True
2018-08-29
Orbán è un alleato fondamentale per cambiare faccia all’Europa
Ansa
Ovunque rimbalza la medesima tesi: l'incauto (e forse pure inetto) Matteo Salvini sta coccolando quello che in realtà è il suo peggior nemico, ovvero il premier ungherese Viktor Orbán. Il ministro dell'Interno, dicono gli opinionisti con i galloni in mostra, sta covando una serpe in seno, va a letto con un amante assassino, sta tubando con un uomo che vuole il male dell'Italia.
Orbán, ripetono gli analisti più scaltri, è alla guida di un Paese che non ha voluto farsi carico dei profughi. L'Ungheria, infatti, ha rifiutato di partecipare alla spartizione dei migranti decisa dall'Unione europea nel 2015. Da anni, infatti, i magiari tengono la posizione: sono ostinatamente contrari all'immigrazione, non vogliono aprire le frontiere, e hanno fatto fronte comune con altri Stati (quelli del cosiddetto «blocco di Visegrad») per ostacolare i piani immigrazionisti comunitari.
Il ragionamento di molti italiani di area progressista, dunque, è semplice: Orbán non vuole i migranti, mentre l'Italia avrebbe bisogno di un aiuto concreto da parte degli altri Paesi europei, i quali dovrebbero farsi carico di una fetta degli stranieri che sbarcano qui (e altrove). Insomma, gli interessi dell'Ungheria e nostri sarebbero agli antipodi, e ciò farebbe del caro Viktor un temibile avversario, uno che ricopre di parole zuccherose i suoi propositi mortiferi.
C'è, però, una piccola falla in tale elucubrazione. È verissimo che l'Ungheria non ha accolto nemmeno un migrante sbarcato in Italia negli ultimi anni. Il fatto, tuttavia, è che a noi l'accordo sui ricollocamenti a livello europeo non serve praticamente a niente. I Paesi Ue, infatti, hanno stabilito negli anni passati di diversi profughi e rifugiati, cioè persone provenienti da situazioni di guerra, carestia o comunque grave pericolo. In base ai criteri individuati a livello comunitario sono entrati nel programma di ricollocamento stranieri provenienti quasi esclusivamente da luoghi come Siria, Eritrea, Iraq e Yemen.
Per farla breve: la stragrande maggioranza degli immigrati giunti via mare sulle nostre coste in questi anni non avevano le caratteristiche per essere mandati in altri Stati Ue. L'Italia avrebbe avuto bisogno di una spartizione degli stranieri irregolari, non dei profughi. Il fatto che Orbán abbia rifiutato di accogliere profughi, dunque, non ci ha affatto danneggiato.
Peraltro, se dovessimo decidere quali sono i nostri nemici in base al numero dei ricollocamenti, ai primi posti dovrebbero esserci pure gli spagnoli (tra gli altri). Il governo di Madrid è stato persino multato dal Tribunale supremo spagnolo, nel luglio scorso, per avere disatteso gli impegni presi in Europa, ospitando appena il 12,5% dei migranti che aveva promesso di prendere. Tuttavia, gli stessi progressisti che oggi berciano contro Orbán nelle scorse settimane hanno citato a ripetizione la Spagna come esempio di umanità e accoglienza.
La verità è che, in materia di immigrazione, gli ungheresi sono ottimi alleati. Il premier ungherese ha sintetizzato perfettamente la situazione: «I Paesi Ue si suddividono in due grandi blocchi», ha detto ieri. «Qual è l'obiettivo della nostra politica? Bruxelles dice, e così tedeschi, francesi e spagnoli, che la loro politica consiste nel gestire al meglio l'immigrazione. In tutti i documenti europei si dice questo. Noi, che siamo nel campo opposto, diciamo invece che l'obiettivo è fermarla. Per questo noi e Salvini abbiamo la stessa posizione». Ecco il punto: l'interesse dell'Italia non sta nella gestione fallimentare dell'immigrazione portata avanti dall'Ue negli ultimi anni, ma in un radicale cambio di prospettiva. Esattamente quello che accomuna Salvini e Orbán.
I due si possono rivelare ottimi alleati proprio all'interno delle istituzioni europee. Il loro legame non porterà alla «distruzione dell'Europa», come grida isterica Laura Boldrini. Potrebbe condurre, piuttosto, a un salutare mutamento di linea. Come noto, il premier ungherese fa parte del Partito popolare europeo, lo stesso di Angela Merkel, lo stesso di Forza Italia. Si tratta dello schieramento più forte a livello comunitario, ma da qualche tempo vive una fase difficile. Ecco perché la Merkel ha fatto di tutto per lisciare il pelo a Orbán, arrivando a pietire un incontro qualche settimana fa. Vuole tenerselo buono, perché è fondamentale a livello di numeri. Ed è qui, sui numeri, che entra in gioco Salvini. Se la Lega entrasse nel Ppe, potrebbe sopperire al possibile calo di voti di Forza Italia, e contribuirebbe a spostare l'asse di potere del partitone europeo. «Stiamo lavorando a un'alleanza che escluda i socialisti e le sinistre e porti a centro le identità che nostri movimenti rappresentano», ha detto Salvini ieri. Tale alleanza potrebbe stringersi proprio all'interno del Ppe oppure fuori, in un nuovo (e potente) schieramento «populista», con il Front national francese, i 5 stelle e altri. Un fronte di questo tipo potrebbe, finalmente, cambiare faccia all'Ue. E per raggiungere questo obiettivo, Orbán è un alleato fondamentale.
