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2019-07-02
Palamara alla sbarra, ma il pg che lo accusa rischia grosso: gli passava le notizie
Ansa
Il colpo di scena era nell'aria, ma ieri c'è stato un completo capovolgimento di fronte. Il pg della Cassazione che, proprio questa mattina, dovrà sostenere l'accusa a carico di Luca Palamara, è finito nel tritacarne del virus trojan installato nel cellulare del pm indagato a Perugia per corruzione. Riccardo Fuzio è stato intercettato mentre discute col suo futuro imputato non solo delle nomine di Roma («bisogna lavorare sui numeri», suggerisce), ma soprattutto mentre gli rivela informazioni sull'indagine in cui è coinvolto. Condotta che al consigliere Luigi Spina è costata la poltrona a Palazzo dei Marescialli e l'accusa di rivelazione di segreto investigativo. Che cosa succederà ora a Fuzio? Le intercettazioni, pubblicate online ieri dall'Espresso, sono eloquenti. Il pg della Suprema Corte, componente di Unicost, la stessa corrente di Palamara, riferisce all'ex presidente dell'Anm contenuti dell'informativa di 98 pagine arrivata, da pochi giorni, al Csm. Dice che «ci stanno le cose con Adele (l'amica con cui Palamara avrebbe condiviso soggiorni pagati da Fabrizio Centofanti, ndr)... e il viaggio a Dubai...». L'accusatore e l'accusato, insomma, il 21 maggio scorso parlavano tranquillamente dei risultati delle investigazioni di Perugia. Fuzio, addirittura, si spinge a dichiarare che se davvero il pm avesse favorito il procuratore Giancarlo Longo, in cambio di soldi, «ti arrestavano».
Palamara - che rischia la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio - è accusato di violazione dei doveri di «imparzialità, correttezza ed equilibrio», in relazione ai rapporti tenuti con l'imprenditore Fabrizio Centofanti, nonché di un «comportamento gravemente scorretto» attuato nella riunione notturna del 9 maggio scorso, in cui, alla presenza dei deputati Pd Luca Lotti (imputato nella Capitale per il caso Consip) e Cosimo Ferri, e di 5 consiglieri del Csm (4 dei quali si sono dimessi), avrebbe brigato per pilotare la successione del pensionato Giuseppe Pignatone alla guida di Piazzale Clodio. La difesa di Palamara, nei giorni scorsi, ha ricusato il consigliere di «Autonomia&Indipendenza» Sebastiano Ardita dopo che già due consiglieri, componenti della disciplinare, si erano astenuti: Marco Mancinetti (Unicost), e Giuseppe Cascini (Area). Se l'istanza dovesse essere accolta (gli avvocati lo scopriranno solo oggi), il tribunale delle toghe dovrebbe essere modificato visto che, dopo le dimissioni di Luigi Spina e Antonio Lepre, Ardita e Cascini sono gli unici togati pm.
A Palazzo dei Marescialli, la difesa di Palamara punta soprattutto a demolire i rapporti con l'imprenditore Centofanti. Come? Facendo leva su un particolare che il nostro giornale è in grado di anticipare. Nel quinquennio 2014-2018 la famiglia Palamara (il pm Luca e la moglie Giovanna Remigi, ex dirigente esterno della Regione Lazio) ha sviluppato una capacità finanziaria complessiva di ben 835.000 euro. Una ricchezza che ben giustificherebbe i viaggi e i soggiorni, in Italia e all'estero, e che minerebbe del tutto - secondo gli avvocati - l'assunto accusatorio della corruzione ad opera di Centofanti. Anche per il famoso anello regalato all'amica Adele Attisani, che per i pm di Perugia sarebbe stato in realtà pagato dall'imprenditore, l'ex presidente dell'Anm è pronto a offrire una spiegazione che, paradossalmente, lo espone ancor di più dal punto di vista familiare. Del monile, che per gli inquirenti valeva 2.000 euro ma che Palamara sostiene di aver acquistato per 6.500 euro, aveva parlato con l'allora capocentro della Dia di Catania, Renato Panvino, al quale il pm, in più tranche, avrebbe consegnato il contante a estinzione del debito col gioielliere di Misterbianco.
