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2018-10-02
Ora in Francia il razzismo è contro i bianchi
ANSA
La Francia, così mal governata dall'ex banchiere Emmanuel Macron, sta letteralmente implodendo a causa della violenza sociale che la rende sempre più invivibile. E non sono più le sole periferie, le ben note banlieue, a essere sotto scacco, ma anche le zone un tempo borghesi e tranquille di Lione, Parigi o Grenoble.
La violenza esponenziale dei migranti e dei nuovi clandestini si aggiunge a quella già vistosa che è nota agli statistici: circa 1.000 episodi violenti al giorno, contando unicamente quelli denunciati alla polizia. La lotta al razzismo è una costante della politica francese del secondo dopoguerra. E a fronte di un calo significativo di episodi reali di discriminazione contro stranieri e persone diversamente colorate, si nota un aumento, altrettanto spettacolare, di odio verso la Francia (motivo costante di molte canzoni rap), i francesi d'origine, i bianchi, i cristiani. Insomma, contro la popolazione originaria della nazione gallica, la cui composizione etnica è ormai compromessa da un'immigrazione araba inarrestabile, come da anni denuncia l'intellettuale ebreo Eric Zemmour (vedi Suicide français, 2018).
In molte zone di Parigi è sempre più difficile girare tranquillamente se si è biondi, con gli occhi chiari e un classico abbigliamento da nativi europei. La Ligue de défense noire africaine, Lega della difesa nera africana, ha già più volte agito concretamente e con metodi spicci per tutelare i diritti degli immigrati di origine africana. Il blog di controinformazione Fdesouche ha di recente riportato alcune discutibili azioni dei suoi militanti antirazzisti (a senso unico).
Nel luglio scorso, come si vede da filmati messi in linea dai protagonisti dell'azione, i militanti di origine africana sono entrati in un negozio Intermarché, facendo danni e insultando i commessi per una pubblicità secondo loro razzista della catena di vestiti. Pochi giorni prima avevano imbrattato la statua parigina di Giovanna d'Arco, patrona della Francia, per denunciare il razzismo di cui sarebbero vittime i neri. Più recentemente in alcuni video hanno invitato, con termini poco cortesi, a boicottare i negozi francesi, ovvero gestiti da bianchi, per favorire i fratelli africani in Francia. Si aggiungano alcuni fatti venuti di recente alla ribalta. Il numero di coloro che chiedono l'alimentazione halal, secondo i precetti del Corano e di Maometto, corrisponderebbe a circa un quarto del totale dei reclusi. Mentre i mussulmani praticanti sono meno del 10% degli abitanti francesi. Come si spiega la sproporzione?
Marine Le Pen, l'unica o quasi l'unica politica di spessore nazionale che si oppone alla «razializzazione» della politica, dovrebbe essere sottoposta a indagine psichiatrica secondo alcuni magistrati antirazzisti. E tutto ciò perché ha avuto la colpa di denunciare, con parole severe e immagini cruente, la violenza dell'Isis in alcuni tweet!! Il padre, Jean Marie Le Pen, 90 anni ben portati, è di nuovo sotto processo, perché anni fa disse che la maggior parte delle violenze sociali ha degli stranieri come protagonisti. Si censura la realtà se non piace?
Il femminismo aveva ragione, in origine, a evidenziare certe ingiustizie subite dal sesso femminile nella società o nel mondo del lavoro. Ma da quando è diventato un'ideologia ufficiale del sistema, ha prodotto danni uguali e maggiori a quelli del precedente maschilismo. Creando ad esempio una lotta insana e senza quartiere tra uomini e donne per dimostrare chi vale di più e chi ha più subito nella storia: vittimismo lagrimoso e sconfortante.
