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2018-10-02
Ora in Francia il razzismo è contro i bianchi
ANSA
La Francia, così mal governata dall'ex banchiere Emmanuel Macron, sta letteralmente implodendo a causa della violenza sociale che la rende sempre più invivibile. E non sono più le sole periferie, le ben note banlieue, a essere sotto scacco, ma anche le zone un tempo borghesi e tranquille di Lione, Parigi o Grenoble.
La violenza esponenziale dei migranti e dei nuovi clandestini si aggiunge a quella già vistosa che è nota agli statistici: circa 1.000 episodi violenti al giorno, contando unicamente quelli denunciati alla polizia. La lotta al razzismo è una costante della politica francese del secondo dopoguerra. E a fronte di un calo significativo di episodi reali di discriminazione contro stranieri e persone diversamente colorate, si nota un aumento, altrettanto spettacolare, di odio verso la Francia (motivo costante di molte canzoni rap), i francesi d'origine, i bianchi, i cristiani. Insomma, contro la popolazione originaria della nazione gallica, la cui composizione etnica è ormai compromessa da un'immigrazione araba inarrestabile, come da anni denuncia l'intellettuale ebreo Eric Zemmour (vedi Suicide français, 2018).
In molte zone di Parigi è sempre più difficile girare tranquillamente se si è biondi, con gli occhi chiari e un classico abbigliamento da nativi europei. La Ligue de défense noire africaine, Lega della difesa nera africana, ha già più volte agito concretamente e con metodi spicci per tutelare i diritti degli immigrati di origine africana. Il blog di controinformazione Fdesouche ha di recente riportato alcune discutibili azioni dei suoi militanti antirazzisti (a senso unico).
Nel luglio scorso, come si vede da filmati messi in linea dai protagonisti dell'azione, i militanti di origine africana sono entrati in un negozio Intermarché, facendo danni e insultando i commessi per una pubblicità secondo loro razzista della catena di vestiti. Pochi giorni prima avevano imbrattato la statua parigina di Giovanna d'Arco, patrona della Francia, per denunciare il razzismo di cui sarebbero vittime i neri. Più recentemente in alcuni video hanno invitato, con termini poco cortesi, a boicottare i negozi francesi, ovvero gestiti da bianchi, per favorire i fratelli africani in Francia. Si aggiungano alcuni fatti venuti di recente alla ribalta. Il numero di coloro che chiedono l'alimentazione halal, secondo i precetti del Corano e di Maometto, corrisponderebbe a circa un quarto del totale dei reclusi. Mentre i mussulmani praticanti sono meno del 10% degli abitanti francesi. Come si spiega la sproporzione?
Marine Le Pen, l'unica o quasi l'unica politica di spessore nazionale che si oppone alla «razializzazione» della politica, dovrebbe essere sottoposta a indagine psichiatrica secondo alcuni magistrati antirazzisti. E tutto ciò perché ha avuto la colpa di denunciare, con parole severe e immagini cruente, la violenza dell'Isis in alcuni tweet!! Il padre, Jean Marie Le Pen, 90 anni ben portati, è di nuovo sotto processo, perché anni fa disse che la maggior parte delle violenze sociali ha degli stranieri come protagonisti. Si censura la realtà se non piace?
Il femminismo aveva ragione, in origine, a evidenziare certe ingiustizie subite dal sesso femminile nella società o nel mondo del lavoro. Ma da quando è diventato un'ideologia ufficiale del sistema, ha prodotto danni uguali e maggiori a quelli del precedente maschilismo. Creando ad esempio una lotta insana e senza quartiere tra uomini e donne per dimostrare chi vale di più e chi ha più subito nella storia: vittimismo lagrimoso e sconfortante.
