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2025-01-26
Per tenerci nel carrozzone dell’Oms esaltano pure le sviolinate alla Cina
La senatrice a vita Elena Cattaneo è una grande scienziata. Ma ha talento anche come storica revisionista.
Intervistata ieri dalla Stampa a proposito della decisione di Donald Trump di abbandonare l’Oms, che la Lega vorrebbe replicare in Italia, la farmacologa ha celebrato il contributo dell’Organizzazione alla gestione del Covid: «Ha permesso la condivisione di dati e risultati senza i quali vaccini e campagne vaccinali sarebbero arrivati più tardi, con conseguenze enormi». Di più: la sua «dimensione mondiale […] ha permesso ai governi di ciascun Paese di attuare misure di protezione che, sebbene criticate per la loro durezza, hanno aiutato a contenere il numero delle vittime». La Cattaneo non ha avuto il Nobel per la medicina, ma merita quello per la letteratura. Sezione fantasy.
L’Oms, all’inizio della pandemia, assicurò a tal punto la condivisione di dati che non riuscì ad accedere a quelli cinesi. Almeno fino a quando, a fine gennaio 2020, il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, andò in visita da Xi Jinping col cappello in mano. Intanto, aveva comprato a scatola chiusa le informazioni filtrate e manipolate da Pechino. Così, prima di dichiarare la pandemia, aspettò i comodi del regime, esitando fino all’11 marzo 2020. Un ritardo che aveva suscitato subito perplessità e discussioni. Quelli erano in giorni in cui l’Italia, dopo aver cincischiato per settimana tra l’inutile blocco dei voli e i piani pandemici tenuti nel cassetto, inaugurava il più draconiano lockdown d’Occidente. Senza contenere morti e contagi; anzi, preparando il terreno per dei postumi tremendi. Nella China connection che avrebbe importato il modello Wuhan nell’Ovest, la mediazione di Giuseppe Conte e Roberto Speranza, pionieri delle chiusure, fu fondamentale. A febbraio 2020, i cervelloni dell’Oms si lamentavano: «La gran parte della comunità globale non è ancora pronta, mentalmente e materialmente», alle serrate totali. Furono i giallorossi a dare la stura.
Anziché bacchettare il Dragone per le reticenze, il funzionario etiope alla guida dell’agenzia Onu ringraziò la Cina: «Sta definendo un nuovo standard per la risposta alle epidemie», proclamò, avendo organizzato - febbraio 2020 - una spedizione sui luoghi dei focolai. Alla sua testa c’era il canadese Bruce Aylward: costui, circa un mese più tardi, si sarebbe fatto notare per una videointervista durante la quale simulò problemi di collegamento Internet, pur di non rispondere a una domanda sull’ammissione di Taiwan nell’Oms, che avrebbe irritato Xi.
L’operazione per sdoganare i lockdown nacque da quel viaggio in Oriente. Le autorità, ovviamente, mostrarono soltanto ciò che volevano fosse visto. Ma l’Oms trangugiò volentieri il bibitone. Della delegazione faceva parte Clifford Lane, vicedirettore di una branca dei National institutes of health, l’Iss americano di cui era stato dominus Anthony Fauci. Lane suggerì immantinente di «imitare la Cina», che nel report del team fu applaudita per aver «allestito forse il più ambizioso, agile e aggressivo sforzo di contenimento di una malattia nella storia», oltre che per la «notevole rapidità con cui gli scienziati cinesi e gli esperti di salute pubblica hanno isolato il virus, individuato strumenti diagnostici e stabilito i parametri di trasmissione essenziali». Non una parola su censure e omertà, che costarono care al mondo. Men che meno sulla persecuzione del povero Li Wenliang, oculista di Wuhan che denunciò la comparsa di polmoniti misteriose, ma fu ammonito dalla polizia per aver diffuso «commenti falsi su internet» e costretto a scrivere una lettera di scuse. Li si ammalò il 10 gennaio 2020, cadde in depressione e il 7 febbraio morì. Chissà se la senatrice Cattaneo sarebbe d’accordo nel definire anche quello del Dragone un deprecabile «nazionalismo scientifico», destinato a infrangersi «contro il muro dell’ignoranza e della superstizione», oppure se i toni lovecraftiani sono riservati a Cthulhu-Trump.
