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2024-01-31
«L’Oms ha il trucco per imporci i suoi diktat»
Nel riquadro Il primario del Regina Elena, Roy De Vita (Imagoeconomica)
Roy De Vita, primario della divisione di Chirurgia plastica dell’Istituto dei tumori di Roma Regina Elena, è da tempo una delle voci più limpide del mondo medico italiano. Nei video che pubblica online non trascura mai di dire ciò che pensa, e non si tira indietro rispetto al «pandemicamente corretto». Negli ultimi giorni ha avuto molto da commentare: le bozze del nuovo piano pandemico, il Trattato pandemico dell’Oms, persino la riedizione del libro di Roberto Speranza... E in ogni occasione, non si è risparmiato. Lo ha fatto anche ieri sera, intervenendo su questi temi nel corso di 1984, il talk show in onda su Byoblu.
Partiamo dal libro di Speranza, a cui ha dedicato un video molto apprezzato online. Che cosa ha pensato quando ha rivisto quel volume con gli stessi contenuti del 2020?
«Sono rimasto basito, perché io quel libro l’avevo letto e a suo tempo mi aveva molto irritato, perché è più un manifesto politico che non il racconto della pandemia. Lo dimostra il fatto, per esempio, che non c’è una parola, dico una, su Bergamo. Mi chiedo come si possa pensare di fare un racconto della pandemia in Italia e dimenticarsi di Bergamo, che è l’inizio di tutto per noi. A ciò si aggiungono toni certe volte addirittura epici, autocelebrativi: una cosa davvero imbarazzante. Per cui avevo pensato già allora che sarebbe stato tanto di guadagnato se quel libro non fosse mai uscito».
Invece…
«Invece lui in maniera incredibile non solo lo fa uscire, ma ci aggiunge anche parti nuove, tipo due parole sul vaccino. Con tutto quello che nel tempo abbiamo cominciato a sapere, anche perché dichiarato direttamente dalla Pfizer, devo dire che oggi se fossi in lui sul vaccino starei in silenzio. Ma Speranza ci ha fatto un capitolo del libro: è un pazzo scatenato secondo me».
Sembra però che qualcuno ancora segua il suo esempio, almeno a giudicare da quanto si è visto nelle bozze del nuovo piano pandemico.
«Io credo che sia stato scritto da chi c’era allora e che c’è anche adesso, sinceramente. Quindi ne faccio più un peccato di omissione, anche perché, appunto, era solo una bozza».
Resta però un tema importante. Perché dà l’idea che ci sia una sorta di macchina della sanità che procede tetragona, che si tratti del piano pandemico italiano o del trattato dell’Oms.
«Sì, purtroppo sì. Quando si osserva che nulla cambia, e si vedono situazioni che obiettivamente suggerirebbero di fare degli approfondimenti, si resta anche un po’ amareggiati. Devo dire che la Lega e il senatore Claudio Borghi si stanno dando da fare tantissimo. Sull’Oms hanno tirato fuori giustamente una serie di rilievi importanti».
Sulla condizione dell’Oms di rilievi se ne possono fare a non finire...
«Un tempo ci si rivolgeva all’Oms con una certa fiducia. Adesso sono tante le cose malfatte da questa organizzazione e in particolare dal signore che la dirige, Tedros. È un signore evidentemente inadeguato al ruolo, o forse è adeguato per chi lo vuole manovrare. L’Oms si dimostra essere una società praticamente privata, che niente ha a che vedere in realtà con la sanità e che sta facendo delle cose strane».
Tipo?
«Mentre elabora il Trattato pandemico cambia anche il Regolamento sanitario internazionale. Come sicuramente sapete, l’approvazione del Trattato richiede i due terzi dei votanti, mentre il Regolamento si approva con la maggioranza semplice, quindi è evidentemente un modo per aggirare l’ostacolo. Tutte cose che non sono belle né da vedere né da leggere né da sentire».
Personalmente ritengo che se i politici intervenissero con più decisione e frequenza qualcosina cambierebbe. Lo dimostra la storia del piano pandemico: se un giornale ne parla, se intervengono i parlamentari e poi il ministro, allora forse qualcosa si muove. Purtroppo sono veramente pochissimi ad alzare la voce.
