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2025-04-03
Orbán accoglie Bibi e bastona la Cpi. L’Ue prepara sanzioni per l’altolà ai Pride
Viktor Orbán (Ansa)
Quando si tratta dell’Ungheria a Bruxelles non pare vero di picchiare - s’intende dialetticamente - botte da Orbán. Se la prendono sia Michael O’Flaherty commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, istituzione che conta come il due di coppe quando la briscola è bastoni, sia Michael - pure lui - McGarth, commissario europeo per la Giustizia, perché il parlamento ungherese ha votato una legge che vieta i gay pride a Budapest. Siccome la comunità Lgbt a Bruxelles è più sacra di San Benedetto patrono d’Europa, la Commissione sta studiando una procedura d’infrazione contro l’Ungheria. La verità è però un’altra e i due si nascondono dietro «i diritti della persona» potenzialmente violati perché non hanno il coraggio di affrontare Viktor Orbán sul terreno vero: la disubbidienza che il premier ungherese ha dichiarato verso la Corte penale internazionale che peraltro vuole abbandonare. Orbán ospita infatti da ieri, in visita ufficiale di Stato, Benjamin Netanyahu - il leader israeliano arrivato ieri a Budapest accolto con tutti gli onori nel castello di Buda. Stamane i due avranno un lungo vertice, lasciando basita l’Ue che sui rapporti con Israele ha dato il massimo esempio di cerchiobottismo. Se Joseph Borrell - il fu fino all’altro ieri Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue - contro il premier israeliano ne ha dette di ogni, oggi l’Europa di fronte alla crisi israelo-palestinese balbetta. Aspetta forse che il tribunale israeliano che deve giudicare Bibi per corruzione levi la castagna Netanyahu dal fuoco, ma continua a tener fede a una richiesta di arresto emessa dalla Corte internazionale. Karim Khan - procuratore capo della Cpi - ha chiesto l’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità dei capi di Hamas e di Netanyahu mettendo sullo stesso piano gli israeliani e i terroristi di Hamas.
È la prima volta che la Cpi spicca un ordine di arresto contro il capo di governo di un paese democratico. Ripartendo da lì, ieri per Bruxelles è scoppiata la grana Orbán. Accogliendo Netanyahu, il premier ungherese ha dichiarato di ignorare il mandato di arresto internazionale, atto a cui dovrebbe invece «obbedire» - lo pensa in cuor suo l’Ue - visto che Budapest ha firmato il trattato di Roma che istituisce la Cpi. Il ministro degli esteri di Budapest - Péter Szíjjártó - annunciando l’arrivo di Bibi ha commentato: «Siamo pronti a lasciare la Corte penale, riteniamo il mandato d’arresto per Netanyahu assurdo e antisemita: è un moderno processo Dreyfus dove la Cpi ha messo sullo stesso piano i terroristi di Hamas e la legittima difesa di Israele». Szíjjártó ha anche spiegato che il Parlamento ungherese non ha adottato alcuna regola procedurale per dare corso all’arresto, il che lascia libero il governo di non tenere conto dell’ordine della Cpi. Bruxelles - comme d’habitude ai piani alti di palazzo Berlaymont - fa mostra d’ignavia: «Non siamo a conoscenza di alcuna notifica formale che l’Ungheria abbia chiesto di ritirarsi dalla Cpi - ha commentato la portavoce della Commissione Ue Anitta Hipper - se così fosse ci rammaricheremmo profondamente».Poi ha tenuto a precisare: «L’Ue continuerà a cooperare con la Cpi». Sta di fatto però che la Corte è al centro di numerose critiche. A cominciare dal caso Almasri - il rimpatrio del generale libico operato dal governo italiano dopo una pronuncia della Corte d’Appello di Roma - su cui i giudici dell’Aia hanno chiesto chiarimenti a Giorgia Meloni. Ma come si sa a Bruxelles se vai in verso ostinato e contrario ai voleri dell’euroburocrazia cercano in tutti i modi di fartela pagare. Così si attaccano al Pride.