Per inciso: gli elogi al lockdown, nel giro di due anni, si sono trasformati in una reprimenda dalla politica Covid zero ai tempi della variante Omicron. Lo stesso Tedros Adhanom, alla fine, è arrivato a considerarla «insostenibile», mentre il direttore esecutivo del programma di emergenze sanitarie dell’Oms, Michael Ryan, all’improvviso si preoccupava del «rispetto delle persone e dei diritti umani».
Ma la Cattaneo avrà letto l’ordine esecutivo di Trump? Secondo lei, «i promotori dell’Oms-exit» non hanno idea di come «sopperire alle funzioni proprio dell’organizzazione», né di dove recuperare «i dati globali su cui fondare le azioni necessarie a fronteggiare le emergenze sanitarie». Il presidente Usa, naturalmente, non ha lasciato tutto al caso. Il suo decreto affida al consigliere per la Sicurezza nazionale il compito di individuare «meccanismi di coordinamento» idonei a «salvaguardare la salute pubblica e a rafforzare la biosicurezza», ordinando di «identificare partner statunitensi e internazionali credibili e trasparenti per assumere le attività necessarie precedentemente intraprese» dall’Oms. Si vede che, a Washington, ritengono che collaborare sia possibile pur chiamandosi fuori da una struttura burocratica condizionata da una dittatura comunista e da un miliardario di Seattle. Già: la fondazione di Bill Gates, senza i soldi degli Usa, diventerà praticamente il principale finanziatore dell’agenzia.
Forse, come pensa Antonio Tajani, il carrozzone si può riformare dall’interno? Basta constatare in cosa si sono risolti gli unici tentativi di riforma, ossia il Trattato pandemico e il nuovo Regolamento sanitario internazionale: in due blitz per sottrarre agli Stati preziosi spazi di autodeterminazione, ovvero di vigilanza democratica. È stato impossibile persino sostituire Tedros, alla faccia dei discutibili trascorsi da direttore generale: a maggio 2022, l’ex ministro di Asmara è stato riconfermato nel suo incarico, senza che alcun Paese membro dell’Oms, Italia compresa, presentasse un candidato alternativo.
Questo, senatrice Cattaneo, come lo vogliamo chiamare? «Paraculismo scientifico» rende l’idea?
«Se usciamo, paghiamo noi la sede di Venezia»
La scelta della Lega di uscire dall’Organizzazione mondiale della sanità, sulla scia di quanto deciso da Donald Trump, sembra non trovare unito il centrodestra. L’annuncio del senatore Claudio Borghi e del deputato Alberto Bagnai di aver depositato il ddl per l’abrogazione del decreto legislativo del 1947, che lega l’Italia all’Oms dietro pagamento di un contributo di circa 100 milioni di euro, provoca perplessità e critiche.
«Non è la nostra posizione», ha tenuto a sottolineare il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, di Forza Italia. «Forse, in un mondo globale, un’istituzione simile è indispensabile», ha commentato su Affaritaliani.it Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d’Italia. Però ha sottolineato: «L’Oms con il Covid ha perso molta della sua autorevolezza e credibilità e questo non è certo positivo per la tutela della salute dei cittadini del mondo. Andrebbe riformata in profondità». Secondo Repubblica, nella Liga veneta ci sarebbero malumori: «Nella nostra Regione c’è l’unica sede europea in Italia dell’Oms». In base ad accordi sottoscritti nel 2020, l’Ufficio per gli investimenti per la salute e lo sviluppo dell’Oms occupa il primo piano dell’Ospedale civile, nel sestiere Castello a Venezia. Il canone annuo è di 68.000 euro. «Noi paghiamo 100 milioni di euro, loro ce ne ridanno 68.000, non è un grande affare», se la ride Claudio Borghi. «Facciamo un accordo: se usciamo, al Veneto daremo il doppio per una sede dell’Italia libera dall’Oms», aggiunge il senatore. «Ma poi figuriamoci se in ogni caso lasciano Venezia, sono abituati troppo bene. Dove dovrebbero andare, a Mombasa?». Per nulla preoccupato dei malumori interni al suo partito («Prima di prendere questa posizione ho parlato con il responsabile del dipartimento Salute della Lega, che ha sentito tutti. C’è l’assenso completo, poi qualcuno la penserà diversamente, anch’io non ero d’accordo di entrare nel governo Draghi ma pazienza»), Borghi non vuole entrare in merito a un disappunto di Luca Zaia per l’uscita dall’Oms con sede a Venezia: «Non sono posizioni nazionali».
