True
2018-10-02
Ora in Francia il razzismo è contro i bianchi
ANSA
La Francia, così mal governata dall'ex banchiere Emmanuel Macron, sta letteralmente implodendo a causa della violenza sociale che la rende sempre più invivibile. E non sono più le sole periferie, le ben note banlieue, a essere sotto scacco, ma anche le zone un tempo borghesi e tranquille di Lione, Parigi o Grenoble.
La violenza esponenziale dei migranti e dei nuovi clandestini si aggiunge a quella già vistosa che è nota agli statistici: circa 1.000 episodi violenti al giorno, contando unicamente quelli denunciati alla polizia. La lotta al razzismo è una costante della politica francese del secondo dopoguerra. E a fronte di un calo significativo di episodi reali di discriminazione contro stranieri e persone diversamente colorate, si nota un aumento, altrettanto spettacolare, di odio verso la Francia (motivo costante di molte canzoni rap), i francesi d'origine, i bianchi, i cristiani. Insomma, contro la popolazione originaria della nazione gallica, la cui composizione etnica è ormai compromessa da un'immigrazione araba inarrestabile, come da anni denuncia l'intellettuale ebreo Eric Zemmour (vedi Suicide français, 2018).
In molte zone di Parigi è sempre più difficile girare tranquillamente se si è biondi, con gli occhi chiari e un classico abbigliamento da nativi europei. La Ligue de défense noire africaine, Lega della difesa nera africana, ha già più volte agito concretamente e con metodi spicci per tutelare i diritti degli immigrati di origine africana. Il blog di controinformazione Fdesouche ha di recente riportato alcune discutibili azioni dei suoi militanti antirazzisti (a senso unico).
Nel luglio scorso, come si vede da filmati messi in linea dai protagonisti dell'azione, i militanti di origine africana sono entrati in un negozio Intermarché, facendo danni e insultando i commessi per una pubblicità secondo loro razzista della catena di vestiti. Pochi giorni prima avevano imbrattato la statua parigina di Giovanna d'Arco, patrona della Francia, per denunciare il razzismo di cui sarebbero vittime i neri. Più recentemente in alcuni video hanno invitato, con termini poco cortesi, a boicottare i negozi francesi, ovvero gestiti da bianchi, per favorire i fratelli africani in Francia. Si aggiungano alcuni fatti venuti di recente alla ribalta. Il numero di coloro che chiedono l'alimentazione halal, secondo i precetti del Corano e di Maometto, corrisponderebbe a circa un quarto del totale dei reclusi. Mentre i mussulmani praticanti sono meno del 10% degli abitanti francesi. Come si spiega la sproporzione?
Marine Le Pen, l'unica o quasi l'unica politica di spessore nazionale che si oppone alla «razializzazione» della politica, dovrebbe essere sottoposta a indagine psichiatrica secondo alcuni magistrati antirazzisti. E tutto ciò perché ha avuto la colpa di denunciare, con parole severe e immagini cruente, la violenza dell'Isis in alcuni tweet!! Il padre, Jean Marie Le Pen, 90 anni ben portati, è di nuovo sotto processo, perché anni fa disse che la maggior parte delle violenze sociali ha degli stranieri come protagonisti. Si censura la realtà se non piace?
Il femminismo aveva ragione, in origine, a evidenziare certe ingiustizie subite dal sesso femminile nella società o nel mondo del lavoro. Ma da quando è diventato un'ideologia ufficiale del sistema, ha prodotto danni uguali e maggiori a quelli del precedente maschilismo. Creando ad esempio una lotta insana e senza quartiere tra uomini e donne per dimostrare chi vale di più e chi ha più subito nella storia: vittimismo lagrimoso e sconfortante.
L'antirazzismo ha avuto la stessa triste parabola. Dal poetico I have a dream di Martin Luther King, all'autocomprensione dei cittadini, ove esso è diventato ideologia di Stato, in base alla razza di origine o la tribù di appartenenza. Proprio mentre si dice che le razze non esistono! Macron ha fatto votare solo alcuni mesi fa l'abolizione della parola razza (race) dalla Costituzione francese, che la usava per denunciare le discriminazioni di razza, sesso o religione. Ma se le razze non esistono, come fa ad esistere il razzismo? E se il razzismo è l'odio della persona di un'altra etnia razza o popolo, come può trovarsi solo in certe razze e non in tutte? esistono forse razze dannate (i bianchi?) e razze immacolate (arabi e africani)?
