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2026-02-20
Effetto «Domino» sulle Ong: solidarietà come paravento per i fondi ad Hamas
Mohammad Hannoun (Ansa)
- Nelle carte dell’inchiesta di Genova su Mohammad Hannoun emerge l’attivismo di gruppi per creare legami istituzionali intorno a flussi di denaro sospetti.
- Ramadan, non solo preghiera e digiuno ma anche una «decima». Obolo che non si sa dove finisce.
Lo speciale contiene due articoli
Quella sull’Associazione benefica per il popolo palestinese (Abspp), presieduta da Mohammad Hannoun, il giordano arrestato a dicembre su richiesta della Procura di Genova, non è un’indagine che parte dalle armi o dalle milizie. Parte dal mondo delle Ong, dalla cooperazione internazionale, dalle raccolte fondi pubbliche organizzate nelle nostre città. Questo raccontano i documenti depositati nel fascicolo processuale. Un lavoro firmato dalla Digos e da due diversi nuclei della Guardia di finanza. Oltre mille pagine che confermano che è proprio in quell’area, tradizionalmente percepita come spazio della solidarietà e dell’impegno civile, che gli investigatori collocano il primo livello della loro ricostruzione.
L’inchiesta «Domino» capovolge l’ordine dei fattori: prima il circuito umanitario, poi - secondo l’ipotesi accusatoria - la rete finanziaria. Tra i nomi che emergono negli atti figura Giuditta Brattini, operatrice umanitaria attiva da anni in iniziative di sostegno alla popolazione di Gaza. Il suo ruolo non viene descritto come operativo nella gestione dei conti, ma come punto di contatto tra l’attivismo civile italiano e l’Abspp di Hannoun. La tesi dei magistrati è netta: Abspp non sarebbe stata soltanto un ente caritativo, ma un nodo europeo inserito in una rete ritenuta riconducibile ad Hamas, con funzioni di raccolta, gestione e trasferimento di fondi.
Nelle conversazioni intercettate Brattini parla di iniziative a Milano per raccogliere fondi e inviare beni di prima necessità nella Striscia. Si discute di eventi, contatti, organizzazione logistica. Non emergono, allo stato, istruzioni finanziarie o movimentazioni dirette di denaro a suo nome. Tuttavia la sua presenza negli atti evidenzia un punto chiave: la sovrapposizione tra attivismo umanitario, dimensione politica e reti associative attorno ad Abspp. È in questo spazio di intersezione che l’indagine individua uno snodo sensibile. L’impianto investigativo mette insieme intercettazioni telefoniche e ambientali, tracciamenti bancari, analisi di flussi finanziari, copie forensi di server e documenti provenienti dall’estero. Ma il punto di partenza non è una spedizione di contanti, né un trasferimento sospetto: è il contesto associativo, la dimensione pubblica e relazionale. È qui che il ruolo delle Ong diventa centrale. Non perché l’attività umanitaria sia di per sé oggetto di contestazione ma perché, nella prospettiva accusatoria, proprio attraverso iniziative pubbliche, campagne di solidarietà e interlocuzioni istituzionali si sarebbe costruita una rete di consenso e affidabilità capace di sostenere, direttamente o indirettamente, i flussi finanziari al centro dell’indagine.
In questo perimetro emerge la figura di Sulaiman Hijazi, indicato negli atti come mediatore e figura di raccordo politico-relazionale nel circuito attorno ad Abspp. È lui che dialoga con interlocutori italiani, che riferisce delle difficoltà legate ai conti bloccati e che organizza incontri e relazioni pubbliche. In una conversazione intercettata è proprio Hijazi a parlare del viaggio di Wael Dahdouh previsto per il 20 marzo 2024 in Qatar, dove avrebbe dovuto raggiungere i figli per la fine del Ramadan. Spiega che Dahdouh riceve numerosi inviti in Italia ma che non può accettarli tutti. «Preferisco in questo momento accettare per lui gli inviti degli italiani, così per farlo conoscere di più», afferma Hijazi, aggiungendo di avere un appuntamento con Beppe Grillo nella sua villa di Sant’Ilario. A intervenire è Hanin, interlocutrice nella conversazione, che reagisce con tono critico: «Ma non potevi trovare qualcun altro?». Hijazi replica: «Che vuoi che ti dica? Pensi che lo porti anche da Schlein? Comunque sono tutti così». È ancora Hanin a rispondere, facendo esplicito riferimento a Elly Schlein, segretaria del Partito democratico: «Non da Schlein, è una calamità». Hijazi controbatte: «E quindi vuoi che lo porti dalla Meloni? In Italia purtroppo abbiamo solo questi».
