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2026-04-23
«La remigrazione è neonazista». Crusca e Treccani parlano da antifà
Ansa
Cominciando dall’enciclopedia Treccani on line, leggerebbe, infatti, alla voce «remigrazione», che essa è soltanto un «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Ora, è appena il caso di ricordare che per «eufemismo» s’intende, comunemente, l’uso di una parola ritenuta meno sgradevole, offensiva o indecente di quella che propriamente andrebbe adoperata per definire concetti, persone o cose da riguardarsi, di per sé, come suscettibili di creare scandalo, ripulsa, indignazione, sconcerto e simili. Si deve, quindi, pensare che, secondo l’autore della voce, tali sarebbero le caratteristiche da attribuirsi automaticamente al concetto stesso di «ritorno forzato» di qualsiasi migrante al suo Paese d’origine, a prescindere dall’esistenza o meno di ragioni che possano, in ipotesi, farlo apparire giustificato come, ad esempio, quella che il migrante si sia reso responsabile di gravi reati in danno di cittadini italiani.
Non è poi da meno l’accademia della Crusca che, nel suo sito internet, dopo aver correttamente rilevato che, letteralmente, la parola «remigrazione» significa «migrazione indietro» ovvero «ritorno al luogo di origine in seguito a una precedente migrazione», aggiunge che essa è stata, però, «rilanciata per indicare in forma eufemistica il significato di “espulsione forzata, deportazione di massa di persone con una storia di migrazione”». Anche qui ricorre, come si vede, il richiamo alla nozione di «eufemismo» e vale, quindi, quanto si è appena detto con riguardo all’analogo richiamo operato dalla Treccani. Ma la Crusca si spinge poi anche oltre, precisando, nelle «note», che, nella specie, al «significato eufemistico» si sarebbe fatto ricorso «per celare atteggiamenti spregiativi, discriminatori o, come in questo caso, addirittura neonazisti», a conferma dei quali snocciola una serie di sommarie citazioni, in chiave critica, di personaggi presentati negativamente per il solo fatto costituito dalla loro appartenenza alla galassia della presunta «estrema destra», nella quale fa rientrare, a un certo punto, anche la Lega. Tra essi figura, in particolare, l’austriaco Martin Sellner, autore di quelle che, senza ulteriori specificazioni, vengono apoditticamente definite le «terribili proposte» contenute nel suo libro Remigration. Ein Vorschlag (Remigrazione. Una proposta), recentemente uscito in allegato con La Verità, con la prefazione di Francesco Borgonovo. Proposte, quelle anzidette, che, in realtà - come messo bene in luce nel commento di Lorenzo Bernasconi sul sito della Fondazione Machiavelli - non prevedono comunque espulsioni collettive di intere minoranze che siano ritenute, in linea di massima, difficilmente assimilabili, ma soltanto espulsioni individuali da effettuarsi - in linea con quanto già previsto, del resto, dalle vigenti leggi e convenzioni internazionali - nei confronti di singoli soggetti, previa verifica, per ciascuno di essi, della effettiva inesistenza di capacità e disponibilità ad accettare il complesso dei valori fondanti della convivenza sociale nel paese ospitante. Sul che si possono, volendo, avanzare le più ampie riserve, senza però che sia lecito giungere, per sostenerle, ad accusare addirittura di «neonazismo» chiunque la pensi diversamente. Cosa che ha fatto, invece, come si è visto, la Crusca, per quindi giungere alla conclusione secondo cui, con riguardo alla parola «remigrazione», pur essendovi stata, negli ultimi tempi, «una certa resistenza a farne uso», «quello che, in casi simili, non si dovrebbe neanche riuscire a concepire eticamente, come esseri umani, è la proposta e la messa in atto di pratiche simili e non l’accoglimento della parola».