Sul fronte della contestata «disponibilità» dell'ex togato, in seno al Csm (2014-2018), che nel fascicolo di Perugia diventa addirittura l'accusa di aver incassato 40.000 euro per favorire la nomina di Giancarlo Longo alla guida della Procura di Gela, la linea difensiva trae spunto dalle stesse carte della magistratura umbra. Infatti, all'epoca Palamara non faceva parte della Quinta commissione (incarichi direttivi e semidirettivi). A smentire l'interessamento del pm romano sarebbe addirittura l'avvocato Giuseppe Calafiore, condannato insieme al collega Piero Amara per le presunte sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Pur ammettendo di aver egli stesso tentato di favorire l'amico magistrato nella sua aspirazione, Calafiore ha negato che Palamara e Longo possano aver parlato di soldi. Resta da chiarire l'ultima contestazione, quella di aver saputo in anticipo i contenuti dell'inchiesta umbra grazie a Spina ma anche, come abbiamo visto, allo stesso pg. Aspetto su cui la difesa è pronta a dare battaglia. Anche perché, secondo i legali, la notizia era già da tempo non più riservata considerati gli articoli di giornale che avevano dato ampio risalto alla storia. Inoltre, a testimonianza di ciò, ci sarebbero delle chat WhatsApp tra Palamara e i magistrati Sergio Colaiocco e Giuseppe Cascini. Quest'ultimo viene citato, ripetutamente, nelle intercettazioni col virus spia. In particolare, nella ormai famosa conversazione del 9 maggio scorso, a cui erano presenti Lotti e Ferri, il consigliere dimissionario del Csm Luigi Spina sbotta: «Oggi, se fosse per me, Cascini gli impugnavo pure l'elezione e gli controllavamo i voti (...) tiravamo fuori la cosa del fratello...». In che cosa consista questa «cosa» non è chiaro. Il riferimento è a Marcello Cascini, sostituto procuratore di Roma. Ancora un fratello, dunque, nelle intercettazioni al veleno del «mercato delle toghe», dopo quelli di Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo. Consulenti di aziende finite nel mirino dell'autorità giudiziaria capitolina, e fulcro centrale dell'esposto firmato dal pm Stefano Fava contro i suoi superiori in Procura.
Simone Di Meo
Intermediario per la Roma all’emiro. Il Bullo non smentisce il nostro scoop
Abbiamo atteso tutto il giorno, ma alla fine Matteo Renzi, sempre loquace, non ha smentito di essere il presunto intermediario di una trattativa per la cessione della Roma agli emiri del Qatar. Nella notte tra il 15 e il 16 maggio Luca Lotti aveva rivelato al pm Luca Palamara (intercettato dalla Guardia di finanza) quanto segue: «Matteo era a Doha (incomprensibile) ha detto “oh io la compro la Roma" c'era scritto “io la compro davvero la Roma, ma lo stadio si fa o no?" e Matteo gli ha risposto: “Guardi vediamoci a Parigi con Luca la settimana prossima…"».
Non è chiaro chi dovessero incontrare a Parigi Renzi e «Luca», probabilmente Lotti, per parlare dell'affare. Lo stesso Palamara, in un'altra convesazione, aveva detto alla moglie che l'ex ministro stava facendo da «intermediario per far comprare al Qatar la Roma». «Non commentiamo stronzate, siamo una società quotata» risponde con savoir faire il vicepresidente della società Mauro Baldissoni. A questo punto domandiamo se Lotti dica «stronzate»: «Questo lo dice lei. Noi non commentiamo false notizie». L'intercettazione, però, è vera: «I dialoghi tra terze persone non ci riguardano» è la conclusione del dirigente.
Di certo i rapporti tra il Giglio magico e il Qatar si sono consolidati nel tempo, favoriti anche dagli ottimi rapporti personali di Matteo con l'ambasciatore italiano a Doha, Pasquale Salzano. Ad aprile avevamo ricordato alcuni recenti viaggi dell'ex premier nell'emirato per non meglio specificate missioni. Le nostre fonti ci avevano parlato di un viaggio a fine marzo e di un altro tra il 29 e 30 dicembre scorsi. Nell'aprile 2018 l'ex premier era volato a Doha con l'imprenditore Marco Carrai al seguito, su invito dell'emiro, Tamim Bin Hamad Al Thani, per partecipare all'inaugurazione della biblioteca nazionale, insieme a un «gruppo ristretto di ex uomini di governo accomunati dalla passione per l'islam sunnita di Doha», tra cui Nicolas Sarkozy. Nell'occasione l'ex segretario del Pd si intrattenne per più di un'ora con i vertici della ricchissima Qatar foundation.
