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2022-07-29
Orda di minori stranieri a Genova. Lady Speranza contro la Lamorgese
(Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images)
C’è un documento, al di sopra di ogni sospetto di razzismo, che fotografa le origini dell’emergenza delle baby gang composte da minori non accompagnati che stanno seminando in terrore in alcune zone di Genova. È il rapporto per il 2021 dell’Osservatorio minori stranieri non accompagnati in Italia, firmato da Daniele Frigeri, direttore del Cespi e da Rosangela Cossidente, coordinatrice dell’osservatorio nonché moglie del ministro della Salute Roberto Speranza. Le 174 pagine del documento dell’osservatorio istituito dal Cespi descrivono così la situazione in Liguria: «Dal report mensile minori stranieri non accompagnati in Italia della Direzione generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione, aggiornato al 30 novembre 2021, il numero di minorenni stranieri non accompagnati presenti sul territorio ligure è pari a 341 (due sono di genere femminile) e rappresenta il 3,1% delle presenze a livello nazionale. Rispetto all’anno precedente, in cui i minorenni stranieri erano 185, si è assistito ad un incremento significativo di oltre l’80%». Poi il rapporto chiama in causa la gestione dei minori e il ministero dell’Interno, retto da Luciana Lamorgese, al governo insieme al marito della Cossidente: «A tale incremento non è tuttavia corrisposta un’adeguata risposta da parte del sistema di accoglienza». Ed ecco la questione: «Con l’avviso del 7 maggio 2021 del ministero dell’Interno, Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, di ampliamento posti della rete Sai (quella in cui confluiscono i minori stranieri non accompagnati, ndr), vi è stato infatti un ampliamento di soli 20 posti dedicati ai minorenni stranieri per una spesa pari a euro 517.570,00; ampliamento che ha tuttavia interessato il solo capoluogo ligure, lasciando le altre province completamente scoperte». Nel dettaglio, si parla di «193 posti Sai già presenti al 2020 (163 su Genova e 30 sul Distretto sociale del Savonese) e dedicati ai minorenni». Il numero
complessivo di posti Sai nella regione è pari a 213, a fronte di un numero di minorenni stranieri decisamente superiore. Nella sola Genova a dicembre scorso i ragazzi erano 377, con stime che prevedono che entro fine anno si arrivi a 500. Numeri fuori dal comune. Per Luca Villa, presidente del Tribunale per i minorenni del capoluogo ligure «gli inserimenti nelle comunità andrebbero programmati. Non si può lavorare sulle ondate». Epicentro del fenomeno sono i giardini di Quinto, non lontano dall’omonima spiaggia e dalla stazione ferroviaria che porta lo stesso nome, che sono diventati il luogo del regolamento di conti tra la varie gang che si affrontano anche a colpi di casco da motociclista o di spranghe. Come la notte del 7 luglio scorso nel quartiere Castelletto di Genova, dove è scoppiata una maxi rissa tra minori stranieri non accompagnati proprio nel centro di accoglienza di passo dell’Acquidotto. Sette ragazzi sono rimasti feriti, dieci quelli identificati e denunciati. A fronteggiarsi, con cinghie, estintori e spranghe, sono stati un gruppo di albanesi e uno di egiziani e magrebini. Una situazione che ha costretto il prefetto Renato Franceschelli e il questore Orazio D’Anna a organizzare presidi con agenti antisommossa. Ma lo spauracchio dei celerini sembra non sortire molti effetti, visto che poco meno di un mese fa, dalle risse alle rapine, che hanno portato a cinque arresti alla fine di giugno, si è aggiunta anche una violenza sessuale su una ragazza quindicenne. Compiuta, secondo gli investigatori, da un minorenne straniero non accompagnato, denunciato alla Procura della Repubblica dei minori di Genova.
