
Un’Opa per rafforzare il controllo, mettere ordine nella plancia di comando e continuare la navigazione con il mercato a bordo. È questo l’obiettivo dell’offerta annunciata ieri su BF.
A promuoverla Aum, la cassaforte del presidente Federico Vecchioni insieme alla holding dell’industriale farmaceutico Sergio Dompé. Offrono 5 euro per azione interamente in contanti. Un prezzo che incorpora un premio del 13,8% rispetto alla chiusura della vigilia. Significa valutare la società 1,3 miliardi. L’offerta riguarda fino al 50,878% del capitale sociale, vale a dire tutte le azioni che in questo momento non sono in mano ai due offerenti (133 milioni). Arum possiede infatti il 24,147%, Dompé Holdings controlla il 24,975%. Sommando le due quote si arriva, sostanzialmente a metà del capitale sociale. Il resto, se il mercato vorrà, potrà essere raccolto con un esborso massimo di 666,21 milioni di euro. Il punto centrale, però, è un altro: l’Opa non è finalizzata al delisting. Nessuna fuga dai listini, nessuna ritirata in campagna lontano dai riflettori di Piazza Affari. BF resta quotata. È una scelta che segnala fiducia nella società e, insieme, il desiderio di rafforzarne il controllo senza chiudere la finestra sul mercato. L’operazione, spiegano i promotori, serve a consolidare la governance, aumentare le rispettive partecipazioni e cristallizzare alcuni profili del controllo fra i grandi azionisti, così da garantire stabilità agli assetti proprietari. Espressione elegante per dire una cosa molto concreta: basta con i tavoli che traballano al primo colpo di vento, con i soci che appaiono e scompaiono come comparse di Cinecittà.
Vecchioni e Dompé puntano invece a una cabina di regia stabile, capace di accompagnare i piani industriali di medio-lungo periodo.
«L’operazione», spiega una nota, «si inserisce dunque in un più ampio percorso di rafforzamento competitivo di BF, società che ha già evidenziato una crescita progressiva in un comparto ad alto valore strategico come l’agritech. L’obiettivo è sostenere un’ulteriore espansione, sia sul mercato domestico sia sui mercati internazionali, valorizzando il posizionamento del gruppo nell’ambito dell’eccellenza del made in Italy».
BF rappresenta l’evoluzione della vecchia Bonifiche Ferraresi che Federico Vecchioni aveva acquistato nel 2014 dalla Banca d’Italia. Oggi la società rappresenta il principale polo italiani dell’agroindustria, con una presenza che attraversa agricoltura, trasformazione, filiere e innovazione. In altre parole, uno dei pochi casi in cui il Paese prova a mettere insieme terra, industria, tecnologia e distribuzione.
I due imprenditori parlano della necessità di dare al management un contesto di certezza e continuità. Significa poter programmare investimenti veri: potenziamento delle filiere produttive, innovazione tecnologica, sviluppo industriale. Tutte cose che richiedono tempo, capitale e una virtù non sempre presente nei consigli di amministrazione: la pazienza.
Il mercato, del resto, BF l’aveva già premiata. Il titolo era salito del 4,5% da inizio anno e viaggiava sui massimi storici. Prima dell’annuncio capitalizzava circa 1,15 miliardi di euro.
Tra gli altri soci rilevanti figurano Fondazione Cariplo con il 5,791%, Eni con il 5,315%, Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) con il 4,315% e Inarcassa con il 4,003%. Azionisti importanti, istituzionali, che testimoniano come BF sia diventata negli anni un crocevia tra capitale privato, finanza paziente e interesse strategico nazionale. Una combinazione di cui si parla spesso nei convegni ma raramente realizzata nei fatti.
Federico Vecchioni completa così un progetto di lungo respiro, mentre Sergio Dompé conferma il profilo dell’industriale che guarda oltre il perimetro del proprio settore originario. Farmaceutica e agribusiness possono sembrare mondi lontani, ma condividono una parola decisiva: ricerca. Semi migliori, filiere efficienti, tecnologie agricole, sostenibilità produttiva. Non è più il tempo dell’agricoltura da cartolina. È il tempo dell’agricoltura da laboratorio, da algoritmo, da investimento industriale.
L’Opa su BF racconta una storia semplice e per questo quasi rivoluzionaria: due soci credono nella società che già guidano, mettono soldi sul tavolo, rafforzano la governance, lasciano il titolo in Borsa e parlano di sviluppo di medio-lungo periodo. Nessun colpo di teatro, nessuna acrobazia finanziaria, nessun castello di derivati. Solo capitale fresco, strategia e un po’ di sano pragmatismo.
Nel panorama nazionale, già questo somiglia a una notizia eccellente.






