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2019-07-02
Palamara alla sbarra, ma il pg che lo accusa rischia grosso: gli passava le notizie
Ansa
Il colpo di scena era nell'aria, ma ieri c'è stato un completo capovolgimento di fronte. Il pg della Cassazione che, proprio questa mattina, dovrà sostenere l'accusa a carico di Luca Palamara, è finito nel tritacarne del virus trojan installato nel cellulare del pm indagato a Perugia per corruzione. Riccardo Fuzio è stato intercettato mentre discute col suo futuro imputato non solo delle nomine di Roma («bisogna lavorare sui numeri», suggerisce), ma soprattutto mentre gli rivela informazioni sull'indagine in cui è coinvolto. Condotta che al consigliere Luigi Spina è costata la poltrona a Palazzo dei Marescialli e l'accusa di rivelazione di segreto investigativo. Che cosa succederà ora a Fuzio? Le intercettazioni, pubblicate online ieri dall'Espresso, sono eloquenti. Il pg della Suprema Corte, componente di Unicost, la stessa corrente di Palamara, riferisce all'ex presidente dell'Anm contenuti dell'informativa di 98 pagine arrivata, da pochi giorni, al Csm. Dice che «ci stanno le cose con Adele (l'amica con cui Palamara avrebbe condiviso soggiorni pagati da Fabrizio Centofanti, ndr)... e il viaggio a Dubai...». L'accusatore e l'accusato, insomma, il 21 maggio scorso parlavano tranquillamente dei risultati delle investigazioni di Perugia. Fuzio, addirittura, si spinge a dichiarare che se davvero il pm avesse favorito il procuratore Giancarlo Longo, in cambio di soldi, «ti arrestavano».
Palamara - che rischia la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio - è accusato di violazione dei doveri di «imparzialità, correttezza ed equilibrio», in relazione ai rapporti tenuti con l'imprenditore Fabrizio Centofanti, nonché di un «comportamento gravemente scorretto» attuato nella riunione notturna del 9 maggio scorso, in cui, alla presenza dei deputati Pd Luca Lotti (imputato nella Capitale per il caso Consip) e Cosimo Ferri, e di 5 consiglieri del Csm (4 dei quali si sono dimessi), avrebbe brigato per pilotare la successione del pensionato Giuseppe Pignatone alla guida di Piazzale Clodio. La difesa di Palamara, nei giorni scorsi, ha ricusato il consigliere di «Autonomia&Indipendenza» Sebastiano Ardita dopo che già due consiglieri, componenti della disciplinare, si erano astenuti: Marco Mancinetti (Unicost), e Giuseppe Cascini (Area). Se l'istanza dovesse essere accolta (gli avvocati lo scopriranno solo oggi), il tribunale delle toghe dovrebbe essere modificato visto che, dopo le dimissioni di Luigi Spina e Antonio Lepre, Ardita e Cascini sono gli unici togati pm.
A Palazzo dei Marescialli, la difesa di Palamara punta soprattutto a demolire i rapporti con l'imprenditore Centofanti. Come? Facendo leva su un particolare che il nostro giornale è in grado di anticipare. Nel quinquennio 2014-2018 la famiglia Palamara (il pm Luca e la moglie Giovanna Remigi, ex dirigente esterno della Regione Lazio) ha sviluppato una capacità finanziaria complessiva di ben 835.000 euro. Una ricchezza che ben giustificherebbe i viaggi e i soggiorni, in Italia e all'estero, e che minerebbe del tutto - secondo gli avvocati - l'assunto accusatorio della corruzione ad opera di Centofanti. Anche per il famoso anello regalato all'amica Adele Attisani, che per i pm di Perugia sarebbe stato in realtà pagato dall'imprenditore, l'ex presidente dell'Anm è pronto a offrire una spiegazione che, paradossalmente, lo espone ancor di più dal punto di vista familiare. Del monile, che per gli inquirenti valeva 2.000 euro ma che Palamara sostiene di aver acquistato per 6.500 euro, aveva parlato con l'allora capocentro della Dia di Catania, Renato Panvino, al quale il pm, in più tranche, avrebbe consegnato il contante a estinzione del debito col gioielliere di Misterbianco.