L'antirazzismo ha avuto la stessa triste parabola. Dal poetico I have a dream di Martin Luther King, all'autocomprensione dei cittadini, ove esso è diventato ideologia di Stato, in base alla razza di origine o la tribù di appartenenza. Proprio mentre si dice che le razze non esistono! Macron ha fatto votare solo alcuni mesi fa l'abolizione della parola razza (race) dalla Costituzione francese, che la usava per denunciare le discriminazioni di razza, sesso o religione. Ma se le razze non esistono, come fa ad esistere il razzismo? E se il razzismo è l'odio della persona di un'altra etnia razza o popolo, come può trovarsi solo in certe razze e non in tutte? esistono forse razze dannate (i bianchi?) e razze immacolate (arabi e africani)?
Queste evidenti contraddizioni logiche e politiche hanno portato Laurent de Bechade a fondare una nuova associazione, Olra (Organizzazione di lotta contro il razzismo antibianco), che si prefigge statutariamente di denunciare il «razzismo antibianco», che sia di matrice araba-mussulmana o nera-africana. Questo razzismo, contrariamente a quello opposto, non è quasi mai denunciato dai media eppure esiste e prospera in moltissimi ambienti sociali, non solo in Francia. De Bechade auspica che il razzismo antibianco sia combattuto con la stessa forza di come è combattuto l'antisemitismo o la cosiddetta islamofobia. Se è falso che la donna sia sempre vittima e mai carnefice, è altresì falso che il nativo sia sempre cattivo e il migrante buono, o l'indoeuropeo chiuso e razzista.
Tra i carcerati d'Oltralpe 1 su 4 è islamico
I Paesi totalitari vietano per principio ciò che dispiace loro o quello che li metterebbe in imbarazzo. Gli Stati democratici adottano di norma modalità più soft per correggere i malpensanti. Come si vede, non solo nei libri di George Orwell, ma anche in tante società occidentali democratico-totalitarie, quali ad esempio la Francia di Emmanuel Macron.
Il nuovo Re sole illuminista, auto-delegittimatosi già per molte faccende, governa uno dei Paesi in cui è più forte la censura di Stato e la repressione dei giornalisti antisistema. E sono cose note a gruppi tutt'altro che destrorsi come Emergency, Amnesty, Reporters sans frontieres, eccetera. Lo scorso anno ci fu un kafkiano dibattito nel parlamento della République sulla necessità di oscurare i siti internet antiabortisti, visti come avversi ai diritti e alle libertà della donna.
Da sempre poi, tutto quello che potrebbe portare al razzismo - nel senso meno etimologico e più estensivo possibile - è oggetto di controllo minuzioso e repressione senza quartiere. Così, la Francia è uno dei pochi Paesi al mondo in cui è giuridicamente vietato fare statistiche su base etnica, nazionale e religiosa. La cosa è vista come assurda anche dai sociologi di professione, i quali neppure possono fare statistiche anodine sulla maggior o minor frequenza islamica o cattolica, circa la scelta della scuola pubblica o privata, o chiedersi se in proporzione sono più gli ebrei ad essere presenti nei media, i cinesi, i magrebini, eccetera.
Per una volta, però, un deputato scaltro e intelligente come Nicolas Bay, braccio destro di Marine Le Pen nel Rassemblement national (ex Front national) è riuscito ad aggirare la legge e a ottenere una risposta ufficiale e assai significativa sia per i sociologi, che per i critici dell'immigrazione islamica. Ebbene, visto che nelle carceri francesi si può richiedere ufficialmente il menu islamico, secondo le prescrizioni del Corano e il rispetto del ramadan, il deputato europeo Bay ha fatto una richiesta formale al ministro degli interni per conoscere quanti detenuti hanno voluto fruirne. La risposta non si è fatta attendere, e Nicole Belloubet, ministra della Giustizia, ha scritto all'onorevole che il menu halal, secondo le rigide prescrizioni degli imam, è stato domandato da 17.899 persone attualmente in carcere, ovvero circa il 25 % dell'insieme dei reclusi.
