True
2018-03-20
Dopo un anno
nulla è cambiato: Ong e governo ci prendono per i fondelli
ANSA
A poco meno di un anno di distanza, ci tocca rivedere lo stesso, pessimo film. La nave della Ong spagnola Proactiva open arms è stata posta sotto sequestro a Pozzallo proprio come accadde alla Iuventa, imbarcazione dell'organizzazione tedesca Jugend Rettet, fermata il 2 agosto scorso. L'accusa è sempre la medesima: associazione per delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina. Sono identiche perfino le polemiche: gli attivisti «umanitari» si sbracciano e protestano, sostenendo che l'Italia abbia introdotto «il reato di solidarietà». Le animucce pie di casa nostra già sono scese il campo, a partire da Gad Lerner, secondo cui «il sequestro a Pozzallo della nave Proactiva open arms che ha tratto in salvo 218 migranti sembra anticipare le scelte politiche dei vincitori delle elezioni: criminalizzazione delle Ong, la solidarietà in mare diventa reato». Tutto già visto, tutto già sentito. Compreso il grottesco valzer di attacchi a Carmelo Zuccaro, procuratore di Catania che per primo, parecchi mesi fa, ha avuto il coraggio di schierarsi contro i taxi del mare e che oggi continua a fare il proprio lavoro nonostante l'assalto mediatico.
Viene da chiedersi: ma la questione Ong non l'avevamo già risolta? Il governo ci aveva fatto credere che non ci sarebbero più stati problemi, grazie al meraviglioso «codice di condotta» elaborato da Marco Minniti con il benestare dell'Unione europea. Eppure, guarda un po', adesso scopriamo che non abbiamo risolto proprio un bel nulla. Le Ong, in questi mesi, hanno continuato a operare nel Mediterraneo, con poche eccezioni. Vero, hanno traghettato sulle nostre coste meno migranti, ma questo perché le partenze dalla Libia sono state ridotte, almeno per qualche mese. Una situazione che presto, tuttavia, potrebbe cambiare.
Ora che la campagna elettorale è finita e che la bella stagione è in arrivo, pare che i flussi provenienti dal Nord Africa potrebbero aumentare di nuovo. Non lo diciamo noi, bensì il Viminale, che lo ha messo nero su bianco in una nota di cui ha dato conto il Messaggero sabato scorso. Tutto questo dimostra che il caos migratorio, nonostante i roboanti proclami di Minniti, del premier Paolo Gentiloni e di tutti gli altri, non è affatto concluso.
Non solo continuiamo a patire le conseguenze dell'immigrazione forzata dal punto di vista della sicurezza (stupri, omicidi, aggressioni, rivolte nei centri di accoglienza), ma non abbiamo messo la parola fine nemmeno sugli sbarchi. La questione Ong è stata semplicemente tamponata. Lo dimostra il fatto che i signori attivisti hanno continuato a seguire una sola legge: quella dell'ideologia. Riccardo Gatti, capo missione di Proactiva, lo ha detto chiaramente: «In Libia non ci sono porti sicuri e non vogliamo essere complici di quello che i governi italiano e libico hanno deciso in barba al diritto internazionale». Come a dire: ce ne freghiamo degli accordi internazionali e delle regole stabilite dalle autorità italiane, noi vogliamo portare i migranti sulle coste della Penisola. L'Ue, dal canto suo, si è limitata a sbuffare. La portavoce della Commissione europea per le migrazioni, Natasha Bertaud, ha dichiarato che «tutte le parti coinvolte» devono rispettare «il diritto internazionale, ma anche il codice di condotta italiano». Bella forza.
Nel frattempo, la nave spagnola è entrata in Italia e i migranti a bordo sono sbarcati qui (compresi due scafisti), mica a Malta o in Spagna. Dobbiamo soltanto sperare che gli investigatori riescano finalmente a inchiodare questi trafficanti travestiti da benefattori. E che arrivi presto un governo che, in materia d'immigrazione, non si limiti a raccontare frottole.
Francesco Borgonovo
Le Ong se ne fregano: «Li portiamo in Italia»
L'unico scopo della Ong era quello di portare in Italia i migranti, anche a costo di violare la legge e gli accordi internazionali. La Procura di Catania, che ha sequestrato la nave Open arms della spagnola Proactiva, sottolinea questo aspetto nel provvedimento giudiziario: «C'era la volontà» di recuperare in acque libiche i migranti e di fare la traversata fino ai porti italiani. E quella che la Ong indagata chiama «solidarietà», per i giudici ha un altro nome: associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina.
