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2024-01-31
«L’Oms ha il trucco per imporci i suoi diktat»
Nel riquadro Il primario del Regina Elena, Roy De Vita (Imagoeconomica)
Roy De Vita, primario della divisione di Chirurgia plastica dell’Istituto dei tumori di Roma Regina Elena, è da tempo una delle voci più limpide del mondo medico italiano. Nei video che pubblica online non trascura mai di dire ciò che pensa, e non si tira indietro rispetto al «pandemicamente corretto». Negli ultimi giorni ha avuto molto da commentare: le bozze del nuovo piano pandemico, il Trattato pandemico dell’Oms, persino la riedizione del libro di Roberto Speranza... E in ogni occasione, non si è risparmiato. Lo ha fatto anche ieri sera, intervenendo su questi temi nel corso di 1984, il talk show in onda su Byoblu.
Partiamo dal libro di Speranza, a cui ha dedicato un video molto apprezzato online. Che cosa ha pensato quando ha rivisto quel volume con gli stessi contenuti del 2020?
«Sono rimasto basito, perché io quel libro l’avevo letto e a suo tempo mi aveva molto irritato, perché è più un manifesto politico che non il racconto della pandemia. Lo dimostra il fatto, per esempio, che non c’è una parola, dico una, su Bergamo. Mi chiedo come si possa pensare di fare un racconto della pandemia in Italia e dimenticarsi di Bergamo, che è l’inizio di tutto per noi. A ciò si aggiungono toni certe volte addirittura epici, autocelebrativi: una cosa davvero imbarazzante. Per cui avevo pensato già allora che sarebbe stato tanto di guadagnato se quel libro non fosse mai uscito».
Invece…
«Invece lui in maniera incredibile non solo lo fa uscire, ma ci aggiunge anche parti nuove, tipo due parole sul vaccino. Con tutto quello che nel tempo abbiamo cominciato a sapere, anche perché dichiarato direttamente dalla Pfizer, devo dire che oggi se fossi in lui sul vaccino starei in silenzio. Ma Speranza ci ha fatto un capitolo del libro: è un pazzo scatenato secondo me».
Sembra però che qualcuno ancora segua il suo esempio, almeno a giudicare da quanto si è visto nelle bozze del nuovo piano pandemico.
«Io credo che sia stato scritto da chi c’era allora e che c’è anche adesso, sinceramente. Quindi ne faccio più un peccato di omissione, anche perché, appunto, era solo una bozza».
Resta però un tema importante. Perché dà l’idea che ci sia una sorta di macchina della sanità che procede tetragona, che si tratti del piano pandemico italiano o del trattato dell’Oms.
«Sì, purtroppo sì. Quando si osserva che nulla cambia, e si vedono situazioni che obiettivamente suggerirebbero di fare degli approfondimenti, si resta anche un po’ amareggiati. Devo dire che la Lega e il senatore Claudio Borghi si stanno dando da fare tantissimo. Sull’Oms hanno tirato fuori giustamente una serie di rilievi importanti».
Sulla condizione dell’Oms di rilievi se ne possono fare a non finire...
«Un tempo ci si rivolgeva all’Oms con una certa fiducia. Adesso sono tante le cose malfatte da questa organizzazione e in particolare dal signore che la dirige, Tedros. È un signore evidentemente inadeguato al ruolo, o forse è adeguato per chi lo vuole manovrare. L’Oms si dimostra essere una società praticamente privata, che niente ha a che vedere in realtà con la sanità e che sta facendo delle cose strane».
Tipo?
«Mentre elabora il Trattato pandemico cambia anche il Regolamento sanitario internazionale. Come sicuramente sapete, l’approvazione del Trattato richiede i due terzi dei votanti, mentre il Regolamento si approva con la maggioranza semplice, quindi è evidentemente un modo per aggirare l’ostacolo. Tutte cose che non sono belle né da vedere né da leggere né da sentire».
Personalmente ritengo che se i politici intervenissero con più decisione e frequenza qualcosina cambierebbe. Lo dimostra la storia del piano pandemico: se un giornale ne parla, se intervengono i parlamentari e poi il ministro, allora forse qualcosa si muove. Purtroppo sono veramente pochissimi ad alzare la voce.