L'antirazzismo ha avuto la stessa triste parabola. Dal poetico I have a dream di Martin Luther King, all'autocomprensione dei cittadini, ove esso è diventato ideologia di Stato, in base alla razza di origine o la tribù di appartenenza. Proprio mentre si dice che le razze non esistono! Macron ha fatto votare solo alcuni mesi fa l'abolizione della parola razza (race) dalla Costituzione francese, che la usava per denunciare le discriminazioni di razza, sesso o religione. Ma se le razze non esistono, come fa ad esistere il razzismo? E se il razzismo è l'odio della persona di un'altra etnia razza o popolo, come può trovarsi solo in certe razze e non in tutte? esistono forse razze dannate (i bianchi?) e razze immacolate (arabi e africani)?
Queste evidenti contraddizioni logiche e politiche hanno portato Laurent de Bechade a fondare una nuova associazione, Olra (Organizzazione di lotta contro il razzismo antibianco), che si prefigge statutariamente di denunciare il «razzismo antibianco», che sia di matrice araba-mussulmana o nera-africana. Questo razzismo, contrariamente a quello opposto, non è quasi mai denunciato dai media eppure esiste e prospera in moltissimi ambienti sociali, non solo in Francia. De Bechade auspica che il razzismo antibianco sia combattuto con la stessa forza di come è combattuto l'antisemitismo o la cosiddetta islamofobia. Se è falso che la donna sia sempre vittima e mai carnefice, è altresì falso che il nativo sia sempre cattivo e il migrante buono, o l'indoeuropeo chiuso e razzista.
Tra i carcerati d'Oltralpe 1 su 4 è islamico
I Paesi totalitari vietano per principio ciò che dispiace loro o quello che li metterebbe in imbarazzo. Gli Stati democratici adottano di norma modalità più soft per correggere i malpensanti. Come si vede, non solo nei libri di George Orwell, ma anche in tante società occidentali democratico-totalitarie, quali ad esempio la Francia di Emmanuel Macron.
Il nuovo Re sole illuminista, auto-delegittimatosi già per molte faccende, governa uno dei Paesi in cui è più forte la censura di Stato e la repressione dei giornalisti antisistema. E sono cose note a gruppi tutt'altro che destrorsi come Emergency, Amnesty, Reporters sans frontieres, eccetera. Lo scorso anno ci fu un kafkiano dibattito nel parlamento della République sulla necessità di oscurare i siti internet antiabortisti, visti come avversi ai diritti e alle libertà della donna.
Da sempre poi, tutto quello che potrebbe portare al razzismo - nel senso meno etimologico e più estensivo possibile - è oggetto di controllo minuzioso e repressione senza quartiere. Così, la Francia è uno dei pochi Paesi al mondo in cui è giuridicamente vietato fare statistiche su base etnica, nazionale e religiosa. La cosa è vista come assurda anche dai sociologi di professione, i quali neppure possono fare statistiche anodine sulla maggior o minor frequenza islamica o cattolica, circa la scelta della scuola pubblica o privata, o chiedersi se in proporzione sono più gli ebrei ad essere presenti nei media, i cinesi, i magrebini, eccetera.
Per una volta, però, un deputato scaltro e intelligente come Nicolas Bay, braccio destro di Marine Le Pen nel Rassemblement national (ex Front national) è riuscito ad aggirare la legge e a ottenere una risposta ufficiale e assai significativa sia per i sociologi, che per i critici dell'immigrazione islamica. Ebbene, visto che nelle carceri francesi si può richiedere ufficialmente il menu islamico, secondo le prescrizioni del Corano e il rispetto del ramadan, il deputato europeo Bay ha fatto una richiesta formale al ministro degli interni per conoscere quanti detenuti hanno voluto fruirne. La risposta non si è fatta attendere, e Nicole Belloubet, ministra della Giustizia, ha scritto all'onorevole che il menu halal, secondo le rigide prescrizioni degli imam, è stato domandato da 17.899 persone attualmente in carcere, ovvero circa il 25 % dell'insieme dei reclusi.
Ci torna alla mente il questionario piuttosto ideologico diffuso dal Corriere della Sera tempo fa sulla percezione che gli italiani avrebbero della quantità di stranieri nel nostro Paese. Redatto e pensato con l'intento palese di mostrare che gli italiani tenderebbero a ingrandire la presenza di stranieri, come se si trattasse di un'invasione. E ora, come la metterebbero, nella redazione della milanese via Solferino?