Sul fronte della contestata «disponibilità» dell'ex togato, in seno al Csm (2014-2018), che nel fascicolo di Perugia diventa addirittura l'accusa di aver incassato 40.000 euro per favorire la nomina di Giancarlo Longo alla guida della Procura di Gela, la linea difensiva trae spunto dalle stesse carte della magistratura umbra. Infatti, all'epoca Palamara non faceva parte della Quinta commissione (incarichi direttivi e semidirettivi). A smentire l'interessamento del pm romano sarebbe addirittura l'avvocato Giuseppe Calafiore, condannato insieme al collega Piero Amara per le presunte sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Pur ammettendo di aver egli stesso tentato di favorire l'amico magistrato nella sua aspirazione, Calafiore ha negato che Palamara e Longo possano aver parlato di soldi. Resta da chiarire l'ultima contestazione, quella di aver saputo in anticipo i contenuti dell'inchiesta umbra grazie a Spina ma anche, come abbiamo visto, allo stesso pg. Aspetto su cui la difesa è pronta a dare battaglia. Anche perché, secondo i legali, la notizia era già da tempo non più riservata considerati gli articoli di giornale che avevano dato ampio risalto alla storia. Inoltre, a testimonianza di ciò, ci sarebbero delle chat WhatsApp tra Palamara e i magistrati Sergio Colaiocco e Giuseppe Cascini. Quest'ultimo viene citato, ripetutamente, nelle intercettazioni col virus spia. In particolare, nella ormai famosa conversazione del 9 maggio scorso, a cui erano presenti Lotti e Ferri, il consigliere dimissionario del Csm Luigi Spina sbotta: «Oggi, se fosse per me, Cascini gli impugnavo pure l'elezione e gli controllavamo i voti (...) tiravamo fuori la cosa del fratello...». In che cosa consista questa «cosa» non è chiaro. Il riferimento è a Marcello Cascini, sostituto procuratore di Roma. Ancora un fratello, dunque, nelle intercettazioni al veleno del «mercato delle toghe», dopo quelli di Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo. Consulenti di aziende finite nel mirino dell'autorità giudiziaria capitolina, e fulcro centrale dell'esposto firmato dal pm Stefano Fava contro i suoi superiori in Procura.
Simone Di Meo
Intermediario per la Roma all’emiro. Il Bullo non smentisce il nostro scoop
Abbiamo atteso tutto il giorno, ma alla fine Matteo Renzi, sempre loquace, non ha smentito di essere il presunto intermediario di una trattativa per la cessione della Roma agli emiri del Qatar. Nella notte tra il 15 e il 16 maggio Luca Lotti aveva rivelato al pm Luca Palamara (intercettato dalla Guardia di finanza) quanto segue: «Matteo era a Doha (incomprensibile) ha detto “oh io la compro la Roma" c'era scritto “io la compro davvero la Roma, ma lo stadio si fa o no?" e Matteo gli ha risposto: “Guardi vediamoci a Parigi con Luca la settimana prossima…"».
Non è chiaro chi dovessero incontrare a Parigi Renzi e «Luca», probabilmente Lotti, per parlare dell'affare. Lo stesso Palamara, in un'altra convesazione, aveva detto alla moglie che l'ex ministro stava facendo da «intermediario per far comprare al Qatar la Roma». «Non commentiamo stronzate, siamo una società quotata» risponde con savoir faire il vicepresidente della società Mauro Baldissoni. A questo punto domandiamo se Lotti dica «stronzate»: «Questo lo dice lei. Noi non commentiamo false notizie». L'intercettazione, però, è vera: «I dialoghi tra terze persone non ci riguardano» è la conclusione del dirigente.
Di certo i rapporti tra il Giglio magico e il Qatar si sono consolidati nel tempo, favoriti anche dagli ottimi rapporti personali di Matteo con l'ambasciatore italiano a Doha, Pasquale Salzano. Ad aprile avevamo ricordato alcuni recenti viaggi dell'ex premier nell'emirato per non meglio specificate missioni. Le nostre fonti ci avevano parlato di un viaggio a fine marzo e di un altro tra il 29 e 30 dicembre scorsi. Nell'aprile 2018 l'ex premier era volato a Doha con l'imprenditore Marco Carrai al seguito, su invito dell'emiro, Tamim Bin Hamad Al Thani, per partecipare all'inaugurazione della biblioteca nazionale, insieme a un «gruppo ristretto di ex uomini di governo accomunati dalla passione per l'islam sunnita di Doha», tra cui Nicolas Sarkozy. Nell'occasione l'ex segretario del Pd si intrattenne per più di un'ora con i vertici della ricchissima Qatar foundation.