«È vero. Ma sono ancora fiducioso. Accennavo prima alla proposta della Lega, che ha chiesto di utilizzare i soldi che diamo all’Oms - assolutamente inutili - per riversarli sulla sanità e fare in modo di migliorare i nostri servizi. Non sarebbe affatto male, devo dire. Adesso noi siamo un piccolo Paese, però c’è stato un momento in cui Donald Trump, quando era presidente, minacciò di sottrarre il finanziamento all’Oms, che avrebbe chiuso senza i soldi degli Stati Uniti. Se facessero tutti così...».
Beh, di sicuro si limiterebbe l’influenza di Bill Gates e delle sue teorie sulle pandemie del futuro.
«Bill Gates è il primo finanziatore privato dell’Oms, ed è il secondo in assoluto: prima di lui, in termini di danaro ci sono soltanto gli Stati Uniti. Non c’è dubbio che abbia un peso eccessivo all’interno dell’Oms».
Un’altra prova contro il lockdown: i morti avevano almeno 4 malattie
Quando finalmente si metterà al lavoro, la commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia dovrebbe anche rivedere le mortalità per Covid nel 2020. I dati a riguardo forniti dall’Istat erano piuttosto freddi, segnalavano 746.324 decessi complessivi, 78.673 dei quali (56% maschi, 44% donne) per il virus di Wuhan nei suoi primi dodici mesi di spargimento di terrore e di lutti.
Nel report di maggio dello scorso anno, si affermava che il Covid-19 era stato «responsabile del 73% dell’incremento dei decessi nel 2020» e che le morti per Covid-19 avevano rappresentato il 10,5% delle morti. La narrazione, ancora una volta, era più d’effetto che di sostanza, perché venivano omessi riferimenti importanti, quali le fasce di età dei deceduti e l’eventuale compresenza di patologie che potevano essere risultate fatali per i pazienti.
Ci ha pensato l’esperto di statistica Eugenio Florean, già interpellato dalla Verità, a dare un quadro diverso dei decessi in quel periodo. Infatti, ha elaborato i file messi a disposizione dall’Istat, che pubblica solo sintesi parziali, ed è risultato che il 62% dei morti Covid soffriva di almeno 5 patologie. Per l’esattezza, 16.301 (20,72) di coloro che non riuscirono a sopravvivere avevano 5 patologie, ben 33.427 (42,49%) ne avevano 6.
Comunque perdite gravi. Sane o malate che fossero, le persone travolte dalla pandemia hanno rappresentato una catastrofe della prevenzione e della gestione dell’emergenza sanitaria. Però, ignorare le comorbidità di cui soffrivano al momento del contagio falsa la lettura di dati importanti. Perché se invece di chiudere in casa tutti e obbligare i sani a fare più dosi, togliendo diritti e libertà a quanti rifiutavano gli inoculi, si fosse concentrata su anziani e fragili la campagna vaccinale che partì a dicembre 2020, forse i decessi non sarebbero stati alti anche nell’anno successivo. Nel 2021, invece, il totale dei morti Covid era stato di 63.927, malgrado milioni di somministrazioni, e il 70% dei decessi riguardava persone con 5 patologie. Come mai?
Qualche numero, per comprendere quello che accadde nel 2020. In fascia 40-44 anni, i morti quell’anno furono 199, dei quali 74 (37,2%) avevano 4 patologie, 125 (62,8%) almeno 5 malattie. Tra gli appena più giovani (35-39 anni), si registrarono 85 decessi, dei quali 27 (31,8%) in persone con 4 patologie, e 58 (68,2%) in pazienti che dove erano presenti almeno 5 disturbi concomitanti.
In fascia 25-29 anni, morirono per Covid 25 persone, di cui 11 (44%) avevano 4 patologie, e 14 (56%) almeno 5. Al di sotto di questa soglia, tra 15 e 19 anni i morti Covid furono 4, e nelle fasce ancora più giovani (1-9) si ebbero (per fortuna) solo 2 decessi. Ben diversa risultò la situazione degli over 80, dove tra i 15.926 ottuagenari in fascia 80-84 che morirono, 5.762 (36,2%) avevano 4 malattie, 10.164 (63,8%) erano già sofferenti per almeno 5 problemi seri di salute.