La violenza sarebbe cominciata sulla spiaggia di Quinto, dove la ragazzina si trovava con due amiche. Alle tre giovani si sarebbero avvicinati tre ragazzi egiziani temporaneamente ospitati in una struttura di accoglienza. L’approccio sarebbe avvenuto senza che le ragazzine genovesi avessero mostrato disponibilità, neppure a scambiare qualche parola, ma questo non ha fermato uno degli egiziani. Avrebbe allungato le mani su una di loro, palpeggiandola nelle parti intime, testimone la gente presente in spiaggia che ha assistito sgomenta. E forse proprio la presenza di numerosi testimoni ha permesso a una delle ragazzine di allontanarsi e avvertire i genitori, che hanno allertato i carabinieri. Che hanno dovuto attuare una mini caccia all’uomo, visto che i tre stranieri avevano tentato la fuga salendo su un autobus di linea diretto verso il centro della città. Il terzetto di molestatori è stato rintracciato sul pullman e bloccato. Solo uno di loro, considerato l’autore materiale dei palpeggiamenti, è stato denunciato per violenza sessuale. Si tratta di un sedicenne arrivato in Italia il 6 giugno scorso, ma che in meno di un mese si è dato molto da fare nel giro delle baby gang. Prima dell’ultima denuncia il ragazzo ne vantava già un paio nel suo curriculum: per spaccio di droga e violenza sessuale. Quella della spiaggia è stata la terza in poche settimane, ma senza un intervento radicale sul sistema di gestione dei minori non accompagnati l’elenco potrebbe essere destinato ad allungarsi.
Lampedusa: una fogna a cielo aperto
Mentre due giorni fa il Pd non ha votato il rinnovo del sostegno dell’Italia alla guardia costiera libica nelle commissioni Esteri e Difesa della Camera, gli sbarchi continuano senza sosta. E l’hotspot di Lampedusa è di nuovo ai limiti del collasso con gravi rischi igienico sanitari. In un video che circola in queste ore si vedono infatti gli ospiti della struttura costretti a fare la doccia all’aperto con bottiglie di acqua minerale, mentre fuori dai cancelli si intravede un’autobotte in arrivo per risolvere la carenza d’acqua che ormai va avanti da giorni. E per il numero eccessivo di presenze è scoppiata anche la rete fognaria.
Nella struttura si trovano 1.793 ospiti a fronte di una capienza di 350 posti. E anche se due notti fa 597 migranti sono stati imbarcati sulla nave Diciotti in direzione Porto Empedocle, la struttura sta per scoppiare. E dimostra che il viavai di traghetti e navi militari non è sufficiente.
«Il ciclo di svuotamento e riempimento del centro di accoglienza di Lampedusa non è sostenibile», denuncia il segretario generale del sindacato di polizia Coisp Domenico Pianese, che aggiunge: «La situazione igienico sanitaria resta insostenibile sia per gli immigrati ma anche per i poliziotti, costretti a svolgere il proprio lavoro nelle stradine invase dai liquami della rete fognaria».
Del resto, sull’isola non c’è tregua, grazie anche alle condizioni meteo favorevoli, che spingono gli scafisti trafficanti di esseri umani a mettere i barconi in mare. Otto gli approdi in rapida successione dalle 20.30 di mercoledì sera, quando il pattugliatore della Guardia di finanza in servizio ha raggiunto il molo Favaloro con 70 persone di origine subsahariana, intercettate su un barchino di 12 metri a circa 11 miglia dall’isola. Poco dopo a sbarcare sono stati in 24: erano su un barchino alla deriva rintracciato dai militari della Guardia costiera, che hanno soccorso anche 62 egiziani, tutti uomini. Intorno alle 21.30 l’approdo più consistente della giornata: 124 sbarcati, che la motovedetta della Guardia di finanza aveva bloccato a circa nove miglia dalle coste. Gli ultimi a raggiungere mercoledì sera l’isola sono stati 29 uomini, tutti adulti e di origine subsahariana, intercettati, sempre dalle Fiamme gialle, a una decina di miglia dall’isola. Ma gli sbarchi notturni sono proseguiti. Intorno alle 3, infatti, una motovedetta della Guardia costiera ha raggiunto il molo Favaloro con 88 persone. E sempre gli uomini della Capitaneria di porto hanno rintracciato 21 tunisini, sbarcati poco dopo. Infine, gli ultimi 83, tra cui cinque minori, che i militari della Guardia di finanza hanno bloccato a mezzo miglio su una carretta del mare. Nella stessa notte altri tre sbarchi hanno toccato le coste siracusane, con in tutto 350 stranieri.