Sostiene Michael McGarth: «Stiamo facendo un’analisi approfondita sulla legge approvata dal Parlamento ungherese che limita il diritto di riunione, vietando l’organizzazione e la partecipazione a manifestazioni che violino la legge sulla protezione dell’infanzia». Da qui si ricava che gli ungheresi ce l’hanno con la comunità Lgbt che «è sottoposta a molestie in continuo aumento in tutto il mondo, la Comunità europea - sostiene McGarth - è a fianco della comunità Lgbt in Ungheria e ovunque: seguiamo gli sviluppi relativi allo stato di diritto in Ungheria». Che tira dritto. Secondo Radio Free Europe la decisione di Budapest di lasciare la Cpi è maturata nelle scorse settimane e il ministro della Giustizia Bence Tuzson ne avrebbe parlato in una riunione degli ambasciatori. Budapest ha osservato le mosse di Donald Trump e l’annuncio, il 6 febbraio scorso, di sanzioni alla Cpi proprio in relazione al caso Netanyahu sarebbe stato un via libera Usa al governo magiaro, che presenterà una proposta di risoluzione al Parlamento sul ritiro dalla Corte nei prossimi giorni avviando così la procedura ufficiale di uscita. Gli Usa non riconoscono la Cpi, tant’è che la prima visita ufficiale, dopo il mandato d’arresto, Netanyahu l’ha fatta proprio a Washington, dove non correva alcun pericolo.
Le relazioni tra Israele e Ungheria sono sempre più solide. Appena due settimane fa il ministro dell’Economia ungherese, Márton Nagy, ha incontrato il ministro del Turismo israeliano Haim Katz e ha firmato un accordo sullo sviluppo delle relazioni economiche, tenendo conto del boom di turisti israeliani a Budapest dopo l’apertura di voli diretti tra i due Paesi. Da quel che si sa, l’Ungheria si è impegnata a mantenere e rafforzare la posizione favorevole a Gerusalemme all’interno dell’Ue. Detto fatto.
Cdu e Spd pronte a bandire per legge l’avversario di Afd
Due esponenti di Alternative für Deutschland, Björn Höcke e Petr Bystron, rischiano di diventare gli ennesimi bersagli della magistratura. Le loro carriere politiche rischiano una stroncatura, sulla stessa scia di quanto è accaduto a Marine Le Pen e Călin Georgescu.
Björn Höcke è una figura assai influente all’interno di Afd. Dai suoi comizi sono partite le invettive più pungenti contro le istituzioni, le ambizioni alla presidenza della Turingia ma anche svariate condanne giudiziarie. All’orizzonte, però, sembra profilarsi un punto di non ritorno. Secondo la Bild, infatti, nel programma stilato da l’Unione (Cdu-Csu) e Spd figura una misura che può decretare l’ineleggibilità di Höcke. «Come parte del rafforzamento della nostra democrazia», le parole del programma riportate dal quotidiano tedesco, «stiamo regolamentando il ritiro del diritto di voto passivo in caso di condanne multiple per incitamento all’odio. Vogliamo combattere il terrorismo, l’antisemitismo e, in particolare, rafforzare il reato di incitamento all’odio».
A proposito di reati di questo genere, nel corso degli anni, Höcke si è visto revocare dieci volte la sua immunità dal parlamento regionale della Turingia e perquisire la propria casa. L’ultimo procedimento giudiziario è ancora in corso, con l’accusa del tribunale di Mühlhausen di incitamento all’odio per un commento rilasciato su Telegram dopo un attentato islamico a Ludwigshafen, in cui sono morte due persone. Un’eventuale sentenza sfavorevole, insieme all’entrata in vigore della nuova norma a firma della grande coalizione, possono determinare la fine della carriera politica di Höcke. «Il paragrafo sull’incitamento all’odio», ha dichiarato «viene completamente ridefinito nell’accordo di coalizione tra Cdu e Spd. L’opposizione deve essere criminalizzata e infine eliminata privandola della possibilità di essere eletta».
Nel frattempo, nel mirino della magistratura rischia di finire anche Petr Bystron, eurodeputato ed esponente di Afd. Infatti, martedì scorso il Parlamento europeo gli ha revocato l’immunità con il voto della maggioranza. Il motivo è un fotomontaggio ritraente alcuni politici tedeschi che, secondo la Procura, allungano il braccio verso l’alto, dando l’impressione di eseguire il saluto hitleriano. La vicenda, però, risale al 2023: già il Bundestag aveva revocato l’immunità all’esponente di Afd che prontamente ha fatto notare come la questione non avesse dato fastidio a nessuno per oltre un anno. «Solo con l’inizio della campagna elettorale per le elezioni europee il pubblico ministero ha scoperto il saluto hitleriano e ha inscenato un procedimento contro di me con l’attenzione dei media» ha dichiarato Bystron. Su di lui, però, dallo scorso anno pendono anche delle indagini su riciclaggio di denaro e corruzione nell’ambito dello scandalo «Voice of Russia», un portale di propaganda filorussa.