Se poi è del tutto improbabile che dei non mussulmani richiedano il menu islamo-compatibile, ci saranno certamente dei mussulmani tiepidi che non l'avranno richiesto. Fatto sta che il 25% dei carcerati lo ha voluto. Ma nella società francese, secondo le stime più accertate e prudenti, i fedeli dell'islam - da non confondere con l'insieme degli stranieri - non arrivano neppure al 10% della cittadinanza… Come mai allora nelle prigioni sono ben più del doppio?
Tutta colpa dei migranti senza lavoro che sono costretti a rubare le mele al mercato? Difficile sostenerlo in Francia in cui il grosso dei praticanti mussulmani, che frequentano le oltre 3.000 moschee sorte ovunque, sono presenti da anni e da decenni sul suolo (mal) amministrato da Macron. La statistica, come la fisica e la chimica, non segue l'ideologia, ma è lo specchio della realtà. Alcuni però preferiscono gli specchi opachi o deformanti.
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A Parigi in certe zone è pericoloso girare se si è biondi. I militanti della Lega di difesa africana imbrattano la statua di Giovanna d'Arco e boicottano i negozi cittadini. Mentre Marine Le Pen dovrà andare dallo psichiatra per aver denunciato la violenza dell'Isis.Tra i carcerati d'Oltralpe 1 su 4 è islamico. I musulmani nel Paese sono «solo» il 10% ma aumentano quelli che delinquono.Lo speciale comprende due articoli.La Francia, così mal governata dall'ex banchiere Emmanuel Macron, sta letteralmente implodendo a causa della violenza sociale che la rende sempre più invivibile. E non sono più le sole periferie, le ben note banlieue, a essere sotto scacco, ma anche le zone un tempo borghesi e tranquille di Lione, Parigi o Grenoble.La violenza esponenziale dei migranti e dei nuovi clandestini si aggiunge a quella già vistosa che è nota agli statistici: circa 1.000 episodi violenti al giorno, contando unicamente quelli denunciati alla polizia. La lotta al razzismo è una costante della politica francese del secondo dopoguerra. E a fronte di un calo significativo di episodi reali di discriminazione contro stranieri e persone diversamente colorate, si nota un aumento, altrettanto spettacolare, di odio verso la Francia (motivo costante di molte canzoni rap), i francesi d'origine, i bianchi, i cristiani. Insomma, contro la popolazione originaria della nazione gallica, la cui composizione etnica è ormai compromessa da un'immigrazione araba inarrestabile, come da anni denuncia l'intellettuale ebreo Eric Zemmour (vedi Suicide français, 2018).In molte zone di Parigi è sempre più difficile girare tranquillamente se si è biondi, con gli occhi chiari e un classico abbigliamento da nativi europei. La Ligue de défense noire africaine, Lega della difesa nera africana, ha già più volte agito concretamente e con metodi spicci per tutelare i diritti degli immigrati di origine africana. Il blog di controinformazione Fdesouche ha di recente riportato alcune discutibili azioni dei suoi militanti antirazzisti (a senso unico).Nel luglio scorso, come si vede da filmati messi in linea dai protagonisti dell'azione, i militanti di origine africana sono entrati in un negozio Intermarché, facendo danni e insultando i commessi per una pubblicità secondo loro razzista della catena di vestiti. Pochi giorni prima avevano imbrattato la statua parigina di Giovanna d'Arco, patrona della Francia, per denunciare il razzismo di cui sarebbero vittime i neri. Più recentemente in alcuni video hanno invitato, con termini poco cortesi, a boicottare i negozi francesi, ovvero gestiti da bianchi, per favorire i fratelli africani in Francia. Si aggiungano alcuni fatti venuti di recente alla ribalta. Il numero di coloro che chiedono l'alimentazione halal, secondo i precetti del Corano