La conversazione prosegue con Hanin che esprime il timore di una strumentalizzazione politica: «Non vorrei che dopo averlo incontrato facciano la foto e poi dicano di capire la sofferenza senza aver fatto nulla. Sembra che facciano a gara per il post più bello con Wael Al Dahdouh. Si è ridotto a un post su Instagram». Hijazi conclude spiegando che l’obiettivo sarebbe ottenere risultati concreti dall’Italia senza eccessiva esposizione mediatica: «Se Dio vorrà, tramite questi politici li otterrà». Il passaggio è significativo perché mostra un atteggiamento ambivalente verso la politica italiana. Né il M5s, né il Pd sembrano godere di una fiducia sostanziale nel dialogo intercettato. I giudizi sono talvolta sprezzanti. Eppure la politica resta un canale da utilizzare. Nonostante i timori espressi in una intercettazione: «Questa cosa... in qualsiasi organizzazione... quando uno vorrebbe far parte dei 5 stelle... del Pd oppure della Sinistra italiana, sinistra ecologica, verde o qualsiasi cosa... prima di farne parte deve fare una baiyaa (giuramento di fedeltà) a loro... nel senso che io per diventare uno di voi... mettendomi a conoscenza dei vostri segreti per esempio... c’è qualcosa che si chiama giuramento vero?».
Nello stesso circuito compare anche Davide Tripiedi, ex parlamentare del 5 stelle. In una telefonata del 20 gennaio 2025 viene informato dell’esistenza di un milione di euro bloccato e delle difficoltà legate al nome di Hannoun, inserito nelle liste del dipartimento del Tesoro statunitense. Tripiedi osserva che un trasferimento di quella entità comporterebbe una segnalazione immediata alla Banca d’Italia. Non emergono indicazioni di un suo coinvolgimento operativo nella gestione dei fondi, ma la conversazione lo colloca nel perimetro informativo della vicenda.
Un capitolo a parte riguarda Mohamed Shahin, imam di Torino. Il suo nome compare in diverse intercettazioni come interlocutore territoriale e religioso. In una conversazione si fa riferimento alla «amana», somma affidata in custodia, e alla consegna di denaro a «sfollati e bisognosi». Secondo la ricostruzione investigativa, Shahin avrebbe rappresentato un punto di raccordo locale, figura di riferimento per la comunità e possibile facilitatore nella legittimazione delle raccolte. Sul piano amministrativo, nei suoi confronti era stato disposto un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza, poi annullato con rinvio dalla Cassazione. Shahin resta libero in attesa della nuova decisione. La sua posizione amministrativa è distinta dal procedimento penale, ma l’attenzione attorno alla sua figura è evidente. Il quadro che emerge è multilivello: un vertice decisionale, una gestione operativa dei flussi e, attorno, una rete pubblica fatta di Ong, referenti religiosi, interlocuzioni politiche e momenti mediatici.
L’elemento che rende l’inchiesta particolarmente sensibile non è soltanto l’ipotesi di flussi finanziari verso soggetti ritenuti contigui ad Hamas, ma la presenza di un livello politico che, pur non risultando operativo nella gestione delle somme, viene evocato come sponda e leva di visibilità. È questo piano relazionale che solleva interrogativi ulteriori: quanto meno sulla responsabilità politica e sull’opportunità delle interlocuzioni.
Col Ramadan parte la patrimoniale islamica
Il Ramadan, il mese sacro dei musulmani, non è fatto solo di digiuno, dall’alba al tramonto, e di preghiera. Ma anche di zakat, una donazione, di fatto obbligatoria, da fare prima della preghiera dell’Eid Al Fitr, ovvero prima della fine del Ramadan. Nulla di male, sia chiaro. Del resto, uno dei cinque pilastri dell’islam è proprio la zakat che serve, almeno sulla carta, per aiutare i più bisognosi. «Ogni uomo o donna musulmano/a e adulto/a che possiede una ricchezza superiore a un certo importo stabilito, noto come Nisab, deve donare il 2,5%», si legge sul sito dell’Ong Islamic relief. Regole chiare, dunque, e tariffari ancor più chiari. Ecco, Islamic relief: questo nome è apparso nel rapporto dell’intelligence francese dell’anno scorso che approfondiva i rapporti tra le Ong e la Fratellanza musulmana. Un’accusa smentita con forza da Islamic relief, il cui nome, però, è comparso, proprio per quanto riguarda la sua sezione d’Oltralpe anche nelle carte che proverebbero come Mohammad Hannoun abbia sostenuto il braccio armato di Hamas. Tutto questo grazie alla zakat, alle donazioni.