L'ex segretario Pd era volato a Doha anche subito dopo le sue dimissioni da capo del governo: era il 19 gennaio del 2017, e anche in quel caso si trattò di una visita lampo. L'emiro del piccolo Stato arabo controlla un fondo d'investimento che in Europa possiede quote di colossi bancari, ma anche immobili e hotel. Tra questi il Four seasons di Firenze, acquistato proprio dalla famiglia al-Thani: Matteo lo usa come ufficio, palestra e ristorante. È nota la passione per il calcio degli emiri, che organizzeranno il prossimo Mondiale e che possiedono il Paris Saint Germain. Ad aprile i giornali avevano dato la notizia di contatti tra un fondo del Qatar e Lotti per trovare finanziatori per la Fiorentina. Alla fine la squadra viola è stata acquistata dall'italo-americano Rocco Commisso. Da tempo nella capitale si vocifera di un interessamento del Qatar per la Roma. Si è parlato anche di un'offerta da 1,5 miliardi, comprendente la realizzazione del nuovo stadio. A febbraio rappresentanti dell'emirato avevano sondato la disponibilità di Francesco Totti a fare l'ambasciatore per i Mondiali del 2022. L'agenzia di stampa Adn kronos, citando fonti qatariote, ha riferito il «fastidio» del governo emiratino per le notizie apparse sul nostro giornale. Una mancanza di riservatezza che sarebbe stata bollata come «odiosa». Un incidente diplomatico che potrebbe far naufragare la trattativa. Ieri hanno commentato il nostro scoop molti tifosi, compresi diversi politici. «La Roma ha già tante disgrazie, ci manca solo se ne occupi Renzi: e poi a che titolo?» ha dichiarato il senatore di Forza Italia e tifoso giallorosso, Maurizio Gasparri. «Il Qatar non mi fa impazzire. È uno dei più noti finanziatori delle peggiori frange del fondamentalismo islamico».
Giacomo Amadori
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Oggi giorno del giudizio al Csm. Caos nella sezione disciplinare: Riccardo Fuzio e il consigliere Ardita potrebbero dover lasciare il posto.Tengono banco le parole di Luca Lotti intercettato con il pm al centro di «toghe sporche».Lo speciale contiene due articoliIl colpo di scena era nell'aria, ma ieri c'è stato un completo capovolgimento di fronte. Il pg della Cassazione che, proprio questa mattina, dovrà sostenere l'accusa a carico di Luca Palamara, è finito nel tritacarne del virus trojan installato nel cellulare del pm indagato a Perugia per corruzione. Riccardo Fuzio è stato intercettato mentre discute col suo futuro imputato non solo delle nomine di Roma («bisogna lavorare sui numeri», suggerisce), ma soprattutto mentre gli rivela informazioni sull'indagine in cui è coinvolto. Condotta che al consigliere Luigi Spina è costata la poltrona a Palazzo dei Marescialli e l'accusa di rivelazione di segreto investigativo. Che cosa succederà ora a Fuzio? Le intercettazioni, pubblicate online ieri dall'Espresso, sono eloquenti. Il pg della Suprema Corte, componente di Unicost, la stessa corrente di Palamara, riferisce all'ex presidente dell'Anm contenuti dell'informativa di 98 pagine arrivata, da pochi giorni, al Csm. Dice che «ci stanno le cose con Adele (l'amica con cui Palamara avrebbe condiviso soggiorni pagati da Fabrizio Centofanti, ndr)... e il viaggio a Dubai...». L'accusatore e l'accusato, insomma, il 21 maggio scorso parlavano tranquillamente dei risultati delle investigazioni di Perugia. Fuzio, addirittura, si spinge a dichiarare che se davvero il pm avesse favorito il procuratore Giancarlo Longo, in cambio di soldi, «ti arrestavano».Palamara - che rischia la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio - è accusato di violazione dei doveri di «imparzialità, correttezza ed equilibrio», in relazione ai rapporti tenuti con l'imprenditore Fabrizio Centofanti, nonché di un «comportamento gravemente scorretto» attuato nella riunione notturna del 9 maggio scorso, in cui, alla presenza dei deputati Pd Luca Lotti (imputato nella Capitale per il caso Consip) e Cosimo Ferri, e di 5 consiglieri del Csm (4 dei quali si sono dimessi), avrebbe brigato per pilotare la successione del pensionato Giuseppe Pignatone alla guida di Piazzale Clodio. La difesa di Palamara, nei giorni scorsi, ha ricusato il consigliere di «Autonomia&Indipendenza» Sebastiano