Queste evidenti contraddizioni logiche e politiche hanno portato Laurent de Bechade a fondare una nuova associazione, Olra (Organizzazione di lotta contro il razzismo antibianco), che si prefigge statutariamente di denunciare il «razzismo antibianco», che sia di matrice araba-mussulmana o nera-africana. Questo razzismo, contrariamente a quello opposto, non è quasi mai denunciato dai media eppure esiste e prospera in moltissimi ambienti sociali, non solo in Francia. De Bechade auspica che il razzismo antibianco sia combattuto con la stessa forza di come è combattuto l'antisemitismo o la cosiddetta islamofobia. Se è falso che la donna sia sempre vittima e mai carnefice, è altresì falso che il nativo sia sempre cattivo e il migrante buono, o l'indoeuropeo chiuso e razzista.
Tra i carcerati d'Oltralpe 1 su 4 è islamico
I Paesi totalitari vietano per principio ciò che dispiace loro o quello che li metterebbe in imbarazzo. Gli Stati democratici adottano di norma modalità più soft per correggere i malpensanti. Come si vede, non solo nei libri di George Orwell, ma anche in tante società occidentali democratico-totalitarie, quali ad esempio la Francia di Emmanuel Macron.
Il nuovo Re sole illuminista, auto-delegittimatosi già per molte faccende, governa uno dei Paesi in cui è più forte la censura di Stato e la repressione dei giornalisti antisistema. E sono cose note a gruppi tutt'altro che destrorsi come Emergency, Amnesty, Reporters sans frontieres, eccetera. Lo scorso anno ci fu un kafkiano dibattito nel parlamento della République sulla necessità di oscurare i siti internet antiabortisti, visti come avversi ai diritti e alle libertà della donna.
Da sempre poi, tutto quello che potrebbe portare al razzismo - nel senso meno etimologico e più estensivo possibile - è oggetto di controllo minuzioso e repressione senza quartiere. Così, la Francia è uno dei pochi Paesi al mondo in cui è giuridicamente vietato fare statistiche su base etnica, nazionale e religiosa. La cosa è vista come assurda anche dai sociologi di professione, i quali neppure possono fare statistiche anodine sulla maggior o minor frequenza islamica o cattolica, circa la scelta della scuola pubblica o privata, o chiedersi se in proporzione sono più gli ebrei ad essere presenti nei media, i cinesi, i magrebini, eccetera.
Per una volta, però, un deputato scaltro e intelligente come Nicolas Bay, braccio destro di Marine Le Pen nel Rassemblement national (ex Front national) è riuscito ad aggirare la legge e a ottenere una risposta ufficiale e assai significativa sia per i sociologi, che per i critici dell'immigrazione islamica. Ebbene, visto che nelle carceri francesi si può richiedere ufficialmente il menu islamico, secondo le prescrizioni del Corano e il rispetto del ramadan, il deputato europeo Bay ha fatto una richiesta formale al ministro degli interni per conoscere quanti detenuti hanno voluto fruirne. La risposta non si è fatta attendere, e Nicole Belloubet, ministra della Giustizia, ha scritto all'onorevole che il menu halal, secondo le rigide prescrizioni degli imam, è stato domandato da 17.899 persone attualmente in carcere, ovvero circa il 25 % dell'insieme dei reclusi.
Ci torna alla mente il questionario piuttosto ideologico diffuso dal Corriere della Sera tempo fa sulla percezione che gli italiani avrebbero della quantità di stranieri nel nostro Paese. Redatto e pensato con l'intento palese di mostrare che gli italiani tenderebbero a ingrandire la presenza di stranieri, come se si trattasse di un'invasione. E ora, come la metterebbero, nella redazione della milanese via Solferino?
Se poi è del tutto improbabile che dei non mussulmani richiedano il menu islamo-compatibile, ci saranno certamente dei mussulmani tiepidi che non l'avranno richiesto. Fatto sta che il 25% dei carcerati lo ha voluto. Ma nella società francese, secondo le stime più accertate e prudenti, i fedeli dell'islam - da non confondere con l'insieme degli stranieri - non arrivano neppure al 10% della cittadinanza… Come mai allora nelle prigioni sono ben più del doppio?