Ci torna alla mente il questionario piuttosto ideologico diffuso dal Corriere della Sera tempo fa sulla percezione che gli italiani avrebbero della quantità di stranieri nel nostro Paese. Redatto e pensato con l'intento palese di mostrare che gli italiani tenderebbero a ingrandire la presenza di stranieri, come se si trattasse di un'invasione. E ora, come la metterebbero, nella redazione della milanese via Solferino?
Se poi è del tutto improbabile che dei non mussulmani richiedano il menu islamo-compatibile, ci saranno certamente dei mussulmani tiepidi che non l'avranno richiesto. Fatto sta che il 25% dei carcerati lo ha voluto. Ma nella società francese, secondo le stime più accertate e prudenti, i fedeli dell'islam - da non confondere con l'insieme degli stranieri - non arrivano neppure al 10% della cittadinanza… Come mai allora nelle prigioni sono ben più del doppio?
Tutta colpa dei migranti senza lavoro che sono costretti a rubare le mele al mercato? Difficile sostenerlo in Francia in cui il grosso dei praticanti mussulmani, che frequentano le oltre 3.000 moschee sorte ovunque, sono presenti da anni e da decenni sul suolo (mal) amministrato da Macron. La statistica, come la fisica e la chimica, non segue l'ideologia, ma è lo specchio della realtà. Alcuni però preferiscono gli specchi opachi o deformanti.
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A Parigi in certe zone è pericoloso girare se si è biondi. I militanti della Lega di difesa africana imbrattano la statua di Giovanna d'Arco e boicottano i negozi cittadini. Mentre Marine Le Pen dovrà andare dallo psichiatra per aver denunciato la violenza dell'Isis.Tra i carcerati d'Oltralpe 1 su 4 è islamico. I musulmani nel Paese sono «solo» il 10% ma aumentano quelli che delinquono.Lo speciale comprende due articoli.La Francia, così mal governata dall'ex banchiere Emmanuel Macron, sta letteralmente implodendo a causa della violenza sociale che la rende sempre più invivibile. E non sono più le sole periferie, le ben note banlieue, a essere sotto scacco, ma anche le zone un tempo borghesi e tranquille di Lione, Parigi o Grenoble.La violenza esponenziale dei migranti e dei nuovi clandestini si aggiunge a quella già vistosa che è nota agli statistici: circa 1.000 episodi violenti al giorno, contando unicamente quelli denunciati alla polizia. La lotta al razzismo è una costante della politica francese del secondo dopoguerra. E a fronte di un calo significativo di episodi reali di discriminazione contro stranieri e persone diversamente colorate, si nota un aumento, altrettanto spettacolare, di odio verso la Francia (motivo costante di molte canzoni rap), i francesi d'origine, i bianchi, i cristiani. Insomma, contro la popolazione originaria della nazione gallica, la cui composizione etnica è ormai compromessa da un'immigrazione araba inarrestabile, come da anni denuncia l'intellettuale ebreo Eric Zemmour (vedi Suicide français, 2018).In molte zone di Parigi è sempre più difficile girare tranquillamente se si è biondi, con gli occhi chiari e un classico abbigliamento da nativi europei. La Ligue de défense noire africaine, Lega della difesa nera africana, ha già più volte agito concretamente e con metodi spicci per tutelare i diritti degli immigrati di origine africana. Il blog di controinformazione Fdesouche ha di recente riportato alcune discutibili azioni dei suoi militanti antirazzisti (a senso unico).Nel luglio scorso, come si vede da filmati messi in linea dai protagonisti dell'azione, i militanti di origine africana sono entrati in un negozio Intermarché, facendo danni e insultando i commessi per una pubblicità secondo loro razzista della catena di vestiti. Pochi giorni prima avevano imbrattato la statua parigina di Giovanna d'Arco, patrona della Francia, per denunciare il razzismo di cui sarebbero vittime i neri. Più recentemente in alcuni video hanno invitato, con termini poco cortesi, a boicottare i negozi francesi, ovvero gestiti da bianchi, per favorire