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2024-01-31
«L’Oms ha il trucco per imporci i suoi diktat»
Nel riquadro Il primario del Regina Elena, Roy De Vita (Imagoeconomica)
Roy De Vita, primario della divisione di Chirurgia plastica dell’Istituto dei tumori di Roma Regina Elena, è da tempo una delle voci più limpide del mondo medico italiano. Nei video che pubblica online non trascura mai di dire ciò che pensa, e non si tira indietro rispetto al «pandemicamente corretto». Negli ultimi giorni ha avuto molto da commentare: le bozze del nuovo piano pandemico, il Trattato pandemico dell’Oms, persino la riedizione del libro di Roberto Speranza... E in ogni occasione, non si è risparmiato. Lo ha fatto anche ieri sera, intervenendo su questi temi nel corso di 1984, il talk show in onda su Byoblu.
Partiamo dal libro di Speranza, a cui ha dedicato un video molto apprezzato online. Che cosa ha pensato quando ha rivisto quel volume con gli stessi contenuti del 2020?
«Sono rimasto basito, perché io quel libro l’avevo letto e a suo tempo mi aveva molto irritato, perché è più un manifesto politico che non il racconto della pandemia. Lo dimostra il fatto, per esempio, che non c’è una parola, dico una, su Bergamo. Mi chiedo come si possa pensare di fare un racconto della pandemia in Italia e dimenticarsi di Bergamo, che è l’inizio di tutto per noi. A ciò si aggiungono toni certe volte addirittura epici, autocelebrativi: una cosa davvero imbarazzante. Per cui avevo pensato già allora che sarebbe stato tanto di guadagnato se quel libro non fosse mai uscito».
Invece…
«Invece lui in maniera incredibile non solo lo fa uscire, ma ci aggiunge anche parti nuove, tipo due parole sul vaccino. Con tutto quello che nel tempo abbiamo cominciato a sapere, anche perché dichiarato direttamente dalla Pfizer, devo dire che oggi se fossi in lui sul vaccino starei in silenzio. Ma Speranza ci ha fatto un capitolo del libro: è un pazzo scatenato secondo me».
Sembra però che qualcuno ancora segua il suo esempio, almeno a giudicare da quanto si è visto nelle bozze del nuovo piano pandemico.
«Io credo che sia stato scritto da chi c’era allora e che c’è anche adesso, sinceramente. Quindi ne faccio più un peccato di omissione, anche perché, appunto, era solo una bozza».
Resta però un tema importante. Perché dà l’idea che ci sia una sorta di macchina della sanità che procede tetragona, che si tratti del piano pandemico italiano o del trattato dell’Oms.
«Sì, purtroppo sì. Quando si osserva che nulla cambia, e si vedono situazioni che obiettivamente suggerirebbero di fare degli approfondimenti, si resta anche un po’ amareggiati. Devo dire che la Lega e il senatore Claudio Borghi si stanno dando da fare tantissimo. Sull’Oms hanno tirato fuori giustamente una serie di rilievi importanti».
Sulla condizione dell’Oms di rilievi se ne possono fare a non finire...
«Un tempo ci si rivolgeva all’Oms con una certa fiducia. Adesso sono tante le cose malfatte da questa organizzazione e in particolare dal signore che la dirige, Tedros. È un signore evidentemente inadeguato al ruolo, o forse è adeguato per chi lo vuole manovrare. L’Oms si dimostra essere una società praticamente privata, che niente ha a che vedere in realtà con la sanità e che sta facendo delle cose strane».
Tipo?
«Mentre elabora il Trattato pandemico cambia anche il Regolamento sanitario internazionale. Come sicuramente sapete, l’approvazione del Trattato richiede i due terzi dei votanti, mentre il Regolamento si approva con la maggioranza semplice, quindi è evidentemente un modo per aggirare l’ostacolo. Tutte cose che non sono belle né da vedere né da leggere né da sentire».
Personalmente ritengo che se i politici intervenissero con più decisione e frequenza qualcosina cambierebbe. Lo dimostra la storia del piano pandemico: se un giornale ne parla, se intervengono i parlamentari e poi il ministro, allora forse qualcosa si muove. Purtroppo sono veramente pochissimi ad alzare la voce.