Tutta colpa dei migranti senza lavoro che sono costretti a rubare le mele al mercato? Difficile sostenerlo in Francia in cui il grosso dei praticanti mussulmani, che frequentano le oltre 3.000 moschee sorte ovunque, sono presenti da anni e da decenni sul suolo (mal) amministrato da Macron. La statistica, come la fisica e la chimica, non segue l'ideologia, ma è lo specchio della realtà. Alcuni però preferiscono gli specchi opachi o deformanti.
Continua a leggereRiduci
A Parigi in certe zone è pericoloso girare se si è biondi. I militanti della Lega di difesa africana imbrattano la statua di Giovanna d'Arco e boicottano i negozi cittadini. Mentre Marine Le Pen dovrà andare dallo psichiatra per aver denunciato la violenza dell'Isis.Tra i carcerati d'Oltralpe 1 su 4 è islamico. I musulmani nel Paese sono «solo» il 10% ma aumentano quelli che delinquono.Lo speciale comprende due articoli.La Francia, così mal governata dall'ex banchiere Emmanuel Macron, sta letteralmente implodendo a causa della violenza sociale che la rende sempre più invivibile. E non sono più le sole periferie, le ben note banlieue, a essere sotto scacco, ma anche le zone un tempo borghesi e tranquille di Lione, Parigi o Grenoble.La violenza esponenziale dei migranti e dei nuovi clandestini si aggiunge a quella già vistosa che è nota agli statistici: circa 1.000 episodi violenti al giorno, contando unicamente quelli denunciati alla polizia. La lotta al razzismo è una costante della politica francese del secondo dopoguerra. E a fronte di un calo significativo di episodi reali di discriminazione contro stranieri e persone diversamente colorate, si nota un aumento, altrettanto spettacolare, di odio verso la Francia (motivo costante di molte canzoni rap), i francesi d'origine, i bianchi, i cristiani. Insomma, contro la popolazione originaria della nazione gallica, la cui composizione etnica è ormai compromessa da un'immigrazione araba inarrestabile, come da anni denuncia l'intellettuale ebreo Eric Zemmour (vedi Suicide français, 2018).In molte zone di Parigi è sempre più difficile girare tranquillamente se si è biondi, con gli occhi chiari e un classico abbigliamento da nativi europei. La Ligue de défense noire africaine, Lega della difesa nera africana, ha già più volte agito concretamente e con metodi spicci per tutelare i diritti degli immigrati di origine africana. Il blog di controinformazione Fdesouche ha di recente riportato alcune discutibili azioni dei suoi militanti antirazzisti (a senso unico).Nel luglio scorso, come si vede da filmati messi in linea dai protagonisti dell'azione, i militanti di origine africana sono entrati in un negozio Intermarché, facendo danni e insultando i commessi per una pubblicità secondo loro razzista della catena di vestiti. Pochi giorni prima avevano imbrattato la statua parigina di Giovanna d'Arco, patrona della Francia, per denunciare il razzismo di cui sarebbero vittime i neri. Più recentemente in alcuni video hanno invitato, con termini poco cortesi, a boicottare i negozi francesi, ovvero gestiti da bianchi, per favorire i fratelli africani in Francia. Si aggiungano alcuni fatti venuti di recente alla ribalta. Il numero di coloro che chiedono l'alimentazione halal, secondo i precetti del Corano e di Maometto, corrisponderebbe a circa un quarto del totale dei reclusi. Mentre i mussulmani praticanti sono meno del 10% degli abitanti francesi. Come si spiega la sproporzione?Marine Le Pen, l'unica o quasi l'unica politica di spessore nazionale che si oppone alla «razializzazione» della politica, dovrebbe essere sottoposta a indagine psichiatrica secondo alcuni magistrati antirazzisti. E tutto ciò perché ha avuto la colpa di denunciare, con parole severe e immagini cruente, la violenza dell'Isis in alcuni tweet!! Il padre, Jean Marie Le Pen, 90 anni ben portati, è di nuovo sotto processo, perché anni fa disse che la maggior parte delle violenze sociali ha degli stranieri come protagonisti. Si censura la realtà se non piace?Il femminismo aveva ragione, in origine, a evidenziare certe ingiustizie subite dal sesso femminile nella società o nel mondo del lavoro. Ma da quando è diventato un'ideologia ufficiale del sistema, ha prodotto danni uguali e maggiori a quelli del