Ardita dopo che già due consiglieri, componenti della disciplinare, si erano astenuti: Marco Mancinetti (Unicost), e Giuseppe Cascini (Area). Se l'istanza dovesse essere accolta (gli avvocati lo scopriranno solo oggi), il tribunale delle toghe dovrebbe essere modificato visto che, dopo le dimissioni di Luigi Spina e Antonio Lepre, Ardita e Cascini sono gli unici togati pm.A Palazzo dei Marescialli, la difesa di Palamara punta soprattutto a demolire i rapporti con l'imprenditore Centofanti. Come? Facendo leva su un particolare che il nostro giornale è in grado di anticipare. Nel quinquennio 2014-2018 la famiglia Palamara (il pm Luca e la moglie Giovanna Remigi, ex dirigente esterno della Regione Lazio) ha sviluppato una capacità finanziaria complessiva di ben 835.000 euro. Una ricchezza che ben giustificherebbe i viaggi e i soggiorni, in Italia e all'estero, e che minerebbe del tutto - secondo gli avvocati - l'assunto accusatorio della corruzione ad opera di Centofanti. Anche per il famoso anello regalato all'amica Adele Attisani, che per i pm di Perugia sarebbe stato in realtà pagato dall'imprenditore, l'ex presidente dell'Anm è pronto a offrire una spiegazione che, paradossalmente, lo espone ancor di più dal punto di vista familiare. Del monile, che per gli inquirenti valeva 2.000 euro ma che Palamara sostiene di aver acquistato per 6.500 euro, aveva parlato con l'allora capocentro della Dia di Catania, Renato Panvino, al quale il pm, in più tranche, avrebbe consegnato il contante a estinzione del debito col gioielliere di Misterbianco.Sul fronte della contestata «disponibilità» dell'ex togato, in seno al Csm (2014-2018), che nel fascicolo di Perugia diventa addirittura l'accusa di aver incassato 40.000 euro per favorire la nomina di Giancarlo Longo alla guida della Procura di Gela, la linea difensiva trae spunto dalle stesse carte della magistratura umbra. Infatti, all'epoca Palamara non faceva parte della Quinta commissione (incarichi direttivi e semidirettivi). A smentire l'interessamento del pm romano sarebbe addirittura l'avvocato Giuseppe Calafiore, condannato insieme al collega Piero Amara per le presunte sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Pur ammettendo di aver egli stesso tentato di favorire l'amico magistrato nella sua aspirazione, Calafiore ha negato che Palamara e Longo possano aver parlato di soldi. Resta da chiarire l'ultima contestazione, quella di aver saputo in anticipo i contenuti dell'inchiesta umbra grazie a Spina ma anche, come abbiamo visto, allo stesso pg. Aspetto su cui la difesa è pronta a dare battaglia. Anche perché, secondo i legali, la notizia era già da tempo non più riservata considerati gli articoli di giornale che avevano dato ampio risalto alla storia. Inoltre, a testimonianza di ciò, ci sarebbero delle chat WhatsApp tra Palamara e i magistrati Sergio Colaiocco e Giuseppe Cascini. Quest'ultimo viene citato, ripetutamente, nelle intercettazioni col virus spia. In particolare, nella ormai famosa conversazione del 9 maggio scorso, a cui erano presenti Lotti e Ferri, il consigliere dimissionario del Csm Luigi Spina sbotta: «Oggi, se fosse per me, Cascini gli impugnavo pure l'elezione e gli controllavamo i voti (...) tiravamo fuori la cosa del fratello...». In che cosa consista questa «cosa» non è chiaro. Il riferimento è a Marcello Cascini, sostituto procuratore di Roma. Ancora un fratello, dunque, nelle intercettazioni al veleno del «mercato delle toghe», dopo quelli di Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo. 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Nella notte tra il 15 e il 16 maggio Luca Lotti aveva rivelato al pm Luca Palamara (intercettato dalla Guardia di finanza) quanto segue: «Matteo era a Doha (incomprensibile) ha detto “oh io la compro la Roma" c'era scritto “io la compro davvero la Roma, ma lo stadio si fa o no?" e Matteo gli ha risposto: “Guardi vediamoci a Parigi con Luca la settimana prossima…"». Non è chiaro chi dovessero incontrare a Parigi Renzi e «Luca», probabilmente Lotti, per parlare dell'affare. Lo stesso Palamara, in un'altra convesazione, aveva detto alla moglie che l'ex ministro stava facendo da «intermediario per far comprare al Qatar la