Sara Kelany, deputata e responsabile del dipartimento Immigrazione di Fratelli d’Italia, La Verità suggerisce di ripartire ispirandosi a una vecchia regola del giornalismo: le tre S.
«Mi trova parzialmente d’accordo».
Soldi, sanità e sicurezza.
«Sì, ma non c’è bisogno di ripartire. Sulla sicurezza dobbiamo solo continuare a fare quello che abbiamo promesso. Non è ancora sufficiente, ma non vorrei che si credesse alla falsità cosmica detta in aula da Elly Schlein».
Ovvero?
«Che i reati sono aumentati. Cito gli ultimi dati: sbarchi in calo del 60%, femminicidi del 18, omicidi del 15. E comunque suggerirei cautela alle sinistre: l’immigrazione irregolare e la conseguente criminalità nascono durante il loro decennio al potere».
I vostri elettori si aspettavano di più.
«Noi stessi ci aspettiamo di più. Ma è stato questo governo, per esempio, a sbloccare le assunzioni nelle forze dell’ordine: sono state 42.000 dall’inizio della legislatura».
Basterà?
«Non paghi dei risultati raggiunti, adotteremo ulteriori provvedimenti: uno su tutti, il decreto sicurezza. La stretta sui coltelli usati dai minori e il fermo preventivo per i manifestanti violenti saranno decisivi».
L’opposizione eccepisce.
«Pur riempiendosi la bocca di belle parole, seguita a fare un ostruzionismo becero sulle leggi che servono al Paese. Ma è sempre lo stesso gioco».
Quale?
«Difendono i centri sociali e l’immigrazione incontrollata perché pensano di poter trovare consensi proprio lì. Lo abbiamo visto con il referendum sulla giustizia: l’Ucoii, vicina ai Fratelli musulmani, ha chiamato al voto i due milioni di islamici che abitano in Italia. Come se vivessimo in uno Stato confessionale».
Le città sono assediate dai maranza?
«Soprattutto nelle grandi periferie urbane c’è una difficoltà di integrazione che porta pure le seconde generazioni a sentirsi avulse. Bisogna punire chi commette reati».
Vi danno degli autoritari.
«Le sinistre collettivizzano: la responsabilità, per loro, è determinata dal disagio sociale. Il solito giustificazionismo. Ma la repressione serve. Non è una parolaccia».
Viene da una famiglia multiculturale. Padre egiziano.
«Anch’io ho cittadinanza egiziana. Lui si era trasferito qui negli anni Sessanta, da giovanissimo. Ha cresciuto quattro figlie ripetendoci che, per essere libere, occorreva studiare e farsi una cultura».
Madre italiana.
«Cattolica».
Lei?
«A diciott’anni, dopo il catecumenato, ho deciso di battezzarmi. Mio padre, musulmano e credente, mi accompagnò all’altare la notte di Pasqua».
Cosa la convinse?
«I nostri genitori non cercavano di instillare dogmi, però credevano. Da ragazzine spesso facevamo le vacanze in Israele. Una volta, nella basilica del Santo Sepolcro, capitò l’inaspettato. Cominciai a piangere. Fu una profonda commozione. Sentii che era Gesù che mi chiamava».
Suo padre approvò?
«Non si è mai preoccupato del crocifisso in classe o di festeggiare il Natale. Sulla mensola del nostro salotto il Corano è sempre stato accanto alla Bibbia».
Ha mai frequentato una moschea?
«A Sperlonga, dove vivevamo, non c’era. Ma non serviva: mio padre pregava in casa».
A Milano, Torino e Mestre nasceranno imponenti luoghi di culto.
«C’è una proposta di legge, di cui sono prima firmataria, sul separatismo religioso. La parte iniziale è dedicata proprio ai finanziamenti esteri alle moschee. Devono essere trasparenti. Nell’opacità può annidarsi l’islam radicale, che penetra nella società per sovvertire i nostri valori e le nostre leggi».
Il 18 aprile la Lega organizza una manifestazione per la remigrazione.
«Sarà deformazione professionale, visto che sono un avvocato, generalmente però utilizzo termini con un significato giuridico afferrabile».
Quindi?
«Abbiamo già imboccato la direzione giusta: i rimpatri. Si deve continuare a percorrere questa strada».
Salvini propone di favorire l’immigrazione di Paesi affini, come quelli latinoamericani.
«Non è sbagliato. Anzi, mi pare quasi lapalissiano. Quando una cultura forte incontra una cultura rinunciataria, tende ad assimilarla. Per questo non dobbiamo avere paura di ricordare ciò che siamo».
