
Si fa presto a dire pace. Per arrivarvi si continua a mandare armi all’Ucraina o si smette? Ma soprattutto, se ci si siede al tavolo dei negoziati con Vladimir Putin bisogna mettere in conto di lasciare alla Russia alcuni territori annessi? È con questi interrogativi che oggi vanno in scena due piazze. Una, a Roma, vede unite le principali organizzazioni pacifiste per una manifestazione a cui hanno finito per aderire anche quelli del Pd, costretti in qualche modo a rincorrere il Movimento 5 stelle. L’altra, a Milano, organizzata da Carlo Calenda, sarà un appuntamento nella rigida ortodossia Nato.
Per capire come sia angusto il dibattito italiano basta partire dall’articolo che ha pubblicato ieri sulla Stampa un analista liberal come l’americano Charles Kupchan, che insegna Affari internazionali all’università di Georgetown, a Washington. Kupchan scrive che «se la difesa dell’Ucraina non merita un intervento da parte dei soldati americani, allora il ritorno dell’intero Donbass e della Crimea sotto il controllo ucraino non vale il rischio di una guerra mondiale». Quindi il professore conclude che sia arrivato il momento di un negoziato di pace tra Kiev e Mosca che preveda la rinuncia dell’Ucraina all’ingresso nella Nato e «un’intesa sui territori di Crimea e Donbass». Sono posizioni ragionevoli, ma sembra quasi che si possano esprimere solo se si ha il passaporto Usa in tasca, perché se espresse in Italia, almeno fino a qualche giorno fa, si rischiava di essere dipinti come dei nipotini di Putin.
Vietato comunque fare collegamenti azzardati con Mosca e dintorni per la piazza romana di oggi. L’appuntamento nazionale del movimento per la pace, promosso dalla coalizione «Europe for peace» è convocato per mezzogiorno in piazza della Repubblica. Il corteo partirà alle 12 con direzione piazza San Giovanni in Laterano, dove dal palco verrà letta la piattaforma della manifestazione e la «Lettera a chi manifesta per la pace» del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. Tra le organizzazioni che hanno aderito ci sono Rete italiana pace e disarmo, Campagna Sbilanciamoci!, Acli, Arci, Anpi, Agesci, Focsiv, Libera, Legambiente, Pax Christi, Action Aid, Antigone, Capodarco, Wwf, Greenpeace, Comunità di Sant’Egidio e i tre maggiori sindacati, ovvero Cgil, Cisl e Uil.
Il punto più delicato della manifestazione di Roma riguarda l’adesione dei movimenti politici, che sono stati invitati a non portare bandiere e striscioni di partito. Tra le adesioni ci sono quella di Alleanza Verdi e Sinistra, contrari all’invio di armi in Ucraina, come quella del Partito democratico, che invece ha votato compatto tutti i decreti per Kiev. Enrico Letta è costretto a un certo equilibrismo tra l’amore per la Nato e Pax Christi, per dirne una, e la formula ufficiale di Largo del Nazareno è che si aderisce a tutte le manifestazioni «in linea con i valori del partito». Alla manifestazione parteciperanno anche Giuseppe Conte e parecchi esponenti grillini. Qui, la linea prevalente è quella della conversione pacifista dell’ex premier, che ancora in primavera appoggiava i decreti di Mario Draghi, ma dopo le elezioni ha impugnato la bandiera della pace, a costo di non mandare più armi a Kiev. Ovviamente, vedere sfilare Cgil, Cisl e Uil al fianco del Movimento 5 stelle sarebbe stato un mezzo incubo per il Pd. Così è arrivata la sofferta adesione degli ultimi giorni, anche a scacciare lo spettro di questo M5s che sembra approfittare di ogni occasione per andare a fare scorribande nelle storiche praterie del centrosinistra. Se è vero questo scenario competitivo, ben si capisce come dietro il corteo di oggi ci siano tante posizioni assai diverse tra loro: da chi vuole il cessate fuoco immediato a chi non si siederebbe mai al tavolo negoziale con la Russia, da chi è per l’invio di armi ma spera in una magica pace, a chi non spenderebbe un euro per la difesa. Contraddizioni che ha messo in luce anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che intervistato da Avvenire ha sottolineato: «La pace non è mai gratis. È un’illusione pensarlo. Come aiutiamo l’Ucraina a difendersi? Organizziamo una catena umana di milioni di cittadini europei che circondi Kiev?». «Affrontare il mondo con la responsabilità di dare risposte possibili», ha proseguito il ministro, «ti costringe a fare i conti anche con qualcosa che non ti piace. Ma lo sguardo limpido del mondo della pace va capito, rispettato... Direi anche ammirato».
E se ancora ieri Conte ha chiesto «un’intesa che venga non da una vittoria militare, ma da un negoziato di pace», la piazza di Calenda invece si pone come baluardo di Kiev. L’intenzione, come ha detto lo stesso esponente di Azione, è «sostenere il popolo ucraino e la sua resistenza, per ribadire che la pace non può essere la resa, perché non c’è pace senza libertà». Appuntamento, senza bandiere di partito, alle 16 all’Arco della pace di Milano. Per Calenda, impietoso, «il Pd dovrebbe venire con noi».