Francesco Borgonovo
Così nasce il «patto dell’ossobuco»
È il patto dell'ossobuco, tipico piatto della tradizione milanese, con la benedizione del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, quello stipulato ieri tra il ministro dell'Interno Matteo Salvini e il primo ministro dell'Ungheria Victor Orbán, in visita ieri a Milano per tracciare la nuova strada dell'Europa, quella che verrà fuori dopo le prossime elezioni europee del 26 maggio 2019. I due lo hanno fatto intendere: dopo la tornata elettorale del prossimo anno, l'Europa cambierà volto e a Bruxelles nulla sarà più come prima. Anzi, forse anche lo schieramento di Orbán, ora nel Ppe, potrebbe cambiare.
E potrebbe finalmente nascere il gruppo dei conservatori, già caldeggiato da mesi da Salvini. Del resto, nel Parlamento europeo, dice il primo ministro ungherese, «ci sono due campi: uno guidato dal presidente francese Emmanuel Macron che è a capo di quelle forze che sostengono l'immigrazione. Dall'altra parte ci siamo noi che vogliamo fermare l'immigrazione illegale. Su questa questione c'è un grosso dibattito anche nel Ppe. Noi vorremmo che fosse adottata la nostra posizione». Nessuno stravolgimento a livello europeo prima delle prossime elezioni. Dice Orbán: «Sono ungherese quindi leale. Anche per questo incontro di oggi ho chiesto il contributo del presidente Berlusconi perché noi nel Parlamento europeo siamo con lui». Da tempo proprio dentro la Lega si sta pensando a un gruppo dei «conservatori» alternativo ai popolari, ormai in crisi permanente.
Il nuovo gruppo potrebbe comprendere appunto Orbán che sta nel Ppe, Salvini ora in Europa delle nazioni, i cechi tra i liberali, i polacchi di Jaroslaw Kaczynski come pure quello che rimane del vecchio Front national di Marine Le Pen. Si vedrà, ma la strada appare tracciata. Sarà l'alternativa al Ppe e a Macron, una nuova forza conservatrice che si oppone all'immigrazione indiscriminata. Accompagnato dalle polemiche del Partito democratico, l'incontro tra il vicepremier italiano e il premier ungherese si è svolto senza particolari tensioni.
Anzi, Orbán che doveva essere contestato dagli antagonisti, ha potuto mangiare indisturbato in pieno centro, in Brera, all'ora di pranzo. A tavola ossobuco di vitello e risotto allo zafferano, vino piemontese, focaccia, bruschette, gnocco fritto con salumi toscani e marchigiani, tartare di fassona piemontese e olive di Paternò. Poi, alle 17, l'arrivo in prefettura, con tanto di cravatta verde. Orbán ha parlato di un colloquio «stimolante». Del resto, ha spiegato, «quando noi venivamo attaccati in Europa, Salvini ci difendeva. La questione più importante è l'immigrazione: noi ungheresi abbiamo dimostrato che può essere fermata sia sul piano giuridico che fisico. Salvini è popolare in Ungheria perché sta dimostrando che l'immigrazione può essere fermata anche in mare, solo lui lo ha fatto». E qui è scattato l'invito al leader della Lega: «Non indietreggiare, ma devi difendere i confini europei». A chi lo attacca per le sue politiche sul fronte migranti Orbán replica: «Difendere i confini è un diritto dell'Ungheria». Radioso Salvini: «Sono fiero e orgoglioso di rappresentare un punto fermo non solo per l'Italia ma per tutto il continente europeo. Come ha detto il presidente Conte i confini italiani sono confini europei». «Quello che abbiamo fatto fino a ieri», ha aggiunto, «lo faremo anche domani. Possono aprire inchieste, processi, che non mi faranno cambiare idea». In ogni caso, la ricetta di Salvini è quella di «cambiare i trattati europei» a partire da quelli in materia di immigrazione. Il nemico numero uno è sempre il presidente francese. Dice Salvini: «Chiediamo collaborazione anche a Macron, che passa il suo tempo a dare lezioni a governi stranieri, dia l'esempio aprendo Ventimiglia. Se lui dà il buono esempio», aggiunge, «poi lo possiamo chiedere anche ai Paesi di Visegrad».