e di Maometto, corrisponderebbe a circa un quarto del totale dei reclusi. Mentre i mussulmani praticanti sono meno del 10% degli abitanti francesi. Come si spiega la sproporzione?Marine Le Pen, l'unica o quasi l'unica politica di spessore nazionale che si oppone alla «razializzazione» della politica, dovrebbe essere sottoposta a indagine psichiatrica secondo alcuni magistrati antirazzisti. E tutto ciò perché ha avuto la colpa di denunciare, con parole severe e immagini cruente, la violenza dell'Isis in alcuni tweet!! Il padre, Jean Marie Le Pen, 90 anni ben portati, è di nuovo sotto processo, perché anni fa disse che la maggior parte delle violenze sociali ha degli stranieri come protagonisti. Si censura la realtà se non piace?Il femminismo aveva ragione, in origine, a evidenziare certe ingiustizie subite dal sesso femminile nella società o nel mondo del lavoro. Ma da quando è diventato un'ideologia ufficiale del sistema, ha prodotto danni uguali e maggiori a quelli del precedente maschilismo. Creando ad esempio una lotta insana e senza quartiere tra uomini e donne per dimostrare chi vale di più e chi ha più subito nella storia: vittimismo lagrimoso e sconfortante.L'antirazzismo ha avuto la stessa triste parabola. Dal poetico I have a dream di Martin Luther King, all'autocomprensione dei cittadini, ove esso è diventato ideologia di Stato, in base alla razza di origine o la tribù di appartenenza. Proprio mentre si dice che le razze non esistono! Macron ha fatto votare solo alcuni mesi fa l'abolizione della parola razza (race) dalla Costituzione francese, che la usava per denunciare le discriminazioni di razza, sesso o religione. Ma se le razze non esistono, come fa ad esistere il razzismo? E se il razzismo è l'odio della persona di un'altra etnia razza o popolo, come può trovarsi solo in certe razze e non in tutte? esistono forse razze dannate (i bianchi?) e razze immacolate (arabi e africani)?Queste evidenti contraddizioni logiche e politiche hanno portato Laurent de Bechade a fondare una nuova associazione, Olra (Organizzazione di lotta contro il razzismo antibianco), che si prefigge statutariamente di denunciare il «razzismo antibianco», che sia di matrice araba-mussulmana o nera-africana. Questo razzismo, contrariamente a quello opposto, non è quasi mai denunciato dai media eppure esiste e prospera in moltissimi ambienti sociali, non solo in Francia. De Bechade auspica che il razzismo antibianco sia combattuto con la stessa forza di come è combattuto l'antisemitismo o la cosiddetta islamofobia. Se è falso che la donna sia sempre vittima e mai carnefice, è altresì falso che il nativo sia sempre cattivo e il migrante buono, o l'indoeuropeo chiuso e razzista.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-in-francia-il-razzismo-e-contro-i-bianchi-2609319925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-i-carcerati-d-oltralpe-1-su-4-e-islamico" data-post-id="2609319925" data-published-at="1782365151" data-use-pagination="False"> Tra i carcerati d'Oltralpe 1 su 4 è islamico I Paesi totalitari vietano per principio ciò che dispiace loro o quello che li metterebbe in imbarazzo. Gli Stati democratici adottano di norma modalità più soft per correggere i malpensanti. Come si vede, non solo nei libri di George Orwell, ma anche in tante società occidentali democratico-totalitarie, quali ad esempio la Francia di Emmanuel Macron. Il nuovo Re sole illuminista, auto-delegittimatosi già per molte faccende, governa uno dei Paesi in cui è più forte la censura di Stato e la repressione dei giornalisti antisistema. E sono cose note a gruppi tutt'altro che destrorsi come Emergency, Amnesty, Reporters sans frontieres, eccetera. Lo scorso anno ci fu un kafkiano dibattito nel