Non è la prima volta che la destra tedesca si ritrova sotto i fuochi incrociati. Nei mesi precedenti alle elezioni, infatti, una maggioranza bipartisan del Bundestag si è rivolta alla Corte costituzionale, con una mozione, per mettere al bando Afd, dopo averla dichiarata «anticostituzionale», e per tagliarle i fondi. La singola vicenda ha avuto un esito noto a tutti: Alternative fur Deutschland è stato il secondo partito più votato alle elezioni di febbraio, superando il 20% delle preferenze.
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L’ungherese molla la Corte che chiede l’arresto di Netanyahu, da ieri a Budapest. Bruxelles minaccia la procedura d’infrazione.Cdu e Spd pronte a bandire per legge l’avversario di Afd. La norma in cantiere, che vieta la candidatura ai condannati per «incitamento all’odio», stroncherebbe il futuro del turingio Höcke.Lo speciale contiene due articoli.Quando si tratta dell’Ungheria a Bruxelles non pare vero di picchiare - s’intende dialetticamente - botte da Orbán. Se la prendono sia Michael O’Flaherty commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, istituzione che conta come il due di coppe quando la briscola è bastoni, sia Michael - pure lui - McGarth, commissario europeo per la Giustizia, perché il parlamento ungherese ha votato una legge che vieta i gay pride a Budapest. Siccome la comunità Lgbt a Bruxelles è più sacra di San Benedetto patrono d’Europa, la Commissione sta studiando una procedura d’infrazione contro l’Ungheria. La verità è però un’altra e i due si nascondono dietro «i diritti della persona» potenzialmente violati perché non hanno il coraggio di affrontare Viktor Orbán sul terreno vero: la disubbidienza che il premier ungherese ha dichiarato verso la Corte penale internazionale che peraltro vuole abbandonare. Orbán ospita infatti da ieri, in visita ufficiale di Stato, Benjamin Netanyahu - il leader israeliano arrivato ieri a Budapest accolto con tutti gli onori nel castello di Buda. Stamane i due avranno un lungo vertice, lasciando basita l’Ue che sui rapporti con Israele ha dato il massimo esempio di cerchiobottismo. Se Joseph Borrell - il fu fino all’altro ieri Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue - contro il premier israeliano ne ha dette di ogni, oggi l’Europa di fronte alla crisi israelo-palestinese balbetta. Aspetta forse che il tribunale israeliano che deve giudicare Bibi per corruzione levi la castagna Netanyahu dal fuoco, ma continua a tener fede a una richiesta di arresto emessa dalla Corte internazionale. Karim Khan - procuratore capo della Cpi - ha chiesto l’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità dei capi di Hamas e di Netanyahu mettendo sullo stesso piano gli israeliani e i terroristi di Hamas. È la prima volta che la Cpi spicca un ordine di arresto contro il capo di governo di un paese democratico. Ripartendo da lì, ieri per Bruxelles è scoppiata la grana Orbán. Accogliendo Netanyahu, il premier ungherese ha dichiarato di ignorare il mandato di arresto internazionale, atto a cui dovrebbe invece «obbedire» - lo pensa in cuor suo l’Ue - visto che Budapest ha firmato il trattato di Roma che istituisce la Cpi. Il ministro degli esteri di Budapest - Péter Szíjjártó - annunciando l’arrivo di Bibi ha commentato: «Siamo pronti a lasciare la Corte penale, riteniamo il mandato d’arresto per Netanyahu assurdo e antisemita: è un moderno processo Dreyfus dove la Cpi ha messo sullo stesso piano i terroristi di Hamas e la legittima difesa di Israele». Szíjjártó ha anche spiegato che il Parlamento ungherese non ha adottato alcuna regola procedurale per dare corso all’arresto, il che lascia libero il governo di non tenere conto dell’ordine della Cpi. Bruxelles - comme d’habitude ai piani alti di palazzo Berlaymont - fa mostra d’ignavia: «Non siamo a conoscenza di alcuna notifica formale che l’Ungheria abbia chiesto di ritirarsi dalla Cpi - ha commentato la portavoce della Commissione Ue Anitta Hipper - se così fosse ci rammaricheremmo profondamente».Poi ha tenuto a precisare: «L’Ue continuerà a cooperare con la Cpi». Sta di fatto però che la Corte è al centro di numerose critiche. A cominciare dal caso Almasri - il rimpatrio del generale libico operato dal governo italiano dopo una pronuncia della Corte d’Appello di Roma - su cui i giudici dell’Aia hanno chiesto chiarimenti a Giorgia Meloni. Ma come si sa a Bruxelles se vai in verso ostinato e contrario ai voleri dell’euroburocrazia cercano in tutti i modi di fartela pagare. Così si attaccano al Pride. Sostiene Michael McGarth: «Stiamo facendo un’analisi approfondita sulla legge approvata dal