In fascia 85-89 anni le perdite furono le più alte del 2020 (16.747) ed elevato il numero dei grandi anziani con almeno 5 patologie, non sopravvissuti al virus: 10.392 (62,1%). Soffrivano di 4 malattie concomitanti in 6.355 (37,9%). Tra gli over 95 deceduti per Covid (4.890), avevano 4 comorbidità 2.304 persone (47,1%) e 2.586 almeno 5 (52,9%).
Erano i veri fragili a cui dovevano essere indirizzate le dosi di vaccino, che intanto l’Unione europea contrattava a caro prezzo con colossi farmaceutici come Pfizer. La copertura di queste fasce di popolazione doveva essere l’obiettivo prioritario nel 2021. Sempre che tra dosi e richiami così ripetuti, poi non si siano abbassate ancor più difese immunitarie compromesse, o che l’integrazione del Dna nei vaccini a mRna non abbia avuto un impatto sugli oncogeni, come hanno affermato alcuni autorevoli studi.
E non bisogna dimenticare l’altissimo numero di morti per tumori. Il report dell’Istat riferiva che i 5.273 decessi dovuti al Covid tra coloro che avevano 50-64 anni, rappresenta «una frequenza seconda solo ai casi di tumore», che nel 2020 raggiunsero il numero di 26.250 in quella fascia di età. Complessivamente morirono di cancro 177.858 persone, 227.350 per malattie del sistema circolatorio. Attendiamo di conoscere tutti i dati per fascia di età del 2021, così da avere il quadro reale della mortalità Covid anche nell’anno della colossale campagna vaccinale.
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Il primario al Regina Elena Roy De Vita: «L’agenzia sta inserendo le stesse norme del Trattato pandemico nel nuovo Regolamento sanitario, che può essere approvato a maggioranza semplice dei Paesi membri. Perciò la Lega ha ragione: bisogna tagliarle i finanziamenti».Rinchiudere tutti e obbligare i sani alle iniezioni fu inutile: a rischiare erano i fragili.Lo speciale contiene due articoli.Roy De Vita, primario della divisione di Chirurgia plastica dell’Istituto dei tumori di Roma Regina Elena, è da tempo una delle voci più limpide del mondo medico italiano. Nei video che pubblica online non trascura mai di dire ciò che pensa, e non si tira indietro rispetto al «pandemicamente corretto». Negli ultimi giorni ha avuto molto da commentare: le bozze del nuovo piano pandemico, il Trattato pandemico dell’Oms, persino la riedizione del libro di Roberto Speranza... E in ogni occasione, non si è risparmiato. Lo ha fatto anche ieri sera, intervenendo su questi temi nel corso di 1984, il talk show in onda su Byoblu. Partiamo dal libro di Speranza, a cui ha dedicato un video molto apprezzato online. Che cosa ha pensato quando ha rivisto quel volume con gli stessi contenuti del 2020?«Sono rimasto basito, perché io quel libro l’avevo letto e a suo tempo mi aveva molto irritato, perché è più un manifesto politico che non il racconto della pandemia. Lo dimostra il fatto, per esempio, che non c’è una parola, dico una, su Bergamo. Mi chiedo come si possa pensare di fare un racconto della pandemia in Italia e dimenticarsi di Bergamo, che è l’inizio di tutto per noi. A ciò si aggiungono toni certe volte addirittura epici, autocelebrativi: una cosa davvero imbarazzante. Per cui avevo pensato già allora che sarebbe stato tanto di guadagnato se quel libro non fosse mai uscito».Invece…«Invece lui in maniera incredibile non solo lo fa uscire, ma ci aggiunge anche parti nuove, tipo due parole sul vaccino. Con tutto quello che nel tempo abbiamo cominciato a sapere, anche perché dichiarato direttamente dalla Pfizer, devo dire che oggi se fossi in lui sul vaccino starei in silenzio. Ma Speranza ci ha fatto un capitolo del libro: è un pazzo scatenato secondo me».Sembra però che qualcuno ancora segua il suo esempio, almeno a giudicare da quanto si è visto nelle bozze del nuovo