parlamento della République sulla necessità di oscurare i siti internet antiabortisti, visti come avversi ai diritti e alle libertà della donna. Da sempre poi, tutto quello che potrebbe portare al razzismo - nel senso meno etimologico e più estensivo possibile - è oggetto di controllo minuzioso e repressione senza quartiere. Così, la Francia è uno dei pochi Paesi al mondo in cui è giuridicamente vietato fare statistiche su base etnica, nazionale e religiosa. La cosa è vista come assurda anche dai sociologi di professione, i quali neppure possono fare statistiche anodine sulla maggior o minor frequenza islamica o cattolica, circa la scelta della scuola pubblica o privata, o chiedersi se in proporzione sono più gli ebrei ad essere presenti nei media, i cinesi, i magrebini, eccetera. Per una volta, però, un deputato scaltro e intelligente come Nicolas Bay, braccio destro di Marine Le Pen nel Rassemblement national (ex Front national) è riuscito ad aggirare la legge e a ottenere una risposta ufficiale e assai significativa sia per i sociologi, che per i critici dell'immigrazione islamica. Ebbene, visto che nelle carceri francesi si può richiedere ufficialmente il menu islamico, secondo le prescrizioni del Corano e il rispetto del ramadan, il deputato europeo Bay ha fatto una richiesta formale al ministro degli interni per conoscere quanti detenuti hanno voluto fruirne. La risposta non si è fatta attendere, e Nicole Belloubet, ministra della Giustizia, ha scritto all'onorevole che il menu halal, secondo le rigide prescrizioni degli imam, è stato domandato da 17.899 persone attualmente in carcere, ovvero circa il 25 % dell'insieme dei reclusi. Ci torna alla mente il questionario piuttosto ideologico diffuso dal Corriere della Sera tempo fa sulla percezione che gli italiani avrebbero della quantità di stranieri nel nostro Paese. Redatto e pensato con l'intento palese di mostrare che gli italiani tenderebbero a ingrandire la presenza di stranieri, come se si trattasse di un'invasione. E ora, come la metterebbero, nella redazione della milanese via Solferino? Se poi è del tutto improbabile che dei non mussulmani richiedano il menu islamo-compatibile, ci saranno certamente dei mussulmani tiepidi che non l'avranno richiesto. Fatto sta che il 25% dei carcerati lo ha voluto. Ma nella società francese, secondo le stime più accertate e prudenti, i fedeli dell'islam - da non confondere con l'insieme degli stranieri - non arrivano neppure al 10% della cittadinanza… Come mai allora nelle prigioni sono ben più del doppio? Tutta colpa dei migranti senza lavoro che sono costretti a rubare le mele al mercato? Difficile sostenerlo in Francia in cui il grosso dei praticanti mussulmani, che frequentano le oltre 3.000 moschee sorte ovunque, sono presenti da anni e da decenni sul suolo (mal) amministrato da Macron. La statistica, come la fisica e la chimica, non segue l'ideologia, ma è lo specchio della realtà. Alcuni però preferiscono gli specchi opachi o deformanti.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (@Michele Silvestro)
Né americani, né italiani, come invece accadde nel marzo del 1999 quando a Palazzo Chigi governava Massimo D’Alema (e Sergio Mattarella era vicepremier). Francesco Cossiga, che quell’esecutivo tenne a battesimo, spiegò che la nomina di Baffino si era resa necessaria perché l’allora segretario dei Ds era l’unico uomo della sinistra capace di fare partecipare l’Italia all’operazione militare della Nato in Serbia. Dunque, la nostra aeronautica, senza che vi fosse un mandato parlamentare, bombardò un Paese sovrano con cui l’Italia aveva tutto sommato buone relazioni, per assecondare il volere di Bill Clinton, presidente a stelle e strisce ma soprattutto icona della sinistra.