Alessandro Da Rold
La sinistra lancia la resistenza filo Ue
Continua a leggereRiduci
Tutti dicono che Matteo Salvini amoreggia con il suo peggior nemico. In realtà, il magiaro non ci danneggia sull'immigrazione. E, in vista delle elezioni del 2019, può portare la Lega nel Ppe a trazione identitaria.Tra il vicepremier e il leader di Fidesz è subito intesa, complice la cucina lombarda. L'alleanza ha il beneplacito di Silvio Berlusconi e un solo nemico giurato: Emmanuel Macron.In piazza San Babila la manifestazione di chi contestava il summit in prefettura. Laura Boldrini, tante sigle, ma solite parole d'ordine in favore di Bruxelles e accoglienza.Investimenti e tasse giù: la «Orbanomics» sta facendo volare il Paese La disoccupazione è passata dall'11 al 4%. E i redditi salgono da anni.Lo speciale contiene quattro articoliOvunque rimbalza la medesima tesi: l'incauto (e forse pure inetto) Matteo Salvini sta coccolando quello che in realtà è il suo peggior nemico, ovvero il premier ungherese Viktor Orbán. Il ministro dell'Interno, dicono gli opinionisti con i galloni in mostra, sta covando una serpe in seno, va a letto con un amante assassino, sta tubando con un uomo che vuole il male dell'Italia. Orbán, ripetono gli analisti più scaltri, è alla guida di un Paese che non ha voluto farsi carico dei profughi. L'Ungheria, infatti, ha rifiutato di partecipare alla spartizione dei migranti decisa dall'Unione europea nel 2015. Da anni, infatti, i magiari tengono la posizione: sono ostinatamente contrari all'immigrazione, non vogliono aprire le frontiere, e hanno fatto fronte comune con altri Stati (quelli del cosiddetto «blocco di Visegrad») per ostacolare i piani immigrazionisti comunitari. Il ragionamento di molti italiani di area progressista, dunque, è semplice: Orbán non vuole i migranti, mentre l'Italia avrebbe bisogno di un aiuto concreto da parte degli altri Paesi europei, i quali dovrebbero farsi carico di una fetta degli stranieri che sbarcano qui (e altrove). Insomma, gli interessi dell'Ungheria e nostri sarebbero agli antipodi, e ciò farebbe del caro Viktor un temibile avversario, uno che ricopre di parole zuccherose i suoi propositi mortiferi. C'è, però, una piccola falla in tale elucubrazione. È verissimo che l'Ungheria non ha accolto nemmeno un migrante sbarcato in Italia negli ultimi anni. Il fatto, tuttavia, è che a noi l'accordo sui ricollocamenti a livello europeo non serve praticamente a niente. I Paesi Ue, infatti, hanno stabilito negli anni passati di diversi profughi e rifugiati, cioè persone provenienti da situazioni di guerra, carestia o comunque grave pericolo. In base ai criteri individuati a livello comunitario sono entrati nel programma di ricollocamento stranieri provenienti quasi esclusivamente da luoghi come Siria, Eritrea, Iraq e Yemen. Per farla breve: la stragrande maggioranza degli immigrati giunti via mare sulle nostre coste in questi anni non avevano le caratteristiche per essere mandati in altri Stati Ue. L'Italia avrebbe avuto bisogno di una spartizione degli stranieri irregolari, non dei profughi. Il fatto che Orbán abbia rifiutato di accogliere profughi, dunque, non ci ha affatto danneggiato.Peraltro, se dovessimo decidere quali sono i nostri nemici in base al numero dei ricollocamenti, ai primi posti dovrebbero esserci pure gli spagnoli (tra gli altri). Il governo di Madrid è stato persino multato dal Tribunale supremo spagnolo, nel luglio scorso, per avere disatteso gli impegni presi in Europa, ospitando appena il 12,5% dei migranti che aveva promesso di prendere. Tuttavia, gli stessi progressisti che oggi berciano contro Orbán nelle scorse settimane hanno citato a ripetizione la Spagna come esempio di umanità e accoglienza. La verità è che, in materia di immigrazione, gli ungheresi sono ottimi alleati. Il premier ungherese ha sintetizzato perfettamente la situazione: «I Paesi Ue si suddividono in due grandi blocchi», ha detto ieri. «Qual è l'obiettivo della nostra politica? Bruxelles dice, e così tedeschi, francesi e spagnoli, che la loro politica consiste nel gestire al meglio l'immigrazione. In tutti i documenti europei si dice questo. Noi, che siamo nel campo opposto, diciamo invece che l'obiettivo è fermarla. Per questo noi e Salvini abbiamo la stessa posizione». Ecco il punto: l'interesse dell'Italia non sta nella gestione fallimentare dell'immigrazione portata avanti dall'Ue negli ultimi anni, ma in un radicale cambio di prospettiva. Esattamente quello che accomuna Salvini e Orbán. I due si possono rivelare ottimi alleati proprio all'interno delle istituzioni europee. Il loro legame non porterà alla «distruzione dell'Europa», come grida isterica Laura Boldrini. Potrebbe condurre, piuttosto, a un salutare mutamento di linea. Come noto, il premier ungherese fa parte del Partito popolare