precedente maschilismo. Creando ad esempio una lotta insana e senza quartiere tra uomini e donne per dimostrare chi vale di più e chi ha più subito nella storia: vittimismo lagrimoso e sconfortante.L'antirazzismo ha avuto la stessa triste parabola. Dal poetico I have a dream di Martin Luther King, all'autocomprensione dei cittadini, ove esso è diventato ideologia di Stato, in base alla razza di origine o la tribù di appartenenza. Proprio mentre si dice che le razze non esistono! Macron ha fatto votare solo alcuni mesi fa l'abolizione della parola razza (race) dalla Costituzione francese, che la usava per denunciare le discriminazioni di razza, sesso o religione. Ma se le razze non esistono, come fa ad esistere il razzismo? E se il razzismo è l'odio della persona di un'altra etnia razza o popolo, come può trovarsi solo in certe razze e non in tutte? esistono forse razze dannate (i bianchi?) e razze immacolate (arabi e africani)?Queste evidenti contraddizioni logiche e politiche hanno portato Laurent de Bechade a fondare una nuova associazione, Olra (Organizzazione di lotta contro il razzismo antibianco), che si prefigge statutariamente di denunciare il «razzismo antibianco», che sia di matrice araba-mussulmana o nera-africana. Questo razzismo, contrariamente a quello opposto, non è quasi mai denunciato dai media eppure esiste e prospera in moltissimi ambienti sociali, non solo in Francia. De Bechade auspica che il razzismo antibianco sia combattuto con la stessa forza di come è combattuto l'antisemitismo o la cosiddetta islamofobia. Se è falso che la donna sia sempre vittima e mai carnefice, è altresì falso che il nativo sia sempre cattivo e il migrante buono, o l'indoeuropeo chiuso e razzista.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-in-francia-il-razzismo-e-contro-i-bianchi-2609319925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-i-carcerati-d-oltralpe-1-su-4-e-islamico" data-post-id="2609319925" data-published-at="1780032386" data-use-pagination="False"> Tra i carcerati d'Oltralpe 1 su 4 è islamico I Paesi totalitari vietano per principio ciò che dispiace loro o quello che li metterebbe in imbarazzo. Gli Stati democratici adottano di norma modalità più soft per correggere i malpensanti. Come si vede, non solo nei libri di George Orwell, ma anche in tante società occidentali democratico-totalitarie, quali ad esempio la Francia di Emmanuel Macron. Il nuovo Re sole illuminista, auto-delegittimatosi già per molte faccende, governa uno dei Paesi in cui è più forte la censura di Stato e la repressione dei giornalisti antisistema. E sono cose note a gruppi tutt'altro che destrorsi come Emergency, Amnesty, Reporters sans frontieres, eccetera. Lo scorso anno ci fu un kafkiano dibattito nel parlamento della République sulla necessità di oscurare i siti internet antiabortisti, visti come avversi ai diritti e alle libertà della donna. Da sempre poi, tutto quello che potrebbe portare al razzismo - nel senso meno etimologico e più estensivo possibile - è oggetto di controllo minuzioso e repressione senza quartiere. Così, la Francia è uno dei pochi Paesi al mondo in cui è giuridicamente vietato fare statistiche su base etnica, nazionale e religiosa. La cosa è vista come assurda anche dai sociologi di professione, i quali neppure possono fare statistiche anodine sulla maggior o minor frequenza islamica o cattolica, circa la scelta della scuola pubblica o privata, o chiedersi se in proporzione sono più gli ebrei ad essere presenti nei media, i cinesi, i magrebini, eccetera. Per una volta, però, un deputato scaltro e intelligente come Nicolas Bay, braccio destro di Marine Le Pen nel Rassemblement national (ex Front national) è riuscito ad aggirare la legge e a ottenere una risposta ufficiale e assai significativa sia per i sociologi, che per i critici dell'immigrazione islamica. Ebbene, visto che nelle carceri francesi si può richiedere ufficialmente il menu islamico, secondo le prescrizioni del Corano e il rispetto del ramadan, il deputato europeo Bay ha fatto una richiesta formale al ministro degli interni per conoscere quanti detenuti hanno voluto fruirne. La risposta non si è fatta attendere, e Nicole Belloubet, ministra della Giustizia, ha scritto all'onorevole