Per l’onorevole Bagnai, «la storia dei malumori interni è montata ad arte e, comunque, non tiene logicamente: è del tutto improbabile che una burocrazia abituata a trattarsi bene come quella dell’Oms rinunci a una sede in un luogo meraviglioso come Venezia, mentre è molto probabile che i contribuenti veneti siano più che felici di non doverla pagare loro». Borghi non si sorprende nemmeno del commento del forzista Tajani: «Un secondo dopo che un americano gli avrà spiegato che se ne escono davvero dall’organizzazione, dovrà pensarci bene. Un atlantista come lui non lo può esserlo a giorni alterni». Il senatore sa che le reazioni erano scontate: «Come sempre, quando si vanno a toccare punti nevralgici, il sistema d’attacco prevede di andare a cercare qualcuno del centrodestra contrario, per motivi suoi, a lasciare l’Oms, così da mostrare che siamo divisi. Poi arriveranno le interviste a qualche medico che dice che, grazie all’Oms, milioni di bambini si sono salvati, quindi siamo dei pazzi a fare morire le creature. Dopodiché, vedremo se sarà possibile invitare in Italia Kennedy (Robert F. Kennedy Jr, scelto da Trump a capo del dipartimento della Salute, ndr) per spiegare che non saremo affatto isolati. Ci allineiamo con le posizioni degli Stati Uniti, non degli etiopi».
L’economista e deputato della Lega afferma di comprendere «tutte le posizioni, comprendo meno che ci si dimentichi di quando l’Oms, per coprire la Cina, attaccò il nostro Paese accusandolo di essere “uno dei principali esportatori del virus”. Non è nemmeno un fatto di atlantismo: è un minimo sindacale di amor di patria quello che suggerisce di distanziarsi da un’organizzazione che ha scaricato su di noi la responsabilità delle proprie inefficienze», precisa Bagnai.
Quanto ai timori di impoverimento scientifico, Borghi è certo: «La ricerca non si ferma senza Oms. Tolte le velleità di dominio dell’organizzazione, rimangono gli stipendi clamorosi di questi funzionari, le sedi strepitose in tutto il mondo e un sistema da pandoro Ferragni al cubo. Con le persone che credono che si facciano cose utili, ma in realtà le stanno facendo per chi è nell’organizzazione». Solo nel 2020, la Regione del Veneto versò all’Oms 300.000 euro per la «copertura dei costi relativi al personale impiegato nell’Ufficio di Venezia», come riporta il Bollettino ufficiale della Regione.
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La senatrice a vita Cattaneo deplora l’addio degli Usa all’Agenzia, che sarebbe indispensabile per condividere dati cruciali. Nel 2020, però, fallì su tutto. Ed è falso che Trump voglia interrompere ogni forma di cooperazione.Centrodestra diviso sull’uscita dall'Oms. Bagnai (Lega): «Tajani perplesso? Seguiamo Washington, lui è atlantista...»Lo speciale contiene due articoli.La senatrice a vita Elena Cattaneo è una grande scienziata. Ma ha talento anche come storica revisionista.Intervistata ieri dalla Stampa a proposito della decisione di Donald Trump di abbandonare l’Oms, che la Lega vorrebbe replicare in Italia, la farmacologa ha celebrato il contributo dell’Organizzazione alla gestione del Covid: «Ha permesso la condivisione di dati e risultati senza i quali vaccini e campagne vaccinali sarebbero arrivati più tardi, con conseguenze enormi». Di più: la sua «dimensione mondiale […] ha permesso ai governi di ciascun Paese di attuare misure di protezione che, sebbene criticate per la loro durezza, hanno aiutato a contenere il numero delle vittime». La Cattaneo non ha avuto il Nobel per la medicina, ma merita quello per la letteratura. Sezione fantasy.L’Oms, all’inizio della pandemia, assicurò a tal punto la condivisione di dati che non riuscì ad accedere a quelli cinesi. Almeno fino a quando, a fine gennaio 2020, il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, andò in visita da Xi Jinping col cappello in mano. Intanto, aveva comprato a scatola chiusa le informazioni filtrate e manipolate da Pechino. Così, prima di dichiarare la pandemia, aspettò i comodi del regime, esitando fino all’11 marzo 2020. Un ritardo che aveva