L'ex segretario Pd era volato a Doha anche subito dopo le sue dimissioni da capo del governo: era il 19 gennaio del 2017, e anche in quel caso si trattò di una visita lampo. L'emiro del piccolo Stato arabo controlla un fondo d'investimento che in Europa possiede quote di colossi bancari, ma anche immobili e hotel. Tra questi il Four seasons di Firenze, acquistato proprio dalla famiglia al-Thani: Matteo lo usa come ufficio, palestra e ristorante. È nota la passione per il calcio degli emiri, che organizzeranno il prossimo Mondiale e che possiedono il Paris Saint Germain. Ad aprile i giornali avevano dato la notizia di contatti tra un fondo del Qatar e Lotti per trovare finanziatori per la Fiorentina. Alla fine la squadra viola è stata acquistata dall'italo-americano Rocco Commisso. Da tempo nella capitale si vocifera di un interessamento del Qatar per la Roma. Si è parlato anche di un'offerta da 1,5 miliardi, comprendente la realizzazione del nuovo stadio. A febbraio rappresentanti dell'emirato avevano sondato la disponibilità di Francesco Totti a fare l'ambasciatore per i Mondiali del 2022. L'agenzia di stampa Adn kronos, citando fonti qatariote, ha riferito il «fastidio» del governo emiratino per le notizie apparse sul nostro giornale. Una mancanza di riservatezza che sarebbe stata bollata come «odiosa». Un incidente diplomatico che potrebbe far naufragare la trattativa. Ieri hanno commentato il nostro scoop molti tifosi, compresi diversi politici. «La Roma ha già tante disgrazie, ci manca solo se ne occupi Renzi: e poi a che titolo?» ha dichiarato il senatore di Forza Italia e tifoso giallorosso, Maurizio Gasparri. «Il Qatar non mi fa impazzire. È uno dei più noti finanziatori delle peggiori frange del fondamentalismo islamico».
Giacomo Amadori
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Oggi giorno del giudizio al Csm. Caos nella sezione disciplinare: Riccardo Fuzio e il consigliere Ardita potrebbero dover lasciare il posto.Tengono banco le parole di Luca Lotti intercettato con il pm al centro di «toghe sporche».Lo speciale contiene due articoliIl colpo di scena era nell'aria, ma ieri c'è stato un completo capovolgimento di fronte. Il pg della Cassazione che, proprio questa mattina, dovrà sostenere l'accusa a carico di Luca Palamara, è finito nel tritacarne del virus trojan installato nel cellulare del pm indagato a Perugia per corruzione. Riccardo Fuzio è stato intercettato mentre discute col suo futuro imputato non solo delle nomine di Roma («bisogna lavorare sui numeri», suggerisce), ma soprattutto mentre gli rivela informazioni sull'indagine in cui è coinvolto. Condotta che al consigliere Luigi Spina è costata la poltrona a Palazzo dei Marescialli e l'accusa di rivelazione di segreto investigativo. Che cosa succederà ora a Fuzio? Le intercettazioni, pubblicate online ieri dall'Espresso, sono eloquenti. Il pg della Suprema Corte, componente di Unicost, la stessa corrente di Palamara, riferisce all'ex presidente dell'Anm contenuti dell'informativa di 98 pagine arrivata, da pochi giorni, al Csm. Dice che «ci stanno le cose con Adele (l'amica con cui Palamara avrebbe condiviso soggiorni pagati da Fabrizio Centofanti, ndr)... e il viaggio a Dubai...». L'accusatore e l'accusato, insomma, il 21 maggio scorso parlavano tranquillamente dei risultati delle investigazioni di Perugia. Fuzio, addirittura, si spinge a dichiarare che se davvero il pm avesse favorito il procuratore Giancarlo Longo, in cambio di soldi, «ti arrestavano».Palamara - che rischia la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio - è accusato di violazione dei doveri di «imparzialità, correttezza ed equilibrio», in relazione ai rapporti tenuti con l'imprenditore Fabrizio Centofanti, nonché di un «comportamento gravemente scorretto» attuato nella riunione notturna del 9 maggio scorso, in cui, alla presenza dei deputati Pd Luca Lotti (imputato nella Capitale per il caso Consip) e Cosimo Ferri, e di 5 consiglieri del Csm (4 dei quali si sono dimessi), avrebbe brigato per pilotare la successione del pensionato Giuseppe Pignatone alla guida di Piazzale