Un vero e proprio toccasana per le associazioni islamiche e pure per gli Stati. In Pakistan, per esempio, è un giro da 1,7 miliardi. Una cifra non di poco conto se si pensa che i pakistani, avendo scarsa fiducia nel governo, cercano di aggirarlo. In questi giorni, le donazioni alle associazioni e alle moschee raggiungeranno il loro culmine. Moltissime di esse andranno a Gaza, ufficialmente per aiutare la popolazione civile. Ma Hannoun ha dimostrato che i soldi rischiano di finire altrove. In mani sbagliate. «Questo caso», spiega Anna Maria Cisint, eurodeputata della Lega, «ci ha insegnato che dietro la retorica della solidarietà si nasconde il pericolo che parte di quei fondi finisca a sostenere organizzazioni sovversive e terroristiche come i Fratelli musulmani e Hamas».
Ma non solo. Per l’esponente leghista, «attraverso queste donazioni si finanzia un sistema organizzato che utilizza la religione come leva per raccogliere risorse economiche e rafforzare strutture ideologiche ostili ai nostri valori. In Italia questo è il risultato dell’assenza di una regolamentazione chiara, a partire dalla mancata definizione di un’Intesa con lo Stato. Per questo, nel pacchetto di norme che stiamo predisponendo, il tema dei finanziamenti è centrale. Non è più accettabile che manchi chiarezza su come, da dove e verso dove viaggi il denaro all’interno delle moschee e delle associazioni islamiche collegate».
Ramadan: tempo di preghiera e digiuno. Ma anche di soldi che si spostano e vanno altrove sfruttando la zakat, che ha fatto la fortuna di Hannoun e dei suoi sodali. Soprattutto quelli legati ad Hamas.
Nelle carte dell’inchiesta di Genova su Mohammad Hannoun emerge l’attivismo di gruppi per creare legami istituzionali intorno a flussi di denaro sospetti.Ramadan, non solo preghiera e digiuno ma anche una «decima». Obolo che non si sa dove finisce.Lo speciale contiene due articoliQuella sull’Associazione benefica per il popolo palestinese (Abspp), presieduta da Mohammad Hannoun, il giordano arrestato a dicembre su richiesta della Procura di Genova, non è un’indagine che parte dalle armi o dalle milizie. Parte dal mondo delle Ong, dalla cooperazione internazionale, dalle raccolte fondi pubbliche organizzate nelle nostre città. Questo raccontano i documenti depositati nel fascicolo processuale. Un lavoro firmato dalla Digos e da due diversi nuclei della Guardia di finanza. Oltre mille pagine che confermano che è proprio in quell’area, tradizionalmente percepita come spazio della solidarietà e dell’impegno civile, che gli investigatori collocano il primo livello della loro ricostruzione.L’inchiesta «Domino» capovolge l’ordine dei fattori: prima il circuito umanitario, poi - secondo l’ipotesi accusatoria - la rete finanziaria. Tra i nomi che emergono negli atti figura Giuditta Brattini, operatrice umanitaria attiva da anni in iniziative di sostegno alla popolazione di Gaza. Il suo ruolo non viene descritto come operativo nella gestione dei conti, ma come punto di contatto tra l’attivismo civile italiano e l’Abspp di Hannoun. La tesi dei magistrati è netta: Abspp non sarebbe stata soltanto un ente caritativo, ma un nodo europeo inserito in una rete ritenuta riconducibile ad Hamas, con funzioni di raccolta, gestione e trasferimento di fondi.Nelle conversazioni intercettate Brattini parla di iniziative a Milano per raccogliere fondi e inviare beni di prima necessità nella Striscia. Si discute di eventi, contatti, organizzazione logistica. Non emergono, allo stato, istruzioni finanziarie o movimentazioni dirette di denaro a suo nome. Tuttavia la sua presenza negli atti evidenzia un punto chiave: la sovrapposizione tra attivismo umanitario, dimensione politica e reti associative attorno ad Abspp. È in questo spazio di intersezione che l’indagine individua uno snodo sensibile. L’impianto investigativo mette insieme intercettazioni telefoniche e ambientali, tracciamenti bancari, analisi di flussi finanziari, copie forensi di server e documenti provenienti dall’estero. Ma il punto di partenza non è una