In realtà, ciò che chiaramente traspare da quanto si legge nelle voci in questione è che tanto la Treccani quanto la Crusca si fanno eco, senza dirlo, dell’orientamento dominante a sinistra, secondo cui, in linea di massima, nessuno straniero dovrebbe essere espulso, quale che sia la ragione addotta a sostegno del provvedimento, ma dovrebbe essere oggetto di cure e attenzioni per favorirne l’integrazione, data comunque, apoditticamente, per realizzabile, indipendentemente dal suo modo di pensare e dalla condotta di vita da lui assunta nel Paese che lo ospita. Il che, peraltro, contrasta, prima ancora che con quanto vorrebbero i fautori della «remigrazione», con la legislazione vigente nel nostro Paese, secondo cui, almeno in linea di principio (conformemente, del resto, alla normativa comunitaria, cui si ispira anche la legislazione degli altri Paesi dell’Unione europea), all’espulsione o al respingimento si deve dar luogo ogni qual volta risulti che lo straniero non ha titolo per essere accolto o per restare in Italia. Ed è anche da segnalare che, almeno in Italia, non si registra, a sostegno della «remigrazione» alcuna esplicita presa di posizione contro il mantenimento dei vigenti, specifici divieti di espulsione e di respingimento quali, in particolare, quello, fondato sulla convenzione di Ginevra del 1951 (come interpretata dalla giurisprudenza dominante), secondo cui è comunque da escludersi che lo straniero, anche quando non gli sia stata formalmente riconosciuta la qualifica di «rifugiato», possa essere rimandato in Paesi, compreso il suo, nei quali la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a particolari gruppi sociali od opinioni politiche. Ciò su cui particolarmente si insiste - come si è visto anche alla recente manifestazione del 18 aprile scorso, a Milano - è solo la necessità che vengano espulsi gli stranieri resisi responsabili di gravi reati (cosa già prevista, peraltro, in Italia, sia pure solo per particolari categorie di reati, come quelli, a pena espiata, in materia di stupefacenti) e quelli, tra gli stranieri di fede islamica, che predicano l’odio e inneggiano al terrorismo. Il che, come dovrebbe apparire evidente, non ha proprio nulla di discriminatorio e men che mai di «neonazista». Che non lo capisca il gruppo «antifa» di Vattelappesca di sotto, è comprensibile. Ma che lo stesso avvenga da parte di antiche e prestigiose fonti del sapere, quali l’enciclopedia Treccani e l’accademia della Crusca, desta qualche preoccupazione.
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Sui portali dei due prestigiosi istituti, teoricamente descrittivi e neutrali, il concetto politico del momento viene descritto con inesattezze fattuali e toni da bollettino militante di quartiere.Il volenteroso cittadino che, desiderando documentarsi sul significato tecnico di «remigrazione» per farsi un’idea di quali siano, oggettivamente, le ragioni per le quali taluni la sostengano e altri l’avversino, ricorresse alla consultazione di fonti considerate, «a priori», come politicamente «neutre», quali, in particolare, l’enciclopedia Treccani o l’accademia della Crusca, incontrerebbe subito una cocente delusione. Cominciando dall’enciclopedia Treccani on line, leggerebbe, infatti, alla voce «remigrazione», che essa è soltanto un «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Ora, è appena il caso di ricordare che per «eufemismo» s’intende, comunemente, l’uso di una parola ritenuta meno sgradevole, offensiva o indecente di quella che propriamente andrebbe adoperata per definire concetti, persone o cose da riguardarsi, di per sé, come suscettibili di creare scandalo, ripulsa, indignazione, sconcerto e simili. Si deve, quindi, pensare che, secondo l’autore della voce, tali sarebbero le caratteristiche da attribuirsi automaticamente al concetto stesso di «ritorno forzato» di qualsiasi migrante al suo Paese d’origine, a prescindere dall’esistenza o meno di ragioni che possano, in ipotesi, farlo apparire giustificato come, ad esempio, quella che il migrante si sia reso responsabile di gravi reati in danno di cittadini italiani. Non è poi da meno l’accademia della Crusca che, nel suo sito internet, dopo aver correttamente rilevato che, letteralmente, la parola «remigrazione» significa «migrazione indietro» ovvero «ritorno al luogo di origine in seguito a una precedente migrazione», aggiunge che essa è stata, però, «rilanciata per indicare in forma eufemistica il significato di “espulsione forzata, deportazione di massa di persone con una storia di migrazione”». Anche qui ricorre, come si vede, il richiamo alla nozione di «eufemismo» e vale, quindi, quanto si è appena detto con