i fratelli africani in Francia. Si aggiungano alcuni fatti venuti di recente alla ribalta. Il numero di coloro che chiedono l'alimentazione halal, secondo i precetti del Corano e di Maometto, corrisponderebbe a circa un quarto del totale dei reclusi. Mentre i mussulmani praticanti sono meno del 10% degli abitanti francesi. Come si spiega la sproporzione?Marine Le Pen, l'unica o quasi l'unica politica di spessore nazionale che si oppone alla «razializzazione» della politica, dovrebbe essere sottoposta a indagine psichiatrica secondo alcuni magistrati antirazzisti. E tutto ciò perché ha avuto la colpa di denunciare, con parole severe e immagini cruente, la violenza dell'Isis in alcuni tweet!! Il padre, Jean Marie Le Pen, 90 anni ben portati, è di nuovo sotto processo, perché anni fa disse che la maggior parte delle violenze sociali ha degli stranieri come protagonisti. Si censura la realtà se non piace?Il femminismo aveva ragione, in origine, a evidenziare certe ingiustizie subite dal sesso femminile nella società o nel mondo del lavoro. Ma da quando è diventato un'ideologia ufficiale del sistema, ha prodotto danni uguali e maggiori a quelli del precedente maschilismo. Creando ad esempio una lotta insana e senza quartiere tra uomini e donne per dimostrare chi vale di più e chi ha più subito nella storia: vittimismo lagrimoso e sconfortante.L'antirazzismo ha avuto la stessa triste parabola. Dal poetico I have a dream di Martin Luther King, all'autocomprensione dei cittadini, ove esso è diventato ideologia di Stato, in base alla razza di origine o la tribù di appartenenza. Proprio mentre si dice che le razze non esistono! Macron ha fatto votare solo alcuni mesi fa l'abolizione della parola razza (race) dalla Costituzione francese, che la usava per denunciare le discriminazioni di razza, sesso o religione. Ma se le razze non esistono, come fa ad esistere il razzismo? E se il razzismo è l'odio della persona di un'altra etnia razza o popolo, come può trovarsi solo in certe razze e non in tutte? esistono forse razze dannate (i bianchi?) e razze immacolate (arabi e africani)?Queste evidenti contraddizioni logiche e politiche hanno portato Laurent de Bechade a fondare una nuova associazione, Olra (Organizzazione di lotta contro il razzismo antibianco), che si prefigge statutariamente di denunciare il «razzismo antibianco», che sia di matrice araba-mussulmana o nera-africana. Questo razzismo, contrariamente a quello opposto, non è quasi mai denunciato dai media eppure esiste e prospera in moltissimi ambienti sociali, non solo in Francia. De Bechade auspica che il razzismo antibianco sia combattuto con la stessa forza di come è combattuto l'antisemitismo o la cosiddetta islamofobia. Se è falso che la donna sia sempre vittima e mai carnefice, è altresì falso che il nativo sia sempre cattivo e il migrante buono, o l'indoeuropeo chiuso e razzista.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-in-francia-il-razzismo-e-contro-i-bianchi-2609319925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-i-carcerati-d-oltralpe-1-su-4-e-islamico" data-post-id="2609319925" data-published-at="1777394590" data-use-pagination="False"> Tra i carcerati d'Oltralpe 1 su 4 è islamico I Paesi totalitari vietano per principio ciò che dispiace loro o quello che li metterebbe in imbarazzo. Gli Stati democratici adottano di norma modalità più soft per correggere i malpensanti. Come si vede, non solo nei libri di George Orwell, ma anche in tante società occidentali democratico-totalitarie, quali ad esempio la Francia di Emmanuel Macron. Il nuovo Re sole illuminista, auto-delegittimatosi già per molte faccende, governa uno dei Paesi in cui è più forte la censura di Stato e la repressione dei giornalisti antisistema. E sono cose note a gruppi tutt'altro che destrorsi come Emergency, Amnesty, Reporters sans frontieres, eccetera. Lo scorso anno ci fu un kafkiano dibattito nel parlamento della République sulla necessità di oscurare i siti internet