Gli indagati sono il coordinatore della Ong Gerard Canals, che si trova in Spagna, il comandante della nave Marc Reig Creus e il capo della missione Ana Isabel Montes Mier. Gli ultimi due sono accusati anche di non aver rispettato le disposizioni imposte dalla Guardia costiera italiana dopo aver soccorso a poche miglia dalla costa libica il barcone che trasportava i migranti e di essersi rifiutati di consegnarli immediatamente alla polizia marittima di Tripoli. La loro posizione è andata a completare i tasselli che la Procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, stava raccogliendo sulla Ong. Ed è scattato il sequestro. Il secondo dopo quello della nave Iuventa della Ong tedesca Jungen Retten, lo scorso agosto (l'indagine, confermano alla Verità da Trapani, è vicina alla chiusura), ma il primo dopo la firma del codice per le Ong al quale Open Arms aveva deciso di aderire.
Gli investigatori sono saliti a bordo poche ore dopo lo sbarco dei 218 migranti, l'altro giorno, nel porto di Pozzallo (ora li stanno identificando e poi verranno assegnati ai centri d'accoglienza), per notificare al capitano che la nave che da quel momento doveva restare al molo. Per ricostruire i fatti bisogna tornare al 15 marzo, quando dalla nave hanno risposto a un Sos lanciato dal gommone carico di migranti che si trovava in acque libiche «nonostante la Guardia costiera avesse assunto il comando delle operazioni». Il personale della Open arms si impone e riesce a ottenere il via libera al salvataggio. Poco dopo, però, viene comunicato via radio un attacco dalla Libia. Per questo viene chiesto all'Italia di poter attraccare in un porto siciliano. Il centro di coordinamento della Guardia costiera risponde che la responsabilità di quelle acque è dei libici e che quindi bisogna portare lì i migranti. E invece la nave continua la traversata. Il giorno dopo arriva in acque maltesi. Lì il medico di bordo comunica che è necessario sbarcare un bimbo di tre mesi e sua madre. Le autorità concedono l'ok e chiedono al capitano se hanno altri migranti da far scendere, ma dalla Open arms fanno sapere che proseguiranno la navigazione verso l'Italia. Il centro di coordinamento di Roma, a quel punto, comunica che la richiesta andava fatta al proprio Stato, ossia alla Spagna. Ma Open arms arriva in acque italiane e alla fine ottiene il via libera per Pozzallo. Ma dal centro di coordinamento, insieme all'indicazione alle autorità portuali per l'attracco, viene inviata anche la segnalazione alla magistratura. Subito dopo lo sbarco la polizia ferma due uomini: Alpha Oumar Bamgoura, 25enne senegalese, e Mohammed Alnema Yusef, sudanese di 28 anni. Secondo i testimoni sarebbero loro ad aver guidato l'imbarcazione partita dalle coste tunisine. I migranti sono salpati dalla Libia e hanno pagato circa 600 dollari ciascuno. Grazie alle testimonianze è emerso che i due indagati si sono occupati uno di timonare il gommone, l'altro di mantenere la rotta con la bussola. I migranti erano quindi scortati da trafficanti di esseri umani. E sono stati proprio loro a lanciare l'Sos al quale ha risposto Open arms. Ora, però, uno dei capi missione, Riccardo Gatti, accusa: «Per la prima volta il centro della Guardia costiera di Roma ci ha prima detto di raggiungere il luogo del naufragio per poi intervenire e cedere il coordinamento delle operazioni di soccorso ai libici. Noi non abbiamo accettato, perché in Libia non ci sono porti sicuri e non vogliamo essere complici di quello che i governi italiano e libico hanno deciso in barba al diritto internazionale». Ora sarà il gip di Ragusa a decidere sul sequestro. Nel frattempo i legali della Ong cercano di correre ai ripari. «Le dichiarazioni spontanee rese dall'equipaggio e le notifiche dei provvedimenti sono avvenute in assenza di un traduttore ufficiale», denuncia l'avvocato Rosa Emanuela Lo Faro, legale di Proactiva. E su twitter Oscar Camps, direttore della Ong, ha rincarato la dose: «L'Italia in prima linea e l'Unione europea dietro vogliono farci pagare ciò che dovremmo fare. Il crimine di solidarietà è stato inventato».