Parlamento ungherese che limita il diritto di riunione, vietando l’organizzazione e la partecipazione a manifestazioni che violino la legge sulla protezione dell’infanzia». Da qui si ricava che gli ungheresi ce l’hanno con la comunità Lgbt che «è sottoposta a molestie in continuo aumento in tutto il mondo, la Comunità europea - sostiene McGarth - è a fianco della comunità Lgbt in Ungheria e ovunque: seguiamo gli sviluppi relativi allo stato di diritto in Ungheria». Che tira dritto. Secondo Radio Free Europe la decisione di Budapest di lasciare la Cpi è maturata nelle scorse settimane e il ministro della Giustizia Bence Tuzson ne avrebbe parlato in una riunione degli ambasciatori. Budapest ha osservato le mosse di Donald Trump e l’annuncio, il 6 febbraio scorso, di sanzioni alla Cpi proprio in relazione al caso Netanyahu sarebbe stato un via libera Usa al governo magiaro, che presenterà una proposta di risoluzione al Parlamento sul ritiro dalla Corte nei prossimi giorni avviando così la procedura ufficiale di uscita. Gli Usa non riconoscono la Cpi, tant’è che la prima visita ufficiale, dopo il mandato d’arresto, Netanyahu l’ha fatta proprio a Washington, dove non correva alcun pericolo. Le relazioni tra Israele e Ungheria sono sempre più solide. Appena due settimane fa il ministro dell’Economia ungherese, Márton Nagy, ha incontrato il ministro del Turismo israeliano Haim Katz e ha firmato un accordo sullo sviluppo delle relazioni economiche, tenendo conto del boom di turisti israeliani a Budapest dopo l’apertura di voli diretti tra i due Paesi. Da quel che si sa, l’Ungheria si è impegnata a mantenere e rafforzare la posizione favorevole a Gerusalemme all’interno dell’Ue. 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All’orizzonte, però, sembra profilarsi un punto di non ritorno. Secondo la Bild, infatti, nel programma stilato da l’Unione (Cdu-Csu) e Spd figura una misura che può decretare l’ineleggibilità di Höcke. «Come parte del rafforzamento della nostra democrazia», le parole del programma riportate dal quotidiano tedesco, «stiamo regolamentando il ritiro del diritto di voto passivo in caso di condanne multiple per incitamento all’odio. Vogliamo combattere il terrorismo, l’antisemitismo e, in particolare, rafforzare il reato di incitamento all’odio». A proposito di reati di questo genere, nel corso degli anni, Höcke si è visto revocare dieci volte la sua immunità dal parlamento regionale della Turingia e perquisire la propria casa. L’ultimo procedimento giudiziario è ancora in corso, con l’accusa del tribunale di Mühlhausen di incitamento all’odio per un commento rilasciato su Telegram dopo un attentato islamico a Ludwigshafen, in cui sono morte due persone. Un’eventuale sentenza sfavorevole, insieme all’entrata in vigore della nuova norma a firma della grande coalizione, possono determinare la fine della carriera politica di Höcke. «Il paragrafo sull’incitamento all’odio», ha dichiarato «viene completamente ridefinito nell’accordo di coalizione tra Cdu e Spd. L’opposizione deve essere criminalizzata e infine eliminata privandola della possibilità di essere eletta». Nel frattempo, nel mirino della magistratura rischia di finire anche Petr Bystron, eurodeputato ed esponente di Afd. Infatti, martedì scorso il Parlamento europeo gli ha revocato l’immunità con il voto della maggioranza. Il motivo è un fotomontaggio ritraente alcuni politici tedeschi che, secondo la Procura, allungano il braccio verso l’alto, dando l’impressione di eseguire il saluto hitleriano. La vicenda, però, risale al 2023: già il Bundestag aveva revocato l’immunità all’esponente di Afd che prontamente ha fatto notare come la questione non avesse dato fastidio a nessuno per oltre un anno. «Solo con l’inizio della campagna elettorale per le elezioni europee il pubblico ministero ha scoperto il saluto hitleriano e ha inscenato un procedimento contro di me con l’attenzione dei media» ha dichiarato Bystron. Su di lui, però, dallo scorso anno pendono anche delle indagini su riciclaggio di denaro e corruzione nell’ambito dello scandalo «Voice of Russia», un portale di propaganda filorussa. Non è la prima volta che la destra tedesca si ritrova sotto i fuochi incrociati. Nei mesi precedenti alle elezioni, infatti, una maggioranza bipartisan del Bundestag si è rivolta alla Corte costituzionale, con una mozione, per mettere al bando Afd, dopo averla dichiarata «anticostituzionale», e per tagliarle i fondi. La singola vicenda ha avuto un esito noto a tutti: Alternative fur Deutschland è stato il secondo partito più votato alle elezioni di febbraio, superando il 20% delle preferenze.
