
L’organizzazione che da anni si presenta come uno dei principali baluardi contro l’estremismo di destra finisce ora sotto accusa per aver finanziato proprio quegli ambienti che dice di combattere. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, infatti, ha avviato un’inchiesta sul Southern poverty law center (Splc), contestando il trasferimento di oltre 3 milioni di dollari a soggetti legati a gruppi suprematisti bianchi, tra cui movimenti riconducibili al famigerato Ku Klux Klan. In altre parole, si tratta di una vicenda che solleva numerosi interrogativi sui metodi e la trasparenza di una delle Ong più influenti del panorama americano.
Secondo quanto ricostruito finora dal Dipartimento di Giustizia, i flussi di denaro si sarebbero sviluppati nel corso di diversi anni attraverso canali indiretti, conti schermati e intermediari, finendo per raggiungere individui inseriti in organizzazioni estremiste come il National socialist movement e Aryan nations. Al centro dell’indagine ci sono ipotesi di frode, riciclaggio e false dichiarazioni, con l’accusa - formulata in termini ancora preliminari - che una parte dei fondi raccolti per contrastare l’estremismo sia stata invece convogliata, almeno indirettamente, verso gli stessi ambienti oggetto di monitoraggio. Il procuratore generale Todd Blanche, subentrato di recente a Pam Bondi, ha parlato in una conferenza stampa di «serie preoccupazioni» sui meccanismi finanziari dell’organizzazione, sottolineando la necessità di chiarire «se si tratti di attività investigativa legittima o di qualcosa che va oltre». Senza girarci intorno, Blanche ha dichiarato che l’Splc «faceva l’esatto opposto di ciò che dichiarava ai propri donatori», arrivando a evocare il rischio che l’organizzazione «non smantellasse l’estremismo, ma finisse per finanziarlo». Per comprendere la portata di questo scandalo, è necessario ricordare che cos’è il Southern poverty law center. Fondato nel 1971, l’Splc è una Ong specializzata nella difesa dei diritti civili e nel monitoraggio dei cosiddetti «hate groups». Nel corso degli anni ha acquisito sempre più peso nel dibattito pubblico americano: le sue liste sulle organizzazioni estremiste vengono utilizzate da media, piattaforme digitali e istituzioni come riferimento per identificare e classificare i movimenti radicali. L’Splc, peraltro, è dotato di una struttura finanziaria imponente, con entrate annuali nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari e un patrimonio accumulato che supera i 700 milioni. Un attore privato, dunque, ma con un peso crescente nel definire i confini stessi dell’estremismo negli Stati Uniti.
Insomma, la situazione è delicata, dato che i democratici hanno spesso agitato lo spauracchio del suprematismo bianco per meri calcoli elettorali. Basti pensare che Joe Biden lo citò come una delle principali minacce alla stabilità del sistema politico americano, nonché come uno dei motivi che lo avevano spinto a candidarsi contro Donald Trump (ovviamente accusato di complicità con questi ambienti). Ed è proprio grazie a questa presunta emergenza che il ruolo di organizzazioni come l’Splc si è rafforzato, contribuendo a orientare la percezione pubblica e, indirettamente, alcune scelte politiche. Ora l’inchiesta del Dipartimento di Giustizia rischia seriamente di rompere il giocattolo dei dem.
Dal canto suo, l’Ong respinge le accuse e rivendica la legittimità della propria condotta. I fondi finiti sotto la lente degli investigatori, sostiene l’Splc, sarebbero stati utilizzati per pagare informatori infiltrati all’interno di gruppi estremisti, con l’obiettivo di monitorarne le attività e prevenire possibili violenze. Una strategia che, secondo la difesa, rientra nelle normali tecniche investigative e che sarebbe stata adottata anche da altre realtà impegnate nel contrasto al radicalismo.
È qui, però, che si apre una zona grigia destinata a pesare sull’esito dell’indagine. Da un lato, l’uso di informatori retribuiti è una pratica nota e, in determinati contesti, considerata legittima. Dall’altro, la natura e l’entità dei flussi finanziari sollevano inquietanti interrogativi sul labile confine tra monitoraggio e sostegno indiretto. Nelle sue dichiarazioni, Blanche ha insistito proprio su questo punto, parlando della necessità di «fare piena luce su un sistema che presenta elementi difficili da conciliare con la missione dichiarata dell’organizzazione». La questione è davvero delicata. Qualora fosse provato il finanziamento di questi gruppuscoli suprematisti, l’interrogativo si pone da sé: escludendo un’improbabile complicità ideologica tra l’Ong e ambienti contigui al Ku Klux Klan, sorgerebbe il sospetto che l’Splc finisca per alimentare proprio quei «gruppi d’odio» da cui trae influenza, visibilità e risorse. Per ora, l’indagine è alle fasi iniziali e non sono state emesse condanne. Ma il caso ha già riaperto la discussione sul ruolo e i metodi di quegli attori privati che, pur non essendo istituzioni, contribuiscono in modo decisivo a definire le categorie del dibattito pubblico. Con il rischio, però, di inquinarlo per portare acqua al proprio mulino.