A bordo di un barcone giunto a Portopalo c’era anche un cadavere. La Procura di Siracusa ha disposto il sequestro della salma e ha aperto un fascicolo. Altri 270 sono sbarcati a Messina. Ma i numeri degli approdi potrebbero presto moltiplicarsi: sui taxi del mare ci sono 1.421 persone a bordo.
La Geo Barents di Medici senza frontiere ora conta 596 passeggeri. Mentre 387 (di cui 150 minori non accompagnati) sono sulla Ocean Viking di Sos Mediterranée, che chiede senza sosta un porto sicuro, già da due giorni. Infine 438, dopo l’evacuazione di un minore, sono sulla Sea Watch 3, tra cui 128 minori, 116 dei quali non accompagnati, la cui presenza è stata già segnalata dall’Ong al Tribunale di Palermo. Ma la palla passerà ad altri magistrati, visto che alla nave ieri sera è stato assegnato il porto di Taranto. E la Lega fa le pulci al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese: «Purtroppo», commenta il deputato siciliano leghista Nino Germanà, «la situazione è fuori controllo a causa di un ministro dell’Interno che è stato sempre totalmente assente. Basta ricordare i numeri: con Matteo Salvini nel 2019 sono sbarcati 3.589 migranti, con Lamorgese nel 2022, 37.415. Ma la politica dei porti chiusi vuol dire anche salvare vite umane, fattore che la retorica progressista finge di dimenticare».
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Con 377 ragazzi extracomunitari in città escalation di risse fra etnie diverse, spaccio e violenze sessuali. La moglie del ministro (coordinatrice dell’Osservatorio): «Risposta inadeguata del sistema d’accoglienza”.Lampedusa: una fogna a cielo aperto. Sbarchi a raffica e oltre 1.700 persone nell’hotspot, a fronte di una capienza di 350 posti. La rete non ha retto e i liquami sono tracimati. Navi Ong pronte a scaricare 1.500 anime. Lo speciale comprende due articoli.C’è un documento, al di sopra di ogni sospetto di razzismo, che fotografa le origini dell’emergenza delle baby gang composte da minori non accompagnati che stanno seminando in terrore in alcune zone di Genova. È il rapporto per il 2021 dell’Osservatorio minori stranieri non accompagnati in Italia, firmato da Daniele Frigeri, direttore del Cespi e da Rosangela Cossidente, coordinatrice dell’osservatorio nonché moglie del ministro della Salute Roberto Speranza. Le 174 pagine del documento dell’osservatorio istituito dal Cespi descrivono così la situazione in Liguria: «Dal report mensile minori stranieri non accompagnati in Italia della Direzione generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione, aggiornato al 30 novembre 2021, il numero di minorenni stranieri non accompagnati presenti sul territorio ligure è pari a 341 (due sono di genere femminile) e rappresenta il 3,1% delle presenze a livello nazionale. Rispetto all’anno precedente, in cui i minorenni stranieri erano 185, si è assistito ad un incremento significativo di oltre l’80%». Poi il rapporto chiama in causa la gestione dei minori e il ministero dell’Interno, retto da Luciana Lamorgese, al governo insieme al marito della Cossidente: «A tale incremento non è tuttavia corrisposta un’adeguata risposta da parte del sistema di accoglienza». Ed ecco la questione: «Con l’avviso del 7 maggio 2021 del ministero dell’Interno, Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, di ampliamento posti della rete Sai (quella in cui confluiscono i minori stranieri non accompagnati, ndr), vi è stato infatti un ampliamento di soli 20 posti dedicati ai minorenni stranieri per una spesa pari a euro 517.570,00; ampliamento che ha tuttavia interessato il solo capoluogo ligure, lasciando le altre province completamente scoperte». Nel dettaglio, si parla di «193 posti Sai già presenti al 2020 (163 su Genova e 30 sul Distretto sociale del Savonese) e dedicati ai minorenni». Il numerocomplessivo di posti Sai nella