suscitato subito perplessità e discussioni. Quelli erano in giorni in cui l’Italia, dopo aver cincischiato per settimana tra l’inutile blocco dei voli e i piani pandemici tenuti nel cassetto, inaugurava il più draconiano lockdown d’Occidente. Senza contenere morti e contagi; anzi, preparando il terreno per dei postumi tremendi. Nella China connection che avrebbe importato il modello Wuhan nell’Ovest, la mediazione di Giuseppe Conte e Roberto Speranza, pionieri delle chiusure, fu fondamentale. A febbraio 2020, i cervelloni dell’Oms si lamentavano: «La gran parte della comunità globale non è ancora pronta, mentalmente e materialmente», alle serrate totali. Furono i giallorossi a dare la stura.Anziché bacchettare il Dragone per le reticenze, il funzionario etiope alla guida dell’agenzia Onu ringraziò la Cina: «Sta definendo un nuovo standard per la risposta alle epidemie», proclamò, avendo organizzato - febbraio 2020 - una spedizione sui luoghi dei focolai. Alla sua testa c’era il canadese Bruce Aylward: costui, circa un mese più tardi, si sarebbe fatto notare per una videointervista durante la quale simulò problemi di collegamento Internet, pur di non rispondere a una domanda sull’ammissione di Taiwan nell’Oms, che avrebbe irritato Xi.L’operazione per sdoganare i lockdown nacque da quel viaggio in Oriente. Le autorità, ovviamente, mostrarono soltanto ciò che volevano fosse visto. Ma l’Oms trangugiò volentieri il bibitone. Della delegazione faceva parte Clifford Lane, vicedirettore di una branca dei National institutes of health, l’Iss americano di cui era stato dominus Anthony Fauci. Lane suggerì immantinente di «imitare la Cina», che nel report del team fu applaudita per aver «allestito forse il più ambizioso, agile e aggressivo sforzo di contenimento di una malattia nella storia», oltre che per la «notevole rapidità con cui gli scienziati cinesi e gli esperti di salute pubblica hanno isolato il virus, individuato strumenti diagnostici e stabilito i parametri di trasmissione essenziali». Non una parola su censure e omertà, che costarono care al mondo. Men che meno sulla persecuzione del povero Li Wenliang, oculista di Wuhan che denunciò la comparsa di polmoniti misteriose, ma fu ammonito dalla polizia per aver diffuso «commenti falsi su internet» e costretto a scrivere una lettera di scuse. Li si ammalò il 10 gennaio 2020, cadde in depressione e il 7 febbraio morì. Chissà se la senatrice Cattaneo sarebbe d’accordo nel definire anche quello del Dragone un deprecabile «nazionalismo scientifico», destinato a infrangersi «contro il muro dell’ignoranza e della superstizione», oppure se i toni lovecraftiani sono riservati a Cthulhu-Trump.Per inciso: gli elogi al lockdown, nel giro di due anni, si sono trasformati in una reprimenda dalla politica Covid zero ai tempi della variante Omicron. Lo stesso Tedros Adhanom, alla fine, è arrivato a considerarla «insostenibile», mentre il direttore esecutivo del programma di emergenze sanitarie dell’Oms, Michael Ryan, all’improvviso si preoccupava del «rispetto delle persone e dei diritti umani».Ma la Cattaneo avrà letto l’ordine esecutivo di Trump? Secondo lei, «i promotori dell’Oms-exit» non hanno idea di come «sopperire alle funzioni proprio dell’organizzazione», né di dove recuperare «i dati globali su cui fondare le azioni necessarie a fronteggiare le emergenze sanitarie». Il presidente Usa, naturalmente, non ha lasciato tutto al caso. Il suo decreto affida al consigliere per la Sicurezza nazionale il compito di individuare «meccanismi di coordinamento» idonei a «salvaguardare la salute pubblica e a rafforzare la biosicurezza», ordinando di «identificare partner statunitensi e internazionali credibili e trasparenti per assumere le attività necessarie precedentemente intraprese» dall’Oms. Si vede che, a Washington, ritengono che collaborare sia possibile pur chiamandosi fuori da una struttura burocratica condizionata da una dittatura comunista e da un miliardario di Seattle. Già: la fondazione di Bill Gates, senza i soldi degli Usa, diventerà praticamente