europeo, lo stesso di Angela Merkel, lo stesso di Forza Italia. Si tratta dello schieramento più forte a livello comunitario, ma da qualche tempo vive una fase difficile. Ecco perché la Merkel ha fatto di tutto per lisciare il pelo a Orbán, arrivando a pietire un incontro qualche settimana fa. Vuole tenerselo buono, perché è fondamentale a livello di numeri. Ed è qui, sui numeri, che entra in gioco Salvini. Se la Lega entrasse nel Ppe, potrebbe sopperire al possibile calo di voti di Forza Italia, e contribuirebbe a spostare l'asse di potere del partitone europeo. «Stiamo lavorando a un'alleanza che escluda i socialisti e le sinistre e porti a centro le identità che nostri movimenti rappresentano», ha detto Salvini ieri. Tale alleanza potrebbe stringersi proprio all'interno del Ppe oppure fuori, in un nuovo (e potente) schieramento «populista», con il Front national francese, i 5 stelle e altri. Un fronte di questo tipo potrebbe, finalmente, cambiare faccia all'Ue. E per raggiungere questo obiettivo, Orbán è un alleato fondamentale. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/orban-e-un-alleato-fondamentale-per-cambiare-faccia-alleuropa-2599874292.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-nasce-il-patto-dellossobuco" data-post-id="2599874292" data-published-at="1775567607" data-use-pagination="False"> Così nasce il «patto dell’ossobuco» È il patto dell'ossobuco, tipico piatto della tradizione milanese, con la benedizione del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, quello stipulato ieri tra il ministro dell'Interno Matteo Salvini e il primo ministro dell'Ungheria Victor Orbán, in visita ieri a Milano per tracciare la nuova strada dell'Europa, quella che verrà fuori dopo le prossime elezioni europee del 26 maggio 2019. I due lo hanno fatto intendere: dopo la tornata elettorale del prossimo anno, l'Europa cambierà volto e a Bruxelles nulla sarà più come prima. Anzi, forse anche lo schieramento di Orbán, ora nel Ppe, potrebbe cambiare. E potrebbe finalmente nascere il gruppo dei conservatori, già caldeggiato da mesi da Salvini. Del resto, nel Parlamento europeo, dice il primo ministro ungherese, «ci sono due campi: uno guidato dal presidente francese Emmanuel Macron che è a capo di quelle forze che sostengono l'immigrazione. Dall'altra parte ci siamo noi che vogliamo fermare l'immigrazione illegale. Su questa questione c'è un grosso dibattito anche nel Ppe. Noi vorremmo che fosse adottata la nostra posizione». Nessuno stravolgimento a livello europeo prima delle prossime elezioni. Dice Orbán: «Sono ungherese quindi leale. Anche per questo incontro di oggi ho chiesto il contributo del presidente Berlusconi perché noi nel Parlamento europeo siamo con lui». Da tempo proprio dentro la Lega si sta pensando a un gruppo dei «conservatori» alternativo ai popolari, ormai in crisi permanente. Il nuovo gruppo potrebbe comprendere appunto Orbán che sta nel Ppe, Salvini ora in Europa delle nazioni, i cechi tra i liberali, i polacchi di Jaroslaw Kaczynski come pure quello che rimane del vecchio Front national di Marine Le Pen. Si vedrà, ma la strada appare tracciata. Sarà l'alternativa al Ppe e a Macron, una nuova forza conservatrice che si oppone all'immigrazione indiscriminata. Accompagnato dalle polemiche del Partito democratico, l'incontro tra il vicepremier italiano e il premier ungherese si è svolto senza particolari tensioni. Anzi, Orbán che doveva essere contestato dagli antagonisti, ha potuto mangiare indisturbato in pieno centro, in Brera, all'ora di pranzo. A tavola ossobuco di vitello e risotto allo zafferano, vino piemontese, focaccia, bruschette, gnocco fritto con salumi toscani e marchigiani, tartare di fassona piemontese e olive di Paternò. Poi, alle 17, l'arrivo in prefettura, con tanto di cravatta verde. Orbán ha parlato di un colloquio «stimolante». Del resto, ha spiegato, «quando noi venivamo attaccati in Europa, Salvini ci difendeva. La questione più importante è l'immigrazione: noi ungheresi abbiamo dimostrato che può essere fermata sia sul piano giuridico che fisico. Salvini è popolare in Ungheria perché sta dimostrando che l'immigrazione può essere fermata anche in mare, solo lui lo ha fatto». E qui è scattato l'invito al leader della Lega: «Non indietreggiare, ma devi difendere i confini europei». A chi lo attacca per le sue politiche sul fronte migranti Orbán replica: «Difendere i confini è un diritto dell'Ungheria». Radioso Salvini: «Sono fiero e orgoglioso di rappresentare un punto fermo non solo per l'Italia ma per tutto il continente europeo. Come ha detto il presidente Conte i confini italiani sono confini europei». «Quello che abbiamo fatto fino a ieri», ha aggiunto, «lo faremo anche domani. Possono aprire inchieste, processi, che non mi faranno cambiare idea». In ogni caso, la ricetta di Salvini è quella di «cambiare i trattati europei» a partire da quelli in materia di immigrazione. Il nemico numero uno è sempre il presidente francese. Dice Salvini: «Chiediamo collaborazione anche a Macron, che passa il suo tempo a dare lezioni a governi stranieri, dia l'esempio aprendo Ventimiglia. Se lui dà il buono esempio», aggiunge, «poi lo possiamo chiedere anche ai Paesi di Visegrad». Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/orban-e-un-alleato-fondamentale-per-cambiare-faccia-alleuropa-2599874292.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-sinistra-lancia-la-resistenza-filo-ue" data-post-id="2599874292" data-published-at="1775567607" data-use-pagination="False"> La sinistra lancia la resistenza filo Ue «Siamo 15.000», sparano, presi dall'entusiasmo, gli organizzatori della manifestazione antisovranista che, per ironia della sorte, si è tenuta ieri in una delle piazze storiche della destra milanese. Durante l'incontro in prefettura tra Matteo Salvini e il premier ungherese Viktor Orbán, in piazza San Babila, a Milano, è andata in scena la stanca protesta dei fan dell'invasione. Ma, come si suol dire in questi casi, erano forse più le sigle che i partecipanti, malgrado i proclami trionfalistici (ma le foto fanno giustizia di una presenza nettamente inferiore a quanto annunciato). L'elenco delle adesioni, in termini di sigle e siglette, è infatti sterminato: Insieme senza muri, Sentinelli di Milano, Pd, Possibile, Leu, Radicali, e ancora l'Anpi, la Cgil, le Acli e i Circoli Arci, ActionAid, Amnesty international Amref Italia, Terre des hommes, Articolo 21, Arcigay, Casa della carità, Casa di accoglienza delle Donne maltrattate, Comunità di Sant'Egidio e altri. C'era persino la «St Ambroeus Fc», la prima formazione composta da rifugiati iscritta alla Figc. Una mobilitazione imponente, a cui non è corrisposta esattamente un'adunata oceanica. I proclami, tuttavia, sono altisonanti: dal palco arriva l'appello a costruire una «nuova resistenza». Nientepopodimeno... «Stiamo assistendo a una situazione di pericolosa regressione dove sforzi della nostra marina militare e Ong sono stati cancellati in pochi mesi di scellerato governo», ha dichiarato dal palco l'assessore milanese al Welfare, l'onnipresente Pierfrancesco Majorino. Dove c'è appello contro nuovi razzismi e fascismi veri e presunti non può mancare lui, Emanuele Fiano, deputato milanese del Pd. «Non vogliamo l'Europa del leader ungherese Viktor Orbán, che si dice amico di Salvini, ma poi quando si tratta di accogliere chi scappa dalle guerre, la sua porta è sempre chiusa. Hanno detto che non parleranno d'immigrazione, ma non ci crede nessuno. Hanno la stessa idea dell'Europa: distruggerla». Non si capisce bene se la colpa del leader magiaro sia quella di essere d'accordo con il nostro ministro degli Interni o, al contrario, nel non esserlo, ma tant'è. Rispunta anche Pippo Civati, risvegliato dal caso Diciotti dopo un lungo letargo politico: «Quello che è successo oggi», dice, «è nato in modo molto spontaneo e sono le cose più belle. Il caso della nave Diciotti ha mobilitato le persone e ci ha permesso di mostrare quell'Italia che non sta con Salvini. È importante essere qui per evitare che si ricaschi nei nazionalismi. È una reazione di cuore e di testa perché non credo che convenga a nessuno che l'Europa si sciolga». C'era anche l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha detto: «È importante essere in questa piazza, ricca di persone che non ci stanno a questo connubio tra Salvini e Orbán e che non credono che la soluzione sia il sovranismo, una dimensione che farebbe solo male al nostro Paese e che ci ricaccerebbe indietro nel tempo e non darebbe un futuro ai nostri figli. Siamo qui per dire no a questa coppia e per prospettare un'altra dimensione per il nostro Paese e per l'Europa». Il tema europeista emerge spesso, nelle dichiarazioni. Salvini e Orbán, pare di capire, starebbero tramando per distruggere l'Unione europea, anche se i due hanno assicurato che si tratta solo di riscriverne le regole e cambiarne i rapporti di forza interni. I difensori dell'Europa, invece, sarebbero coloro che vorrebbero ridurne le frontiere a un colabrodo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/orban-e-un-alleato-fondamentale-per-cambiare-faccia-alleuropa-2599874292.