spedizione di contanti, né un trasferimento sospetto: è il contesto associativo, la dimensione pubblica e relazionale. È qui che il ruolo delle Ong diventa centrale. Non perché l’attività umanitaria sia di per sé oggetto di contestazione ma perché, nella prospettiva accusatoria, proprio attraverso iniziative pubbliche, campagne di solidarietà e interlocuzioni istituzionali si sarebbe costruita una rete di consenso e affidabilità capace di sostenere, direttamente o indirettamente, i flussi finanziari al centro dell’indagine.In questo perimetro emerge la figura di Sulaiman Hijazi, indicato negli atti come mediatore e figura di raccordo politico-relazionale nel circuito attorno ad Abspp. È lui che dialoga con interlocutori italiani, che riferisce delle difficoltà legate ai conti bloccati e che organizza incontri e relazioni pubbliche. In una conversazione intercettata è proprio Hijazi a parlare del viaggio di Wael Dahdouh previsto per il 20 marzo 2024 in Qatar, dove avrebbe dovuto raggiungere i figli per la fine del Ramadan. Spiega che Dahdouh riceve numerosi inviti in Italia ma che non può accettarli tutti. «Preferisco in questo momento accettare per lui gli inviti degli italiani, così per farlo conoscere di più», afferma Hijazi, aggiungendo di avere un appuntamento con Beppe Grillo nella sua villa di Sant’Ilario. A intervenire è Hanin, interlocutrice nella conversazione, che reagisce con tono critico: «Ma non potevi trovare qualcun altro?». Hijazi replica: «Che vuoi che ti dica? Pensi che lo porti anche da Schlein? Comunque sono tutti così». È ancora Hanin a rispondere, facendo esplicito riferimento a Elly Schlein, segretaria del Partito democratico: «Non da Schlein, è una calamità». Hijazi controbatte: «E quindi vuoi che lo porti dalla Meloni? In Italia purtroppo abbiamo solo questi». La conversazione prosegue con Hanin che esprime il timore di una strumentalizzazione politica: «Non vorrei che dopo averlo incontrato facciano la foto e poi dicano di capire la sofferenza senza aver fatto nulla. Sembra che facciano a gara per il post più bello con Wael Al Dahdouh. Si è ridotto a un post su Instagram». Hijazi conclude spiegando che l’obiettivo sarebbe ottenere risultati concreti dall’Italia senza eccessiva esposizione mediatica: «Se Dio vorrà, tramite questi politici li otterrà». Il passaggio è significativo perché mostra un atteggiamento ambivalente verso la politica italiana. Né il M5s, né il Pd sembrano godere di una fiducia sostanziale nel dialogo intercettato. I giudizi sono talvolta sprezzanti. Eppure la politica resta un canale da utilizzare. Nonostante i timori espressi in una intercettazione: «Questa cosa... in qualsiasi organizzazione... quando uno vorrebbe far parte dei 5 stelle... del Pd oppure della Sinistra italiana, sinistra ecologica, verde o qualsiasi cosa... prima di farne parte deve fare una baiyaa (giuramento di fedeltà) a loro... nel senso che io per diventare uno di voi... mettendomi a conoscenza dei vostri segreti per esempio... c’è qualcosa che si chiama giuramento vero?». Nello stesso circuito compare anche Davide Tripiedi, ex parlamentare del 5 stelle. In una telefonata del 20 gennaio 2025 viene informato dell’esistenza di un milione di euro bloccato e delle difficoltà legate al nome di Hannoun, inserito nelle liste del dipartimento del Tesoro statunitense. Tripiedi osserva che un trasferimento di quella entità comporterebbe una segnalazione immediata alla Banca d’Italia. Non emergono indicazioni di un suo coinvolgimento operativo nella gestione dei fondi, ma la conversazione lo colloca nel perimetro informativo della vicenda. Un capitolo a parte riguarda Mohamed Shahin, imam di Torino. Il suo nome compare in diverse intercettazioni come interlocutore territoriale e religioso. In una conversazione si fa riferimento alla «amana», somma affidata in custodia, e alla consegna di denaro a «sfollati e bisognosi». Secondo la ricostruzione investigativa, Shahin avrebbe rappresentato un punto di raccordo locale, figura di riferimento per la comunità e possibile facilitatore