riguardo all’analogo richiamo operato dalla Treccani. Ma la Crusca si spinge poi anche oltre, precisando, nelle «note», che, nella specie, al «significato eufemistico» si sarebbe fatto ricorso «per celare atteggiamenti spregiativi, discriminatori o, come in questo caso, addirittura neonazisti», a conferma dei quali snocciola una serie di sommarie citazioni, in chiave critica, di personaggi presentati negativamente per il solo fatto costituito dalla loro appartenenza alla galassia della presunta «estrema destra», nella quale fa rientrare, a un certo punto, anche la Lega. Tra essi figura, in particolare, l’austriaco Martin Sellner, autore di quelle che, senza ulteriori specificazioni, vengono apoditticamente definite le «terribili proposte» contenute nel suo libro Remigration. Ein Vorschlag (Remigrazione. Una proposta), recentemente uscito in allegato con La Verità, con la prefazione di Francesco Borgonovo. Proposte, quelle anzidette, che, in realtà - come messo bene in luce nel commento di Lorenzo Bernasconi sul sito della Fondazione Machiavelli - non prevedono comunque espulsioni collettive di intere minoranze che siano ritenute, in linea di massima, difficilmente assimilabili, ma soltanto espulsioni individuali da effettuarsi - in linea con quanto già previsto, del resto, dalle vigenti leggi e convenzioni internazionali - nei confronti di singoli soggetti, previa verifica, per ciascuno di essi, della effettiva inesistenza di capacità e disponibilità ad accettare il complesso dei valori fondanti della convivenza sociale nel paese ospitante. Sul che si possono, volendo, avanzare le più ampie riserve, senza però che sia lecito giungere, per sostenerle, ad accusare addirittura di «neonazismo» chiunque la pensi diversamente. Cosa che ha fatto, invece, come si è visto, la Crusca, per quindi giungere alla conclusione secondo cui, con riguardo alla parola «remigrazione», pur essendovi stata, negli ultimi tempi, «una certa resistenza a farne uso», «quello che, in casi simili, non si dovrebbe neanche riuscire a concepire eticamente, come esseri umani, è la proposta e la messa in atto di pratiche simili e non l’accoglimento della parola».In realtà, ciò che chiaramente traspare da quanto si legge nelle voci in questione è che tanto la Treccani quanto la Crusca si fanno eco, senza dirlo, dell’orientamento dominante a sinistra, secondo cui, in linea di massima, nessuno straniero dovrebbe essere espulso, quale che sia la ragione addotta a sostegno del provvedimento, ma dovrebbe essere oggetto di cure e attenzioni per favorirne l’integrazione, data comunque, apoditticamente, per realizzabile, indipendentemente dal suo modo di pensare e dalla condotta di vita da lui assunta nel Paese che lo ospita. Il che, peraltro, contrasta, prima ancora che con quanto vorrebbero i fautori della «remigrazione», con la legislazione vigente nel nostro Paese, secondo cui, almeno in linea di principio (conformemente, del resto, alla normativa comunitaria, cui si ispira anche la legislazione degli altri Paesi dell’Unione europea), all’espulsione o al respingimento si deve dar luogo ogni qual volta risulti che lo straniero non ha titolo per essere accolto o per restare in Italia. Ed è anche da segnalare che, almeno in Italia, non si registra, a sostegno della «remigrazione» alcuna esplicita presa di posizione contro il mantenimento dei vigenti, specifici divieti di espulsione e di respingimento quali, in particolare, quello, fondato sulla convenzione di Ginevra del 1951 (come interpretata dalla giurisprudenza dominante), secondo cui è comunque da escludersi che lo straniero, anche quando non gli sia stata formalmente riconosciuta la qualifica di «rifugiato», possa essere rimandato in Paesi, compreso il suo, nei quali la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a particolari gruppi sociali od opinioni politiche. Ciò su cui particolarmente si insiste - come si è visto anche alla recente manifestazione del 18 aprile scorso, a Milano - è solo la necessità che vengano espulsi gli stranieri resisi responsabili di gravi reati (cosa già prevista, peraltro, in Italia, sia pure solo per particolari categorie di reati, come quelli, a pena espiata, in materia di stupefacenti) e quelli, tra gli stranieri di fede islamica, che predicano l’odio e inneggiano al terrorismo. Il che, come dovrebbe apparire evidente, non ha proprio nulla di discriminatorio e men che mai di «neonazista». Che non lo capisca il gruppo «antifa» di Vattelappesca di sotto, è comprensibile. Ma che lo stesso avvenga da parte di antiche e prestigiose fonti del sapere, quali l’enciclopedia Treccani e l’accademia della Crusca, desta qualche preoccupazione.