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="flat-tax-e-niente-euro-cosi-budapest-ha-compiuto-il-suo-miracolo-economico" data-post-id="2599874292" data-published-at="1775567607" data-use-pagination="False"> Flat tax e niente euro. Così Budapest ha compiuto il suo miracolo economico C'è poco da stupirsi che, nell'Europa ormai dimentica dei condottieri e dei leader che hanno contribuito in passato a edificarla, la figura di Viktor Orbán si stagli imponente e minacciosa allo stesso tempo. Solo citare il nome del premier ungherese evoca, nella maggior parte dei commentatori occidentali, il rischio di pericolose conseguenze per la democrazia. Autoritario, illiberale, razzista, sono solo alcuni degli aggettivi più gettonati per definire il primo ministro magiaro. Ma Viktor Orbán è davvero «l'uomo più pericoloso dell'Unione europea», come l'ha definito il connazionale Paul Lendvai in un commento apparso di recente su The Atlantic? Orbán nasce nel 1963 a Székesfehérvár, una cittadina a una cinquantina di chilometri da Budapest che oggi conta poco più di 100.000 abitanti. Sono passati appena sette anni dalla terribile rivoluzione ungherese. Da adolescente si iscrive al partito comunista giovanile (Kisz), a quei tempi un passaggio obbligatorio per iscriversi all'università. Dopo il servizio militare le sue idee politiche cambiano, e a soli 25 anni contribuisce a fondare l'Alleanza dei giovani democratici (Fidesz), una formazione anticomunista e progressista. Negli anni immediatamente antecedenti all'ingresso nel Parlamento ungherese, Orbán lavora per la fondazione di George Soros, lo stesso imprenditore nei confronti del quale ha poi intrapreso una durissima battaglia. Nei primi due mandati da deputato, dal 1990 al 1994 e dal 1994 al 1998, siede tra i banchi dell'opposizione. Grazie all'ottimo risultato conseguito dal suo partito, nel 1998 Orbán diventa primo ministro, formando un governo di coalizione con il Partito dei piccoli proprietari indipendenti e il Forum democratico ungherese. Ha così inizio un periodo definito ancora oggi «l'età dorata». Il Paese è uscito da meno di un decennio dalla morsa del comunismo e l'economia fa ancora fatica a riprendersi dagli oltre quaranta, lunghissimi anni di isolamento ai quali è stata sottoposta. Il nuovo governo dimezza l'inflazione portandola dal 15% del 1998 al 7,8% del 2001, mentre il prodotto interno lordo cresce a ritmo sostenuto (tra il 3 e il 5%). Nel 1999 l'Ungheria aderisce alla Nato, mentre l'adesione all'Unione europea slitta al 2004. La decisione di far slittare l'ingresso nell'Ue, i cui negoziati sono partiti proprio nel 1998, fa arrabbiare Orbán, che accusa Bruxelles di aver volutamente ritardato l'entrata di Budapest. È solo il primo atto di un rapporto destinato a diventare molto complesso. Per due volte, nel 2002 e nel 2006, Fidesz perde le elezioni ed è costretta a rimanere all'opposizione. Dopo il successo alle elezioni europee del 2009, arriva il trionfo alle politiche del 2010 quando, complice la crisi del Partito socialista, Orbán riesce a riconquistare il potere. La partnership con il Partito del popolo cristiano democratico (Kdnp) frutta al suo partito il 53% dei voti e il 68% dei seggi. Una maggioranza che lascia al premier e alla sua formazione politica carta bianca in tutti i settori. Nel frattempo, infatti, il Paese versa nuovamente in condizioni economiche disastrose. Nel 2009 il prodotto interno lordo fa segnare un -6,8%, mentre la disoccupazione si attesta all'11,2%. Uno dei primi provvedimenti presi per risollevare l'economia è l'introduzione di una flat tax per le persone fisiche (16%) e di un sistema a due aliquote (19% e 10%) per le imprese. Nonostante le stime del governo, che prevede una crescita superiore al 3%, e i risultati incoraggianti del primo biennio (+1,1% nel 2010 e +1,6% nel 2011), l'Ungheria entra in recessione. Si tratta solo di un breve incidente di percorso, complice anche la debolezza complessiva dell'eurozona, perché già dalla seconda metà del 2012 il Paese torna a crescere. Negli anni a venire la «Orbanomics», una ricetta che si basa su un mix di intervento statale e incentivi agli investimenti esteri, esplode in tutto il suo splendore. Nel 2013 il Pil avanza del 2,1%, mentre nel 2014 la crescita fa registrare un sensazionale +4,23%. Un risultato che permette a Fidesz, proprio in quell'anno, di vincere nuovamente le elezioni. Il reddito pro capite passa dai 12.800 dollari del 2012 ai 15.500 dollari del 2017, mentre nello stesso periodo la disoccupazione cala dall'11% al 4%. Un vero e proprio miracolo economico. Nel 2018 arriva una nuova vittoria alle urne e Orbán si garantisce un altro mandato. Gli altri Paesi, pur osservando i progressi di Budapest, rimangono focalizzati su quelle che considerano velleità liberticide. Nel 2013, in occasione delle riforme costituzionali che limitano i poteri della Corte costituzionale e ridefiniscono la libertà di espressione, i media gridano al «golpe bianco». Ma a dare fastidio alla comunità internazionale è soprattutto l'atteggiamento ostile di Orbán nei confronti delle politiche migratorie accomodanti da parte di Bruxelles, per sua natura poco avvezza ad avere a che fare con controparti ribelli. «Noi non crediamo nell'Unione europea, crediamo