Clodio. La difesa di Palamara, nei giorni scorsi, ha ricusato il consigliere di «Autonomia&Indipendenza» Sebastiano Ardita dopo che già due consiglieri, componenti della disciplinare, si erano astenuti: Marco Mancinetti (Unicost), e Giuseppe Cascini (Area). Se l'istanza dovesse essere accolta (gli avvocati lo scopriranno solo oggi), il tribunale delle toghe dovrebbe essere modificato visto che, dopo le dimissioni di Luigi Spina e Antonio Lepre, Ardita e Cascini sono gli unici togati pm.A Palazzo dei Marescialli, la difesa di Palamara punta soprattutto a demolire i rapporti con l'imprenditore Centofanti. Come? Facendo leva su un particolare che il nostro giornale è in grado di anticipare. Nel quinquennio 2014-2018 la famiglia Palamara (il pm Luca e la moglie Giovanna Remigi, ex dirigente esterno della Regione Lazio) ha sviluppato una capacità finanziaria complessiva di ben 835.000 euro. Una ricchezza che ben giustificherebbe i viaggi e i soggiorni, in Italia e all'estero, e che minerebbe del tutto - secondo gli avvocati - l'assunto accusatorio della corruzione ad opera di Centofanti. Anche per il famoso anello regalato all'amica Adele Attisani, che per i pm di Perugia sarebbe stato in realtà pagato dall'imprenditore, l'ex presidente dell'Anm è pronto a offrire una spiegazione che, paradossalmente, lo espone ancor di più dal punto di vista familiare. Del monile, che per gli inquirenti valeva 2.000 euro ma che Palamara sostiene di aver acquistato per 6.500 euro, aveva parlato con l'allora capocentro della Dia di Catania, Renato Panvino, al quale il pm, in più tranche, avrebbe consegnato il contante a estinzione del debito col gioielliere di Misterbianco.Sul fronte della contestata «disponibilità» dell'ex togato, in seno al Csm (2014-2018), che nel fascicolo di Perugia diventa addirittura l'accusa di aver incassato 40.000 euro per favorire la nomina di Giancarlo Longo alla guida della Procura di Gela, la linea difensiva trae spunto dalle stesse carte della magistratura umbra. Infatti, all'epoca Palamara non faceva parte della Quinta commissione (incarichi direttivi e semidirettivi). A smentire l'interessamento del pm romano sarebbe addirittura l'avvocato Giuseppe Calafiore, condannato insieme al collega Piero Amara per le presunte sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Pur ammettendo di aver egli stesso tentato di favorire l'amico magistrato nella sua aspirazione, Calafiore ha negato che Palamara e Longo possano aver parlato di soldi. Resta da chiarire l'ultima contestazione, quella di aver saputo in anticipo i contenuti dell'inchiesta umbra grazie a Spina ma anche, come abbiamo visto, allo stesso pg. Aspetto su cui la difesa è pronta a dare battaglia. Anche perché, secondo i legali, la notizia era già da tempo non più riservata considerati gli articoli di giornale che avevano dato ampio risalto alla storia. Inoltre, a testimonianza di ciò, ci sarebbero delle chat WhatsApp tra Palamara e i magistrati Sergio Colaiocco e Giuseppe Cascini. Quest'ultimo viene citato, ripetutamente, nelle intercettazioni col virus spia. In particolare, nella ormai famosa conversazione del 9 maggio scorso, a cui erano presenti Lotti e Ferri, il consigliere dimissionario del Csm Luigi Spina sbotta: «Oggi, se fosse per me, Cascini gli impugnavo pure l'elezione e gli controllavamo i voti (...) tiravamo fuori la cosa del fratello...». In che cosa consista questa «cosa» non è chiaro. Il riferimento è a Marcello Cascini, sostituto procuratore di Roma. Ancora un fratello, dunque, nelle intercettazioni al veleno del «mercato delle toghe», dopo quelli di Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo. Consulenti di aziende finite nel mirino dell'autorità giudiziaria capitolina, e fulcro centrale dell'esposto firmato dal pm Stefano Fava contro i suoi superiori in Procura.Simone Di Meo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/palamara-alla-sbarra-ma-il-pg-che-lo-accusa-rischia-grosso-gli-passava-le-notizie-2639047528.