che il menu halal, secondo le rigide prescrizioni degli imam, è stato domandato da 17.899 persone attualmente in carcere, ovvero circa il 25 % dell'insieme dei reclusi. Ci torna alla mente il questionario piuttosto ideologico diffuso dal Corriere della Sera tempo fa sulla percezione che gli italiani avrebbero della quantità di stranieri nel nostro Paese. Redatto e pensato con l'intento palese di mostrare che gli italiani tenderebbero a ingrandire la presenza di stranieri, come se si trattasse di un'invasione. E ora, come la metterebbero, nella redazione della milanese via Solferino? Se poi è del tutto improbabile che dei non mussulmani richiedano il menu islamo-compatibile, ci saranno certamente dei mussulmani tiepidi che non l'avranno richiesto. Fatto sta che il 25% dei carcerati lo ha voluto. Ma nella società francese, secondo le stime più accertate e prudenti, i fedeli dell'islam - da non confondere con l'insieme degli stranieri - non arrivano neppure al 10% della cittadinanza… Come mai allora nelle prigioni sono ben più del doppio? Tutta colpa dei migranti senza lavoro che sono costretti a rubare le mele al mercato? Difficile sostenerlo in Francia in cui il grosso dei praticanti mussulmani, che frequentano le oltre 3.000 moschee sorte ovunque, sono presenti da anni e da decenni sul suolo (mal) amministrato da Macron. La statistica, come la fisica e la chimica, non segue l'ideologia, ma è lo specchio della realtà. Alcuni però preferiscono gli specchi opachi o deformanti.
Però, se per la Germania c’è solo da guadagnare, per l’Italia c’è solo da perdere e, dunque, il disegno è da respingere in blocco, perché se l’Ucraina diventasse membro della Ue saremmo cornuti e pure mazziati.
Cominciamo col dire che finora Kiev è costata all’Europa una montagna di miliardi e, siccome il nostro Paese è tra i contributori netti, ossia versa nelle casse di Bruxelles più soldi di quelli che riceve, una parte di quel denaro l’abbiamo pagata noi, cioè i contribuenti italiani. E se passasse il piano tedesco, saremmo ancora noi a sostenere la ricostruzione e l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. Oltre all’assegno di 200 miliardi che la Ue ha già staccato, oltre a quello di 90 che presto staccherà, dovrà aggiungere molte altre decine di miliardi. Nessuno infatti si può illudere che sarà Mosca a finanziare la ricostruzione, né che i soldi arrivino dagli States: Trump lo ha già fatto capire e ha già stretto l’accordo sulle terre rare che più gli interessava.
L’aspetto più paradossale della proposta del cancelliere di latta (così lo chiamano in patria, dove il consenso è ai minimi) è che a Kiev, pur senza diritto di voto, sarebbe concesso ciò che a un Paese fondatore come l’Italia non è consentito, cioè di non rispettare alcun parametro di bilancio. A noi fanno la predica e minacciano sanzioni nel caso i conti pubblici sforino il limite dello zero virgola. Mentre con l’Ucraina - che tecnicamente, se non fosse sostenuta dai fondi europei (cioè nostri) sarebbe fallita - non si chiude un occhio ma tutti e due. Da anni neghiamo l’ingresso nella Ue alla Serbia e ad altri Paesi, ma con Kiev siamo pronti a srotolare i tappeti rossi. Inoltre, quella dei conti non sarebbe la sola eccezione. L’Europa pretende che gli Stati, oltre a soddisfare determinati parametri di bilancio, rispettino anche alcune regole democratiche, come elezioni, libertà di stampa, diritti delle opposizioni, lotta alla corruzione. E come si fa con un Paese dove la democrazia è sospesa dalla legge marziale, non si vota da tempo e l’opposizione, se non piace a Zelensky, non ha diritto di rappresentanza, mentre l’apparato statale è zeppo di ladri? Come si può accogliere a braccia aperte uno Stato che vieta l’espatrio ai propri cittadini che hanno l’età per essere mandati al fronte? Anche un bambino capirebbe che non puoi far entrare in pace un Paese che è in guerra, perché significherebbe portare dentro casa un conflitto. Ma a Merz tutto ciò importa poco. Al cancelliere, che è riuscito nell’incredibile opera di far scavalcare la sua Cdu dal partito di destra Afd, importa di salvare la poltrona con un incredibile gioco di prestigio, ovvero rilanciare un’economia in crisi con la ricostruzione dopo la guerra.