nell'Ungheria», ha affermato Orbán nel 2011. Un pensiero confermato con i fatti. Nel 2015, il premier ordina la costruzione del muro al confine con la Serbia e, successivamente, si oppone alle strategie di ridistribuzione dei migranti. Una posizione condivisa anche dagli altri partner del blocco di Visegrad, che oltre all'Ungheria è formato da Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Lo scorso maggio, in seguito alla pubblicazione della bozza del budget Ue 2021-2027 che ridimensiona i contributi per Budapest, minaccia il veto all'approvazione del bilancio. C'è da giurarci: Orbán non si fermerà davanti a nulla finché non sarà certo che l'interesse nazionale verrà adeguatamente tutelato. Perché, come dice il motto di Fidesz, «per noi l'Ungheria è la prima». Antonio Grizzuti
(Ansa)
«Come fai quando vuoi spezzare un filo di ferro? Prima lo torci in una direzione e poi nell’altra». Nella riuscita trasposizione cinematografica de Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, la sceneggiatura cofirmata da Emmanuel Carrère salva uno dei passaggi più acuti del libro. Il protagonista del romanzo, l’enigmatico consigliori di Vladimir Putin Vadim Baranov, fissa le priorità della guerra ibrida che la Russia deve impegnare sul fronte digitale col suo esercito di hacker. Per farlo, illustra la teoria del filo di ferro: «Man mano che costruirete la vostra rete, vi renderete conto che ci sono dei temi ai quali le persone tengono di più. Io non so quali siano, ve lo diranno i clic. [...] L’essenziale è che ognuno ha qualcosa che gli sta a cuore, e qualcuno che lo fa incazzare. Non dobbiamo convertire nessuno. Solo scoprire in cosa credono e convincerli di più. Dargli notizie, argomenti, veri, falsi, non ha importanza. Farli incazzare. Tutti. Sempre di più. Non abbiamo preferenze. La nostra unica linea è il filo di ferro. Torciamo da una parte e poi dall’altra. Finché il filo si spezza».
Oggi, a oltre un mese di guerra in Iran, a torcere quel filo che saremmo noi non ci sono (solo) gli eredi della disinformatia sovietica ma da un lato la prima potenza mondiale e dall’altro la Repubblica islamica dell’Iran. E, come ha spiegato al New York Times Darren Linvill, direttore del Media forensics hub della Clemson university, «Teheran sta vincendo la guerra di propaganda. Erano più pronti dell’amministrazione americana, perché si erano preparati per questo conflitto da 50 anni». Una preparazione che non include solo gli arsenali di missili e droni (costruito a spese di una difesa del popolo ritenuta non altrettanto strategica), ma anche una sofisticata rete di «attacco» informatico destinato al mondo occidentale, se è vero che la teocrazia ha praticamente «chiuso» Internet ai suoi cittadini.
Un report stilato in marzo dal Network contagion research institute descrive le caratteristiche di questa offensiva: «Un’architettura di influenza ibrida molto efficace, in cui media controllati dallo Stato (iraniano, ndr), piattaforme di intermediari e attivisti interni (americani contrari al conflitto, ndr) operano in un unico ecosistema che si rafforza. Al centro di questo sistema c’è un circolo facilmente attivabile di mobilitazione e amplificazione [...] il cui risultato è una dinamica rapidamente disponibile in cui proteste localizzate (sempre negli Usa, ndr) si trasformano in una narrazione globalmente disseminata di propaganda». In questo ecosistema, una conferenza stampa di Trump è letteralmente equiparata a un meme creato da bot gestiti dai pasdaran in grado di influenzare milioni di utenti, magari irridendo le spacconate del presidente Usa, accanendosi sulle bare americane nello Stretto di Hormuz, giocando sulle purghe dell’esercito a stelle e strisce, vero «regime change». Secondo la già citata Clemnson university, ci sono 62 account affiliati all’Irgc (Corpo di guardia della rivoluzione islamica) che operano protetti da Vpn che li fanno apparire americani e inglesi. Il resto lo fanno sistemi di traduzione automatica con Ia, e gli algoritmi di X, Tiktok, Facebook. Di questa trumpizzazione polarizzante del mondo è finita vittima anche la spettacolare operazione di salvataggio a Pasqua, ampiamente raccontata dai media americani: il pilota ferito che, su suolo nemico, fugge su una cresta a 2.100 metri, si nasconde in un anfratto per 36 ore, viene recuperato con 155 velivoli e al prezzo di due C-130 distrutti e dopo un gigantesco depistaggio a danno forze iraniane. Per Teheran è tutto falso: gli americani volevano l’uranio arricchito e il colonnello precipitato era un pretesto.
La verità in guerra è tra le prime vittime, da sempre. Qui siamo di fronte a un fatto nuovo, cioè che anche l’Iran ha imparato la lezione di Baranov: «Tutto ciò che fa credere alla forza l’accresce per davvero». E la potenza digitale è terribilmente reale.