Ecco, nonostante un simile precedente, cioè con un aggiramento delle Camere che avrebbe dovuto imporre per ragioni di decenza un minimo di cautela, ieri i compagni hanno deciso di usare le parole del segretario della Nato Mark Rutte per scagliarle contro il governo, accusato di aver concesso le basi italiane per le operazioni militari contro Teheran. Rutte, rispondendo a Donald Trump, ha negato che l’Europa non abbia aiutato gli Stati Uniti, aggiungendo che da diversi Paesi della Ue erano partiti migliaia di voli diretti in Iran e citando a questo proposito anche l’Italia. Da quel che si capisce, l’ex premier olandese nemmeno sa quel che dice, almeno per quanto riguarda le nostre basi. Infatti, non solo nessun caccia bombardiere diretto nel Golfo è decollato dall’Italia, ma le centinaia di voli di cui ha parlato il segretario Nato semplicemente non esistono. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha smentito ogni attività in conflitto con la Costituzione, che con l’articolo 11 ripudia la guerra (proprio quello che fu aggirato nel 1999), e a quanto pare si è detto disponibile a mostrare, inviandolo anche all’opposizione, l’elenco dei voli americani transitati dagli aeroporti italiani. Insomma, a differenza di 27 anni fa, nessuno ha fatto partecipare il nostro Paese a operazioni di guerra all’insaputa degli italiani. Fine della questione? Probabilmente sì, anche se la sinistra s’appiglia a ogni argomento pur di avere un po’ di visibilità.
E a proposito di questioni sollevate strumentalmente, da giorni si discute dei fondi Safe, ovvero di quei finanziamenti messi a disposizione dalla Ue per il cosiddetto Security action for Europe. Un piano per la difesa, sostenuto da soldi erogati da Bruxelles. Crosetto, si dice, li reclama per poter comprare missili e carri armati. Giancarlo Giorgetti, che da ministro dell’Economia bada a tenere stretto il portafogli, si racconta sia recalcitrante. In realtà, come ha spiegato bene martedì il titolare del Mef durante il «Giorno della Verità», la questione si riduce al tasso d’interesse e alle regole imposte a chi accetta i miliardi del Safe. Se sono convenienti per l’Italia si possono prendere, diversamente conviene finanziarsi sul mercato. «Ogni 15 giorni l’Italia emette nuovi titoli e c’è la fila a sottoscriverli anche da parte di Paesi che non lo hanno mai fatto», ha detto Giorgetti. Il senso è chiaro: non ci sono solo i fondi Safe, il nostro Paese può fare anche da sé, perché sui mercati finanziari ha riconquistato la credibilità e i 70 punti di spread lo dimostrano, allontanando il periodo in cui sfondarono quota 500.
Del resto, che sia una questione di interessi e di regole lo si capisce anche guardando l’esito dei fondi Pnrr. Sembravano regalati, ma quando pochi giorni fa si sono tirare le somme abbiamo avuto la prova non solo che sono a debito, ma che oltre al rimborso del capitale si deve pagare una quota aggiuntiva di alcuni miliardi. Senza contare che oltre ai tassi c’è la tassa Bruxelles da saldare, ovvero le regole che la Ue ogni volta prova a imporre per metterci il guinzaglio. Insomma, a differenza di ciò che ci si vuol far credere, Safe non sta per sicurezza, a meno che non si intenda che la fregatura è sicura.
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Ansa
In questa cornice si inserisce il colloquio telefonico tra il premier pakistano Shehbaz Sharif e lo sceicco del Qatar, durante il quale i due leader hanno discusso degli sviluppi seguiti alla firma del Memorandum d’intesa di Islamabad tra Stati Uniti e Iran. Entrambi hanno espresso soddisfazione per il primo round tecnico di Burgenstock, in Svizzera, sottolineando la necessità di proseguire il dialogo.
Insieme ai colloqui tra Washington e Teheran, si moltiplicano le iniziative regionali. Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si è recato in Oman per preparare incontri tra Iran, Stati del Golfo e Iraq sulla gestione dello Stretto di Hormuz. Anche l’Arabia Saudita starebbe lavorando a un vertice per favorire una riconciliazione tra Teheran e le monarchie arabe. La questione è particolarmente sensibile per Doha. Il Qatar ha chiarito che si opporrà a qualsiasi tentativo iraniano di imporre tariffe sul traffico nello Stretto. Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani ha spiegato al Financial Times che per l’emirato quella rotta rappresenta l’unico corridoio marittimo e quindi un’infrastruttura vitale per la sua economia.