nella legittimazione delle raccolte. Sul piano amministrativo, nei suoi confronti era stato disposto un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza, poi annullato con rinvio dalla Cassazione. Shahin resta libero in attesa della nuova decisione. La sua posizione amministrativa è distinta dal procedimento penale, ma l’attenzione attorno alla sua figura è evidente. Il quadro che emerge è multilivello: un vertice decisionale, una gestione operativa dei flussi e, attorno, una rete pubblica fatta di Ong, referenti religiosi, interlocuzioni politiche e momenti mediatici. L’elemento che rende l’inchiesta particolarmente sensibile non è soltanto l’ipotesi di flussi finanziari verso soggetti ritenuti contigui ad Hamas, ma la presenza di un livello politico che, pur non risultando operativo nella gestione delle somme, viene evocato come sponda e leva di visibilità. È questo piano relazionale che solleva interrogativi ulteriori: quanto meno sulla responsabilità politica e sull’opportunità delle interlocuzioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ong-paravento-per-fondi-hamas-2675286994.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="col-ramadan-parte-la-patrimoniale-islamica" data-post-id="2675286994" data-published-at="1771555465" data-use-pagination="False"> Col Ramadan parte la patrimoniale islamica Il Ramadan, il mese sacro dei musulmani, non è fatto solo di digiuno, dall’alba al tramonto, e di preghiera. Ma anche di zakat, una donazione, di fatto obbligatoria, da fare prima della preghiera dell’Eid Al Fitr, ovvero prima della fine del Ramadan. Nulla di male, sia chiaro. Del resto, uno dei cinque pilastri dell’islam è proprio la zakat che serve, almeno sulla carta, per aiutare i più bisognosi. «Ogni uomo o donna musulmano/a e adulto/a che possiede una ricchezza superiore a un certo importo stabilito, noto come Nisab, deve donare il 2,5%», si legge sul sito dell’Ong Islamic relief. Regole chiare, dunque, e tariffari ancor più chiari. Ecco, Islamic relief: questo nome è apparso nel rapporto dell’intelligence francese dell’anno scorso che approfondiva i rapporti tra le Ong e la Fratellanza musulmana. Un’accusa smentita con forza da Islamic relief, il cui nome, però, è comparso, proprio per quanto riguarda la sua sezione d’Oltralpe anche nelle carte che proverebbero come Mohammad Hannoun abbia sostenuto il braccio armato di Hamas. Tutto questo grazie alla zakat, alle donazioni.Un vero e proprio toccasana per le associazioni islamiche e pure per gli Stati. In Pakistan, per esempio, è un giro da 1,7 miliardi. Una cifra non di poco conto se si pensa che i pakistani, avendo scarsa fiducia nel governo, cercano di aggirarlo. In questi giorni, le donazioni alle associazioni e alle moschee raggiungeranno il loro culmine. Moltissime di esse andranno a Gaza, ufficialmente per aiutare la popolazione civile. Ma Hannoun ha dimostrato che i soldi rischiano di finire altrove. In mani sbagliate. «Questo caso», spiega Anna Maria Cisint, eurodeputata della Lega, «ci ha insegnato che dietro la retorica della solidarietà si nasconde il pericolo che parte di quei fondi finisca a sostenere organizzazioni sovversive e terroristiche come i Fratelli musulmani e Hamas».Ma non solo. Per l’esponente leghista, «attraverso queste donazioni si finanzia un sistema organizzato che utilizza la religione come leva per raccogliere risorse economiche e rafforzare strutture ideologiche ostili ai nostri valori. In Italia questo è il risultato dell’assenza di una regolamentazione chiara, a partire dalla mancata definizione di un’Intesa con lo Stato. Per questo, nel pacchetto di norme che stiamo predisponendo, il tema dei finanziamenti è centrale. Non è più accettabile che manchi chiarezza su come, da dove e verso dove viaggi il denaro all’interno delle moschee e delle associazioni islamiche collegate».Ramadan: tempo di preghiera e digiuno. Ma anche di soldi che si spostano e vanno altrove sfruttando la zakat, che ha fatto la fortuna di Hannoun e dei suoi sodali. Soprattutto quelli legati ad Hamas.