«È vero. Ma sono ancora fiducioso. Accennavo prima alla proposta della Lega, che ha chiesto di utilizzare i soldi che diamo all’Oms - assolutamente inutili - per riversarli sulla sanità e fare in modo di migliorare i nostri servizi. Non sarebbe affatto male, devo dire. Adesso noi siamo un piccolo Paese, però c’è stato un momento in cui Donald Trump, quando era presidente, minacciò di sottrarre il finanziamento all’Oms, che avrebbe chiuso senza i soldi degli Stati Uniti. Se facessero tutti così...».
Beh, di sicuro si limiterebbe l’influenza di Bill Gates e delle sue teorie sulle pandemie del futuro.
«Bill Gates è il primo finanziatore privato dell’Oms, ed è il secondo in assoluto: prima di lui, in termini di danaro ci sono soltanto gli Stati Uniti. Non c’è dubbio che abbia un peso eccessivo all’interno dell’Oms».
Un’altra prova contro il lockdown: i morti avevano almeno 4 malattie
Quando finalmente si metterà al lavoro, la commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia dovrebbe anche rivedere le mortalità per Covid nel 2020. I dati a riguardo forniti dall’Istat erano piuttosto freddi, segnalavano 746.324 decessi complessivi, 78.673 dei quali (56% maschi, 44% donne) per il virus di Wuhan nei suoi primi dodici mesi di spargimento di terrore e di lutti.
Nel report di maggio dello scorso anno, si affermava che il Covid-19 era stato «responsabile del 73% dell’incremento dei decessi nel 2020» e che le morti per Covid-19 avevano rappresentato il 10,5% delle morti. La narrazione, ancora una volta, era più d’effetto che di sostanza, perché venivano omessi riferimenti importanti, quali le fasce di età dei deceduti e l’eventuale compresenza di patologie che potevano essere risultate fatali per i pazienti.
Ci ha pensato l’esperto di statistica Eugenio Florean, già interpellato dalla Verità, a dare un quadro diverso dei decessi in quel periodo. Infatti, ha elaborato i file messi a disposizione dall’Istat, che pubblica solo sintesi parziali, ed è risultato che il 62% dei morti Covid soffriva di almeno 5 patologie. Per l’esattezza, 16.301 (20,72) di coloro che non riuscirono a sopravvivere avevano 5 patologie, ben 33.427 (42,49%) ne avevano 6.
Comunque perdite gravi. Sane o malate che fossero, le persone travolte dalla pandemia hanno rappresentato una catastrofe della prevenzione e della gestione dell’emergenza sanitaria. Però, ignorare le comorbidità di cui soffrivano al momento del contagio falsa la lettura di dati importanti. Perché se invece di chiudere in casa tutti e obbligare i sani a fare più dosi, togliendo diritti e libertà a quanti rifiutavano gli inoculi, si fosse concentrata su anziani e fragili la campagna vaccinale che partì a dicembre 2020, forse i decessi non sarebbero stati alti anche nell’anno successivo. Nel 2021, invece, il totale dei morti Covid era stato di 63.927, malgrado milioni di somministrazioni, e il 70% dei decessi riguardava persone con 5 patologie. Come mai?
Qualche numero, per comprendere quello che accadde nel 2020. In fascia 40-44 anni, i morti quell’anno furono 199, dei quali 74 (37,2%) avevano 4 patologie, 125 (62,8%) almeno 5 malattie. Tra gli appena più giovani (35-39 anni), si registrarono 85 decessi, dei quali 27 (31,8%) in persone con 4 patologie, e 58 (68,2%) in pazienti che dove erano presenti almeno 5 disturbi concomitanti.
In fascia 25-29 anni, morirono per Covid 25 persone, di cui 11 (44%) avevano 4 patologie, e 14 (56%) almeno 5. Al di sotto di questa soglia, tra 15 e 19 anni i morti Covid furono 4, e nelle fasce ancora più giovani (1-9) si ebbero (per fortuna) solo 2 decessi. Ben diversa risultò la situazione degli over 80, dove tra i 15.926 ottuagenari in fascia 80-84 che morirono, 5.762 (36,2%) avevano 4 malattie, 10.164 (63,8%) erano già sofferenti per almeno 5 problemi seri di salute.