Roma». «Non commentiamo stronzate, siamo una società quotata» risponde con savoir faire il vicepresidente della società Mauro Baldissoni. A questo punto domandiamo se Lotti dica «stronzate»: «Questo lo dice lei. Noi non commentiamo false notizie». L'intercettazione, però, è vera: «I dialoghi tra terze persone non ci riguardano» è la conclusione del dirigente. Di certo i rapporti tra il Giglio magico e il Qatar si sono consolidati nel tempo, favoriti anche dagli ottimi rapporti personali di Matteo con l'ambasciatore italiano a Doha, Pasquale Salzano. Ad aprile avevamo ricordato alcuni recenti viaggi dell'ex premier nell'emirato per non meglio specificate missioni. Le nostre fonti ci avevano parlato di un viaggio a fine marzo e di un altro tra il 29 e 30 dicembre scorsi. Nell'aprile 2018 l'ex premier era volato a Doha con l'imprenditore Marco Carrai al seguito, su invito dell'emiro, Tamim Bin Hamad Al Thani, per partecipare all'inaugurazione della biblioteca nazionale, insieme a un «gruppo ristretto di ex uomini di governo accomunati dalla passione per l'islam sunnita di Doha», tra cui Nicolas Sarkozy. Nell'occasione l'ex segretario del Pd si intrattenne per più di un'ora con i vertici della ricchissima Qatar foundation. L'ex segretario Pd era volato a Doha anche subito dopo le sue dimissioni da capo del governo: era il 19 gennaio del 2017, e anche in quel caso si trattò di una visita lampo. L'emiro del piccolo Stato arabo controlla un fondo d'investimento che in Europa possiede quote di colossi bancari, ma anche immobili e hotel. Tra questi il Four seasons di Firenze, acquistato proprio dalla famiglia al-Thani: Matteo lo usa come ufficio, palestra e ristorante. È nota la passione per il calcio degli emiri, che organizzeranno il prossimo Mondiale e che possiedono il Paris Saint Germain. Ad aprile i giornali avevano dato la notizia di contatti tra un fondo del Qatar e Lotti per trovare finanziatori per la Fiorentina. Alla fine la squadra viola è stata acquistata dall'italo-americano Rocco Commisso. Da tempo nella capitale si vocifera di un interessamento del Qatar per la Roma. Si è parlato anche di un'offerta da 1,5 miliardi, comprendente la realizzazione del nuovo stadio. A febbraio rappresentanti dell'emirato avevano sondato la disponibilità di Francesco Totti a fare l'ambasciatore per i Mondiali del 2022. L'agenzia di stampa Adn kronos, citando fonti qatariote, ha riferito il «fastidio» del governo emiratino per le notizie apparse sul nostro giornale. Una mancanza di riservatezza che sarebbe stata bollata come «odiosa». Un incidente diplomatico che potrebbe far naufragare la trattativa. Ieri hanno commentato il nostro scoop molti tifosi, compresi diversi politici. «La Roma ha già tante disgrazie, ci manca solo se ne occupi Renzi: e poi a che titolo?» ha dichiarato il senatore di Forza Italia e tifoso giallorosso, Maurizio Gasparri. «Il Qatar non mi fa impazzire. È uno dei più noti finanziatori delle peggiori frange del fondamentalismo islamico». Giacomo Amadori
Delle due l’una: o gli allarmi sul ritiro degli statunitensi dalla Nato sono esagerati, come sostengono i tedeschi; oppure l’Alleanza atlantica si appresta a suonare le ultime note dell’orchestrina del Titanic. Fonti vicine alla Farnesina, infatti, ci informano che il prossimo 15 luglio, alla faccia delle minacce di Donald Trump, nella suggestiva ambientazione di Villa Miani a Roma, si celebreranno i 75 anni del Nato defense college. Si tratta dell’università militare dell’Organizzazione, fondata nel 1951, quando l’ente aprì i battenti a Parigi; venne trasferito all’Eur nel 1966, in seguito all’uscita della Francia dal Patto atlantico e, da ultimo, nella sede della Cecchignola, dove si trova dal 10 settembre 1999. All’epoca - era il periodo della trionfante campagna in Serbia - alla vicepresidenza del Consiglio c’era Sergio Mattarella, che appena tre mesi dopo l’inaugurazione del centro divenne ministro della Difesa. Anche l’attuale capo dello Stato sarebbe stato invitato all’evento, ma il Quirinale non ne avrebbe ancora confermato la presenza: sembra che il presidente della Repubblica voglia assicurarsi che nella capitale arrivi anche il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte.