L’ingresso dell’Ucraina, oltre alle incongruenze e ai probabili costi, avrebbe anche un secondo effetto. Kiev ha una importante produzione agricola e domani, se facesse parte della Ue, avrebbe diritto a ricevere i fondi che oggi vengono divisi fra i principali Paesi dell’Unione. In pratica, la torta dei soldi Ue, che già oggi non riesce a soddisfare le esigenze degli agricoltori, dovrebbe essere divisa con il nuovo ospite che, viste le dimensioni della sua produzione, rischia di prendersi la fetta più grossa. Insomma, avete capito. Così come su gas e bollette il sostegno a Kiev non è stato gratis (ricordate la celebre frase di Mario Draghi, «si tratta di scegliere tra pace e aria condizionata»?), così fare entrare l’Ucraina nella Ue e consentirle di beneficiare dei finanziamenti a sostegno della propria economia non sarebbe indolore, bensì una mossa che verrebbe pagata da contribuenti e produttori.
In altre parole, Merz vuole applicare la solita ricetta würstel e crauti, dove noi però saremmo il würstel. Non so voi, ma io di finire nel piatto della Germania non ho alcuna voglia.
Continua a leggereRiduci
Vladimir Putin (Ansa)
Rispondere a questa domanda è complesso. Sebbene la Russia sia effettivamente all’offensiva da diverso tempo, l’intensità e l’efficacia delle sue azioni militari sono molto variabili e incostanti, e le linee difensive ucraine non sono affatto crollate. La Russia non ha ottenuto ancora gli obiettivi che si era prefissata: il controllo totale del Donbass e la cosiddetta «denazificazione» del Paese, che si risolverebbe nel cambio di regime e nell’identificazione di un nuovo leader ucraino più vicino agli interessi di Mosca. Conseguentemente, è decisamente difficile sostenere che Vladimir Putin stia vincendo o abbia raggiunto i suoi scopi: voleva rendere l’Ucraina russa, ma il risultato ottenuto è che Kiev si è molto avvicinata all’Europa; puntava a fermare l’espansione della Nato, mentre Finlandia e Svezia hanno aderito all’Alleanza successivamente al suo attacco. In ogni caso, il dato incontrovertibile è che il conflitto continua, e probabilmente sarà proprio il fattore tempo l’elemento chiave a determinarne le sorti. Per quanto tempo il Cremlino sarà disposto e soprattutto sarà in grado di sostenere uno sforzo bellico di tale intensità? Difficile pronosticarlo, anche se non bisogna mai sottovalutare la pazienza e la resilienza russa. Inoltre, gli europei continuano a non mettere nel conto che la Russia dispone di un arsenale nucleare imponente, che ovviamente ci auguriamo tutti non venga mai utilizzato.
E nell’altro campo, per quanto tempo l’Ucraina sarà capace di resistere? Ma soprattutto, per quanto ancora i Paesi occidentali potranno e vorranno sostenerla? Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha recentemente formalizzato la sua proposta di concedere all’Ucraina una «membership associata» all’Ue. L’obiettivo dovrebbe essere quello di accelerare l’integrazione di fatto mentre sono in corso i negoziati con la Russia. Secondo il cancelliere, sarebbe una tappa verso la piena adesione. Ma dietro al pragmatismo di questa mossa si nasconde una pericolosa trappola: si creerebbe una sorta di «sala d’attesa» dove tenere gli ucraini ancora a lungo, forse per sempre. Nella Ue manca assolutamente la volontà politica comune necessaria per affrontare i problemi legati all’adesione dell’Ucraina. La «membership associata» proposta da Merz assomiglia a un’adesione fittizia, come i villaggi di cartapesta fatti costruire dal principe Grigorij Potemkin per Caterina II di Russia. La verità è che l’Ucraina rappresenta un serio problema, e forse anche un pericolo per l’Ue, perché è considerata da molti come troppo grande, pericolosa o corrotta per essere ammessa nel consesso europeo. Alcuni affermano addirittura che con l’adesione ci troveremmo con un milione di ex combattenti, capaci di maneggiare le armi, liberi di circolare nell’Ue: preoccupazioni o accuse che possono sembrare eccessive o infondate, ma di fatto riflettono le percezioni in alcune capitali. In ogni caso nessun leader sembra essere disposto a rischiare per far entrare l’Ucraina, stante l’ostilità più o meno accentuate delle opinioni pubbliche.
