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2025-04-03
Orbán accoglie Bibi e bastona la Cpi. L’Ue prepara sanzioni per l’altolà ai Pride
Viktor Orbán (Ansa)
Quando si tratta dell’Ungheria a Bruxelles non pare vero di picchiare - s’intende dialetticamente - botte da Orbán. Se la prendono sia Michael O’Flaherty commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, istituzione che conta come il due di coppe quando la briscola è bastoni, sia Michael - pure lui - McGarth, commissario europeo per la Giustizia, perché il parlamento ungherese ha votato una legge che vieta i gay pride a Budapest. Siccome la comunità Lgbt a Bruxelles è più sacra di San Benedetto patrono d’Europa, la Commissione sta studiando una procedura d’infrazione contro l’Ungheria. La verità è però un’altra e i due si nascondono dietro «i diritti della persona» potenzialmente violati perché non hanno il coraggio di affrontare Viktor Orbán sul terreno vero: la disubbidienza che il premier ungherese ha dichiarato verso la Corte penale internazionale che peraltro vuole abbandonare. Orbán ospita infatti da ieri, in visita ufficiale di Stato, Benjamin Netanyahu - il leader israeliano arrivato ieri a Budapest accolto con tutti gli onori nel castello di Buda. Stamane i due avranno un lungo vertice, lasciando basita l’Ue che sui rapporti con Israele ha dato il massimo esempio di cerchiobottismo. Se Joseph Borrell - il fu fino all’altro ieri Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue - contro il premier israeliano ne ha dette di ogni, oggi l’Europa di fronte alla crisi israelo-palestinese balbetta. Aspetta forse che il tribunale israeliano che deve giudicare Bibi per corruzione levi la castagna Netanyahu dal fuoco, ma continua a tener fede a una richiesta di arresto emessa dalla Corte internazionale. Karim Khan - procuratore capo della Cpi - ha chiesto l’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità dei capi di Hamas e di Netanyahu mettendo sullo stesso piano gli israeliani e i terroristi di Hamas.
È la prima volta che la Cpi spicca un ordine di arresto contro il capo di governo di un paese democratico. Ripartendo da lì, ieri per Bruxelles è scoppiata la grana Orbán. Accogliendo Netanyahu, il premier ungherese ha dichiarato di ignorare il mandato di arresto internazionale, atto a cui dovrebbe invece «obbedire» - lo pensa in cuor suo l’Ue - visto che Budapest ha firmato il trattato di Roma che istituisce la Cpi. Il ministro degli esteri di Budapest - Péter Szíjjártó - annunciando l’arrivo di Bibi ha commentato: «Siamo pronti a lasciare la Corte penale, riteniamo il mandato d’arresto per Netanyahu assurdo e antisemita: è un moderno processo Dreyfus dove la Cpi ha messo sullo stesso piano i terroristi di Hamas e la legittima difesa di Israele». Szíjjártó ha anche spiegato che il Parlamento ungherese non ha adottato alcuna regola procedurale per dare corso all’arresto, il che lascia libero il governo di non tenere conto dell’ordine della Cpi. Bruxelles - comme d’habitude ai piani alti di palazzo Berlaymont - fa mostra d’ignavia: «Non siamo a conoscenza di alcuna notifica formale che l’Ungheria abbia chiesto di ritirarsi dalla Cpi - ha commentato la portavoce della Commissione Ue Anitta Hipper - se così fosse ci rammaricheremmo profondamente».Poi ha tenuto a precisare: «L’Ue continuerà a cooperare con la Cpi». Sta di fatto però che la Corte è al centro di numerose critiche. A cominciare dal caso Almasri - il rimpatrio del generale libico operato dal governo italiano dopo una pronuncia della Corte d’Appello di Roma - su cui i giudici dell’Aia hanno chiesto chiarimenti a Giorgia Meloni. Ma come si sa a Bruxelles se vai in verso ostinato e contrario ai voleri dell’euroburocrazia cercano in tutti i modi di fartela pagare. Così si attaccano al Pride.