antiabortisti, visti come avversi ai diritti e alle libertà della donna. Da sempre poi, tutto quello che potrebbe portare al razzismo - nel senso meno etimologico e più estensivo possibile - è oggetto di controllo minuzioso e repressione senza quartiere. Così, la Francia è uno dei pochi Paesi al mondo in cui è giuridicamente vietato fare statistiche su base etnica, nazionale e religiosa. La cosa è vista come assurda anche dai sociologi di professione, i quali neppure possono fare statistiche anodine sulla maggior o minor frequenza islamica o cattolica, circa la scelta della scuola pubblica o privata, o chiedersi se in proporzione sono più gli ebrei ad essere presenti nei media, i cinesi, i magrebini, eccetera. Per una volta, però, un deputato scaltro e intelligente come Nicolas Bay, braccio destro di Marine Le Pen nel Rassemblement national (ex Front national) è riuscito ad aggirare la legge e a ottenere una risposta ufficiale e assai significativa sia per i sociologi, che per i critici dell'immigrazione islamica. Ebbene, visto che nelle carceri francesi si può richiedere ufficialmente il menu islamico, secondo le prescrizioni del Corano e il rispetto del ramadan, il deputato europeo Bay ha fatto una richiesta formale al ministro degli interni per conoscere quanti detenuti hanno voluto fruirne. La risposta non si è fatta attendere, e Nicole Belloubet, ministra della Giustizia, ha scritto all'onorevole che il menu halal, secondo le rigide prescrizioni degli imam, è stato domandato da 17.899 persone attualmente in carcere, ovvero circa il 25 % dell'insieme dei reclusi. Ci torna alla mente il questionario piuttosto ideologico diffuso dal Corriere della Sera tempo fa sulla percezione che gli italiani avrebbero della quantità di stranieri nel nostro Paese. Redatto e pensato con l'intento palese di mostrare che gli italiani tenderebbero a ingrandire la presenza di stranieri, come se si trattasse di un'invasione. E ora, come la metterebbero, nella redazione della milanese via Solferino? Se poi è del tutto improbabile che dei non mussulmani richiedano il menu islamo-compatibile, ci saranno certamente dei mussulmani tiepidi che non l'avranno richiesto. Fatto sta che il 25% dei carcerati lo ha voluto. Ma nella società francese, secondo le stime più accertate e prudenti, i fedeli dell'islam - da non confondere con l'insieme degli stranieri - non arrivano neppure al 10% della cittadinanza… Come mai allora nelle prigioni sono ben più del doppio? Tutta colpa dei migranti senza lavoro che sono costretti a rubare le mele al mercato? Difficile sostenerlo in Francia in cui il grosso dei praticanti mussulmani, che frequentano le oltre 3.000 moschee sorte ovunque, sono presenti da anni e da decenni sul suolo (mal) amministrato da Macron. La statistica, come la fisica e la chimica, non segue l'ideologia, ma è lo specchio della realtà. Alcuni però preferiscono gli specchi opachi o deformanti.
Pierbattista Pizzaballa (Getty Images)
La lettera, indirizzata alla chiesa di Gerusalemme, che ha giurisdizione su Israele, Palestina, Giordania e Cipro, offre innanzitutto una diagnosi lucida del presente. La guerra, scrive il Patriarca, «è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». In questo orizzonte, «i civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo». La guerra, insomma, «agisce come fine a sé stessa».
Da questa constatazione emergono interrogativi etici inediti, specialmente di fronte all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. «Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane». Il patriarca si chiede: «Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo?».
La lettera affronta poi il tema del dolore e della vittimizzazione che nascono dalla guerra, con una distinzione che non può passare inosservata, specialmente con riferimento proprio alla situazione in Medio Oriente e a Gaza. «Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta», ma «esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».