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intermediario-per-la-roma-allemiro-il-bullo-non-smentisce-il-nostro-scoop" data-post-id="2639047528" data-published-at="1768017478" data-use-pagination="False"> Intermediario per la Roma all’emiro. Il Bullo non smentisce il nostro scoop Abbiamo atteso tutto il giorno, ma alla fine Matteo Renzi, sempre loquace, non ha smentito di essere il presunto intermediario di una trattativa per la cessione della Roma agli emiri del Qatar. Nella notte tra il 15 e il 16 maggio Luca Lotti aveva rivelato al pm Luca Palamara (intercettato dalla Guardia di finanza) quanto segue: «Matteo era a Doha (incomprensibile) ha detto “oh io la compro la Roma" c'era scritto “io la compro davvero la Roma, ma lo stadio si fa o no?" e Matteo gli ha risposto: “Guardi vediamoci a Parigi con Luca la settimana prossima…"». Non è chiaro chi dovessero incontrare a Parigi Renzi e «Luca», probabilmente Lotti, per parlare dell'affare. Lo stesso Palamara, in un'altra convesazione, aveva detto alla moglie che l'ex ministro stava facendo da «intermediario per far comprare al Qatar la Roma». «Non commentiamo stronzate, siamo una società quotata» risponde con savoir faire il vicepresidente della società Mauro Baldissoni. A questo punto domandiamo se Lotti dica «stronzate»: «Questo lo dice lei. Noi non commentiamo false notizie». L'intercettazione, però, è vera: «I dialoghi tra terze persone non ci riguardano» è la conclusione del dirigente. Di certo i rapporti tra il Giglio magico e il Qatar si sono consolidati nel tempo, favoriti anche dagli ottimi rapporti personali di Matteo con l'ambasciatore italiano a Doha, Pasquale Salzano. Ad aprile avevamo ricordato alcuni recenti viaggi dell'ex premier nell'emirato per non meglio specificate missioni. Le nostre fonti ci avevano parlato di un viaggio a fine marzo e di un altro tra il 29 e 30 dicembre scorsi. Nell'aprile 2018 l'ex premier era volato a Doha con l'imprenditore Marco Carrai al seguito, su invito dell'emiro, Tamim Bin Hamad Al Thani, per partecipare all'inaugurazione della biblioteca nazionale, insieme a un «gruppo ristretto di ex uomini di governo accomunati dalla passione per l'islam sunnita di Doha», tra cui Nicolas Sarkozy. Nell'occasione l'ex segretario del Pd si intrattenne per più di un'ora con i vertici della ricchissima Qatar foundation. L'ex segretario Pd era volato a Doha anche subito dopo le sue dimissioni da capo del governo: era il 19 gennaio del 2017, e anche in quel caso si trattò di una visita lampo. L'emiro del piccolo Stato arabo controlla un fondo d'investimento che in Europa possiede quote di colossi bancari, ma anche immobili e hotel. Tra questi il Four seasons di Firenze, acquistato proprio dalla famiglia al-Thani: Matteo lo usa come ufficio, palestra e ristorante. È nota la passione per il calcio degli emiri, che organizzeranno il prossimo Mondiale e che possiedono il Paris Saint Germain. Ad aprile i giornali avevano dato la notizia di contatti tra un fondo del Qatar e Lotti per trovare finanziatori per la Fiorentina. Alla fine la squadra viola è stata acquistata dall'italo-americano Rocco Commisso. Da tempo nella capitale si vocifera di un interessamento del Qatar per la Roma. Si è parlato anche di un'offerta da 1,5 miliardi, comprendente la realizzazione del nuovo stadio. A febbraio rappresentanti dell'emirato avevano sondato la disponibilità di Francesco Totti a fare l'ambasciatore per i Mondiali del 2022. L'agenzia di stampa Adn kronos, citando fonti qatariote, ha riferito il «fastidio» del governo emiratino per le notizie apparse sul nostro giornale. Una mancanza di riservatezza che sarebbe stata bollata come «odiosa». Un incidente diplomatico che potrebbe far naufragare la trattativa. Ieri hanno commentato il nostro scoop molti tifosi, compresi diversi politici. «La Roma ha già tante disgrazie, ci manca solo se ne occupi Renzi: e poi a che titolo?» ha dichiarato il senatore di Forza Italia e tifoso giallorosso, Maurizio Gasparri. «Il Qatar non mi fa impazzire. È uno dei più noti finanziatori delle peggiori frange del fondamentalismo islamico». Giacomo Amadori
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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