Benché il «compleanno» del Defense college cada il 19 novembre, la cerimonia sarebbe stata anticipata. Forse - è un’ipotesi - per consentire di prendervi parte al comandante, il tenente generale danese Max A.L.T. Nielsen, prima che lasci il suo incarico. Ma ciò che sorprende di più, al di là della voglia di festeggiare in un momento del genere, è il conto della cerimonia. Non proprio un budget da ultimi giorni di Pompei. Sarebbe previsto, anzi, un ricevimento sfarzoso, con circa 500 persone, nella incantevole dimora storica dove, nel 2005, tennero il loro banchetto di nozze Francesco Totti e Ilary Blasi. Solo per la location e il catering, la somma si aggirerebbe tra i 200 e i 300.000 euro. E a proposito di orchestrine del Titanic, la Nato non si farà mancare la sua: alla Verità risulta che il simposio sarà allietato dalle note di una banda, ingaggiata con un cachet di circa 40.000 euro. Dopodiché, bisognerà provvedere agli extra: spese di viaggio e alloggi per i tanti convitati stranieri. Secondo le fonti da noi consultate, tutto compreso, potrebbe partire quasi 1 milione. Soldi provenienti dal bilancio Nato, cioè dai contributi degli Stati membri, cioè dalle tasche dei cittadini. I quali, anche per far fronte all’eventuale disimpegno Usa, nei prossimi anni dovranno svenarsi per aumentare la quota degli stanziamenti bellici fino al 5% dei Pil nazionali.
Appunto, delle due l’una: o qualcuno si appresta a suonare la lira sulle ceneri del sodalizio militare, o, in fondo, nessuno crede veramente che la Nato sia ai titoli di coda. Per varie ragioni. Primo, perché a Trump, per sganciarsi, serve un’autorizzazione che difficilmente il Congresso gli accorderebbe. Secondo, perché il parziale smantellamento dei contingenti americani schierati nel Vecchio continente, avviato peraltro da Barack Obama, era previsto da tempo e, almeno nel caso della Germania, coinvolgerebbe una cifra tutto sommato esigua: 5.000 uomini su oltre 35.000. Vista da una prospettiva diversa, sarebbe l’opportunità per costruire quel «pilastro europeo» della Difesa che qui si invoca da anni.
Che le dichiarazioni del tycoon, al di fuori delle stanze della politica e delle redazioni dei giornali, non abbiano innescato una particolare spirale di panico, lo dimostra l’intervista rilasciata ieri a Repubblica dal nostro capo di Stato maggiore, Carmine Masiello: «I fatti», ha spiegato il generale di corpo d’armata, «sono che un mese fa, insieme al comandante delle forze Usa in Europa, ho presieduto un importante convegno sulla sicurezza del fianco Sud […]. Per quanto riguarda gli scambi addestrativi con le unità statunitensi dislocate in Italia, per l’esercito non si registrano modifiche. Al contrario, l’obiettivo condiviso è quello di rafforzare ulteriormente l’interoperabilità». Dello stesso tenore le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Berlino, Johann Wadephul: «Non ho alcun dubbio che non vi sarà alcuna riduzione della capacità di deterrenza della Nato in Europa». E se Giorgia Meloni, da Eravan, ci ha tenuto a ribadire che l’Italia ha sempre «mantenuto gli impegni», «anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti», tipo in Afghanistan e in Iraq, così che «alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette», Rutte ha gettato acqua sul fuoco: i Paesi europei, ha garantito, hanno «ascoltato il messaggio» di Trump, recependo la sua «delusione» per il mancato sostegno alla guerra in Iran, e stanno attuando agli accordi in vigore sull’impiego delle basi. Per di più, il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, ha riferito di aver concordato, con il segretario generale, di rafforzare con «nuovi contributi» il Purl, il programma tramite il quale gli Stati del Vecchio continente acquistano armamenti da Washington per poi spedirli a Kiev. Business as usual. La Nato può festeggiare.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La richiesta di maggiore flessibilità, tramite lo scostamento di bilancio, per gestire la crisi energetica, è stata nuovamente messa sul tavolo europeo. Dopo la risposta negativa arrivata durante il vertice di Cipro, in cui il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era speso affinché passasse la linea di scorporare dal calcolo del disavanzo le maggiori spese per l’energia, ieri all’Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari europei, Giancarlo Giorgetti ha rinnovato la richiesta di flessibilità.
