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2025-01-26
Per tenerci nel carrozzone dell’Oms esaltano pure le sviolinate alla Cina
La senatrice a vita Elena Cattaneo è una grande scienziata. Ma ha talento anche come storica revisionista.
Intervistata ieri dalla Stampa a proposito della decisione di Donald Trump di abbandonare l’Oms, che la Lega vorrebbe replicare in Italia, la farmacologa ha celebrato il contributo dell’Organizzazione alla gestione del Covid: «Ha permesso la condivisione di dati e risultati senza i quali vaccini e campagne vaccinali sarebbero arrivati più tardi, con conseguenze enormi». Di più: la sua «dimensione mondiale […] ha permesso ai governi di ciascun Paese di attuare misure di protezione che, sebbene criticate per la loro durezza, hanno aiutato a contenere il numero delle vittime». La Cattaneo non ha avuto il Nobel per la medicina, ma merita quello per la letteratura. Sezione fantasy.
L’Oms, all’inizio della pandemia, assicurò a tal punto la condivisione di dati che non riuscì ad accedere a quelli cinesi. Almeno fino a quando, a fine gennaio 2020, il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, andò in visita da Xi Jinping col cappello in mano. Intanto, aveva comprato a scatola chiusa le informazioni filtrate e manipolate da Pechino. Così, prima di dichiarare la pandemia, aspettò i comodi del regime, esitando fino all’11 marzo 2020. Un ritardo che aveva suscitato subito perplessità e discussioni. Quelli erano in giorni in cui l’Italia, dopo aver cincischiato per settimana tra l’inutile blocco dei voli e i piani pandemici tenuti nel cassetto, inaugurava il più draconiano lockdown d’Occidente. Senza contenere morti e contagi; anzi, preparando il terreno per dei postumi tremendi. Nella China connection che avrebbe importato il modello Wuhan nell’Ovest, la mediazione di Giuseppe Conte e Roberto Speranza, pionieri delle chiusure, fu fondamentale. A febbraio 2020, i cervelloni dell’Oms si lamentavano: «La gran parte della comunità globale non è ancora pronta, mentalmente e materialmente», alle serrate totali. Furono i giallorossi a dare la stura.
Anziché bacchettare il Dragone per le reticenze, il funzionario etiope alla guida dell’agenzia Onu ringraziò la Cina: «Sta definendo un nuovo standard per la risposta alle epidemie», proclamò, avendo organizzato - febbraio 2020 - una spedizione sui luoghi dei focolai. Alla sua testa c’era il canadese Bruce Aylward: costui, circa un mese più tardi, si sarebbe fatto notare per una videointervista durante la quale simulò problemi di collegamento Internet, pur di non rispondere a una domanda sull’ammissione di Taiwan nell’Oms, che avrebbe irritato Xi.
L’operazione per sdoganare i lockdown nacque da quel viaggio in Oriente. Le autorità, ovviamente, mostrarono soltanto ciò che volevano fosse visto. Ma l’Oms trangugiò volentieri il bibitone. Della delegazione faceva parte Clifford Lane, vicedirettore di una branca dei National institutes of health, l’Iss americano di cui era stato dominus Anthony Fauci. Lane suggerì immantinente di «imitare la Cina», che nel report del team fu applaudita per aver «allestito forse il più ambizioso, agile e aggressivo sforzo di contenimento di una malattia nella storia», oltre che per la «notevole rapidità con cui gli scienziati cinesi e gli esperti di salute pubblica hanno isolato il virus, individuato strumenti diagnostici e stabilito i parametri di trasmissione essenziali». Non una parola su censure e omertà, che costarono care al mondo. Men che meno sulla persecuzione del povero Li Wenliang, oculista di Wuhan che denunciò la comparsa di polmoniti misteriose, ma fu ammonito dalla polizia per aver diffuso «commenti falsi su internet» e costretto a scrivere una lettera di scuse. Li si ammalò il 10 gennaio 2020, cadde in depressione e il 7 febbraio morì. Chissà se la senatrice Cattaneo sarebbe d’accordo nel definire anche quello del Dragone un deprecabile «nazionalismo scientifico», destinato a infrangersi «contro il muro dell’ignoranza e della superstizione», oppure se i toni lovecraftiani sono riservati a Cthulhu-Trump.