il principale finanziatore dell’agenzia.Forse, come pensa Antonio Tajani, il carrozzone si può riformare dall’interno? Basta constatare in cosa si sono risolti gli unici tentativi di riforma, ossia il Trattato pandemico e il nuovo Regolamento sanitario internazionale: in due blitz per sottrarre agli Stati preziosi spazi di autodeterminazione, ovvero di vigilanza democratica. È stato impossibile persino sostituire Tedros, alla faccia dei discutibili trascorsi da direttore generale: a maggio 2022, l’ex ministro di Asmara è stato riconfermato nel suo incarico, senza che alcun Paese membro dell’Oms, Italia compresa, presentasse un candidato alternativo. Questo, senatrice Cattaneo, come lo vogliamo chiamare? «Paraculismo scientifico» rende l’idea?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oms-finanziamento-2670999162.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-usciamo-paghiamo-noi-la-sede-di-venezia" data-post-id="2670999162" data-published-at="1737882075" data-use-pagination="False"> «Se usciamo, paghiamo noi la sede di Venezia» La scelta della Lega di uscire dall’Organizzazione mondiale della sanità, sulla scia di quanto deciso da Donald Trump, sembra non trovare unito il centrodestra. L’annuncio del senatore Claudio Borghi e del deputato Alberto Bagnai di aver depositato il ddl per l’abrogazione del decreto legislativo del 1947, che lega l’Italia all’Oms dietro pagamento di un contributo di circa 100 milioni di euro, provoca perplessità e critiche. «Non è la nostra posizione», ha tenuto a sottolineare il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, di Forza Italia. «Forse, in un mondo globale, un’istituzione simile è indispensabile», ha commentato su Affaritaliani.it Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d’Italia. Però ha sottolineato: «L’Oms con il Covid ha perso molta della sua autorevolezza e credibilità e questo non è certo positivo per la tutela della salute dei cittadini del mondo. Andrebbe riformata in profondità». Secondo Repubblica, nella Liga veneta ci sarebbero malumori: «Nella nostra Regione c’è l’unica sede europea in Italia dell’Oms». In base ad accordi sottoscritti nel 2020, l’Ufficio per gli investimenti per la salute e lo sviluppo dell’Oms occupa il primo piano dell’Ospedale civile, nel sestiere Castello a Venezia. Il canone annuo è di 68.000 euro. «Noi paghiamo 100 milioni di euro, loro ce ne ridanno 68.000, non è un grande affare», se la ride Claudio Borghi. «Facciamo un accordo: se usciamo, al Veneto daremo il doppio per una sede dell’Italia libera dall’Oms», aggiunge il senatore. «Ma poi figuriamoci se in ogni caso lasciano Venezia, sono abituati troppo bene. Dove dovrebbero andare, a Mombasa?». Per nulla preoccupato dei malumori interni al suo partito («Prima di prendere questa posizione ho parlato con il responsabile del dipartimento Salute della Lega, che ha sentito tutti. C’è l’assenso completo, poi qualcuno la penserà diversamente, anch’io non ero d’accordo di entrare nel governo Draghi ma pazienza»), Borghi non vuole entrare in merito a un disappunto di Luca Zaia per l’uscita dall’Oms con sede a Venezia: «Non sono posizioni nazionali». Per l’onorevole Bagnai, «la storia dei malumori interni è montata ad arte e, comunque, non tiene logicamente: è del tutto improbabile che una burocrazia abituata a trattarsi bene come quella dell’Oms rinunci a una sede in un luogo meraviglioso come Venezia, mentre è molto probabile che i contribuenti veneti siano più che felici di non doverla pagare loro». Borghi non si sorprende nemmeno del commento del forzista Tajani: «Un secondo dopo che un americano gli avrà spiegato che se ne escono davvero dall’organizzazione, dovrà pensarci bene. Un atlantista come lui non lo può esserlo a giorni alterni». Il senatore sa che le reazioni erano scontate: «Come sempre, quando si vanno a toccare punti nevralgici, il sistema d’attacco prevede di andare a cercare qualcuno del centrodestra contrario, per motivi suoi, a lasciare l’Oms, così da mostrare che siamo divisi. Poi arriveranno le interviste a qualche