«È vero. Ma sono ancora fiducioso. Accennavo prima alla proposta della Lega, che ha chiesto di utilizzare i soldi che diamo all’Oms - assolutamente inutili - per riversarli sulla sanità e fare in modo di migliorare i nostri servizi. Non sarebbe affatto male, devo dire. Adesso noi siamo un piccolo Paese, però c’è stato un momento in cui Donald Trump, quando era presidente, minacciò di sottrarre il finanziamento all’Oms, che avrebbe chiuso senza i soldi degli Stati Uniti. Se facessero tutti così...».
Beh, di sicuro si limiterebbe l’influenza di Bill Gates e delle sue teorie sulle pandemie del futuro.
«Bill Gates è il primo finanziatore privato dell’Oms, ed è il secondo in assoluto: prima di lui, in termini di danaro ci sono soltanto gli Stati Uniti. Non c’è dubbio che abbia un peso eccessivo all’interno dell’Oms».
Un’altra prova contro il lockdown: i morti avevano almeno 4 malattie
Quando finalmente si metterà al lavoro, la commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia dovrebbe anche rivedere le mortalità per Covid nel 2020. I dati a riguardo forniti dall’Istat erano piuttosto freddi, segnalavano 746.324 decessi complessivi, 78.673 dei quali (56% maschi, 44% donne) per il virus di Wuhan nei suoi primi dodici mesi di spargimento di terrore e di lutti.
Nel report di maggio dello scorso anno, si affermava che il Covid-19 era stato «responsabile del 73% dell’incremento dei decessi nel 2020» e che le morti per Covid-19 avevano rappresentato il 10,5% delle morti. La narrazione, ancora una volta, era più d’effetto che di sostanza, perché venivano omessi riferimenti importanti, quali le fasce di età dei deceduti e l’eventuale compresenza di patologie che potevano essere risultate fatali per i pazienti.
Ci ha pensato l’esperto di statistica Eugenio Florean, già interpellato dalla Verità, a dare un quadro diverso dei decessi in quel periodo. Infatti, ha elaborato i file messi a disposizione dall’Istat, che pubblica solo sintesi parziali, ed è risultato che il 62% dei morti Covid soffriva di almeno 5 patologie. Per l’esattezza, 16.301 (20,72) di coloro che non riuscirono a sopravvivere avevano 5 patologie, ben 33.427 (42,49%) ne avevano 6.
Comunque perdite gravi. Sane o malate che fossero, le persone travolte dalla pandemia hanno rappresentato una catastrofe della prevenzione e della gestione dell’emergenza sanitaria. Però, ignorare le comorbidità di cui soffrivano al momento del contagio falsa la lettura di dati importanti. Perché se invece di chiudere in casa tutti e obbligare i sani a fare più dosi, togliendo diritti e libertà a quanti rifiutavano gli inoculi, si fosse concentrata su anziani e fragili la campagna vaccinale che partì a dicembre 2020, forse i decessi non sarebbero stati alti anche nell’anno successivo. Nel 2021, invece, il totale dei morti Covid era stato di 63.927, malgrado milioni di somministrazioni, e il 70% dei decessi riguardava persone con 5 patologie. Come mai?
Qualche numero, per comprendere quello che accadde nel 2020. In fascia 40-44 anni, i morti quell’anno furono 199, dei quali 74 (37,2%) avevano 4 patologie, 125 (62,8%) almeno 5 malattie. Tra gli appena più giovani (35-39 anni), si registrarono 85 decessi, dei quali 27 (31,8%) in persone con 4 patologie, e 58 (68,2%) in pazienti che dove erano presenti almeno 5 disturbi concomitanti.
In fascia 25-29 anni, morirono per Covid 25 persone, di cui 11 (44%) avevano 4 patologie, e 14 (56%) almeno 5. Al di sotto di questa soglia, tra 15 e 19 anni i morti Covid furono 4, e nelle fasce ancora più giovani (1-9) si ebbero (per fortuna) solo 2 decessi. Ben diversa risultò la situazione degli over 80, dove tra i 15.926 ottuagenari in fascia 80-84 che morirono, 5.762 (36,2%) avevano 4 malattie, 10.164 (63,8%) erano già sofferenti per almeno 5 problemi seri di salute.