Al cuore della riflessione del patriarca c’è Gerusalemme, non solo come realtà fisica ma come «modello di riferimento ideale». Uno sguardo che il Patriarca sviluppa a partire dal libro dell’Apocalisse. La città, nella visione biblica, «ha un cielo. Può sembrare banale o scontato», scrive Pizzaballa, «ma è il suo tratto distintivo più eloquente». Così il cuore della questione non è tecnico o politico, ma teologico: per costruire la città e tessere relazioni autentiche, «si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, il primato di Dio, la fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale - la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa - è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa».
La lettera si sofferma quindi sulla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, «che scende dal cielo, da Dio», e ne trae una lezione decisiva per la città terrena. «Giovanni afferma: “Non vidi alcun tempio”. Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato». Di conseguenza, «non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta». Per la Gerusalemme terrena, spesso lacerata dall’«ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà», questo è un monito severo: l’uso di Dio per giustificare barriere o esclusioni nega la sua stessa natura.
Per abitare questa storia martoriata, occorre quindi un nuovo modo di vedere la realtà attraverso la «lampada dell’Agnello», una luce «pasquale», scrive Pizzaballa, che appartiene a chi ha donato la vita per amore. Questa luce permette di scorgere la vita anche tra le macerie, insegnando a riconoscere in ogni persona una creatura fatta a immagine di Dio.
La terza parte della lettera delinea 13 ambiti pastorali, dal dialogo ecumenico all’accoglienza, dalla cura degli anziani al rifiuto della cultura di violenza. Vie da percorrere per incarnare questa luce nuova. È significativo però che il Patriarca indichi come primo ambito «il primato della liturgia e della preghiera». Perché, scrive, «c’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro, fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. […] Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose».
La lettera si chiude con l’immagine evangelica che le dà il titolo: i discepoli che, dopo l’ascensione, «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». «Anche noi», conclude il Patriarca, «desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana - le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano - con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio». Questa gioia è la vera resistenza per quella che papa Leone XIV ha definito «ora oscura della storia».
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Maurizio Landini
Si tratta di decisioni da adottare in una fase molto complicata, perché il tema delle risorse finanziare resta centrale in un quadro di forte incertezza, causata dall’impatto economico e energetico del conflitto in Medio Oriente e dal mancato rispetto dell’obiettivo di deficit al 3%. Che come è noto comporta il mantenimento della procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia e lascia aperta la possibilità, da parte del nostro governo, di valutare un possibile scostamento di bilancio. Tutte questioni che dovranno essere oggetto di un auspicabile confronto con la Commissione europea, con l’obiettivo di ottenere una maggiore flessibilità finanziaria.
Immaginiamo già le critiche dell’opposizione di sinistra nei confronti del governo reo di non aver fatto nulla per impedire questo stato di cose e persino di aver strumentalmente convocato il cdm per assumere le decisioni sul lavoro a ridosso del Primo Maggio, solo per silenziare i sindacati e i lavoratori, saturando lo spazio mediatico, e inviando messaggi rassicuranti per garantire in qualche modo che il potere d’acquisto non sarà ulteriormente intaccato dall’onda lunga delle speculazioni.
La verità è che l’anno appena trascorso ha segnato un punto di svolta nel modo in cui la questione salariale è stata affrontata nel dibattito pubblico italiano. Dopo anni di attenzione discontinua, il tema è emerso come problema strutturale. Anche nelle zone economicamente più avanzate del Paese, la dinamica salariale è oggi al centro delle attenzioni non solo perché è una questione nazionale ma anche perché è sempre più evidente che non riguarda soltanto l’equità sociale, ma incide direttamente sulla competitività del sistema economico.
Ma al di là dei compiti che un governo deve avere nell’attivare politiche fiscali a favore del lavoro e nella predisposizione di un quadro macroeconomico che permetta al sistema produttivo di operare nel migliore dei modi, vi è da dire che l’esecutivo, in quanto datore di lavoro pubblico, ha agito relativamente bene, rinnovando i contratti della scuola e degli enti locali e predisponendo il tavolo per il rinnovo del contratto della sanità pubblica. Possiamo dire altrettanto delle organizzazioni sindacali e datoriali?