Sostiene Michael McGarth: «Stiamo facendo un’analisi approfondita sulla legge approvata dal Parlamento ungherese che limita il diritto di riunione, vietando l’organizzazione e la partecipazione a manifestazioni che violino la legge sulla protezione dell’infanzia». Da qui si ricava che gli ungheresi ce l’hanno con la comunità Lgbt che «è sottoposta a molestie in continuo aumento in tutto il mondo, la Comunità europea - sostiene McGarth - è a fianco della comunità Lgbt in Ungheria e ovunque: seguiamo gli sviluppi relativi allo stato di diritto in Ungheria». Che tira dritto. Secondo Radio Free Europe la decisione di Budapest di lasciare la Cpi è maturata nelle scorse settimane e il ministro della Giustizia Bence Tuzson ne avrebbe parlato in una riunione degli ambasciatori. Budapest ha osservato le mosse di Donald Trump e l’annuncio, il 6 febbraio scorso, di sanzioni alla Cpi proprio in relazione al caso Netanyahu sarebbe stato un via libera Usa al governo magiaro, che presenterà una proposta di risoluzione al Parlamento sul ritiro dalla Corte nei prossimi giorni avviando così la procedura ufficiale di uscita. Gli Usa non riconoscono la Cpi, tant’è che la prima visita ufficiale, dopo il mandato d’arresto, Netanyahu l’ha fatta proprio a Washington, dove non correva alcun pericolo.
Le relazioni tra Israele e Ungheria sono sempre più solide. Appena due settimane fa il ministro dell’Economia ungherese, Márton Nagy, ha incontrato il ministro del Turismo israeliano Haim Katz e ha firmato un accordo sullo sviluppo delle relazioni economiche, tenendo conto del boom di turisti israeliani a Budapest dopo l’apertura di voli diretti tra i due Paesi. Da quel che si sa, l’Ungheria si è impegnata a mantenere e rafforzare la posizione favorevole a Gerusalemme all’interno dell’Ue. Detto fatto.
Cdu e Spd pronte a bandire per legge l’avversario di Afd
Due esponenti di Alternative für Deutschland, Björn Höcke e Petr Bystron, rischiano di diventare gli ennesimi bersagli della magistratura. Le loro carriere politiche rischiano una stroncatura, sulla stessa scia di quanto è accaduto a Marine Le Pen e Călin Georgescu.
Björn Höcke è una figura assai influente all’interno di Afd. Dai suoi comizi sono partite le invettive più pungenti contro le istituzioni, le ambizioni alla presidenza della Turingia ma anche svariate condanne giudiziarie. All’orizzonte, però, sembra profilarsi un punto di non ritorno. Secondo la Bild, infatti, nel programma stilato da l’Unione (Cdu-Csu) e Spd figura una misura che può decretare l’ineleggibilità di Höcke. «Come parte del rafforzamento della nostra democrazia», le parole del programma riportate dal quotidiano tedesco, «stiamo regolamentando il ritiro del diritto di voto passivo in caso di condanne multiple per incitamento all’odio. Vogliamo combattere il terrorismo, l’antisemitismo e, in particolare, rafforzare il reato di incitamento all’odio».
A proposito di reati di questo genere, nel corso degli anni, Höcke si è visto revocare dieci volte la sua immunità dal parlamento regionale della Turingia e perquisire la propria casa. L’ultimo procedimento giudiziario è ancora in corso, con l’accusa del tribunale di Mühlhausen di incitamento all’odio per un commento rilasciato su Telegram dopo un attentato islamico a Ludwigshafen, in cui sono morte due persone. Un’eventuale sentenza sfavorevole, insieme all’entrata in vigore della nuova norma a firma della grande coalizione, possono determinare la fine della carriera politica di Höcke. «Il paragrafo sull’incitamento all’odio», ha dichiarato «viene completamente ridefinito nell’accordo di coalizione tra Cdu e Spd. L’opposizione deve essere criminalizzata e infine eliminata privandola della possibilità di essere eletta».
Nel frattempo, nel mirino della magistratura rischia di finire anche Petr Bystron, eurodeputato ed esponente di Afd. Infatti, martedì scorso il Parlamento europeo gli ha revocato l’immunità con il voto della maggioranza. Il motivo è un fotomontaggio ritraente alcuni politici tedeschi che, secondo la Procura, allungano il braccio verso l’alto, dando l’impressione di eseguire il saluto hitleriano. La vicenda, però, risale al 2023: già il Bundestag aveva revocato l’immunità all’esponente di Afd che prontamente ha fatto notare come la questione non avesse dato fastidio a nessuno per oltre un anno. «Solo con l’inizio della campagna elettorale per le elezioni europee il pubblico ministero ha scoperto il saluto hitleriano e ha inscenato un procedimento contro di me con l’attenzione dei media» ha dichiarato Bystron. Su di lui, però, dallo scorso anno pendono anche delle indagini su riciclaggio di denaro e corruzione nell’ambito dello scandalo «Voice of Russia», un portale di propaganda filorussa.
Non è la prima volta che la destra tedesca si ritrova sotto i fuochi incrociati. Nei mesi precedenti alle elezioni, infatti, una maggioranza bipartisan del Bundestag si è rivolta alla Corte costituzionale, con una mozione, per mettere al bando Afd, dopo averla dichiarata «anticostituzionale», e per tagliarle i fondi. La singola vicenda ha avuto un esito noto a tutti: Alternative fur Deutschland è stato il secondo partito più votato alle elezioni di febbraio, superando il 20% delle preferenze.