In fascia 85-89 anni le perdite furono le più alte del 2020 (16.747) ed elevato il numero dei grandi anziani con almeno 5 patologie, non sopravvissuti al virus: 10.392 (62,1%). Soffrivano di 4 malattie concomitanti in 6.355 (37,9%). Tra gli over 95 deceduti per Covid (4.890), avevano 4 comorbidità 2.304 persone (47,1%) e 2.586 almeno 5 (52,9%).
Erano i veri fragili a cui dovevano essere indirizzate le dosi di vaccino, che intanto l’Unione europea contrattava a caro prezzo con colossi farmaceutici come Pfizer. La copertura di queste fasce di popolazione doveva essere l’obiettivo prioritario nel 2021. Sempre che tra dosi e richiami così ripetuti, poi non si siano abbassate ancor più difese immunitarie compromesse, o che l’integrazione del Dna nei vaccini a mRna non abbia avuto un impatto sugli oncogeni, come hanno affermato alcuni autorevoli studi.
E non bisogna dimenticare l’altissimo numero di morti per tumori. Il report dell’Istat riferiva che i 5.273 decessi dovuti al Covid tra coloro che avevano 50-64 anni, rappresenta «una frequenza seconda solo ai casi di tumore», che nel 2020 raggiunsero il numero di 26.250 in quella fascia di età. Complessivamente morirono di cancro 177.858 persone, 227.350 per malattie del sistema circolatorio. Attendiamo di conoscere tutti i dati per fascia di età del 2021, così da avere il quadro reale della mortalità Covid anche nell’anno della colossale campagna vaccinale.
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Il primario al Regina Elena Roy De Vita: «L’agenzia sta inserendo le stesse norme del Trattato pandemico nel nuovo Regolamento sanitario, che può essere approvato a maggioranza semplice dei Paesi membri. Perciò la Lega ha ragione: bisogna tagliarle i finanziamenti».Rinchiudere tutti e obbligare i sani alle iniezioni fu inutile: a rischiare erano i fragili.Lo speciale contiene due articoli.Roy De Vita, primario della divisione di Chirurgia plastica dell’Istituto dei tumori di Roma Regina Elena, è da tempo una delle voci più limpide del mondo medico italiano. Nei video che pubblica online non trascura mai di dire ciò che pensa, e non si tira indietro rispetto al «pandemicamente corretto». Negli ultimi giorni ha avuto molto da commentare: le bozze del nuovo piano pandemico, il Trattato pandemico dell’Oms, persino la riedizione del libro di Roberto Speranza... E in ogni occasione, non si è risparmiato. Lo ha fatto anche ieri sera, intervenendo su questi temi nel corso di 1984, il talk show in onda su Byoblu. Partiamo dal libro di Speranza, a cui ha dedicato un video molto apprezzato online. Che cosa ha pensato quando ha rivisto quel volume con gli stessi contenuti del 2020?«Sono rimasto basito, perché io quel libro l’avevo letto e a suo tempo mi aveva molto irritato, perché è più un manifesto politico che non il racconto della pandemia. Lo dimostra il fatto, per esempio, che non c’è una parola, dico una, su Bergamo. Mi chiedo come si possa pensare di fare un racconto della pandemia in Italia e dimenticarsi di Bergamo, che è l’inizio di tutto per noi. A ciò si aggiungono toni certe volte addirittura epici, autocelebrativi: una cosa davvero imbarazzante. Per cui avevo pensato già allora che sarebbe stato tanto di guadagnato se quel libro non fosse mai uscito».Invece…«Invece lui in maniera incredibile non solo lo fa uscire, ma ci aggiunge anche parti nuove, tipo due parole sul vaccino. Con tutto quello che nel tempo abbiamo cominciato a sapere, anche perché dichiarato direttamente dalla Pfizer, devo dire che oggi se fossi in lui sul vaccino starei in silenzio. Ma Speranza ci ha fatto un capitolo del libro: è un pazzo scatenato secondo me».Sembra però che qualcuno ancora segua il suo esempio, almeno a giudicare da quanto si è visto nelle bozze del nuovo