Non sarebbe davvero stato male se nel recente dibattito il segretario Cgil e il presidente di Confindustria avessero preso coscienza dei loro compiti e delle loro responsabilità nell’affrontare i problemi del mondo del lavoro e dei lavoratori. Ad esempio prendendo atto che nonostante il sistema contrattuale italiano sia da considerarsi tra i migliori in Europa, in realtà la contrattazione ha mostrato limiti strutturali: oltre agli enormi ritardi nei rinnovi del settore privato, non è riuscita a garantire aumenti adeguati, spesso legati a una produttività ferma a diversi anni fa. Sindacati e imprese dovrebbero sapere che le ragioni di questo ritardo persistente sono note e strutturali: il peso elevato delle pmi, la centralità di settori a basso valore aggiunto come il turismo, edilizia e i servizi alla persona, un sistema di relazioni industriali frammentato e in alcuni comparti molto debole, livelli di competenze ancora insufficienti - sia dal lato dei lavoratori sia dei manager - e un passaggio scuola-lavoro ampiamente migliorabile - continuano a comprimere la dinamica delle retribuzioni.
Soprattutto appare evidente l’incapacità di adattarsi alle trasformazioni tecnologiche e di mercato e di conseguenza mantenendosi non raramente minimi retributivi molto bassi. Inoltre in questi anni si è assistito ad una proliferazione di contratti siglati da organizzazioni sindacali e datoriali con una bassa rappresentatività, generando effetti perversi di «dumping salariale e contrattuale».
A queste criticità si aggiunge un paradosso, ovvero che i record occupazionali possono costituire il terreno per una nuova stagnazione salariale. Con l’aumento del costo del capitale, molte imprese hanno scelto di espandere il fattore lavoro rinviando investimenti e digitalizzazione. In definitiva sé si vuole affrontare la questione salariale, il governo dovrà fare la sua parte ma le parti sociali, sindacato e datori di lavoro, non possono essere da meno e dovrebbero mostrare più coraggio e lungimiranza. Ingredienti che finora hanno dimostrato di non avere.
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L’operazione, coordinata dalla Questura di Roma, è stata preceduta da un’attività di analisi informativa e di mappatura delle criticità, con particolare attenzione alle dinamiche di occupazione abusiva stratificatesi nel tempo all’interno del complesso di proprietà di Ater Roma. Subito dopo l’accesso allo stabile da parte delle forze dell’ordine, i tecnici di Ater hanno avviato le operazioni di bonifica degli spazi. Durante l’intervento non è stato trovato alcun occupante all’interno della struttura. Un gruppo iniziale di una decina di attivisti, poi cresciuto fino a quasi un centinaio, si è arrampicato sul tetto in segno di protesta.
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Alla fine degli anni ’40 la Vespa ebbe la sua veste definitiva, con caratteristiche che manterrà per i decenni a venire. Nell’ultimo scorcio del decennio, a pochi anni dalla fine della guerra, Piaggio aveva riguadagnato anche i macchinari per la produzione in serie, persi sotto le bombe alleate negli stabilimenti di Pontedera. Il decennio si era concluso con l’introduzione della «125», evoluzione della prima e più spartana «98» del 1946. Nel 1951 la casa presentò la nuova Vespa «ottavo di litro», con notevoli migliorie tecniche nei cavi del cambio, nella sospensione anteriore e nella riduzione delle vibrazioni garantite dalla presenza di silent block. Lo stampaggio realizzato da moderne presse americane permise anche di abbassare i listini, dando di fatto uno slancio inarrestabile alla motorizzazione dell’Italia postbellica. Accanto alla rinnovata «125» la casa di Pontedera lanciò nel 1952 un modello ancora più economico, la oggi rarissima «125 U», dove la lettera «U» stava per «utilitaria». Lo scooter era riconoscibile dal cofano motore ridotto a semplice copertura degli organi, aperto lateralmente e dal faro anteriore di dimensioni ridotte. In Italia non ebbe grandissimo successo, mentre fu più apprezzata all’estero dove furono esportate in Svezia, Venezuela e Iran (in Venezuela furono adottate dalla polizia, in Iran dalle poste). Anche in Italia, la Vespa fu compagna del lavoro quotidiano dei difficili anni della ricostruzione, con la versione motocarro presentata già nel 1948 (con il nome provvisorio di TriVespa), poi diventata sempre più diffusa con il nome di «Ape».