Ma secondo i magistrati, «i responsabili della Ong hanno agito con l'unico scopo di approdare in Italia benché ciò non fosse imposto dalla situazione, in quanto avrebbero dovuto attenersi alle disposizioni della Guardia costiera». E invece «non hanno seguito le indicazioni di andare a Malta, porto più vicino, nonostante avrebbe costituito un approdo comodo e sicuro per le vite dei migranti». I migranti, insomma, dovevano arrivare in Italia. A tutti i costi.
Fabio Amendolara
Continua a leggereRiduci
Sequestrata a Pozzallo la nave degli attivisti spagnoli di Proactiva open arms. Il capo missione: «In Libia non ci sono porti sicuri Abbiamo disobbedito a Roma, non siamo complici». Fermati anche due africani presenti a bordo, sospettati di essere scafisti. Le false promesse vengono al pettine. Il caos immigrazione non è stato risolto nonostante le dichiarazioni del governo.A poco meno di un anno di distanza, ci tocca rivedere lo stesso, pessimo film. La nave della Ong spagnola Proactiva open arms è stata posta sotto sequestro a Pozzallo proprio come accadde alla Iuventa, imbarcazione dell'organizzazione tedesca Jugend Rettet, fermata il 2 agosto scorso. L'accusa è sempre la medesima: associazione per delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina. Sono identiche perfino le polemiche: gli attivisti «umanitari» si sbracciano e protestano, sostenendo che l'Italia abbia introdotto «il reato di solidarietà». Le animucce pie di casa nostra già sono scese il campo, a partire da Gad Lerner, secondo cui «il sequestro a Pozzallo della nave Proactiva open arms che ha tratto in salvo 218 migranti sembra anticipare le scelte politiche dei vincitori delle elezioni: criminalizzazione delle Ong, la solidarietà in mare diventa reato». Tutto già visto, tutto già sentito. Compreso il grottesco valzer di attacchi a Carmelo Zuccaro, procuratore di Catania che per primo, parecchi mesi fa, ha avuto il coraggio di schierarsi contro i taxi del mare e che oggi continua a fare il proprio lavoro nonostante l'assalto mediatico.Viene da chiedersi: ma la questione Ong non l'avevamo già risolta? Il governo ci aveva fatto credere che non ci sarebbero più stati problemi, grazie al meraviglioso «codice di condotta» elaborato da Marco Minniti con il benestare dell'Unione europea. Eppure, guarda un po', adesso scopriamo che non abbiamo risolto proprio un bel nulla. Le Ong, in questi mesi, hanno continuato a operare nel Mediterraneo, con poche eccezioni. Vero, hanno traghettato sulle nostre coste meno migranti, ma questo perché le partenze dalla Libia sono state ridotte, almeno per qualche mese. Una situazione che presto, tuttavia, potrebbe cambiare.Ora che la campagna elettorale è finita e che la bella stagione è in arrivo, pare che i flussi provenienti dal Nord Africa potrebbero aumentare di nuovo. Non lo diciamo noi, bensì il Viminale, che lo ha messo nero su bianco in una nota di cui ha dato conto il Messaggero sabato scorso. Tutto questo dimostra che il caos migratorio, nonostante i roboanti proclami di Minniti, del premier Paolo Gentiloni e di tutti gli altri, non è affatto concluso.Non solo continuiamo a patire le conseguenze dell'immigrazione forzata dal punto di vista della sicurezza (stupri, omicidi, aggressioni, rivolte nei centri di accoglienza), ma non abbiamo messo la parola fine nemmeno sugli sbarchi. La questione Ong è stata semplicemente tamponata. Lo dimostra il fatto che i signori attivisti hanno continuato a seguire una sola legge: quella dell'ideologia. Riccardo Gatti, capo missione di Proactiva, lo ha detto chiaramente: «In Libia non ci sono porti sicuri e non vogliamo essere complici di quello che i governi italiano e libico hanno deciso in barba al diritto internazionale». Come a dire: ce ne freghiamo degli accordi internazionali e delle regole stabilite dalle autorità italiane, noi vogliamo portare i migranti sulle coste della Penisola. L'Ue, dal canto suo, si è limitata a sbuffare. La portavoce della Commissione europea per le migrazioni, Natasha Bertaud, ha dichiarato che «tutte le parti coinvolte» devono rispettare «il diritto internazionale, ma anche il codice di condotta italiano». Bella forza.Nel frattempo, la nave spagnola è entrata in Italia e i migranti a bordo sono sbarcati qui (compresi due scafisti), mica a Malta o in Spagna. Dobbiamo soltanto sperare che gli investigatori riescano finalmente a inchiodare questi trafficanti travestiti da benefattori. E che arrivi presto un governo che, in materia d'immigrazione, non si limiti a raccontare frottole.