Roberto Gualtieri (Ansa)
Un bilancio impietoso, stilato ogni giorno dalle associazioni civiche, da Curaa (Cittadini uniti per Roma, i suoi alberi e i suoi abitanti) di Jacopa Stinchelli a Italia nostra, che ha chiesto una moratoria dei cantieri della metro C per le archeo-stazioni «Chiesa Nuova» e «Castel Sant’Angelo». Si parla di circa 40.000 alberi abbattuti ma il conteggio potrebbe essere molto più alto perché il Comune, dopo essersi fatto sfuggire un bilancio ufficiale provvisorio di circa 17.000 fusti demoliti nei primi due anni di mandato di Gualtieri (che aveva promesso di piantare un milione di alberi), da settembre 2021 a settembre 2023, non fornisce più i dati e, alla richiesta di accesso agli atti, risponde che il sistema è in aggiornamento. Fatto sta che l’«ecocidio», come ormai lo definiscono le associazioni di cittadini, si fa sempre più intenso e ha colpito in maniera impressionante il centro storico della città, vetrina per i turisti che arrivano nella capitale pensando di villeggiare all’interno di un polmone verde. Ma non è così: dopo l’abbattimento selvaggio di pini secolari nella collina del Pincio ad aprile del 2024, il Comune è andato avanti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 falcidiando 67 cipressi storici a Piazza Augusto Imperatore, accanto a via del Corso. L’intervento, sulla carta finalizzato al restauro e alla valorizzazione del monumento, ha suscitato polemiche per la rimozione del «bosco sacro» degli alberi centenari, gran parte dei quali - hanno denunciato agronomi indipendenti e cittadini - erano sani. Contro l’abbattimento massiccio si è schierato anche Andrea Carandini, archeologo e saggista italiano di fama internazionale, che già a novembre aveva denunciato l’abbattimento dei pini secolari accanto alla Torre dei Conti, parzialmente crollata a seguito dei lavori della metropolitana. A febbraio è toccato ad altri 12 pini secolari in via dei Fori Imperiali, la passeggiata che taglia il cuore archeologico di Roma, collegando Piazza Venezia al Colosseo, museo a cielo aperto di cui quegli alberi costituivano parte rilevante. Tra febbraio e marzo, è stato il turno delle tre paulonie secolari di piazza della Chiesa Nuova, proseguimento di Corso Vittorio, l’arteria che collega l’area archeologica di Largo di Torre Argentina al Vaticano: una delle tre specie aveva 300 anni. Alla potatura dei «tre alberi di Trilussa» sono scattate anche le denunce penali.
Pini, platani, cipressi, paulonie, lecci: la marcia delle motoseghe capitoline non si è fermata neanche davanti al Campidoglio, dove a febbraio sono stati fatti a pezzi altri due esemplari di pinus pinea, dopo quelli già abbattuti nel 2023 che erano finiti perfino nelle cronache del New York Times. A Piazza Pia, di fronte a Castel San’Angelo, è stato sradicato tutto: la veduta aerea è sconsolante e anche nell’area adiacente a piazza Adriana sono scomparse decine di lecci. Gli abbattimenti selvaggi colpiscono l’intera città e le periferie.
Il Comune di Roma si difende: sul sito si parla genericamente di alberi non sani, «morti in piedi», tesi discutibile considerato l’elevatissimo numero di abbattimenti. Non solo: molti abbattimenti avvengono in primavera, quando ogni operazione sarebbe vietata dalla legge 157/1992 che li proibisce in periodo di nidificazione. E quando non sono tirati giù, gli alberi di Roma sono spesso capitozzati, una tecnica esplicitamente vietata per legge dal Regolamento del verde pubblico, puntualmente disatteso. A marzo, l’associazione Curaa ha depositato un ricorso d’urgenza al Tar per chiedere una sospensiva cautelare degli abbattimenti nelle aree vincolate del Municipio 1 (centro storico). Ma il Tar non l’ha concessa, rinviando la decisione a mercoledì prossimo.
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Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
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Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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