Per inciso: gli elogi al lockdown, nel giro di due anni, si sono trasformati in una reprimenda dalla politica Covid zero ai tempi della variante Omicron. Lo stesso Tedros Adhanom, alla fine, è arrivato a considerarla «insostenibile», mentre il direttore esecutivo del programma di emergenze sanitarie dell’Oms, Michael Ryan, all’improvviso si preoccupava del «rispetto delle persone e dei diritti umani».
Ma la Cattaneo avrà letto l’ordine esecutivo di Trump? Secondo lei, «i promotori dell’Oms-exit» non hanno idea di come «sopperire alle funzioni proprio dell’organizzazione», né di dove recuperare «i dati globali su cui fondare le azioni necessarie a fronteggiare le emergenze sanitarie». Il presidente Usa, naturalmente, non ha lasciato tutto al caso. Il suo decreto affida al consigliere per la Sicurezza nazionale il compito di individuare «meccanismi di coordinamento» idonei a «salvaguardare la salute pubblica e a rafforzare la biosicurezza», ordinando di «identificare partner statunitensi e internazionali credibili e trasparenti per assumere le attività necessarie precedentemente intraprese» dall’Oms. Si vede che, a Washington, ritengono che collaborare sia possibile pur chiamandosi fuori da una struttura burocratica condizionata da una dittatura comunista e da un miliardario di Seattle. Già: la fondazione di Bill Gates, senza i soldi degli Usa, diventerà praticamente il principale finanziatore dell’agenzia.
Forse, come pensa Antonio Tajani, il carrozzone si può riformare dall’interno? Basta constatare in cosa si sono risolti gli unici tentativi di riforma, ossia il Trattato pandemico e il nuovo Regolamento sanitario internazionale: in due blitz per sottrarre agli Stati preziosi spazi di autodeterminazione, ovvero di vigilanza democratica. È stato impossibile persino sostituire Tedros, alla faccia dei discutibili trascorsi da direttore generale: a maggio 2022, l’ex ministro di Asmara è stato riconfermato nel suo incarico, senza che alcun Paese membro dell’Oms, Italia compresa, presentasse un candidato alternativo.
Questo, senatrice Cattaneo, come lo vogliamo chiamare? «Paraculismo scientifico» rende l’idea?
«Se usciamo, paghiamo noi la sede di Venezia»
La scelta della Lega di uscire dall’Organizzazione mondiale della sanità, sulla scia di quanto deciso da Donald Trump, sembra non trovare unito il centrodestra. L’annuncio del senatore Claudio Borghi e del deputato Alberto Bagnai di aver depositato il ddl per l’abrogazione del decreto legislativo del 1947, che lega l’Italia all’Oms dietro pagamento di un contributo di circa 100 milioni di euro, provoca perplessità e critiche.