piano pandemico. «Io credo che sia stato scritto da chi c’era allora e che c’è anche adesso, sinceramente. Quindi ne faccio più un peccato di omissione, anche perché, appunto, era solo una bozza».Resta però un tema importante. Perché dà l’idea che ci sia una sorta di macchina della sanità che procede tetragona, che si tratti del piano pandemico italiano o del trattato dell’Oms. «Sì, purtroppo sì. Quando si osserva che nulla cambia, e si vedono situazioni che obiettivamente suggerirebbero di fare degli approfondimenti, si resta anche un po’ amareggiati. Devo dire che la Lega e il senatore Claudio Borghi si stanno dando da fare tantissimo. Sull’Oms hanno tirato fuori giustamente una serie di rilievi importanti». Sulla condizione dell’Oms di rilievi se ne possono fare a non finire... «Un tempo ci si rivolgeva all’Oms con una certa fiducia. Adesso sono tante le cose malfatte da questa organizzazione e in particolare dal signore che la dirige, Tedros. È un signore evidentemente inadeguato al ruolo, o forse è adeguato per chi lo vuole manovrare. L’Oms si dimostra essere una società praticamente privata, che niente ha a che vedere in realtà con la sanità e che sta facendo delle cose strane». Tipo?«Mentre elabora il Trattato pandemico cambia anche il Regolamento sanitario internazionale. Come sicuramente sapete, l’approvazione del Trattato richiede i due terzi dei votanti, mentre il Regolamento si approva con la maggioranza semplice, quindi è evidentemente un modo per aggirare l’ostacolo. Tutte cose che non sono belle né da vedere né da leggere né da sentire».Personalmente ritengo che se i politici intervenissero con più decisione e frequenza qualcosina cambierebbe. Lo dimostra la storia del piano pandemico: se un giornale ne parla, se intervengono i parlamentari e poi il ministro, allora forse qualcosa si muove. Purtroppo sono veramente pochissimi ad alzare la voce.«È vero. Ma sono ancora fiducioso. Accennavo prima alla proposta della Lega, che ha chiesto di utilizzare i soldi che diamo all’Oms - assolutamente inutili - per riversarli sulla sanità e fare in modo di migliorare i nostri servizi. Non sarebbe affatto male, devo dire. Adesso noi siamo un piccolo Paese, però c’è stato un momento in cui Donald Trump, quando era presidente, minacciò di sottrarre il finanziamento all’Oms, che avrebbe chiuso senza i soldi degli Stati Uniti. Se facessero tutti così...». Beh, di sicuro si limiterebbe l’influenza di Bill Gates e delle sue teorie sulle pandemie del futuro. «Bill Gates è il primo finanziatore privato dell’Oms, ed è il secondo in assoluto: prima di lui, in termini di danaro ci sono soltanto gli Stati Uniti. Non c’è dubbio che abbia un peso eccessivo all’interno dell’Oms».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oms-trucco-imporci-suoi-diktat-2667126363.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="unaltra-prova-contro-il-lockdown-i-morti-avevano-almeno-4-malattie" data-post-id="2667126363" data-published-at="1706644887" data-use-pagination="False"> Un’altra prova contro il lockdown: i morti avevano almeno 4 malattie Quando finalmente si metterà al lavoro, la commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia dovrebbe anche rivedere le mortalità per Covid nel 2020. I dati a riguardo forniti dall’Istat erano piuttosto freddi, segnalavano 746.324 decessi complessivi, 78.673 dei quali (56% maschi, 44% donne) per il virus di Wuhan nei suoi primi dodici mesi di spargimento di terrore e di lutti. Nel report di maggio dello scorso anno, si affermava che il Covid-19 era stato «responsabile del 73% dell’incremento dei decessi nel 2020» e che le morti per Covid-19 avevano rappresentato il 10,5% delle morti. La narrazione, ancora una volta, era più d’effetto che di sostanza, perché