In fascia 85-89 anni le perdite furono le più alte del 2020 (16.747) ed elevato il numero dei grandi anziani con almeno 5 patologie, non sopravvissuti al virus: 10.392 (62,1%). Soffrivano di 4 malattie concomitanti in 6.355 (37,9%). Tra gli over 95 deceduti per Covid (4.890), avevano 4 comorbidità 2.304 persone (47,1%) e 2.586 almeno 5 (52,9%).
Erano i veri fragili a cui dovevano essere indirizzate le dosi di vaccino, che intanto l’Unione europea contrattava a caro prezzo con colossi farmaceutici come Pfizer. La copertura di queste fasce di popolazione doveva essere l’obiettivo prioritario nel 2021. Sempre che tra dosi e richiami così ripetuti, poi non si siano abbassate ancor più difese immunitarie compromesse, o che l’integrazione del Dna nei vaccini a mRna non abbia avuto un impatto sugli oncogeni, come hanno affermato alcuni autorevoli studi.
E non bisogna dimenticare l’altissimo numero di morti per tumori. Il report dell’Istat riferiva che i 5.273 decessi dovuti al Covid tra coloro che avevano 50-64 anni, rappresenta «una frequenza seconda solo ai casi di tumore», che nel 2020 raggiunsero il numero di 26.250 in quella fascia di età. Complessivamente morirono di cancro 177.858 persone, 227.350 per malattie del sistema circolatorio. Attendiamo di conoscere tutti i dati per fascia di età del 2021, così da avere il quadro reale della mortalità Covid anche nell’anno della colossale campagna vaccinale.
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Il primario al Regina Elena Roy De Vita: «L’agenzia sta inserendo le stesse norme del Trattato pandemico nel nuovo Regolamento sanitario, che può essere approvato a maggioranza semplice dei Paesi membri. Perciò la Lega ha ragione: bisogna tagliarle i finanziamenti».Rinchiudere tutti e obbligare i sani alle iniezioni fu inutile: a rischiare erano i fragili.Lo speciale contiene due articoli.Roy De Vita, primario della divisione di Chirurgia plastica dell’Istituto dei tumori di Roma Regina Elena, è da tempo una delle voci più limpide del mondo medico italiano. Nei video che pubblica online non trascura mai di dire ciò che pensa, e non si tira indietro rispetto al «pandemicamente corretto». Negli ultimi giorni ha avuto molto da commentare: le bozze del nuovo piano pandemico, il Trattato pandemico dell’Oms, persino la riedizione del libro di Roberto Speranza... E in ogni occasione, non si è risparmiato. Lo ha fatto anche ieri sera, intervenendo su questi temi nel corso di 1984, il talk show in onda su Byoblu. Partiamo dal libro di Speranza, a cui ha dedicato un video molto apprezzato online. Che cosa ha pensato quando ha rivisto quel volume con gli stessi contenuti del 2020?«Sono rimasto basito, perché io quel libro l’avevo letto e a suo tempo mi aveva molto irritato, perché è più un manifesto politico che non il racconto della pandemia. Lo dimostra il fatto, per esempio, che non c’è una parola, dico una, su Bergamo. Mi chiedo come si possa pensare di fare un racconto della pandemia in Italia e dimenticarsi di Bergamo, che è l’inizio di tutto per noi. A ciò si aggiungono toni certe volte addirittura epici, autocelebrativi: una cosa davvero imbarazzante. Per cui avevo pensato già allora che sarebbe stato tanto di guadagnato se quel libro non fosse mai uscito».Invece…«Invece lui in maniera incredibile non solo lo fa uscire, ma ci aggiunge anche parti nuove, tipo due parole sul vaccino. Con tutto quello che nel tempo abbiamo cominciato a sapere, anche perché dichiarato direttamente dalla Pfizer, devo dire che oggi se fossi in lui sul vaccino starei in silenzio. Ma Speranza ci ha fatto un capitolo del libro: è un pazzo scatenato secondo me».Sembra però che qualcuno ancora segua il suo esempio, almeno a giudicare da quanto si è visto nelle