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L’ungherese molla la Corte che chiede l’arresto di Netanyahu, da ieri a Budapest. Bruxelles minaccia la procedura d’infrazione.Cdu e Spd pronte a bandire per legge l’avversario di Afd. La norma in cantiere, che vieta la candidatura ai condannati per «incitamento all’odio», stroncherebbe il futuro del turingio Höcke.Lo speciale contiene due articoli.Quando si tratta dell’Ungheria a Bruxelles non pare vero di picchiare - s’intende dialetticamente - botte da Orbán. Se la prendono sia Michael O’Flaherty commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, istituzione che conta come il due di coppe quando la briscola è bastoni, sia Michael - pure lui - McGarth, commissario europeo per la Giustizia, perché il parlamento ungherese ha votato una legge che vieta i gay pride a Budapest. Siccome la comunità Lgbt a Bruxelles è più sacra di San Benedetto patrono d’Europa, la Commissione sta studiando una procedura d’infrazione contro l’Ungheria. La verità è però un’altra e i due si nascondono dietro «i diritti della persona» potenzialmente violati perché non hanno il coraggio di affrontare Viktor Orbán sul terreno vero: la disubbidienza che il premier ungherese ha dichiarato verso la Corte penale internazionale che peraltro vuole abbandonare. Orbán ospita infatti da ieri, in visita ufficiale di Stato, Benjamin Netanyahu - il leader israeliano arrivato ieri a Budapest accolto con tutti gli onori nel castello di Buda. Stamane i due avranno un lungo vertice, lasciando basita l’Ue che sui rapporti con Israele ha dato il massimo esempio di cerchiobottismo. Se Joseph Borrell - il fu fino all’altro ieri Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue - contro il premier israeliano ne ha dette di ogni, oggi l’Europa di fronte alla crisi israelo-palestinese balbetta. Aspetta forse che il tribunale israeliano che deve giudicare Bibi per corruzione levi la castagna Netanyahu dal fuoco, ma continua a tener fede a una richiesta di arresto emessa dalla Corte internazionale. Karim Khan - procuratore capo della Cpi - ha chiesto l’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità dei capi di Hamas e di Netanyahu mettendo sullo stesso piano gli israeliani e i terroristi di Hamas. È la prima volta che la Cpi spicca un ordine di arresto contro il capo di governo di un paese democratico. Ripartendo da lì, ieri per Bruxelles è scoppiata la grana Orbán. Accogliendo Netanyahu, il premier ungherese ha dichiarato di ignorare il mandato di arresto internazionale, atto a cui dovrebbe invece «obbedire» - lo pensa in cuor suo l’Ue - visto che Budapest ha firmato il trattato di Roma che istituisce la Cpi. Il ministro degli esteri di Budapest - Péter Szíjjártó - annunciando l’arrivo di Bibi ha commentato: «Siamo pronti a lasciare la Corte penale, riteniamo il mandato d’arresto per Netanyahu assurdo e antisemita: è un moderno processo Dreyfus dove la Cpi ha messo sullo stesso piano i terroristi di Hamas e la legittima difesa di Israele». Szíjjártó ha anche spiegato che il Parlamento ungherese non ha adottato alcuna regola procedurale per dare corso all’arresto, il che lascia libero il governo di non tenere conto dell’ordine della Cpi. Bruxelles - comme d’habitude ai piani alti di palazzo Berlaymont - fa mostra d’ignavia: «Non siamo a conoscenza di alcuna notifica formale che l’Ungheria abbia chiesto di ritirarsi dalla Cpi - ha commentato la portavoce della Commissione Ue Anitta Hipper - se così fosse ci rammaricheremmo profondamente».Poi ha tenuto a precisare: «L’Ue continuerà a cooperare con la Cpi». Sta di fatto però che la Corte è al centro di numerose critiche. A cominciare dal caso Almasri - il rimpatrio del generale libico operato dal governo italiano dopo una pronuncia della Corte d’Appello di Roma - su cui i giudici dell’Aia hanno chiesto chiarimenti a Giorgia Meloni. Ma come si sa a Bruxelles se vai in verso ostinato e contrario ai voleri dell’euroburocrazia cercano in tutti i modi di fartela pagare. Così si attaccano al Pride. Sostiene Michael McGarth: «Stiamo facendo un’analisi approfondita sulla legge approvata dal Parlamento ungherese che limita il diritto di riunione, vietando l’organizzazione e la partecipazione a manifestazioni che violino la legge sulla protezione dell’infanzia». Da qui si ricava che gli ungheresi ce l’hanno con la comunità Lgbt che «è sottoposta a molestie in continuo