Orbán è un alleato fondamentale per cambiare faccia all’Europa

- Tutti dicono che Matteo Salvini amoreggia con il suo peggior nemico. In realtà, il magiaro non ci danneggia sull'immigrazione. E, in vista delle elezioni del 2019, può portare la Lega nel Ppe a trazione identitaria.
- Tra il vicepremier e il leader di Fidesz è subito intesa, complice la cucina lombarda. L'alleanza ha il beneplacito di Silvio Berlusconi e un solo nemico giurato: Emmanuel Macron.
- In piazza San Babila la manifestazione di chi contestava il summit in prefettura. Laura Boldrini, tante sigle, ma solite parole d'ordine in favore di Bruxelles e accoglienza.
- Investimenti e tasse giù: la «Orbanomics» sta facendo volare il Paese La disoccupazione è passata dall'11 al 4%. E i redditi salgono da anni.
Lo speciale contiene quattro articoli
Ovunque rimbalza la medesima tesi: l'incauto (e forse pure inetto) Matteo Salvini sta coccolando quello che in realtà è il suo peggior nemico, ovvero il premier ungherese Viktor Orbán. Il ministro dell'Interno, dicono gli opinionisti con i galloni in mostra, sta covando una serpe in seno, va a letto con un amante assassino, sta tubando con un uomo che vuole il male dell'Italia.
Orbán, ripetono gli analisti più scaltri, è alla guida di un Paese che non ha voluto farsi carico dei profughi. L'Ungheria, infatti, ha rifiutato di partecipare alla spartizione dei migranti decisa dall'Unione europea nel 2015. Da anni, infatti, i magiari tengono la posizione: sono ostinatamente contrari all'immigrazione, non vogliono aprire le frontiere, e hanno fatto fronte comune con altri Stati (quelli del cosiddetto «blocco di Visegrad») per ostacolare i piani immigrazionisti comunitari.
Il ragionamento di molti italiani di area progressista, dunque, è semplice: Orbán non vuole i migranti, mentre l'Italia avrebbe bisogno di un aiuto concreto da parte degli altri Paesi europei, i quali dovrebbero farsi carico di una fetta degli stranieri che sbarcano qui (e altrove). Insomma, gli interessi dell'Ungheria e nostri sarebbero agli antipodi, e ciò farebbe del caro Viktor un temibile avversario, uno che ricopre di parole zuccherose i suoi propositi mortiferi.
C'è, però, una piccola falla in tale elucubrazione. È verissimo che l'Ungheria non ha accolto nemmeno un migrante sbarcato in Italia negli ultimi anni. Il fatto, tuttavia, è che a noi l'accordo sui ricollocamenti a livello europeo non serve praticamente a niente. I Paesi Ue, infatti, hanno stabilito negli anni passati di diversi profughi e rifugiati, cioè persone provenienti da situazioni di guerra, carestia o comunque grave pericolo. In base ai criteri individuati a livello comunitario sono entrati nel programma di ricollocamento stranieri provenienti quasi esclusivamente da luoghi come Siria, Eritrea, Iraq e Yemen.
Per farla breve: la stragrande maggioranza degli immigrati giunti via mare sulle nostre coste in questi anni non avevano le caratteristiche per essere mandati in altri Stati Ue. L'Italia avrebbe avuto bisogno di una spartizione degli stranieri irregolari, non dei profughi. Il fatto che Orbán abbia rifiutato di accogliere profughi, dunque, non ci ha affatto danneggiato.
Peraltro, se dovessimo decidere quali sono i nostri nemici in base al numero dei ricollocamenti, ai primi posti dovrebbero esserci pure gli spagnoli (tra gli altri). Il governo di Madrid è stato persino multato dal Tribunale supremo spagnolo, nel luglio scorso, per avere disatteso gli impegni presi in Europa, ospitando appena il 12,5% dei migranti che aveva promesso di prendere. Tuttavia, gli stessi progressisti che oggi berciano contro Orbán nelle scorse settimane hanno citato a ripetizione la Spagna come esempio di umanità e accoglienza.
La verità è che, in materia di immigrazione, gli ungheresi sono ottimi alleati. Il premier ungherese ha sintetizzato perfettamente la situazione: «I Paesi Ue si suddividono in due grandi blocchi», ha detto ieri. «Qual è l'obiettivo della nostra politica? Bruxelles dice, e così tedeschi, francesi e spagnoli, che la loro politica consiste nel gestire al meglio l'immigrazione. In tutti i documenti europei si dice questo. Noi, che siamo nel campo opposto, diciamo invece che l'obiettivo è fermarla. Per questo noi e Salvini abbiamo la stessa posizione». Ecco il punto: l'interesse dell'Italia non sta nella gestione fallimentare dell'immigrazione portata avanti dall'Ue negli ultimi anni, ma in un radicale cambio di prospettiva. Esattamente quello che accomuna Salvini e Orbán.