Sul punto è intervenuto anche Donald Trump, sostenendo che l’Iran avrebbe assicurato agli Stati Uniti di non voler applicare tasse alle navi in transito. Il presidente americano ha però avvertito che un passo contrario potrebbe far saltare l’intero processo negoziale. Il nodo più difficile resta il programma nucleare. Gli Stati Uniti continuano a sostenere che gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica avranno accesso agli impianti iraniani. Il tycoon ha affermato che Teheran avrebbe accettato le verifiche. Da parte iraniana, però, il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha negato. Secondo il diplomatico, non esiste alcun piano immediato per consentire l’accesso ai siti nucleari colpiti dagli attacchi statunitensi né ai materiali custoditi nelle strutture sensibili. La questione «potrà essere affrontata solo in un accordo finale e dopo la revoca completa delle sanzioni», ha concluso.
Teheran continua a presentare l’intesa di Islamabad come una vittoria. Il presidente del Parlamento e capo negoziatore, Mohammad Bagher Ghalibaf, l’ha definita una «sconfitta dell’America», sostenendo che il risultato sia stato ottenuto grazie alla resistenza della Repubblica islamica. Ghalibaf ha ribadito che il ritiro delle forze straniere dal Medio Oriente resta un obiettivo strategico iraniano. Nella stessa logica, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha discusso gli sviluppi regionali con Basem Naeem,, esponente dell’ufficio politico di Hamas. Anche se il Memorandum non cita Gaza, Hamas lo ha accolto favorevolmente e Teheran ha confermato il proprio sostegno al gruppo jihadista.
Anche il fronte libanese entra nel quadro diplomatico. Dopo oltre otto ore si è chiusa a Washington, senza dichiarazione congiunta, la prima giornata del quinto round di colloqui diretti tra Israele e Libano. Le trattative proseguiranno tra Pentagono e Dipartimento di Stato, con sessioni dedicate alla sicurezza e agli aspetti politici. Secondo il Times of Israel, gli Stati Uniti puntano a un ritiro parziale delle forze israeliane dal Libano meridionale, sostituite dall’esercito libanese ed in tal senso il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha dichiarato che «l’unica ragione della presenza delle forze israeliane in Libano è l’attività di Hezbollah e il lancio di razzi contro Israele». Benjamin Netanyahu ha invece dichiarato che le forze israeliane resteranno nella zona di sicurezza del Libano meridionale finché sarà alla guida del governo. Il premier ha inoltre sostenuto che «Israele sarà il primo Paese a risolvere la minaccia dei droni esplosivi».
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Ramy Elgaml, morto durante una fuga da una pattuglia dei carabinieri a Milano (Ansa)
È in questa udienza preliminare che la nuova sentenza d’appello su Bouzidi potrà avere un peso rilevante. La pena per resistenza a pubblico ufficiale è stata ridotta da due anni e otto mesi a un anno e sei mesi, grazie alle attenuanti generiche equivalenti alla recidiva. Il nucleo della decisione, però, resta intatto. Bouzidi avrebbe dovuto fermarsi, la fuga mise in pericolo l’amico, i passanti e i militari, mentre dai filmati non emerge alcuno speronamento volontario dei carabinieri.
Non assolve formalmente Antonio Lenoci, ma rafforza in modo significativo la sua linea difensiva in vista dell’udienza preliminare. In sostanza la pena di Bouzidi si riduce, mentre cresce il possibile peso della pronuncia nel procedimento principale.
Già il giudice di primo grado aveva definito l’inseguimento un «adempimento di un dovere istituzionale», dunque un intervento legittimo e non arbitrario. La fuga per circa otto chilometri, tra strade percorse contromano, semafori rossi e velocità elevatissime, aveva messo concretamente in pericolo l’incolumità pubblica. Le frasi più ruvide dei militari erano state ricondotte alla concitazione del momento, mentre dopo lo schianto gli stessi carabinieri avevano prestato ai due giovani un soccorso definito immediato e disperato.