6 aprile 2009, L'Aquila: le macerie riempiono una strada nel centro dopo il devastante terremoto che ha colpito la città (Ansa)
«Il 6 aprile di 17 anni fa il terremoto in Abruzzo, la ferita resta aperta», ha dichiarato il ministro. «Oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l’Abruzzo». Piantedosi ha rivolto il proprio pensiero anche ai feriti e a chi ha dovuto affrontare le conseguenze del sisma, sottolineando la reazione della popolazione nei giorni successivi. «Il mio pensiero va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma», ha aggiunto. Il ministro ha poi voluto ringraziare le strutture impegnate nei soccorsi: «Rinnovo la mia gratitudine alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita». Infine, ha richiamato l’impegno sul fronte della prevenzione e della sicurezza dei territori.
A L’Aquila, la commemorazione si è svolta tra la sera del 5 e la notte del 6 aprile, in una forma diversa rispetto al tradizionale corteo, ma con una partecipazione diffusa e raccolta. La città si è fermata nel silenzio, accompagnata dalla musica dei Solisti Aquilani, che all’Emiciclo hanno eseguito brani di Händel, Vivaldi e Bach durante la cerimonia. Accanto alle istituzioni, con il sindaco Pierluigi Biondi e rappresentanti locali, erano presenti cittadini, forze dell’ordine e associazioni.
Al centro della commemorazione il telo con i nomi delle vittime, stampati in rosso, e lo striscione dei familiari con la scritta: «Per loro. Per tutti i familiari delle vittime. L’Aquila 6 aprile 2009». La notte del ricordo è proseguita al Parco della Memoria, dove è stato acceso il braciere dal funzionario comunale Daniele Ciuffetelli, in rappresentanza dei dipendenti del Comune. Qui si è svolta anche la lettura dei nomi delle 309 vittime e la deposizione dei fiori sulla fontana monumentale.
Nel corso della cerimonia è intervenuto Vincenzo Vittorini, in rappresentanza dei familiari, che ha ricordato «la notte più lunga per gli aquilani» e il valore della memoria come responsabilità condivisa. «Abbiamo scelto di non sfilare, ma di ritrovarci», ha spiegato, richiamando anche la figura di Antonietta Centofanti e citando José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Un appello, rivolto soprattutto ai più giovani, a farsi «sentinelle della memoria» per non disperdere il ricordo nel tempo. La commemorazione si è chiusa nel segno della sobrietà, tra musica, fiori e silenzio, mentre sui social il sindaco Biondi ha scritto: «Onoriamo la nostra notte più lunga, la luce fa sperare. Onoriamo il dolore, attraversiamo il buio, camminiamo nel silenzio verso il giorno».
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Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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Un ingegnere prepara un drone intercettore FPV (First Person View) P1-Sun per il volo durante i test effettuati dal produttore SkyFall in una località non specificata in Ucraina (Getty Imasges)
«Secondo un documento operativo sulle tattiche FPV attribuito a fonti militari legate al conflitto ucraino», questi sistemi sono diventati uno degli strumenti più incisivi delle operazioni tattiche, capaci di influenzare direttamente l’esito degli scontri e di ridefinire il rapporto tra forze terrestri e supporto aereo. I droni FPV (First Person View) sono piccoli velivoli senza pilota controllati a distanza tramite una telecamera che trasmette immagini in tempo reale all’operatore, il quale li guida come se fosse a bordo. A differenza dei droni tradizionali vengono pilotati manualmente con grande precisione, consentendo manovre rapide e voli a bassa quota. Derivati dal mondo civile e costruiti con componenti modulari a basso costo, sono facilmente modificabili e impiegabili in massa. Possono raggiungere velocità elevate, ma hanno autonomia limitata e raggio operativo ridotto. In ambito militare vengono spesso utilizzati come munizioni guidate, dirette direttamente contro il bersaglio, combinando flessibilità, precisione e costi contenuti.