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro: Franco Gattinoni, presidente Fto (Ansa)
Franco Gattinoni, presidente del Fto, la Federazione del Turismo organizzato lancia l’allarme. «Abbiamo fatto presente al governo le problematiche degli esercizi, siamo stati ascoltati con attenzione ma ora alle parole dovrebbero seguire i fatti. Il settore non può essere lasciato da solo».
Avete una stima delle disdette?
«Un paio di settimane fa si è manifestato un rallentamento delle prenotazioni del 20% rispetto alla media stagionale poi salito al 30% e ora nella settimana di Pasqua c’è stato un lieve miglioramento ma siamo sempre al 20% in meno dello standard di questo periodo. Considerate che prima della guerra in Iran, le agenzie turistiche facevano un +6-7% di prenotazioni. Stiamo risentendo del calo delle prenotazioni americane che sono quelle più importanti per il comparto».
C’è chi dice che ci sarà una maggiore scoperta dell’Italia, come avvenuto subito dopo il lockdown, cosa ne pensa?
«È una stupidaggine colossale. Vorrei sapere su quali basi un turista dovrebbe pensare che l’Italia, pur essendo vicino all’area di guerra, dovrebbe essere più sicura di altre mete. Perché dovrebbe venire qui da noi invece che andare in Spagna, o in Brasile o in Giappone. Se poi si ritiene di poter salvare la stagione estiva solo con le presenze italiane si commette un altro errore. Se un connazionale rinuncia al viaggio oltre confine per paura di rimanere bloccato in un aeroporto e decide allora per una meta italiana, non risolve il problema del settore. Il turista che occupa gli alberghi di lusso del nostro Paese, che spende cifre importanti per fare shopping, mangiare e divertirsi, non è certo quello italiano. Se dovesse venire a mancare questo flusso di stranieri, o ridursi in modo consistente, per il turismo sarebbe una stangata».
Rischio chiusure?
«Non siamo ancora a questa emergenza ma ci stiamo avvicinando, perché ogni giorno che passa la situazione si aggrava e sembra senza via d’uscita e la stagione estiva, con l’anticipo delle belle temperature, è già iniziata. Le agenzie di viaggio non hanno un’alta profittabilità, non possono ammortizzare lunghi periodi di cali nelle prenotazioni. Siamo usciti dal Covid con le casse vuote ed è stato durissimo rimetterci in movimento. Poi abbiamo avuto due anni buoni, il movimento turistico è ripreso in modo importante, con numeri anche superiori alle previsioni e pensavamo di essere usciti definitivamente dal tunnel. Questa doccia gelata non ci voleva. Se le prenotazioni crollano, i costi fissi continuano a correre».
Quindi?
«Non possiamo lasciare i dipendenti a casa o non pagare gli affitti dei locali. Poi c’è il tema che la crisi avvantaggia gli operatori digitali che possono sopportare le cancellazioni perché non hanno gli oneri di un esercizio fisico e pagano le tasse all’estero anche extra Ue. Basta vedere quello che è successo con l’e-commerce, con Amazon, che hanno distrutto il commercio tradizionale provocando la chiusura di tanti piccoli esercizi commerciali di prossimità. Le agenzie di viaggio rischiano di fare la stessa fine. Non c’è tempo da perdere. Per questo abbiamo chiesto al governo un sostegno».
Che tipo di aiuti avete chiesto?
«Sarebbe necessario un supporto soprattutto per le piccole e medie imprese, magari solo per affrontare l’emergenza del momento. Il problema però è che non c’è velocità decisionale da parte del governo. Con il Covid gli aiuti sono arrivati un paio di anni dopo la pandemia e nel frattempo le agenzie hanno dovuto far fronte con soldi propri alla crisi. Per far fronte a questa ennesima situazione critica della quale non si intravede un’uscita in tempi brevi, sarebbe necessaria una qualsiasi forma di defiscalizzazione o un intervento sui contributi per i dipendenti. Si fa un gran parlare del valore strategico del turismo che rappresenta il 13% del Pil ma poi al momento di dare un supporto al settore di perde tempo».
Che tempi prevede?
«Le agenzie di viaggio hanno già raschiato il fondo del barile e con un altro mese di incertezza e di calo delle prenotazioni, rischiano il collasso. O di consegnare il comparto a operatori stranieri. L’abitudine dei governi è di curare il malato quando è morto. Ora la situazione è brutta ma non drammatica, continuano ad arrivare le prenotazioni anche se inferiori alla media stagionale. Ma se i voli dovessero subire un drastico ridimensionamento, allora sarebbe un guaio. Perdere l’estate significa perdere un periodo decisivo per ogni agenzia di viaggi. Non si può pensare di poter contare solo sul turismo interno. I grandi alberghi della Costa Smeralda hanno una clientela internazionale. Il ricco italiano che passa le vacanze in Sardegna, ha di solito una propria abitazione, non va nell’hotel cinque stelle lusso. Senza gli americani non andiamo da nessuna parte. Abbiamo già dovuto rinunciare ai russi, a causa della guerra. Sono questi i flussi che fanno business».
Continua a leggereRiduci
Christian Raimo (Imagoeconomica)
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.
Continua a leggereRiduci
Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.