia, quindi, intendere che, pur nel dichiarato rispetto dell’articolo 30 della Costituzione secondo cui è «dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli», è però preferibile che l’istruzione e l’educazione siano affidate allo Stato. E su questa stessa linea si pongono le forze politiche e gli «opinion makers» che sostengono la necessità o, quanto meno, l’opportunità che nei programmi scolastici venga inserita l’educazione «sessuo-affettiva» per supplire alle presunte carenze o distorsioni frequentemente riscontrabili - si afferma - nell’educazione che, in materia sessuo-affettiva, i minori ricevono in famiglia. Il tutto riconducibile a una visione generale secondo cui spetterebbe allo Stato curare la formazione della personalità di ogni cittadino, fin dalla più tenera età, in modo da renderla conforme a un modello ideale precostituito, funzionale al modello assunto come proprio dallo Stato nel suo complesso. Visione, questa, che ben può trovare la sua collocazione nell’ambito di quella che viene oggi da molti definita come «democrazia totalitaria», riprendendo, pur sotto varie e diverse angolature, un concetto enunciato per la prima volta, nel 1952, dallo storico israeliano Jakob Talmon nel suo libro The origins of totalitarian democracy.
Ma si tratta di una visione le cui radici, risalendo addirittura all’antichità, possiamo ritrovare nella Repubblica di Platone, in cui si immaginava uno Stato governato dai «filosofi», nel quale, tra l’altro, la famiglia tradizionale fosse abolita e i figli, nati da accoppiamenti decisi dalla sorte, fossero affidati, fin dalla più tenera età, alla pubblica autorità. Questa raffigurazione di quello che avrebbe dovuto essere, secondo l’autore, lo Stato ideale rimase, in realtà, pressoché isolata nel pensiero dell’antichità greco-romana. Essa venne, però, ripresa a partire dal XVI secolo in varie opere le più note delle quali sono l’Utopia di Thomas More e La città del Sole, di Tommaso Campanella. In quest’ultima, in particolare, si torna a predicare l’abolizione della famiglia e l’esclusiva competenza dello Stato a provvedere all’educazione dei figli nati dalle unioni sessuali decise, peraltro, non più dalla sorte ma dalle autorità. Più moderata risulta la posizione del More, il quale lascia sussistere la famiglia tradizionale salvo, però, prevedere che il numero dei figli per ogni famiglia sia fissato dall’autorità, per cui, in caso di superamento, i figli in eccedenza sono assegnati a un’altra famiglia che non ne ha avuti a sufficienza.
Una radicale avversione alla famiglia, accompagnata alla pretesa che i figli, comunque venuti al mondo, debbano essere affidati, il prima possibile, alle cure esclusive dello Stato o della «comunità», costituisce
poi - come messo bene in luce da Igor Safarevich nel suo Il socialismo come fenomeno storico mondiale, pubblicato la prima volta nel 1977 - elemento ricorrente in pressoché tutti i numerosi progetti di società qualificabili, in senso lato, come «socialisti» in quanto basati sul rifiuto di ogni forma di libera iniziativa e di proprietà individuale, comparsi a partire dal XVIII secolo. Fra essi, a titolo di esempio: Il codice della natura, ovvero l’autentico spirito delle leggi, di Morelly (probabile pseudonimo di Denis Diderot); Il vero sistema, di Léger DeschampsIl nuovo mondo industriale e societario, di François Fourier; la Congiura per l’eguaglianza, di Filippo Buonarroti. Sulla stessa linea si ritrova, poi, l’opera specificamente dedicata, da Friedrich Engels, alla Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, a questo punto, come mai l’attuale pretesa dello Stato di estromettere, per quanto possibile, le famiglie dall’educazione dei figli, pur essendo ricollegabile, come si è visto, a originarie visioni di tipo collettivistico, si accompagni invece, oggi, a una diffusa mentalità di tipo edonistico-individualista, in buona parte avallata anche dallo stesso Stato. Può rispondersi che ciò appare come uno dei frutti della commistione, verificatasi a partire dal 1968, tra l’edonismo individualista proprio della tradizione anglo-sassone, resosi dominante in Occidente ma non più compensato dal moralismo di stampo calvinista, proprio anch’esso di quella tradizione, e l’egualitarismo delle visioni collettiviste, fatte proprie ed in parte realizzate nel marxismo, ma non più compensate, a loro volta, dalla dichiarata finalità della creazione di un ordinamento statuale in cui esse trovassero compiuta realizzazione; finalità, quella ora detta, la cui scomparsa ha lasciato, tuttavia, come residuo, l’antico e talvolta confessato convincimento di molti fra i politici e pensatori della sinistra marxista che quelli in favore dei quali doveva promuoversi e garantirsi l’eguaglianza, essendo privi di adeguata intelligenza (Engels definì una volta, in una lettera a Marx, gli operai come «una massa spaventosamente idiota»), dovessero essere guidati e diretti, fin dalla nascita, da chi ne sapeva più di loro.
Ed è proprio, quindi, quella commistione che bisognerebbe decidersi, una volta o l’altra, a spezzare.
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