piano pandemico. «Io credo che sia stato scritto da chi c’era allora e che c’è anche adesso, sinceramente. Quindi ne faccio più un peccato di omissione, anche perché, appunto, era solo una bozza».Resta però un tema importante. Perché dà l’idea che ci sia una sorta di macchina della sanità che procede tetragona, che si tratti del piano pandemico italiano o del trattato dell’Oms. «Sì, purtroppo sì. Quando si osserva che nulla cambia, e si vedono situazioni che obiettivamente suggerirebbero di fare degli approfondimenti, si resta anche un po’ amareggiati. Devo dire che la Lega e il senatore Claudio Borghi si stanno dando da fare tantissimo. Sull’Oms hanno tirato fuori giustamente una serie di rilievi importanti». Sulla condizione dell’Oms di rilievi se ne possono fare a non finire... «Un tempo ci si rivolgeva all’Oms con una certa fiducia. Adesso sono tante le cose malfatte da questa organizzazione e in particolare dal signore che la dirige, Tedros. È un signore evidentemente inadeguato al ruolo, o forse è adeguato per chi lo vuole manovrare. L’Oms si dimostra essere una società praticamente privata, che niente ha a che vedere in realtà con la sanità e che sta facendo delle cose strane». Tipo?«Mentre elabora il Trattato pandemico cambia anche il Regolamento sanitario internazionale. Come sicuramente sapete, l’approvazione del Trattato richiede i due terzi dei votanti, mentre il Regolamento si approva con la maggioranza semplice, quindi è evidentemente un modo per aggirare l’ostacolo. Tutte cose che non sono belle né da vedere né da leggere né da sentire».Personalmente ritengo che se i politici intervenissero con più decisione e frequenza qualcosina cambierebbe. Lo dimostra la storia del piano pandemico: se un giornale ne parla, se intervengono i parlamentari e poi il ministro, allora forse qualcosa si muove. Purtroppo sono veramente pochissimi ad alzare la voce.«È vero. Ma sono ancora fiducioso. Accennavo prima alla proposta della Lega, che ha chiesto di utilizzare i soldi che diamo all’Oms - assolutamente inutili - per riversarli sulla sanità e fare in modo di migliorare i nostri servizi. Non sarebbe affatto male, devo dire. Adesso noi siamo un piccolo Paese, però c’è stato un momento in cui Donald Trump, quando era presidente, minacciò di sottrarre il finanziamento all’Oms, che avrebbe chiuso senza i soldi degli Stati Uniti. Se facessero tutti così...». Beh, di sicuro si limiterebbe l’influenza di Bill Gates e delle sue teorie sulle pandemie del futuro. «Bill Gates è il primo finanziatore privato dell’Oms, ed è il secondo in assoluto: prima di lui, in termini di danaro ci sono soltanto gli Stati Uniti. Non c’è dubbio che abbia un peso eccessivo all’interno dell’Oms».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oms-trucco-imporci-suoi-diktat-2667126363.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="unaltra-prova-contro-il-lockdown-i-morti-avevano-almeno-4-malattie" data-post-id="2667126363" data-published-at="1706644887" data-use-pagination="False"> Un’altra prova contro il lockdown: i morti avevano almeno 4 malattie Quando finalmente si metterà al lavoro, la commissione parlamentare d’inchiesta sulla pandemia dovrebbe anche rivedere le mortalità per Covid nel 2020. I dati a riguardo forniti dall’Istat erano piuttosto freddi, segnalavano 746.324 decessi complessivi, 78.673 dei quali (56% maschi, 44% donne) per il virus di Wuhan nei suoi primi dodici mesi di spargimento di terrore e di lutti. Nel report di maggio dello scorso anno, si affermava che il Covid-19 era stato «responsabile del 73% dell’incremento dei decessi nel 2020» e che le morti per Covid-19 avevano rappresentato il 10,5% delle morti. La narrazione, ancora una volta, era più d’effetto che di sostanza, perché