Nel 1953 la Vespa fu consacrata sul grande schermo nel film culto «Vacanze romane» con Gregory Peck e Audrey Hepburn. L’attore americano guidava una «125» (V31T) faro basso del 1951 che fece il primo giro «virtuale» del mondo. Gli anni ’50 catapultano la Vespa in cima ai desideri degli italiani, seguita dalla rivale Lambretta Innocenti. Con la crescita delle vendite (500.000 esemplari alla fine del 1953) si alza anche la cilindrata. La «150 GS» del 1955 è la prima ad avere velleità sportive, con una potenza di 8 Cv e il cambio a 4 marce che permetteva alla GS di infrangere il muro dei 100 km/h. Fu messa in listino anche la vespa 150 «VL», una versione più tranquilla della GS, ribattezzata «struzzo» per la particolare forma della carenatura del faro anteriore al manubrio. Nel 1958 sarà rinnovata anche la «125» con l’adozione dei semigusci e dei comandi nascosti nel manubrio. Questo modello fu utilizzato nelle scene degli inseguimenti dei paparazzi ne «La Dolce Vita» di Federico Fellini.
All’inizio degli anni Sessanta la spinta del boom economico comincia a ridursi, mentre la motorizzazione degli italiani passa dalle 2 alle 4 ruote (con l’immissione sul mercato delle utilitarie Fiat «600» e «500» dalla metà del decennio precedente). Piaggio risponde alla contrazione con un’altra idea vincente. Nel 1963 presenta la prima Vespa «50», caratterizzata dalle dimensioni ridotte, dando vita alla generazione delle «small frame». Fu l'ultima Vespa firmata da Corradino D'Ascanio. Guidabile senza patente e a partire dai 14 anni, la nuova «50» si inserì nel mondo dei ciclomotori scalando in pochissimo tempo le classifiche di vendita. Nelle cilindrate più alte, per la prima volta la Vespa si presentò al pubblico con un motore da 180cc. Nel 1964 esce la «180 Super Sport», uno degli scooter più veloci sul mercato con i suoi 105 km/h di punta. Anche le linee sono rinnovate, con il faro trapezoidale e un disegno più squadrato, che porrà fine alle bombature accentuate della prima generazione dello scooter Piaggio. Anche la serie «piccola» vedrà evoluzioni a partire dalla metà del decennio. Nel 1965 vengono presentate due meteore da 90cc. con il telaio della «50», di cui una sportiva, la 90 «SS» caratterizzata da un finto serbatoio tra sellino e manubrio, che in realtà è un portaoggetti. Il manubrio, più stretto e inclinato verso il basso ricordava quelli utilizzati sulle moto sportive. Nello stesso anno viene lanciata la «125 Nuova», base small frame per quella che nel 1967 inizierà la serie best seller delle piccole targate, la «Primavera». Alla fine degli anni Sessanta Piaggio presenta una rinnovata 180cc, la «Rally», dotata di un faro di grandi dimensioni e per la prima volta del bauletto portaoggetti dietro la scocca anteriore. Il decennio si chiude con l’ampliamento dell’offerta sui »Vespini» da 50cc, con la nuova «50 N» dal telaio allungato per un maggiore confort di marcia e con la versione lusso con cromature, la «50 L». Nel 1969 Piaggio presenta una delle Vespa più iconiche della sua lunga storia: al Salone del Ciclo e Motociclo di Milano compare una Vespa 50 dal faro rettangolare, così come il fanalino posteriore ed il sellino a «gobba». E’ la «50 Special», il sogno dei ragazzi degli anni Settanta.
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