Il ministro dell’Economia ha delineato i punti critici dello scenario globale, ovvero «peggioramento delle prospettive di crescita e significativi rischi al ribasso, inflazione in aumento e in prospettiva una stretta monetaria. Pertanto «lo choc energetico causato dalla crisi iraniana richiede una risposta rapida, coordinata e proporzionata da parte dell’Ue». In sostanza, secondo Giorgetti , «la politica “attendere e vedere” è finita, ora è tempo di agire».
Nel suo intervento all’Eurogruppo ha sollecitato l’attivazione di «una clausola di salvaguardia generale a livello Ue per ottenere maggiore spazio di bilancio». E ha sottolineato che «se non si raggiungesse il consenso necessario per questa soluzione, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale». L’intervento sarebbe mirato a comprarti industriali sui quali la crisi ha impattato di più, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico». Questo significa «estendere all’energia le deroghe al Patto di Stabilità già attive per la difesa».
Un consenso generale a una clausola di salvaguardia generale che coinvolga tutta la Ue non pare possibile, poiché, come ribadito più volte dalla Commissione, non vi sono le condizioni per poterla usare dato che la Ue o l’area euro non si trovano in recessione. La seconda è stata utilizzata per la spesa per la difesa, ma l’Italia non l’ha ancora richiesta ancora. Il ricorso «coordinato» alla clausola nazionale (per le spese contro il caro energia) «rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale. Il suo utilizzo sarebbe temporaneo, di portata limitata e mirato ai settori più esposti, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione per il quadro Ue sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico».
Per Giorgetti «le misure dovrebbero rimanere incentrate sull’attenuazione dell’impatto sui settori più colpiti, in particolare agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica, attraverso un sostegno proporzionato e temporaneo».
Ma c’è anche una terza opzione: estendere la clausola per la difesa alle spese per il caro energia «invocando le questioni di sicurezza nazionale già previste nel Temporary framework approvato la settimana scorsa dalla Commissione Ue». Giorgetti ha indicato l’interesse a discutere «misure selettive per l’incremento delle entrate»: l’Italia sostiene l’introduzione a livello Ue di una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, come suggerito insieme a Germania, Portogallo, Austria e Spagna, in una lettera inviata alla Commissione.
Il ministro si è mosso con passi felpati ma decisi. Non una parola di troppo che possa essere interpretata dai mercati come uno strappo rispetto alla linea più volte rimarcata da Bruxelles di non consentire spazi di flessibilità rispetto a quelli già previsti.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, in mattinata era stato più tranciante: «È una questione di sopravvivenza». Se Bruxelles impedisce lo scostamento di bilancio, «sono convinto che il governo porterà all’approvazione del Parlamento, la possibilità di spendere soldi al di là dei vincoli e dei limiti europei per aiutare gli italiani che hanno bisogno». Poi ha ricordato lo sciopero degli autotrasportatori previsto dal 25 al 29 maggio. «Avere per una settimana i camion fermi, vuol dire avere i negozi vuoti, e vuol dire avere l’Italia nel caos. Per cui o Bruxelles mi permette di aiutare questi lavoratori o immagino, lo faremo lo stesso». All’Eurogruppo di ieri sono emerse voci di preoccupazione. Il Portogallo ha detto che è «importante» disporre di «un po' di flessibilità» per poter aiutare i settori «più colpiti» dallo choc energetico. Per il Belgio non ci sono le condizioni per una sospensione del Patto di stabilità. Sulla stessa linea l’Olanda: «Fare più debito non è la soluzione alla crisi dei prezzi dell’energia». La Spagna ha portato la proposta di usare la clausola nazionale che ha permesso ai Paesi Ue di scorporare dal Patto di stabilità le spese per la difesa.