regione è pari a 213, a fronte di un numero di minorenni stranieri decisamente superiore. Nella sola Genova a dicembre scorso i ragazzi erano 377, con stime che prevedono che entro fine anno si arrivi a 500. Numeri fuori dal comune. Per Luca Villa, presidente del Tribunale per i minorenni del capoluogo ligure «gli inserimenti nelle comunità andrebbero programmati. Non si può lavorare sulle ondate». Epicentro del fenomeno sono i giardini di Quinto, non lontano dall’omonima spiaggia e dalla stazione ferroviaria che porta lo stesso nome, che sono diventati il luogo del regolamento di conti tra la varie gang che si affrontano anche a colpi di casco da motociclista o di spranghe. Come la notte del 7 luglio scorso nel quartiere Castelletto di Genova, dove è scoppiata una maxi rissa tra minori stranieri non accompagnati proprio nel centro di accoglienza di passo dell’Acquidotto. Sette ragazzi sono rimasti feriti, dieci quelli identificati e denunciati. A fronteggiarsi, con cinghie, estintori e spranghe, sono stati un gruppo di albanesi e uno di egiziani e magrebini. Una situazione che ha costretto il prefetto Renato Franceschelli e il questore Orazio D’Anna a organizzare presidi con agenti antisommossa. Ma lo spauracchio dei celerini sembra non sortire molti effetti, visto che poco meno di un mese fa, dalle risse alle rapine, che hanno portato a cinque arresti alla fine di giugno, si è aggiunta anche una violenza sessuale su una ragazza quindicenne. Compiuta, secondo gli investigatori, da un minorenne straniero non accompagnato, denunciato alla Procura della Repubblica dei minori di Genova.La violenza sarebbe cominciata sulla spiaggia di Quinto, dove la ragazzina si trovava con due amiche. Alle tre giovani si sarebbero avvicinati tre ragazzi egiziani temporaneamente ospitati in una struttura di accoglienza. L’approccio sarebbe avvenuto senza che le ragazzine genovesi avessero mostrato disponibilità, neppure a scambiare qualche parola, ma questo non ha fermato uno degli egiziani. Avrebbe allungato le mani su una di loro, palpeggiandola nelle parti intime, testimone la gente presente in spiaggia che ha assistito sgomenta. E forse proprio la presenza di numerosi testimoni ha permesso a una delle ragazzine di allontanarsi e avvertire i genitori, che hanno allertato i carabinieri. Che hanno dovuto attuare una mini caccia all’uomo, visto che i tre stranieri avevano tentato la fuga salendo su un autobus di linea diretto verso il centro della città. Il terzetto di molestatori è stato rintracciato sul pullman e bloccato. Solo uno di loro, considerato l’autore materiale dei palpeggiamenti, è stato denunciato per violenza sessuale. Si tratta di un sedicenne arrivato in Italia il 6 giugno scorso, ma che in meno di un mese si è dato molto da fare nel giro delle baby gang. Prima dell’ultima denuncia il ragazzo ne vantava già un paio nel suo curriculum: per spaccio di droga e violenza sessuale. Quella della spiaggia è stata la terza in poche settimane, ma senza un intervento radicale sul sistema di gestione dei minori non accompagnati l’elenco potrebbe essere destinato ad allungarsi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/orda-di-minori-stranieri-a-genova-lady-speranza-contro-la-lamorgese-2657765253.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lampedusa-una-fogna-a-cielo-aperto" data-post-id="2657765253" data-published-at="1659043987" data-use-pagination="False"> Lampedusa: una fogna a cielo aperto Mentre due giorni fa il Pd non ha votato il rinnovo del sostegno dell’Italia alla guardia costiera libica nelle commissioni Esteri e Difesa della Camera, gli sbarchi continuano senza sosta. E l’hotspot di Lampedusa è di nuovo ai limiti del collasso con gravi rischi igienico sanitari. In un video che circola in queste ore si vedono infatti gli ospiti della struttura