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ong-governo-immigranti-zuccaro-2550035537.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-ong-se-ne-fregano-li-portiamo-in-italia" data-post-id="2550035537" data-published-at="1770492608" data-use-pagination="False"> Le Ong se ne fregano: «Li portiamo in Italia» L'unico scopo della Ong era quello di portare in Italia i migranti, anche a costo di violare la legge e gli accordi internazionali. La Procura di Catania, che ha sequestrato la nave Open arms della spagnola Proactiva, sottolinea questo aspetto nel provvedimento giudiziario: «C'era la volontà» di recuperare in acque libiche i migranti e di fare la traversata fino ai porti italiani. E quella che la Ong indagata chiama «solidarietà», per i giudici ha un altro nome: associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina.Gli indagati sono il coordinatore della Ong Gerard Canals, che si trova in Spagna, il comandante della nave Marc Reig Creus e il capo della missione Ana Isabel Montes Mier. Gli ultimi due sono accusati anche di non aver rispettato le disposizioni imposte dalla Guardia costiera italiana dopo aver soccorso a poche miglia dalla costa libica il barcone che trasportava i migranti e di essersi rifiutati di consegnarli immediatamente alla polizia marittima di Tripoli. La loro posizione è andata a completare i tasselli che la Procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, stava raccogliendo sulla Ong. Ed è scattato il sequestro. Il secondo dopo quello della nave Iuventa della Ong tedesca Jungen Retten, lo scorso agosto (l'indagine, confermano alla Verità da Trapani, è vicina alla chiusura), ma il primo dopo la firma del codice per le Ong al quale Open Arms aveva deciso di aderire.Gli investigatori sono saliti a bordo poche ore dopo lo sbarco dei 218 migranti, l'altro giorno, nel porto di Pozzallo (ora li stanno identificando e poi verranno assegnati ai centri d'accoglienza), per notificare al capitano che la nave che da quel momento doveva restare al molo. Per ricostruire i fatti bisogna tornare al 15 marzo, quando dalla nave hanno risposto a un Sos lanciato dal gommone carico di migranti che si trovava in acque libiche «nonostante la Guardia costiera avesse assunto il comando delle operazioni». Il personale della Open arms si impone e riesce a ottenere il via libera al salvataggio. Poco dopo, però, viene comunicato via radio un attacco dalla Libia. Per questo viene chiesto all'Italia di poter attraccare in un porto siciliano. Il centro di coordinamento della Guardia costiera risponde che la responsabilità di quelle acque è dei libici e che quindi bisogna portare lì i migranti. E invece la nave continua la traversata. Il giorno dopo arriva in acque maltesi. Lì il medico di bordo comunica che è necessario sbarcare un bimbo di tre mesi e sua madre. Le autorità concedono l'ok e chiedono al capitano se hanno altri migranti da far scendere, ma dalla Open arms fanno sapere che proseguiranno la navigazione verso l'Italia. Il centro di coordinamento di Roma, a quel punto, comunica che la richiesta andava fatta al proprio Stato, ossia alla Spagna. Ma Open arms arriva in acque italiane e alla fine ottiene il via libera per Pozzallo. Ma dal centro di coordinamento, insieme all'indicazione alle autorità portuali per l'attracco, viene inviata anche la segnalazione alla magistratura. Subito dopo lo sbarco la polizia ferma due uomini: Alpha Oumar Bamgoura, 25enne senegalese, e Mohammed Alnema Yusef, sudanese di 28 anni. Secondo i testimoni sarebbero loro ad aver guidato l'imbarcazione partita dalle coste tunisine. I migranti sono salpati dalla Libia e hanno pagato circa 600 dollari ciascuno. Grazie alle testimonianze è emerso che i due indagati si sono occupati uno di timonare il