medico che dice che, grazie all’Oms, milioni di bambini si sono salvati, quindi siamo dei pazzi a fare morire le creature. Dopodiché, vedremo se sarà possibile invitare in Italia Kennedy (Robert F. Kennedy Jr, scelto da Trump a capo del dipartimento della Salute, ndr) per spiegare che non saremo affatto isolati. Ci allineiamo con le posizioni degli Stati Uniti, non degli etiopi». L’economista e deputato della Lega afferma di comprendere «tutte le posizioni, comprendo meno che ci si dimentichi di quando l’Oms, per coprire la Cina, attaccò il nostro Paese accusandolo di essere “uno dei principali esportatori del virus”. Non è nemmeno un fatto di atlantismo: è un minimo sindacale di amor di patria quello che suggerisce di distanziarsi da un’organizzazione che ha scaricato su di noi la responsabilità delle proprie inefficienze», precisa Bagnai. Quanto ai timori di impoverimento scientifico, Borghi è certo: «La ricerca non si ferma senza Oms. Tolte le velleità di dominio dell’organizzazione, rimangono gli stipendi clamorosi di questi funzionari, le sedi strepitose in tutto il mondo e un sistema da pandoro Ferragni al cubo. Con le persone che credono che si facciano cose utili, ma in realtà le stanno facendo per chi è nell’organizzazione». Solo nel 2020, la Regione del Veneto versò all’Oms 300.000 euro per la «copertura dei costi relativi al personale impiegato nell’Ufficio di Venezia», come riporta il Bollettino ufficiale della Regione.
Carlo Nordio (Ansa)
Il chiarimento delle Forze di difesa israeliane, secondo cui il fermo sarebbe stato effettuato da un soldato riservista e non da un colono armato, non ha chiuso la vicenda, ma ha spostato il nodo sulla qualificazione giuridica dell’atto e sulle relative responsabilità.
«È evidente che manchi a oggi una sufficiente tutela legislativa per gli atti ostili commessi nei confronti dei nostri militari impegnati in operazioni fuori area in contesti di conflitto armato» spiega l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare all’Università Link, richiamando un quadro normativo frammentato e fortemente condizionato da valutazioni politiche più che giuridiche.
Dal punto di vista del diritto penale, il riferimento è l’articolo 8 del Codice penale, che estende la giurisdizione italiana ai delitti commessi all’estero quando ledono un interesse politico dello Stato. In questa prospettiva, la convocazione dell’ambasciatore israeliano costituisce un implicito riconoscimento di tale interesse.
La norma, tuttavia, pone un limite decisivo: la procedibilità dipende dalla richiesta del ministro della Giustizia, trasformando la tutela penale in una scelta politica. In assenza di tale atto, anche ipotesi di reato come il sequestro di persona o la minaccia armata restano sul piano della sola protesta diplomatica: è Carlo Nordio che dovrebbe muoversi in prima persona.
Secondo Strampelli, tuttavia, il problema è ancora più profondo. «L’unica reale tutela sarebbe offerta dal Codice penale militare di guerra che consentirebbe l’applicazione della legge penale militare italiana anche per gli atti ostili commessi in danno di militari italiani da appartenenti ad altre forze armate o comunque belligeranti». Una soluzione tutt’altro che teorica, già sperimentata nella storia recente della Repubblica.
«In effetti tale soluzione è stata percorsa nella Storia della nostra Repubblica solo nel caso di “Enduring Freedom”, quando il Parlamento deliberò l’applicazione per la guerra in Afghanistan della legge n. 6 del 2002, con applicazione del codice penale militare di guerra». Una scelta che ampliava la tutela dei militari italiani, ma che esponeva anche gli stessi militari a un regime sanzionatorio particolarmente severo.
Non a caso, quell’esperienza venne successivamente abbandonata. Il timore era quello di sottoporre il personale italiano a pene molto più afflittive in caso di reati militari, anche quando commessi in danno della popolazione locale o di altri belligeranti. Un equilibrio fragile, che ha portato negli anni a preferire un approccio prudente, se non rinunciatario.