I due si possono rivelare ottimi alleati proprio all'interno delle istituzioni europee. Il loro legame non porterà alla «distruzione dell'Europa», come grida isterica Laura Boldrini. Potrebbe condurre, piuttosto, a un salutare mutamento di linea. Come noto, il premier ungherese fa parte del Partito popolare europeo, lo stesso di Angela Merkel, lo stesso di Forza Italia. Si tratta dello schieramento più forte a livello comunitario, ma da qualche tempo vive una fase difficile. Ecco perché la Merkel ha fatto di tutto per lisciare il pelo a Orbán, arrivando a pietire un incontro qualche settimana fa. Vuole tenerselo buono, perché è fondamentale a livello di numeri. Ed è qui, sui numeri, che entra in gioco Salvini. Se la Lega entrasse nel Ppe, potrebbe sopperire al possibile calo di voti di Forza Italia, e contribuirebbe a spostare l'asse di potere del partitone europeo. «Stiamo lavorando a un'alleanza che escluda i socialisti e le sinistre e porti a centro le identità che nostri movimenti rappresentano», ha detto Salvini ieri. Tale alleanza potrebbe stringersi proprio all'interno del Ppe oppure fuori, in un nuovo (e potente) schieramento «populista», con il Front national francese, i 5 stelle e altri. Un fronte di questo tipo potrebbe, finalmente, cambiare faccia all'Ue. E per raggiungere questo obiettivo, Orbán è un alleato fondamentale.
Francesco Borgonovo
Così nasce il «patto dell’ossobuco»
È il patto dell'ossobuco, tipico piatto della tradizione milanese, con la benedizione del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, quello stipulato ieri tra il ministro dell'Interno Matteo Salvini e il primo ministro dell'Ungheria Victor Orbán, in visita ieri a Milano per tracciare la nuova strada dell'Europa, quella che verrà fuori dopo le prossime elezioni europee del 26 maggio 2019. I due lo hanno fatto intendere: dopo la tornata elettorale del prossimo anno, l'Europa cambierà volto e a Bruxelles nulla sarà più come prima. Anzi, forse anche lo schieramento di Orbán, ora nel Ppe, potrebbe cambiare.
E potrebbe finalmente nascere il gruppo dei conservatori, già caldeggiato da mesi da Salvini. Del resto, nel Parlamento europeo, dice il primo ministro ungherese, «ci sono due campi: uno guidato dal presidente francese Emmanuel Macron che è a capo di quelle forze che sostengono l'immigrazione. Dall'altra parte ci siamo noi che vogliamo fermare l'immigrazione illegale. Su questa questione c'è un grosso dibattito anche nel Ppe. Noi vorremmo che fosse adottata la nostra posizione». Nessuno stravolgimento a livello europeo prima delle prossime elezioni. Dice Orbán: «Sono ungherese quindi leale. Anche per questo incontro di oggi ho chiesto il contributo del presidente Berlusconi perché noi nel Parlamento europeo siamo con lui». Da tempo proprio dentro la Lega si sta pensando a un gruppo dei «conservatori» alternativo ai popolari, ormai in crisi permanente.
Il nuovo gruppo potrebbe comprendere appunto Orbán che sta nel Ppe, Salvini ora in Europa delle nazioni, i cechi tra i liberali, i polacchi di Jaroslaw Kaczynski come pure quello che rimane del vecchio Front national di Marine Le Pen. Si vedrà, ma la strada appare tracciata. Sarà l'alternativa al Ppe e a Macron, una nuova forza conservatrice che si oppone all'immigrazione indiscriminata. Accompagnato dalle polemiche del Partito democratico, l'incontro tra il vicepremier italiano e il premier ungherese si è svolto senza particolari tensioni.
Anzi, Orbán che doveva essere contestato dagli antagonisti, ha potuto mangiare indisturbato in pieno centro, in Brera, all'ora di pranzo. A tavola ossobuco di vitello e risotto allo zafferano, vino piemontese, focaccia, bruschette, gnocco fritto con salumi toscani e marchigiani, tartare di fassona piemontese e olive di Paternò. Poi, alle 17, l'arrivo in prefettura, con tanto di cravatta verde. Orbán ha parlato di un colloquio «stimolante». Del resto, ha spiegato, «quando noi venivamo attaccati in Europa, Salvini ci difendeva. La questione più importante è l'immigrazione: noi ungheresi abbiamo dimostrato che può essere fermata sia sul piano giuridico che fisico. Salvini è popolare in Ungheria perché sta dimostrando che l'immigrazione può essere fermata anche in mare, solo lui lo ha fatto». E qui è scattato l'invito al leader della Lega: «Non indietreggiare, ma devi difendere i confini europei». A chi lo attacca per le sue politiche sul fronte migranti Orbán replica: «Difendere i confini è un diritto dell'Ungheria». Radioso Salvini: «Sono fiero e orgoglioso di rappresentare un punto fermo non solo per l'Italia ma per tutto il continente europeo. Come ha detto il presidente Conte i confini italiani sono confini europei». «Quello che abbiamo fatto fino a ieri», ha aggiunto, «lo faremo anche domani. Possono aprire inchieste, processi, che non mi faranno cambiare idea». In ogni caso, la ricetta di Salvini è quella di «cambiare i trattati europei» a partire da quelli in materia di immigrazione. Il nemico numero uno è sempre il presidente francese. Dice Salvini: «Chiediamo collaborazione anche a Macron, che passa il suo tempo a dare lezioni a governi stranieri, dia l'esempio aprendo Ventimiglia. Se lui dà il buono esempio», aggiunge, «poi lo possiamo chiedere anche ai Paesi di Visegrad».
Alessandro Da Rold