Ursula «spreca» 20 miliardi per l’IA
Automotive, satelliti o intelligenza artificiale, lo schema delle strategie fallimentari dell’Europa si basa su una serie di fattori in comune che spaventano più dei flop stessi. Si parte con un ritardo abissale nel cogliere dove stiano andando l’industria e le nuove tecnologie (basti pensare al gap competitivo rispetto a Starlink), si continua con una corsa sfrenata per metterci in un modo o nell’altro una pezza e si arriva allo spreco di risorse e alla crisi di filiere (emblematica quella dell’automotive) che si traduce immancabilmente in un taglio di posti di lavoro.
L’ultimo esempio è quello dell’IA, dove però il danno è forse ancora rimediabile. O è almeno quanto sperano gli eurodeputati e gli analisti che secondo la ricostruzione di Politico stanno provando a mettere un argine alla furia masochista di Ursula von der Leyen.
Nel disperato tentativo di entrare nella partita che si stanno giocando senza esclusione di colpi Stati Uniti e Cina, il presidente della Commissione vuol costruire delle enormi strutture di analisi dei dati per addestrare modelli di Intelligenza artificiale altrettanto «importanti». L’obiettivo è creare quattro a cinque gigafactory, ciascuna dotata di 100.000 unità di elaborazione grafica (Gpu) per addestrare l’intelligenza artificiale del Vecchio continente. Per raggiungere lo scopo, l’Ue ha stanziato un fondo di 20 miliardi puntando a triplicare la capacità dei data center europei entro il 2030-2032.
C’è qualche problema. Innanzitutto i tempi. A parte l’enorme ritardo già accumulato, infatti, il bando per la presentazione dei progetti è stato rinviato due volte e l’ultimo arco temporale preso in considerazione parla della primavera. Sarà vero?
Quindi, la vera domanda dalla quale sarebbe dovuto partire l’intero progetto: per chi lavorerebbero le mega «fabbriche» che Bruxelles sta così dispendiosamente finanziando? A oggi in Europa mancano campioni nazionali che possano sfruttare l’energia prodotta dalle potenziali nuove centrali. «Non è affatto chiaro quale sia il pubblico di riferimento delle gigafactory», ha evidenziato in un’intervista Nicoleta Kyosovska, assistente di ricerca presso il Centro di studi di politica europea, un think tank con sede a Bruxelles, e coautrice di un rapporto sulle gigafactory dal titolo: Santuari dell’innovazione o cattedrali nel deserto?, «non abbiamo molte aziende che si occupano di Intelligenza artificiale, anzi forse abbiamo solo Mistral».
Mistral AI è una startup francese fondata nell’aprile del 2023 da tre ricercatori: Arthur Mensch, Guillaume Lample, e Timothée Lacroix. Dopo gli studi alla École Polytechnique e le esperienze in Google DeepMind e Meta, i nostri si sono posti l’obiettivo di democratizzare l’intelligenza artificiale attraverso modelli, prodotti e soluzioni open-source. Chapeau. Ma da qui a immaginarli come un’alternativa credibile ai modelli americani come ChatGpt (OpenAI) e Anthropic, che stanno investendo miliardi su miliardi nello sviluppo dei nuovi modelli di IA, ce ne passa.
«Nessuno è stato in grado di spiegarmi», ha evidenziato Sergey Lagodinsky, europarlamentare tedesco dei Verdi, «quale sia il piano aziendale che stanno realizzando per queste gigafactory».
Tant’è che paradossalmente, le nuove fabbriche europee potrebbero finire per accrescere la dipendenza del Vecchio continente dalla tecnologia Usa con l’americana Nvidia che è leader mondiale nella fornitura dei chip Gpu di cui sopra.
Il dubbio è venuto a un gruppo di 18 parlamentari Ue che ha interrogato sul tema la Commissione. Senza ricevere, neanche a dirlo, risposte.
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Giorgia Meloni con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al vertice Epc di Erevan (Getty Images)
Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
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