«Non è la nostra posizione», ha tenuto a sottolineare il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, di Forza Italia. «Forse, in un mondo globale, un’istituzione simile è indispensabile», ha commentato su Affaritaliani.it Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d’Italia. Però ha sottolineato: «L’Oms con il Covid ha perso molta della sua autorevolezza e credibilità e questo non è certo positivo per la tutela della salute dei cittadini del mondo. Andrebbe riformata in profondità». Secondo Repubblica, nella Liga veneta ci sarebbero malumori: «Nella nostra Regione c’è l’unica sede europea in Italia dell’Oms». In base ad accordi sottoscritti nel 2020, l’Ufficio per gli investimenti per la salute e lo sviluppo dell’Oms occupa il primo piano dell’Ospedale civile, nel sestiere Castello a Venezia. Il canone annuo è di 68.000 euro. «Noi paghiamo 100 milioni di euro, loro ce ne ridanno 68.000, non è un grande affare», se la ride Claudio Borghi. «Facciamo un accordo: se usciamo, al Veneto daremo il doppio per una sede dell’Italia libera dall’Oms», aggiunge il senatore. «Ma poi figuriamoci se in ogni caso lasciano Venezia, sono abituati troppo bene. Dove dovrebbero andare, a Mombasa?». Per nulla preoccupato dei malumori interni al suo partito («Prima di prendere questa posizione ho parlato con il responsabile del dipartimento Salute della Lega, che ha sentito tutti. C’è l’assenso completo, poi qualcuno la penserà diversamente, anch’io non ero d’accordo di entrare nel governo Draghi ma pazienza»), Borghi non vuole entrare in merito a un disappunto di Luca Zaia per l’uscita dall’Oms con sede a Venezia: «Non sono posizioni nazionali».
Per l’onorevole Bagnai, «la storia dei malumori interni è montata ad arte e, comunque, non tiene logicamente: è del tutto improbabile che una burocrazia abituata a trattarsi bene come quella dell’Oms rinunci a una sede in un luogo meraviglioso come Venezia, mentre è molto probabile che i contribuenti veneti siano più che felici di non doverla pagare loro». Borghi non si sorprende nemmeno del commento del forzista Tajani: «Un secondo dopo che un americano gli avrà spiegato che se ne escono davvero dall’organizzazione, dovrà pensarci bene. Un atlantista come lui non lo può esserlo a giorni alterni». Il senatore sa che le reazioni erano scontate: «Come sempre, quando si vanno a toccare punti nevralgici, il sistema d’attacco prevede di andare a cercare qualcuno del centrodestra contrario, per motivi suoi, a lasciare l’Oms, così da mostrare che siamo divisi. Poi arriveranno le interviste a qualche medico che dice che, grazie all’Oms, milioni di bambini si sono salvati, quindi siamo dei pazzi a fare morire le creature. Dopodiché, vedremo se sarà possibile invitare in Italia Kennedy (Robert F. Kennedy Jr, scelto da Trump a capo del dipartimento della Salute, ndr) per spiegare che non saremo affatto isolati. Ci allineiamo con le posizioni degli Stati Uniti, non degli etiopi».
L’economista e deputato della Lega afferma di comprendere «tutte le posizioni, comprendo meno che ci si dimentichi di quando l’Oms, per coprire la Cina, attaccò il nostro Paese accusandolo di essere “uno dei principali esportatori del virus”. Non è nemmeno un fatto di atlantismo: è un minimo sindacale di amor di patria quello che suggerisce di distanziarsi da un’organizzazione che ha scaricato su di noi la responsabilità delle proprie inefficienze», precisa Bagnai.
Quanto ai timori di impoverimento scientifico, Borghi è certo: «La ricerca non si ferma senza Oms. Tolte le velleità di dominio dell’organizzazione, rimangono gli stipendi clamorosi di questi funzionari, le sedi strepitose in tutto il mondo e un sistema da pandoro Ferragni al cubo. Con le persone che credono che si facciano cose utili, ma in realtà le stanno facendo per chi è nell’organizzazione». Solo nel 2020, la Regione del Veneto versò all’Oms 300.000 euro per la «copertura dei costi relativi al personale impiegato nell’Ufficio di Venezia», come riporta il Bollettino ufficiale della Regione.