venivano omessi riferimenti importanti, quali le fasce di età dei deceduti e l’eventuale compresenza di patologie che potevano essere risultate fatali per i pazienti. Ci ha pensato l’esperto di statistica Eugenio Florean, già interpellato dalla Verità, a dare un quadro diverso dei decessi in quel periodo. Infatti, ha elaborato i file messi a disposizione dall’Istat, che pubblica solo sintesi parziali, ed è risultato che il 62% dei morti Covid soffriva di almeno 5 patologie. Per l’esattezza, 16.301 (20,72) di coloro che non riuscirono a sopravvivere avevano 5 patologie, ben 33.427 (42,49%) ne avevano 6. Comunque perdite gravi. Sane o malate che fossero, le persone travolte dalla pandemia hanno rappresentato una catastrofe della prevenzione e della gestione dell’emergenza sanitaria. Però, ignorare le comorbidità di cui soffrivano al momento del contagio falsa la lettura di dati importanti. Perché se invece di chiudere in casa tutti e obbligare i sani a fare più dosi, togliendo diritti e libertà a quanti rifiutavano gli inoculi, si fosse concentrata su anziani e fragili la campagna vaccinale che partì a dicembre 2020, forse i decessi non sarebbero stati alti anche nell’anno successivo. Nel 2021, invece, il totale dei morti Covid era stato di 63.927, malgrado milioni di somministrazioni, e il 70% dei decessi riguardava persone con 5 patologie. Come mai? Qualche numero, per comprendere quello che accadde nel 2020. In fascia 40-44 anni, i morti quell’anno furono 199, dei quali 74 (37,2%) avevano 4 patologie, 125 (62,8%) almeno 5 malattie. Tra gli appena più giovani (35-39 anni), si registrarono 85 decessi, dei quali 27 (31,8%) in persone con 4 patologie, e 58 (68,2%) in pazienti che dove erano presenti almeno 5 disturbi concomitanti. In fascia 25-29 anni, morirono per Covid 25 persone, di cui 11 (44%) avevano 4 patologie, e 14 (56%) almeno 5. Al di sotto di questa soglia, tra 15 e 19 anni i morti Covid furono 4, e nelle fasce ancora più giovani (1-9) si ebbero (per fortuna) solo 2 decessi. Ben diversa risultò la situazione degli over 80, dove tra i 15.926 ottuagenari in fascia 80-84 che morirono, 5.762 (36,2%) avevano 4 malattie, 10.164 (63,8%) erano già sofferenti per almeno 5 problemi seri di salute. In fascia 85-89 anni le perdite furono le più alte del 2020 (16.747) ed elevato il numero dei grandi anziani con almeno 5 patologie, non sopravvissuti al virus: 10.392 (62,1%). Soffrivano di 4 malattie concomitanti in 6.355 (37,9%). Tra gli over 95 deceduti per Covid (4.890), avevano 4 comorbidità 2.304 persone (47,1%) e 2.586 almeno 5 (52,9%). Erano i veri fragili a cui dovevano essere indirizzate le dosi di vaccino, che intanto l’Unione europea contrattava a caro prezzo con colossi farmaceutici come Pfizer. La copertura di queste fasce di popolazione doveva essere l’obiettivo prioritario nel 2021. Sempre che tra dosi e richiami così ripetuti, poi non si siano abbassate ancor più difese immunitarie compromesse, o che l’integrazione del Dna nei vaccini a mRna non abbia avuto un impatto sugli oncogeni, come hanno affermato alcuni autorevoli studi. E non bisogna dimenticare l’altissimo numero di morti per tumori. Il report dell’Istat riferiva che i 5.273 decessi dovuti al Covid tra coloro che avevano 50-64 anni, rappresenta «una frequenza seconda solo ai casi di tumore», che nel 2020 raggiunsero il numero di 26.250 in quella fascia di età. Complessivamente morirono di cancro 177.858 persone, 227.350 per malattie del sistema circolatorio. Attendiamo di conoscere tutti i dati per fascia di età del 2021, così da avere il quadro reale della mortalità Covid anche nell’anno della colossale campagna vaccinale.
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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