«Oggi però», aggiunge Strampelli, «vi è la consapevolezza che l’attuale regime normativo non tuteli i nostri militari nell’ambito di operazioni in aree operative e conflittuali, essendo ormai ineludibile l’intervento del legislatore». Le missioni definite «di pace» hanno infatti assunto nel tempo caratteristiche sempre più simili a operazioni di sicurezza armata, senza che a tale evoluzione sia corrisposto un adeguamento delle regole.
Ne deriva una tutela disomogenea, spesso rimessa alla sola diplomazia, che il caso dei carabinieri in Cisgiordania ha riportato al centro del dibattito pubblico e giuridico.
«Mi lasci dire che come cittadino e ufficiale dei carabinieri in congedo mi auguro per la dignità dell’Arma che il ministro avanzi richiesta di procedibilità a norma dell’articolo 8 del codice penale, augurandomi che i carabinieri sporgano querela per quanto sofferto», conclude Strampelli. Una presa di posizione che richiama una questione più ampia: la credibilità dello Stato nella tutela dei propri militari all’estero. Senza una riforma chiara, questi episodi rischiano di restare affidati alla politica. Ma la tutela di chi agisce in nome dello Stato non può essere occasionale.
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L'ingresso del locale Le Constellation di Crans-Montana (Ansa)
Non solo bengala e candele pirotecniche. Ma anche petardi e lanciarazzi per i fuochi d’artificio. Un vero «arsenale» per i festeggiamenti accatastato nel magazzino de Le Constellation. È quanto scoperto dagli esperti dell’Istituto forense di Zurigo incaricati dalla procura di Sion. Secondo Jacques Moretti, proprietario del locale insieme alla moglie Jessica, il tutto sarebbe arrivato per iniziativa dei clienti. «Li avranno portati loro», ha detto l’imprenditore, eludendo controlli e sorveglianza. Almeno 6 lanciarazzi Thunder King, 8 petardi lupo p1, oltre a 100 fontane pirotecniche. L’ennesimo elemento fuori posto che va ad aggiungersi alle immagini dei pannelli sorretti da stecche da biliardo. E dei pacchetti di fazzoletti per puntellarli meglio. Una storia, quella degli ormai tristemente famosi strati di poliuretano che hanno preso fuoco e causato la morte di 40 persone e il ferimento di altre 116, che sembra non finire man mano che emergono dettagli che aggravano lo scenario di incuria e pressappochismo con cui si facevano le cose a Le Constellation. Dopo il fai da te di Jacques, con i pannelli acquistati in un negozio di bricolage e da lui stesso incollati al soffitto, video e chat diffusi dalla tv Svizzera Rts raccontano i tentativi di quello che in linguaggio gergale si direbbe «metterci una pezza». Il goffo tentativo di tenere la «schiuma» incollata in qualche modo almeno fino alle delle gran serate di Capodanno.
Un video di 8 secondi girato a metà dicembre e raccolto dall’avvocato Romain Jordan che assiste numerose famiglie delle vittime, mostra come i pannelli tenuti fermi dalle stecche da biliardo in certi punti sporgono verso il basso. Quindi «a portata» di bengala e scintille.
I messaggi vocali rivelano invece lo scambio di battute tra Moretti e un dipendente di nome Gaetan che gli mostra il cedimento dei pannelli. Jacques gli risponde: «Sì Gaetan, prova a toglierne uno e vedi se cade perché ho messo della schiuma che non conosco… Fammi sapere se va bene… se cade o no, se cade dovremo lasciarli lì, purtroppo». Gaetan ribatte con una serie di messaggi e video fino a che l’imprenditore chiude la conversazione con un certo grado di soddisfazione. «Ok, ne metteremo altri, grazie» e «sì, sembra abbastanza bello, togliete gli altri per favore». Un quadro desolante aggravato ora dalle dichiarazioni di un supertestimone, un fornitore coinvolto nella ristrutturazione del locale che avrebbe consigliato di installare protezioni in schiuma ignifuga che però sarebbero state respinte dai Moretti per ragioni di budget.
Intanto dalla Svizzera arriva un segnale all’Italia. Dopo il rientro a Roma per consultazioni dell’ambasciatore italiano fino a quando la Svizzera non avesse accettato l’immediata costituzione di una squadra investigativa comune, la Procura di Sion ha comunicato che le indagini congiunte tra Italia e Svizzera vedranno il via entro il fine settimana.