costretti a fare la doccia all’aperto con bottiglie di acqua minerale, mentre fuori dai cancelli si intravede un’autobotte in arrivo per risolvere la carenza d’acqua che ormai va avanti da giorni. E per il numero eccessivo di presenze è scoppiata anche la rete fognaria. Nella struttura si trovano 1.793 ospiti a fronte di una capienza di 350 posti. E anche se due notti fa 597 migranti sono stati imbarcati sulla nave Diciotti in direzione Porto Empedocle, la struttura sta per scoppiare. E dimostra che il viavai di traghetti e navi militari non è sufficiente. «Il ciclo di svuotamento e riempimento del centro di accoglienza di Lampedusa non è sostenibile», denuncia il segretario generale del sindacato di polizia Coisp Domenico Pianese, che aggiunge: «La situazione igienico sanitaria resta insostenibile sia per gli immigrati ma anche per i poliziotti, costretti a svolgere il proprio lavoro nelle stradine invase dai liquami della rete fognaria». Del resto, sull’isola non c’è tregua, grazie anche alle condizioni meteo favorevoli, che spingono gli scafisti trafficanti di esseri umani a mettere i barconi in mare. Otto gli approdi in rapida successione dalle 20.30 di mercoledì sera, quando il pattugliatore della Guardia di finanza in servizio ha raggiunto il molo Favaloro con 70 persone di origine subsahariana, intercettate su un barchino di 12 metri a circa 11 miglia dall’isola. Poco dopo a sbarcare sono stati in 24: erano su un barchino alla deriva rintracciato dai militari della Guardia costiera, che hanno soccorso anche 62 egiziani, tutti uomini. Intorno alle 21.30 l’approdo più consistente della giornata: 124 sbarcati, che la motovedetta della Guardia di finanza aveva bloccato a circa nove miglia dalle coste. Gli ultimi a raggiungere mercoledì sera l’isola sono stati 29 uomini, tutti adulti e di origine subsahariana, intercettati, sempre dalle Fiamme gialle, a una decina di miglia dall’isola. Ma gli sbarchi notturni sono proseguiti. Intorno alle 3, infatti, una motovedetta della Guardia costiera ha raggiunto il molo Favaloro con 88 persone. E sempre gli uomini della Capitaneria di porto hanno rintracciato 21 tunisini, sbarcati poco dopo. Infine, gli ultimi 83, tra cui cinque minori, che i militari della Guardia di finanza hanno bloccato a mezzo miglio su una carretta del mare. Nella stessa notte altri tre sbarchi hanno toccato le coste siracusane, con in tutto 350 stranieri. A bordo di un barcone giunto a Portopalo c’era anche un cadavere. La Procura di Siracusa ha disposto il sequestro della salma e ha aperto un fascicolo. Altri 270 sono sbarcati a Messina. Ma i numeri degli approdi potrebbero presto moltiplicarsi: sui taxi del mare ci sono 1.421 persone a bordo. La Geo Barents di Medici senza frontiere ora conta 596 passeggeri. Mentre 387 (di cui 150 minori non accompagnati) sono sulla Ocean Viking di Sos Mediterranée, che chiede senza sosta un porto sicuro, già da due giorni. Infine 438, dopo l’evacuazione di un minore, sono sulla Sea Watch 3, tra cui 128 minori, 116 dei quali non accompagnati, la cui presenza è stata già segnalata dall’Ong al Tribunale di Palermo. Ma la palla passerà ad altri magistrati, visto che alla nave ieri sera è stato assegnato il porto di Taranto. E la Lega fa le pulci al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese: «Purtroppo», commenta il deputato siciliano leghista Nino Germanà, «la situazione è fuori controllo a causa di un ministro dell’Interno che è stato sempre totalmente assente. Basta ricordare i numeri: con Matteo Salvini nel 2019 sono sbarcati 3.589 migranti, con Lamorgese nel 2022, 37.415. Ma la politica dei porti chiusi vuol dire anche salvare vite umane, fattore che la retorica progressista finge di dimenticare».
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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