La Corte d’Appello aggiunge ora un passaggio destinato a pesare nel futuro. Dalla visione integrale delle dash cam e delle body cam «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario». Una collisione avvenne nelle prime fasi dell’inseguimento, ma non sarebbe stata provocata da una manovra deliberata dell’auto di servizio. La vettura era quasi ferma, non accelerò per colpire il Tmax e l’urto derivò dall’incrocio delle traiettorie, dalla ristrettezza della strada e dall’elevata velocità dello scooter, che rimase in piedi e proseguì la fuga.
Più severe sono le valutazioni su Bouzidi. Secondo la Corte, sarebbe bastato «fermarsi all’alt» per non mettere in pericolo la vita dell’amico, delle altre persone e la propria. Il giovane aveva ammesso di essere fuggito perché guidava senza patente e perché sul Tmax era stato installato un variatore per aumentarne le prestazioni ed evitare il sequestro.
I giudici confermano anche la recidiva. Nel casellario risultano due precedenti per ricettazione e i fatti avvennero pochi mesi dopo l’esito positivo di una messa alla prova. Quel beneficio, secondo la Corte, non avrebbe prodotto un reale cambiamento. La nuova resistenza mostrerebbe una «totale insensibilità» alla funzione rieducativa della pena. Bouzidi viene descritto come incline, «nonostante la sua giovane età», a violare le regole della convivenza civile e il rispetto dell’autorità pubblica.
La pena è stata ridotta valorizzando la collaborazione processuale, la fragilità emotiva e la scelta dichiarata di cambiare vita trasferendosi in un’altra città. Resta però la condanna per resistenza, così come il risarcimento ai sei carabinieri, ridotto da 2.000 a 1.000 euro ciascuno e limitato alla paura patita durante l’inseguimento, mentre la Corte ha escluso dal calcolo l’odio mediatico e le campagne diffamatorie sui social, non direttamente imputabili a Bouzidi. I legali di Lenoci, Roberto Borgogno e Arianna Dutto, considerano la sentenza un elemento favorevole alla difesa. La loro linea è che il consulente della Procura abbia attribuito la collisione alla condotta dello scooter, il primo grado abbia qualificato l’inseguimento come doveroso e l’Appello abbia escluso uno speronamento volontario, lasciando ora all’accusa il compito di spiegare su quali elementi fondi una ragionevole previsione di condanna. Lenoci è accusato di omicidio stradale e lesioni con eccesso colposo nell’adempimento del dovere. Per la Procura l’intervento era legittimo, ma distanza e velocità sarebbero state inadeguate.
L’assenza di uno speronamento volontario non basta, da sola, a escludere ogni possibile responsabilità di Lenoci. La sentenza resta però favorevole alla difesa, anche perché Bouzidi ha rinunciato a sostenere in appello che l’inseguimento fosse illegittimo e provocato da un abuso dei carabinieri. E mentre il caso Ramy si avvicina all’udienza preliminare, Milano piange l’agente della Polizia locale Francesco Imprezzabile, morto nell’inseguimento scattato dopo che Genti Berisha, cittadino albanese già raggiunto da un’ordinanza cautelare in un’inchiesta per narcotraffico internazionale, aveva ignorato l’alt. Il conducente, che ieri ha incontrato il suo avvocato Francesco Cardinali, ha spiegato di essere fuggito perché aveva con sé alcuni grammi di hashish e, già sottoposto all’obbligo di firma, temeva nuovi guai. Ha ammesso di avere accelerato e superato diverse vetture, pur negando contatti con la moto di servizio. Secondo una prima relazione tecnica, l’agente avrebbe perso il controllo in curva; il tachimetro della moto, fermo sui 180 chilometri orari, farebbe ipotizzare per il Suv una velocità almeno pari, se non superiore.
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