Ma c’è un secondo e più grande problema: la Ue sclerotizzata non è capace di riformarsi per procedere a un nuovo grande allargamento. Ventidue anni dopo la riunificazione con i Paesi dell’ex blocco di Varsavia e 13 anni dopo l’ultima adesione della Croazia, la domanda rimane sempre la stessa: l’Ue è in grado di mantenere le sue promesse di integrazione e armonizzazione per un efficace allargamento?
A tutto ciò bisogna aggiungere che la geopolitica mondiale è in continuo movimento. Alcuni osservatori informati sostengono che nel recente vertice a Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump il leader cinese abbia ribadito che non è possibile immaginare che la Russia perda la guerra. Non a caso subito dopo ha ricevuto, in pompa magna, proprio il leader russo Vladimir Putin. L’Europa, oltre che Kiev, è avvertita. Per cui sarebbe consigliabile che i soloni di Bruxelles accogliessero le disponibilità russe per l’apertura di un negoziato invece di prendere tempo nella ricerca di un negoziatore, e usassero nello stesso tempo più cautela nell’affermare che Volodymyr Zelensky stia vincendo la guerra, perché corrono il rischio molto alto di cadere semplicemente in una illusione ottica.
Continua a leggereRiduci
Matteo Messina Denaro (Ansa)
I 200 milioni di euro sequestrati ieri dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo sono il perimetro di una ricchezza smisurata che affonda le radici negli anni Ottanta, quando i narcos siciliani cominciavano a moltiplicare il denaro della droga con una velocità che la mafia dei corleonesi non aveva mai conosciuto. Il blitz, coordinato dal procuratore Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Vito Di Giorgio ha attraversato mezzo mondo: da Palermo e Trapani a Marbella, da Puerto Banùs, Malaga e Benahavis alla Svizzera, dal Principato di Monaco al Libano, ad Andorra, alle Isole Cayman e a Gibilterra.
Eppure, la scena iniziale sembra quasi stonata rispetto alla montagna di denaro saltata fuori. Giacomo Tamburello, 66 anni, definito come uno storico trafficante di hashish e indicato da chi indaga come vicino, da sempre, a Matteo Messina Denaro, viveva ai domiciliari nella piccola casa della madre, a Campobello di Mazara. Apparentemente ormai ai margini. In realtà, secondo l’inchiesta della Guardia di finanza, sarebbe il custode del tesoro. Quando è scattato il blitz, Tamburello è stato arrestato in provincia di Trapani. Nello stesso momento, in Spagna, sono finite in manette l’ex moglie Maria Antonina Bruno e il figlio Luca.
Intanto i finanzieri del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo mettevano i sigilli a beni, società e disponibilità finanziarie. Gli inquirenti gli contestano l’autoriciclaggio aggravato dall’avere «agevolato l’attività dell’associazione mafiosa». Ma per capire la portata dell’inchiesta bisogna tornare indietro. Gli investigatori ricostruiscono un sistema economico costruito nel tempo. Secondo i collaboratori di giustizia, Tamburello sarebbe uno dei grandi snodi. Vincenzo Spezia, storico esponente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, ha raccontato ai magistrati gli intrecci tra Messina Denaro e Tamburello, sostenendo che risalirebbero «al 1983». Finora, spiegano gli investigatori, lo Stato è riuscito a sequestrare a Messina Denaro e ai suoi prestanome circa 4 miliardi di euro.
Ma gli inquirenti sono convinti che quella cifra rappresenti soltanto una porzione della reale disponibilità economica del boss morto dopo 30anni di latitanza. L’inchiesta è nata quasi per caso tre anni fa. Ad Agosto, a Madrid, un finanziere in servizio all’ambasciata italiana segnala al Gico di Palermo una situazione anomala: l’ex moglie di Tamburello, casalinga, risulta avere 12 milioni di euro in conti lussemburghesi e 1 milione e mezzo ad Andorra. L’intuizione avvia l’azione investigativa. Madre e figlio avevano aperto i primi conti ad Andorra nel 2005. Poi erano partiti i trasferimenti internazionali. Conti, società, partecipazioni, immobili, carte di credito, investimenti. Dal 2000 Tamburello e la moglie risultavano separati consensualmente. Lui aveva ufficialmente un’altra compagna. Ma il patrimonio familiare continuava a essere amministrato proprio dall’ex moglie e dal figlio, residenti fra Marbella e la Costa del Sol. Gli investigatori intercettano anche una preoccupazione. Madre e figlio avrebbero valutato di trasferire a Dubai parte delle ricchezze per sottrarle alle indagini. Non hanno fatto in tempo.