Un altro segnale, seppur tardivo, cerca di darlo anche il sindaco di Crans Montana Nicolas Feraud, ben 22 giorni dopo la controversa conferenza stampa del 6 gennaio in cui aveva ammesso che il comune non controllava il locale dal 2020. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa svizzera Keystone-Sda il primo cittadino ha pensato bene di chiedere scusa per non essersi scusato. E di ammettere di aver sbagliato a non aver dato libero sfogo alle emozioni, tant’è che le preoccupazioni sarebbero talmente intense da non permettergli di dormire la notte e costringendolo a ricorrere ad uno psicologo. «Non mi ha disturbato» la richiesta di dimissioni della stampa italiana, ma piuttosto l’insinuazione di aver «accettato bustarelle», ha aggiunto il primo cittadino. Uno sfogo non richiesto ma probabilmente mosso dalla speranza di placare le critiche che da settimane piovono contro il Comune svizzero e la gestione delle indagini da parte del Cantone. Critiche alle quali si è aggiunto ieri anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della cerimonia del Giorno della memoria al Quirinale. «Le indagini hanno pregiudicato i diritti dei cittadini italiani perché l’arresto è avvenuto in ritardo, loro stessi hanno detto che c’era pericolo di fuga. La reiterazione del reato purtroppo abbiamo scoperto che c’è anche quella e l’inquinamento delle prove è probabile». E poi il tema della cauzione. Troppo bassa. «Se vuoi dare un segnale non chiedi una cauzione di soli 200.000 franchi ma da 1 milione di franchi svizzeri. Sono tutte cose che lasciano sgomenti». Il problema però non sarebbe la Svizzera, ha tenuto a precisare il ministro. Bensì il Cantone che sta seguendo le indagini dov’è accaduto il disastro. «L’unica cosa che si può fare è cambiare i magistrati di Cantone, però è una richiesta che deve fare la Procura». Commenti duri ai quali non si è fatta attendere la stoccata di Berna. «Un principio fondamentale del nostro sistema democratico - ha fatto sapere una nota del Dipartimento degli Affari esteri Svizzero - è la separazione dei poteri, che attribuisce a ciascun potere dello Stato ruoli, compiti e responsabilità propri». Della serie, non si accettano lezioni. Meglio darle agli altri. Si fa per dire.
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(Esercito Italiano)
La cerimonia ha rappresentato un momento significativo nel percorso di ammodernamento della componente terrestre, sviluppato presso il CEPOLISPE, centro di riferimento per la sperimentazione e la validazione dei mezzi e dei sistemi d’arma di interesse dell’Esercito.
Il Lynx costituirà la base del «sistema di sistemi» A2CS (Army Armoured Combat System), imperniato su una flotta di Armored Infantry Fighting Vehicle (AIFV) e su piattaforme derivate. Il sistema è concepito per operare nei moderni scenari operativi e per implementare il concetto di cooperative combat, grazie a soluzioni tecnologiche di nuova generazione, elevata interoperabilità e piena integrazione dei sistemi di Comando e Controllo (C2).
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato: «La consegna del veicolo corazzato Lynx, frutto della collaborazione industriale italo-tedesca, rappresenta un passo concreto nel rafforzamento delle capacità terrestri dell’Esercito. Il CEPOLISPE svolge un ruolo centrale nel garantire che i nuovi sistemi rispondano pienamente ai requisiti operativi».
Roberto Cingolani, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo, ha sottolineato: «L’avvio delle consegne segna una tappa fondamentale del programma e conferma l’alleanza tra Leonardo e Rheinmetall come punto di riferimento per il rafforzamento della difesa nazionale e della base industriale europea».
In merito alla prima consegna, l’Amministratore Delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha evidenziato: «Il Lynx stabilisce nuovi standard in termini di protezione, versatilità e scalabilità, rafforzando al contempo la cooperazione europea nel settore della difesa».
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, ha infine aggiunto: «Con l’introduzione di questo mezzo inizia concretamente il percorso di meccanizzazione dell’Esercito. La disponibilità di tecnologie avanzate è fondamentale per affrontare le sfide operative future».
La Joint Venture LRMV ha inoltre presentato le principali caratteristiche del nuovo veicolo da combattimento, che costituirà la base tecnologica per oltre 1.000 piattaforme, articolate in diverse varianti e ruoli operativi.
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