Questo rapporto tra efficacia operativa e prezzo ha accelerato la diffusione dei FPV e ne ha favorito l’integrazione nelle unità combattenti. Nel documento emerge come i droni «kamikaze» abbiano progressivamente assunto un ruolo dominante nel causare perdite sul campo, trasformandosi da strumenti di supporto a protagonisti dell’azione offensiva. Il cambiamento non riguarda solo la tecnologia, ma anche la dottrina. Le operazioni non si limitano più a un singolo drone impiegato in modo isolato, ma prevedono coordinamento, sequenze di attacco e integrazione con altre armi. In questo scenario, il drone diventa una sorta di artiglieria tattica a corto raggio, capace di intervenire in tempi rapidi e con elevata precisione. Tra le tecniche più diffuse figura la modalità cosiddetta «classica», basata sulla cooperazione tra drone di ricognizione e drone d’attacco. Il primo individua il bersaglio e trasmette le coordinate, mentre il secondo procede all’ingaggio. Questo schema consente di colpire rapidamente obiettivi mobili o posizioni fortificate. Accanto a questa tecnica si sviluppano operazioni di «free hunting», in cui i droni vengono lanciati contro obiettivi già individuati, aumentando la pressione costante sull’avversario.
Un’evoluzione significativa è rappresentata dagli attacchi «swarm», cioè l’impiego simultaneo di più droni contro un singolo obiettivo o una zona specifica. Questo approccio consente di saturare le difese e ridurre la capacità di reazione. L’uso coordinato di più piattaforme trasforma il drone in uno strumento di attacco di massa, capace di generare effetti simili a quelli di un bombardamento di precisione su scala tattica. Il documento descrive inoltre l’impiego dei FPV come supporto diretto alle unità d’assalto. Durante l’avanzata, i droni vengono utilizzati in sequenza per neutralizzare posizioni nemiche, coprire il movimento delle truppe e colpire eventuali rinforzi. Questa integrazione con la manovra terrestre riduce l’esposizione dei soldati e aumenta la velocità dell’offensiva. L’efficacia cresce ulteriormente quando i droni vengono combinati con artiglieria e mortai, creando un sistema di fuoco distribuito e flessibile.Particolarmente rilevante è la tattica dell’imboscata, in cui il drone viene posizionato in anticipo e resta in attesa del bersaglio. In questa configurazione il FPV si trasforma in una mina intelligente, capace di colpire improvvisamente veicoli o personale. L’impiego di droni relay estende il raggio operativo e aumenta il tempo di attesa, rendendo l’attacco più imprevedibile. Questa modalità dimostra come i droni possano essere utilizzati non solo per l’offensiva immediata, ma anche per il controllo del terreno.
Il documento evidenzia anche l’uso di attacchi combinati. Un primo drone colpisce un veicolo o una posizione, mentre un secondo interviene contro il personale durante le operazioni di evacuazione. Analogamente, la tecnica del doppio attacco prevede l’impiego di due droni in successione per penetrare coperture e colpire all’interno di strutture protette. Queste procedure indicano un crescente livello di coordinamento e sofisticazione tattica. Un altro elemento significativo riguarda l’organizzazione delle squadre operative. L’impiego dei FPV richiede team dedicati, composti da pilota, operatore di ricognizione, specialista delle munizioni e coordinatore. Questo assetto conferma la trasformazione del drone in un sistema integrato e non più in uno strumento individuale. La professionalizzazione degli operatori e la standardizzazione delle procedure aumentano l’efficacia complessiva delle operazioni. L’analisi del documento mostra come i droni FPV stiano riducendo il vantaggio dei mezzi corazzati, abbassando il costo delle operazioni offensive e aumentando la letalità a corto raggio. La combinazione di flessibilità, precisione e rapidità rende questi sistemi centrali nella guerra moderna. La diffusione capillare dei FPV indica una trasformazione destinata a incidere sui conflitti futuri, dove la superiorità numerica e l’innovazione tattica avranno un peso sempre maggiore. La guerra sul campo di battaglia diventa così più decentralizzata e dinamica. Unità leggere, supportate da droni a basso costo, possono colpire con precisione e rapidità, ridisegnando gli equilibri operativi. In questo scenario, la capacità di adattamento e l’uso intelligente della tecnologia diventano fattori decisivi, mentre i droni FPV si affermano come uno degli strumenti più influenti della guerra contemporanea.
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