venivano omessi riferimenti importanti, quali le fasce di età dei deceduti e l’eventuale compresenza di patologie che potevano essere risultate fatali per i pazienti. Ci ha pensato l’esperto di statistica Eugenio Florean, già interpellato dalla Verità, a dare un quadro diverso dei decessi in quel periodo. Infatti, ha elaborato i file messi a disposizione dall’Istat, che pubblica solo sintesi parziali, ed è risultato che il 62% dei morti Covid soffriva di almeno 5 patologie. Per l’esattezza, 16.301 (20,72) di coloro che non riuscirono a sopravvivere avevano 5 patologie, ben 33.427 (42,49%) ne avevano 6. Comunque perdite gravi. Sane o malate che fossero, le persone travolte dalla pandemia hanno rappresentato una catastrofe della prevenzione e della gestione dell’emergenza sanitaria. Però, ignorare le comorbidità di cui soffrivano al momento del contagio falsa la lettura di dati importanti. Perché se invece di chiudere in casa tutti e obbligare i sani a fare più dosi, togliendo diritti e libertà a quanti rifiutavano gli inoculi, si fosse concentrata su anziani e fragili la campagna vaccinale che partì a dicembre 2020, forse i decessi non sarebbero stati alti anche nell’anno successivo. Nel 2021, invece, il totale dei morti Covid era stato di 63.927, malgrado milioni di somministrazioni, e il 70% dei decessi riguardava persone con 5 patologie. Come mai? Qualche numero, per comprendere quello che accadde nel 2020. In fascia 40-44 anni, i morti quell’anno furono 199, dei quali 74 (37,2%) avevano 4 patologie, 125 (62,8%) almeno 5 malattie. Tra gli appena più giovani (35-39 anni), si registrarono 85 decessi, dei quali 27 (31,8%) in persone con 4 patologie, e 58 (68,2%) in pazienti che dove erano presenti almeno 5 disturbi concomitanti. In fascia 25-29 anni, morirono per Covid 25 persone, di cui 11 (44%) avevano 4 patologie, e 14 (56%) almeno 5. Al di sotto di questa soglia, tra 15 e 19 anni i morti Covid furono 4, e nelle fasce ancora più giovani (1-9) si ebbero (per fortuna) solo 2 decessi. Ben diversa risultò la situazione degli over 80, dove tra i 15.926 ottuagenari in fascia 80-84 che morirono, 5.762 (36,2%) avevano 4 malattie, 10.164 (63,8%) erano già sofferenti per almeno 5 problemi seri di salute. In fascia 85-89 anni le perdite furono le più alte del 2020 (16.747) ed elevato il numero dei grandi anziani con almeno 5 patologie, non sopravvissuti al virus: 10.392 (62,1%). Soffrivano di 4 malattie concomitanti in 6.355 (37,9%). Tra gli over 95 deceduti per Covid (4.890), avevano 4 comorbidità 2.304 persone (47,1%) e 2.586 almeno 5 (52,9%). Erano i veri fragili a cui dovevano essere indirizzate le dosi di vaccino, che intanto l’Unione europea contrattava a caro prezzo con colossi farmaceutici come Pfizer. La copertura di queste fasce di popolazione doveva essere l’obiettivo prioritario nel 2021. Sempre che tra dosi e richiami così ripetuti, poi non si siano abbassate ancor più difese immunitarie compromesse, o che l’integrazione del Dna nei vaccini a mRna non abbia avuto un impatto sugli oncogeni, come hanno affermato alcuni autorevoli studi. E non bisogna dimenticare l’altissimo numero di morti per tumori. Il report dell’Istat riferiva che i 5.273 decessi dovuti al Covid tra coloro che avevano 50-64 anni, rappresenta «una frequenza seconda solo ai casi di tumore», che nel 2020 raggiunsero il numero di 26.250 in quella fascia di età. Complessivamente morirono di cancro 177.858 persone, 227.350 per malattie del sistema circolatorio. Attendiamo di conoscere tutti i dati per fascia di età del 2021, così da avere il quadro reale della mortalità Covid anche nell’anno della colossale campagna vaccinale.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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