bozze del nuovo piano pandemico. «Io credo che sia stato scritto da chi c’era allora e che c’è anche adesso, sinceramente. Quindi ne faccio più un peccato di omissione, anche perché, appunto, era solo una bozza».Resta però un tema importante. Perché dà l’idea che ci sia una sorta di macchina della sanità che procede tetragona, che si tratti del piano pandemico italiano o del trattato dell’Oms. «Sì, purtroppo sì. Quando si osserva che nulla cambia, e si vedono situazioni che obiettivamente suggerirebbero di fare degli approfondimenti, si resta anche un po’ amareggiati. Devo dire che la Lega e il senatore Claudio Borghi si stanno dando da fare tantissimo. Sull’Oms hanno tirato fuori giustamente una serie di rilievi importanti». Sulla condizione dell’Oms di rilievi se ne possono fare a non finire... «Un tempo ci si rivolgeva all’Oms con una certa fiducia. Adesso sono tante le cose malfatte da questa organizzazione e in particolare dal signore che la dirige, Tedros. È un signore evidentemente inadeguato al ruolo, o forse è adeguato per chi lo vuole manovrare. L’Oms si dimostra essere una società praticamente privata, che niente ha a che vedere in realtà con la sanità e che sta facendo delle cose strane». Tipo?«Mentre elabora il Trattato pandemico cambia anche il Regolamento sanitario internazionale. Come sicuramente sapete, l’approvazione del Trattato richiede i due terzi dei votanti, mentre il Regolamento si approva con la maggioranza semplice, quindi è evidentemente un modo per aggirare l’ostacolo. Tutte cose che non sono belle né da vedere né da leggere né da sentire».Personalmente ritengo che se i politici intervenissero con più decisione e frequenza qualcosina cambierebbe. Lo dimostra la storia del piano pandemico: se un giornale ne parla, se intervengono i parlamentari e poi il ministro, allora forse qualcosa si muove. Purtroppo sono veramente pochissimi ad alzare la voce.«È vero. Ma sono ancora fiducioso. Accennavo prima alla proposta della Lega, che ha chiesto di utilizzare i soldi che diamo all’Oms - assolutamente inutili - per riversarli sulla sanità e fare in modo di migliorare i nostri servizi. Non sarebbe affatto male, devo dire. Adesso noi siamo un piccolo Paese, però c’è stato un momento in cui Donald Trump, quando era presidente, minacciò di sottrarre il finanziamento all’Oms, che avrebbe chiuso senza i soldi degli Stati Uniti. Se facessero tutti così...». Beh, di sicuro si limiterebbe l’influenza di Bill Gates e delle sue teorie sulle pandemie del futuro. «Bill Gates è il primo finanziatore privato dell’Oms, ed è il secondo in assoluto: prima di lui, in termini di danaro ci sono soltanto gli Stati Uniti. Non c’è dubbio che abbia un peso eccessivo all’interno dell’Oms».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oms-trucco-imporci-suoi-diktat-2667126363.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="unaltra-prova-contro-il-lockdown-i-morti-avevano-almeno-4-malattie" data-post-id="2667126363" data-published-at="1706644887" data-use-pagination="False"> Un’altra prova contro il lockdown: i morti avevano almeno 4 malattie Quando finalmente si metterà al lavoro, la commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia dovrebbe anche rivedere le mortalità per Covid nel 2020. I dati a riguardo forniti dall’Istat erano piuttosto freddi, segnalavano 746.324 decessi complessivi, 78.673 dei quali (56% maschi, 44% donne) per il virus di Wuhan nei suoi primi dodici mesi di spargimento di terrore e di lutti. Nel report di maggio dello scorso anno, si affermava che il Covid-19 era stato «responsabile del 73% dell’incremento dei decessi nel 2020» e che le morti per Covid-19 avevano rappresentato il 10,5% delle morti. La narrazione, ancora una volta, era più