Le nuove regole europee sui rimpatri sbloccheranno i centri in Albania?
«Siamo stati precursori. Queste misure aiuteranno. Ma voglio chiarirlo: quei centri continuano a funzionare. Di certo, a giugno torneranno ad avere il loro scopo originario: accelerare i rimpatri, appunto».
Meloni dice: i giudici spesso tifano per i clandestini.
«Una parte delle toghe è ideologizzata. Non nasconde la propria avversione verso le politiche migratorie di questo governo. Lo ha dimostrato con provvedimenti abnormi. Le prime ordinanze sui Cpr in Albania, che rimettevano in libertà criminali, sono state firmate dal giudice Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica».
Gratteri suggerisce: dopo la batosta referendaria, non conviene continuare ad attaccare la magistratura.
«Abbiamo semplicemente tentato di fare una riforma annunciata nel nostro programma elettorale».
La sinistra sembra in estasi. Già si dibatte sulle primarie.
«Sul contenitore del No mi pare che Conte abbia già annunciato un’Opa ostile».
Nell’ultima audizione della commissione Covid è emerso che l’avvocato Di Donna avrebbe chiesto il 10% sulle mascherine comprate dalla struttura governativa.
«I contorni di questa vicenda sono inquietanti. Un ex collega dell’allora presidente del Consiglio pretendeva soldi, mentre medici e infermieri morivano negli ospedali. Come si può definire questa richiesta?».
Vuole azzardare?
«Bisognerebbe chiederlo a Conte. Invece che scappare, venga a riferire in commissione. Ci spieghi che nome dovremmo dare alla percentuale che percepiva quell’avvocato».
Attaccano sul «caso Piantedosi».
«Non c’è nessun caso. È solo voyeurismo».
Delmastro e Santanchè, però, si sono dimessi.
«Per evitare qualunque tipo di polemica strumentale. Ma non accettiamo lezioni. Delmastro è da anni sotto scorta per le minacce della mafia. Mentre altri andavano a trovare in carcere Cospito, che si batteva contro il 41 bis».
Sarà lei, come si vocifera, a prendere il posto dell’ex sottosegretario alla Giustizia?
«Spero solo di far bene il mio lavoro da deputata. Il resto non conta. Mai mi perdonerei di non aver realizzato quello per cui mi sono sempre battuta».
Militante da oltre trent’anni.
«Ho cominciato a 15 anni, mentre facevo il liceo classico a Fondi. Coordinavo il movimento studentesco degli Antenati nella mia scuola».
Ha conosciuto Meloni in quel periodo?
«Forse durante i campi estivi con il Fronte della gioventù».
Chi c’era oltre alla futura premier?
«Procaccini, Lollobrigida, Fazzolari. E la sorella, Arianna».
Aneddoti sconvenienti?
«Ricordo spensieratezza e risate. Abbiamo cementato relazioni che ci fanno camminare ancora insieme, restando immuni dal cosiddetto anello del potere».
Anche lei fervente tolkieniana.
«Mai farsi distrarre dai lustrini, tenere la barra dritta, attenti a chi ti vuole blandire».
Vasto programma.
«Basta ricordare da dove si viene e dove si vuole arrivare».
E lei ricorda le sue estati in Egitto?
«Meravigliose. Era tutto completamente diverso dall’abituale. Gli odori, i profumi, l’ambiente. E io restavo incantata a guardare mia nonna che cucinava».
Cosa dicono gli avversari a una fiera esponente di destra con la sua storia?
«Mi attaccano da sempre: “Come fai a stare in un partito che vuole cacciare quelli come te?”».
Risposta?
«Ma cosa vuole che risponda? Sono discorsi di una pochezza disarmante. Per una donna, immigrata di seconda generazione, è naturale fare politica a destra, dove si è sempre valutato il merito senza distinzioni di genere. La prima presidente del Consiglio nella storia repubblicana l’abbiamo espressa noi. Non è certo un caso. Ma loro continuano a vivere di pregiudizi e steccati ideologici».
Si è mai sentita discriminata?
«Alle scuole elementari arrivò il momento della prima comunione. La maestra regalò ai miei compagni una Bibbia».
Ci restò male?
«Naturalmente non pensavo di riceverla. Invece, chiamò anche me davanti a tutti. Mi diede la Bibbia sorridendo. I bambini della classe fecero un grande applauso».
Era come loro.
«Non mi sono mai sentita diversa».