Il cacciamine italiano M-5554 «Gaeta» (Ansa)
Alla Spezia, a poca distanza dai cantieri dove sono stati costruiti e varati varati, lì hanno la propria base i cacciamine italiani che oggi potrebbero essere utilizzati per la bonifica dello stretto di Hormuz. In particolare sono due le navi della Marina Militare designati per la missione: il «Rimini» (classe «Gaeta») e il «Crotone» (classe «Lerici»), varate rispettivamente nel 1994 e 1992 nei cantieri della Italmarine di Sarzana.
La storia dei cacciamine italiani è relativamente recente. Dal dopoguerra fino agli anni ’80 operarono prevalentemente navi dragamine, dalle caratteristiche molto diverse e meno tecnologiche, adatte alla bonifica di ordigni a loro volta meno evoluti delle mine moderne.
Dopo la Seconda guerra mondiale la Marina, il cui naviglio era stato decimato nel conflitto, ereditò dagli Stati Uniti alcune navi dragamine e riparò i pochi RDV (Dragamine veloci) superstiti per le necessità urgenti di bonifica delle acque territoriali dopo il conflitto. I dragamine americani consegnati alla Marina italiana dagli anni '50 facevano parte della classe «Adjutant», di ridotte dimensioni e dallo scafo in legno per cancellare ogni traccia magnetica della nave. Per questa caratteristica fu battezzata la classe «Legni». L’imbarcazione trainava cavi d’acciaio che tranciavano i cavi di ancoraggio delle vecchie mine facendole risalire in superficie per poi essere neutralizzate manualmente dall’equipaggio. Per le mine più evolute, sensibili al rumore o ai campi magnetici, i dragamine utilizzavano sistemi di simulazione: per gli ordigni sensibili ai campi magnetici utilizzavano cavi elettrificati che «ingannavano» la mina facendola esplodere in lontananza, mentre per quelli sensibili ai rumori i dragamine italiani utilizzavano dei simulatori acustici che riproducevano le onde sonore delle eliche. Su licenza statunitense, negli anni ’50 furono costruiti in Italia diversi dragamine con scafo ligneo delle classi «Agave»e «Bambù».
A partire dagli anni Settanta, i dragamine furono ritenuti tecnologicamente arretrati rispetto all’evoluzione delle mine marine. In quel periodo i dragamine furono equipaggiati con nuovi strumenti che li trasformarono gradualmente in cacciamine con l’adozione di strumenti come i sonar e la presenza di sommozzatori specializzati.
Il salto si ebbe alla fine del decennio con la classe «Lerici», che rappresentò il primo lotto di veri cacciamine, in grado di individuare e neutralizzare singolarmente le mine, realizzati dai cantieri Intermarine. Dotate di scafo in vetroresina monoblocco (migliore del legno in termini di amagneticità), le «Lerici» sono lunghe 52 metri e dotate di sonar antimina a profondità variabile e multifrequenza (sonar a caccia). Sono spinte da 4 eliche, di cui una principale a passo variabile e le altre 3 intubate ed orientabili, collegate a motori idraulici per l’uso silenzioso in «caccia». Il primo cacciamine fu il capostipite «Lerici» (M-5550), consegnato alla Marina Militare nel 1982. Operanti in ambito Nato, i cacciamine hanno partecipato a diverse operazioni di bonifica bellica nel Mediterraneo, nel Golfo Persico e nell’Adriatico per lo sminamento delle coste dopo i conflitti in ex Jugoslavia e Kosovo. La classe «Lerici» è stata affiancata dalla ancora più evoluta classe «Gaeta» dal 1992, cacciamine dotati di sonar potenziati, sistema di navigazione automatizzato e veicoli filoguidati (ROV) in grado di individuare e neutralizzare le mine subacquee a distanza. Per la loro efficienza operativa e per la tecnologia avanzata, i cacciamine classe «Lerici» nati a Sarzana sono stati particolarmente apprezzati dalla Us Navy. Dal progetto italiano sono nati i «minehunters» della classe «Osprey», costruiti dalla filiale americana della Intermarine. La Marina Finlandese dal 2015 ha ricevuto da Intermarine 3 cacciamine classe Katanpåå, direttamente derivanti dai cacciamine classe Lat Ya della Marina Thailandese anche questi ultimi derivati dalla classe «Lerici».
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