d’effetto che di sostanza, perché venivano omessi riferimenti importanti, quali le fasce di età dei deceduti e l’eventuale compresenza di patologie che potevano essere risultate fatali per i pazienti. Ci ha pensato l’esperto di statistica Eugenio Florean, già interpellato dalla Verità, a dare un quadro diverso dei decessi in quel periodo. Infatti, ha elaborato i file messi a disposizione dall’Istat, che pubblica solo sintesi parziali, ed è risultato che il 62% dei morti Covid soffriva di almeno 5 patologie. Per l’esattezza, 16.301 (20,72) di coloro che non riuscirono a sopravvivere avevano 5 patologie, ben 33.427 (42,49%) ne avevano 6. Comunque perdite gravi. Sane o malate che fossero, le persone travolte dalla pandemia hanno rappresentato una catastrofe della prevenzione e della gestione dell’emergenza sanitaria. Però, ignorare le comorbidità di cui soffrivano al momento del contagio falsa la lettura di dati importanti. Perché se invece di chiudere in casa tutti e obbligare i sani a fare più dosi, togliendo diritti e libertà a quanti rifiutavano gli inoculi, si fosse concentrata su anziani e fragili la campagna vaccinale che partì a dicembre 2020, forse i decessi non sarebbero stati alti anche nell’anno successivo. Nel 2021, invece, il totale dei morti Covid era stato di 63.927, malgrado milioni di somministrazioni, e il 70% dei decessi riguardava persone con 5 patologie. Come mai? Qualche numero, per comprendere quello che accadde nel 2020. In fascia 40-44 anni, i morti quell’anno furono 199, dei quali 74 (37,2%) avevano 4 patologie, 125 (62,8%) almeno 5 malattie. Tra gli appena più giovani (35-39 anni), si registrarono 85 decessi, dei quali 27 (31,8%) in persone con 4 patologie, e 58 (68,2%) in pazienti che dove erano presenti almeno 5 disturbi concomitanti. In fascia 25-29 anni, morirono per Covid 25 persone, di cui 11 (44%) avevano 4 patologie, e 14 (56%) almeno 5. Al di sotto di questa soglia, tra 15 e 19 anni i morti Covid furono 4, e nelle fasce ancora più giovani (1-9) si ebbero (per fortuna) solo 2 decessi. Ben diversa risultò la situazione degli over 80, dove tra i 15.926 ottuagenari in fascia 80-84 che morirono, 5.762 (36,2%) avevano 4 malattie, 10.164 (63,8%) erano già sofferenti per almeno 5 problemi seri di salute. In fascia 85-89 anni le perdite furono le più alte del 2020 (16.747) ed elevato il numero dei grandi anziani con almeno 5 patologie, non sopravvissuti al virus: 10.392 (62,1%). Soffrivano di 4 malattie concomitanti in 6.355 (37,9%). Tra gli over 95 deceduti per Covid (4.890), avevano 4 comorbidità 2.304 persone (47,1%) e 2.586 almeno 5 (52,9%). Erano i veri fragili a cui dovevano essere indirizzate le dosi di vaccino, che intanto l’Unione europea contrattava a caro prezzo con colossi farmaceutici come Pfizer. La copertura di queste fasce di popolazione doveva essere l’obiettivo prioritario nel 2021. Sempre che tra dosi e richiami così ripetuti, poi non si siano abbassate ancor più difese immunitarie compromesse, o che l’integrazione del Dna nei vaccini a mRna non abbia avuto un impatto sugli oncogeni, come hanno affermato alcuni autorevoli studi. E non bisogna dimenticare l’altissimo numero di morti per tumori. Il report dell’Istat riferiva che i 5.273 decessi dovuti al Covid tra coloro che avevano 50-64 anni, rappresenta «una frequenza seconda solo ai casi di tumore», che nel 2020 raggiunsero il numero di 26.250 in quella fascia di età. Complessivamente morirono di cancro 177.858 persone, 227.350 per malattie del sistema circolatorio. Attendiamo di conoscere tutti i dati per fascia di età del 2021, così da avere il quadro reale della mortalità Covid anche nell’anno della colossale campagna vaccinale.
Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.