Continua a leggereRiduci
Kaja Kallas (Ansa)
Ieri mattina, a margine della riunione del Consiglio affari esteri dell’Ue a Cipro, Kallas ha annunciato davanti ai giornalisti che i diplomatici americani hanno abbandonato Kiev, ma è falso. «Da quanto abbiamo appreso ieri (mercoledì, ndr) dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste tranne una. Anche questo richiede coraggio da parte di tali ambasciate. Tutti gli Stati europei sono rimasti, l’America se n'è andata», ha detto ai microfoni. Neanche troppo velatamente, ha tacciato la Casa Bianca di non essere risoluta, avendo ceduto alle richieste russe di far evacuare il personale diplomatico dalla capitale ucraina.
Inevitabile è stata la pioggia di smentite. Sul sito dell’ambasciata americana in Ucraina, nella sezione «News», compare la scritta: «L’ambasciata degli Stati Uniti è aperta». Nel portale viene specificato: «Non ci sono cambiamenti nelle nostre operazioni e le notizie contrarie sono false. Il Dipartimento di Stato non ha priorità più alta della sicurezza dei cittadini americani e rivede regolarmente il livello di sicurezza dell’ambasciata di Kiev». Anche l’Ucraina non ha potuto fare altro che negare quanto affermato dall’alleata europea. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Georgiy Tykhyi, ha spiegato che «le informazioni sulla partenza dell’ambasciata statunitense non sono vere».
Peraltro, perfino Mosca ha ammesso che da Washington non ha ricevuto alcuna risposta sulla richiesta di evacuazione. «La Russia ha trasmesso una raccomandazione agli Stati Uniti attraverso i canali appropriati riguardo agli attacchi su Kiev, ma non c’è stata ancora alcuna risposta. Nessun messaggio è stato trasmesso da Donald Trump a Vladimir Putin», ha riferito il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov.
Non deve essere stato poco l’imbarazzo a Bruxelles. Sul sito dell’Ue che riporta la trascrizione delle domande e risposte con i giornalisti, l’affermazione di Kallas è stata modificata. Ora si legge: «Da quanto abbiamo appreso ieri dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste*, il che richiede coraggio da parte di queste ambasciate, ma sì, tutti gli europei sono rimasti*». Gli asterischi sono doverosi perché, al termine della dichiarazione, compare tra parentesi: «*Aggiornato con una correzione riguardo alla presenza diplomatica a Kiev».
Il granchio preso da Kallas, la cui portavoce ha comicamente parlato di un «fraintendimento» nella conversazione col ministro degli Esteri ucraino, suggerisce ancora una volta che la sua nomina ad Alto rappresentante Ue non è probabilmente stata una delle scelte più lungimiranti. Nel 2009, quando Bruxelles ha riformato questo ruolo introducendo una sorta di «ministro» degli Esteri dell’Ue, era convinta di aver risposto al quesito del celebre diplomatico americano Henry Kissinger: «Chi devo chiamare se voglio parlare l’Europa?». Eppure, tralasciando il fatto se ci sia riuscita oppure no, se a qualche cancelleria venisse da snobbare la Kallas, non ci sarebbe troppo da sorprendersi. La donna, ex primo ministro dell’Estonia e ora alla guida della politica estera europea, non ha mai dimostrato la statura del diplomatico. Passo dopo passo, ha collezionato figuracce che hanno assottigliato la sua fragile credibilità. Aveva dichiarato che per lei era una «novità» che Mosca e Pechino avessero sconfitto il nazismo e il fascismo nella Seconda guerra mondiale. E, dimostrando che forse non era la prima della classe a scuola, aveva persino sentenziato: «In 100 anni la Russia ha attaccato 19 Paesi, alcuni dei quali anche tre o quattro volte. Ma nessuno ha attaccato la Russia in quel periodo». Essere estoni, e dunque aver subito l’occupazione sovietica, non esime dal conoscere la storia delle guerre mondiali.
Bruxelles ha a lungo definito la «disinformazione» come la maggiore minaccia alla democrazia. Poi i vertici europei sono i primi a non accertarsi se stanno comunicando o meno notizie veritiere.
Continua a leggereRiduci