gommone, l'altro di mantenere la rotta con la bussola. I migranti erano quindi scortati da trafficanti di esseri umani. E sono stati proprio loro a lanciare l'Sos al quale ha risposto Open arms. Ora, però, uno dei capi missione, Riccardo Gatti, accusa: «Per la prima volta il centro della Guardia costiera di Roma ci ha prima detto di raggiungere il luogo del naufragio per poi intervenire e cedere il coordinamento delle operazioni di soccorso ai libici. Noi non abbiamo accettato, perché in Libia non ci sono porti sicuri e non vogliamo essere complici di quello che i governi italiano e libico hanno deciso in barba al diritto internazionale». Ora sarà il gip di Ragusa a decidere sul sequestro. Nel frattempo i legali della Ong cercano di correre ai ripari. «Le dichiarazioni spontanee rese dall'equipaggio e le notifiche dei provvedimenti sono avvenute in assenza di un traduttore ufficiale», denuncia l'avvocato Rosa Emanuela Lo Faro, legale di Proactiva. E su twitter Oscar Camps, direttore della Ong, ha rincarato la dose: «L'Italia in prima linea e l'Unione europea dietro vogliono farci pagare ciò che dovremmo fare. Il crimine di solidarietà è stato inventato».Ma secondo i magistrati, «i responsabili della Ong hanno agito con l'unico scopo di approdare in Italia benché ciò non fosse imposto dalla situazione, in quanto avrebbero dovuto attenersi alle disposizioni della Guardia costiera». E invece «non hanno seguito le indicazioni di andare a Malta, porto più vicino, nonostante avrebbe costituito un approdo comodo e sicuro per le vite dei migranti». I migranti, insomma, dovevano arrivare in Italia. A tutti i costi.Fabio Amendolara
I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
Continua a leggereRiduci
Francesca Lollobrigida trionfa davanti alla canadese Valerie Maltais nella gara dei 3000 metri femminili di pattinaggio di velocità ai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Milano-Cortina regala subito grandi emozioni all’Italia. Dopo le prime medaglie nello sci con l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris nella discesa libera maschile, arriva anche il primo oro della spedizione azzurra, grazie a Francesca Lollobrigida nel pattinaggio di velocità.
La pattinatrice laziale, nel giorno del suo 35° compleanno, ha conquistato la medaglia nei 3000 metri, stabilendo un nuovo record olimpico con il tempo di 3:54.28. La prova di Lollobrigida è stata straordinaria fin dalle prime manche: «Ultime due in gara per capire quale sarà il metallo della medaglia di Francesca Lollobrigida», si leggeva durante la gara, mentre lei continuava a segnare tempi inarrivabili per le avversarie. Alla fine, la canadese Valerie Maltais si è dovuta arrendere al miglior tempo della giornata, mentre l’argento è andato alla Norvegia e il bronzo al Canada. Subito dopo aver realizzato di aver conquistato il metallo più prezioso, Lollobrigida è corsa incontro al figlio di due anni e mezzo, Tommaso, per abbracciarlo e festeggiare insieme a lui. Una scena che si candida a entrare di diritto tra gli highlights più belli ed emozionanti di questi Giochi. Il trionfo di Lollobrigida completa una giornata intensa per l’Italia tra neve e ghiaccio. Nello sci maschile, Franzoni e Paris avevano già regalato due podi nella discesa libera di Bormio, rispettivamente argento e bronzo, con lo svizzero Franjo von Allmen sul gradino più alto del podio.
Tra le altre competizioni, nello slopestyle maschile a Livigno Snow Park Miro Tabanelli non è riuscito a qualificarsi per la finale, chiudendo diciassettesimo con 51.93 punti. La sessione è stata dominata dai norvegesi, con Birk Ruud e Tormod Frostad al comando.
Intanto, tra le donne dello sci alpino, Federica Brignone sarà al via della discesa libera di domani domenica 8 febbraio, accanto a Sofia Goggia, Nicol Delago e Laura Pirovano. «Per Brignone è la seconda discesa olimpica della carriera: nel 2018 a PyeongChang si ritirò. Goggia è invece alla terza esperienza dopo l’oro di PeyongChang 2018 e l’argento di Pechino 2022, così come Delago, mentre per Pirovano si tratta di una prima assoluta», si legge nelle note tecniche dello staff azzurro.
Continua a leggereRiduci