aumento in tutto il mondo, la Comunità europea - sostiene McGarth - è a fianco della comunità Lgbt in Ungheria e ovunque: seguiamo gli sviluppi relativi allo stato di diritto in Ungheria». Che tira dritto. Secondo Radio Free Europe la decisione di Budapest di lasciare la Cpi è maturata nelle scorse settimane e il ministro della Giustizia Bence Tuzson ne avrebbe parlato in una riunione degli ambasciatori. Budapest ha osservato le mosse di Donald Trump e l’annuncio, il 6 febbraio scorso, di sanzioni alla Cpi proprio in relazione al caso Netanyahu sarebbe stato un via libera Usa al governo magiaro, che presenterà una proposta di risoluzione al Parlamento sul ritiro dalla Corte nei prossimi giorni avviando così la procedura ufficiale di uscita. Gli Usa non riconoscono la Cpi, tant’è che la prima visita ufficiale, dopo il mandato d’arresto, Netanyahu l’ha fatta proprio a Washington, dove non correva alcun pericolo. Le relazioni tra Israele e Ungheria sono sempre più solide. Appena due settimane fa il ministro dell’Economia ungherese, Márton Nagy, ha incontrato il ministro del Turismo israeliano Haim Katz e ha firmato un accordo sullo sviluppo delle relazioni economiche, tenendo conto del boom di turisti israeliani a Budapest dopo l’apertura di voli diretti tra i due Paesi. Da quel che si sa, l’Ungheria si è impegnata a mantenere e rafforzare la posizione favorevole a Gerusalemme all’interno dell’Ue. 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All’orizzonte, però, sembra profilarsi un punto di non ritorno. Secondo la Bild, infatti, nel programma stilato da l’Unione (Cdu-Csu) e Spd figura una misura che può decretare l’ineleggibilità di Höcke. «Come parte del rafforzamento della nostra democrazia», le parole del programma riportate dal quotidiano tedesco, «stiamo regolamentando il ritiro del diritto di voto passivo in caso di condanne multiple per incitamento all’odio. Vogliamo combattere il terrorismo, l’antisemitismo e, in particolare, rafforzare il reato di incitamento all’odio». A proposito di reati di questo genere, nel corso degli anni, Höcke si è visto revocare dieci volte la sua immunità dal parlamento regionale della Turingia e perquisire la propria casa. L’ultimo procedimento giudiziario è ancora in corso, con l’accusa del tribunale di Mühlhausen di incitamento all’odio per un commento rilasciato su Telegram dopo un attentato islamico a Ludwigshafen, in cui sono morte due persone. Un’eventuale sentenza sfavorevole, insieme all’entrata in vigore della nuova norma a firma della grande coalizione, possono determinare la fine della carriera politica di Höcke. «Il paragrafo sull’incitamento all’odio», ha dichiarato «viene completamente ridefinito nell’accordo di coalizione tra Cdu e Spd. L’opposizione deve essere criminalizzata e infine eliminata privandola della possibilità di essere eletta». Nel frattempo, nel mirino della magistratura rischia di finire anche Petr Bystron, eurodeputato ed esponente di Afd. Infatti, martedì scorso il Parlamento europeo gli ha revocato l’immunità con il voto della maggioranza. Il motivo è un fotomontaggio ritraente alcuni politici tedeschi che, secondo la Procura, allungano il braccio verso l’alto, dando l’impressione di eseguire il saluto hitleriano. La vicenda, però, risale al 2023: già il Bundestag aveva revocato l’immunità all’esponente di Afd che prontamente ha fatto notare come la questione non avesse dato fastidio a nessuno per oltre un anno. «Solo con l’inizio della campagna elettorale per le elezioni europee il pubblico ministero ha scoperto il saluto hitleriano e ha inscenato un procedimento contro di me con l’attenzione dei media» ha dichiarato Bystron. Su di lui, però, dallo scorso anno pendono anche delle indagini su riciclaggio di denaro e corruzione nell’ambito dello scandalo «Voice of Russia», un portale di propaganda filorussa. Non è la prima volta che la destra tedesca si ritrova sotto i fuochi incrociati. Nei mesi precedenti alle elezioni, infatti, una maggioranza bipartisan del Bundestag si è rivolta alla Corte costituzionale, con una mozione, per mettere al bando Afd, dopo averla dichiarata «anticostituzionale», e per tagliarle i fondi. La singola vicenda ha avuto un esito noto a tutti: Alternative fur Deutschland è stato il secondo partito più votato alle elezioni di febbraio, superando il 20% delle preferenze.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».