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La senatrice a vita Cattaneo deplora l’addio degli Usa all’Agenzia, che sarebbe indispensabile per condividere dati cruciali. Nel 2020, però, fallì su tutto. Ed è falso che Trump voglia interrompere ogni forma di cooperazione.Centrodestra diviso sull’uscita dall'Oms. Bagnai (Lega): «Tajani perplesso? Seguiamo Washington, lui è atlantista...»Lo speciale contiene due articoli.La senatrice a vita Elena Cattaneo è una grande scienziata. Ma ha talento anche come storica revisionista.Intervistata ieri dalla Stampa a proposito della decisione di Donald Trump di abbandonare l’Oms, che la Lega vorrebbe replicare in Italia, la farmacologa ha celebrato il contributo dell’Organizzazione alla gestione del Covid: «Ha permesso la condivisione di dati e risultati senza i quali vaccini e campagne vaccinali sarebbero arrivati più tardi, con conseguenze enormi». Di più: la sua «dimensione mondiale […] ha permesso ai governi di ciascun Paese di attuare misure di protezione che, sebbene criticate per la loro durezza, hanno aiutato a contenere il numero delle vittime». La Cattaneo non ha avuto il Nobel per la medicina, ma merita quello per la letteratura. Sezione fantasy.L’Oms, all’inizio della pandemia, assicurò a tal punto la condivisione di dati che non riuscì ad accedere a quelli cinesi. Almeno fino a quando, a fine gennaio 2020, il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, andò in visita da Xi Jinping col cappello in mano. Intanto, aveva comprato a scatola chiusa le informazioni filtrate e manipolate da Pechino. Così, prima di dichiarare la pandemia, aspettò i comodi del regime, esitando fino all’11 marzo 2020. Un ritardo che aveva suscitato subito perplessità e discussioni. Quelli erano in giorni in cui l’Italia, dopo aver cincischiato per settimana tra l’inutile blocco dei voli e i piani pandemici tenuti nel cassetto, inaugurava il più draconiano lockdown d’Occidente. Senza contenere morti e contagi; anzi, preparando il terreno per dei postumi tremendi. Nella China connection che avrebbe importato il modello Wuhan nell’Ovest, la mediazione di Giuseppe Conte e Roberto Speranza, pionieri delle chiusure, fu fondamentale. A febbraio 2020, i cervelloni dell’Oms si lamentavano: «La gran parte della comunità globale non è ancora pronta, mentalmente e materialmente», alle serrate totali. Furono i giallorossi a dare la stura.Anziché bacchettare il Dragone per le reticenze, il funzionario etiope alla guida dell’agenzia Onu ringraziò la Cina: «Sta definendo un nuovo standard per la risposta alle epidemie», proclamò, avendo organizzato - febbraio 2020 - una spedizione sui luoghi dei focolai. Alla sua testa c’era il canadese Bruce Aylward: costui, circa un mese più tardi, si sarebbe fatto notare per una videointervista durante la quale simulò problemi di collegamento Internet, pur di non rispondere a una domanda sull’ammissione di Taiwan nell’Oms, che avrebbe irritato Xi.L’operazione per sdoganare i lockdown nacque da quel viaggio in Oriente. Le autorità, ovviamente, mostrarono soltanto ciò che volevano fosse visto. Ma l’Oms trangugiò volentieri il bibitone. Della delegazione faceva parte Clifford Lane, vicedirettore di una branca dei National institutes of health, l’Iss americano di cui era stato dominus Anthony Fauci. Lane suggerì immantinente di «imitare la Cina», che nel report del team fu applaudita per aver «allestito forse il più ambizioso, agile e aggressivo sforzo di contenimento di una malattia nella storia», oltre che per la «notevole rapidità con cui gli scienziati cinesi e gli esperti di salute pubblica hanno isolato il virus, individuato strumenti diagnostici e stabilito i parametri di trasmissione essenziali». Non una parola su censure e omertà, che costarono care al mondo. Men che meno sulla persecuzione del povero Li Wenliang, oculista di Wuhan che denunciò la comparsa di polmoniti misteriose, ma fu ammonito dalla polizia per aver diffuso «commenti falsi su internet» e costretto a scrivere una lettera di scuse. Li si ammalò il 10 gennaio 2020, cadde in depressione e il 7 febbraio morì. Chissà se la senatrice Cattaneo sarebbe d’accordo nel definire anche quello del Dragone un deprecabile «nazionalismo scientifico», destinato a infrangersi «contro il muro dell’ignoranza e della superstizione», oppure se i toni lovecraftiani sono riservati a Cthulhu-Trump.Per inciso: gli elogi al lockdown, nel giro di due anni, si sono trasformati in una reprimenda dalla politica Covid zero ai tempi della variante Omicron. Lo stesso Tedros Adhanom, alla fine, è arrivato a considerarla «insostenibile», mentre il direttore esecutivo del programma di emergenze sanitarie dell’Oms, Michael Ryan, all’improvviso si preoccupava del «rispetto delle persone e dei diritti umani».Ma la Cattaneo avrà letto l’ordine esecutivo di Trump? Secondo lei, «i promotori dell’Oms-exit» non hanno idea di come «sopperire alle funzioni proprio dell’organizzazione», né di dove recuperare «i dati globali su cui fondare le azioni necessarie a fronteggiare le emergenze sanitarie». Il presidente Usa, naturalmente, non ha lasciato tutto al caso. Il suo decreto affida al consigliere per la Sicurezza nazionale il compito di individuare «meccanismi di coordinamento» idonei a «salvaguardare la salute pubblica e a rafforzare la biosicurezza», ordinando di «identificare partner statunitensi e internazionali credibili e trasparenti per assumere le attività necessarie precedentemente intraprese» dall’Oms. Si vede che, a Washington, ritengono che collaborare sia possibile pur chiamandosi fuori da una struttura burocratica condizionata da una dittatura comunista e da un miliardario di Seattle. Già: la fondazione di Bill Gates, senza i soldi degli Usa, diventerà praticamente il principale finanziatore dell’agenzia.Forse, come pensa Antonio Tajani, il carrozzone si può riformare dall’interno? Basta constatare in cosa si sono risolti gli unici tentativi di riforma, ossia il Trattato pandemico e il nuovo Regolamento sanitario internazionale: in due blitz per sottrarre agli Stati preziosi spazi di autodeterminazione, ovvero di vigilanza democratica. È stato impossibile persino sostituire Tedros, alla faccia dei discutibili trascorsi da direttore generale: a maggio 2022, l’ex ministro di Asmara è stato riconfermato nel suo incarico, senza che alcun Paese membro dell’Oms, Italia compresa, presentasse un candidato alternativo. Questo, senatrice Cattaneo, come lo vogliamo chiamare? «Paraculismo scientifico» rende l’idea?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oms-finanziamento-2670999162.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-usciamo-paghiamo-noi-la-sede-di-venezia" data-post-id="2670999162" data-published-at="1737882075" data-use-pagination="False"> «Se usciamo, paghiamo noi la sede di Venezia» La scelta della Lega di uscire dall’Organizzazione mondiale della sanità, sulla scia di quanto deciso da Donald Trump, sembra non trovare unito il centrodestra. L’annuncio del senatore Claudio Borghi e del deputato Alberto Bagnai di aver depositato il ddl per l’abrogazione del decreto legislativo del 1947, che lega l’Italia all’Oms dietro pagamento di un contributo di circa 100 milioni di euro, provoca perplessità e critiche. «Non è la nostra posizione», ha tenuto a sottolineare il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, di Forza Italia. «Forse, in un mondo globale, un’istituzione simile è indispensabile», ha commentato su Affaritaliani.it Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d’Italia. Però ha sottolineato: «L’Oms con il Covid ha perso molta della sua autorevolezza e credibilità e questo non è certo positivo per la tutela della salute dei cittadini del mondo. Andrebbe riformata in profondità». Secondo Repubblica, nella Liga veneta ci sarebbero malumori: «Nella nostra Regione c’è l’unica sede europea in Italia dell’Oms». In base ad accordi sottoscritti nel 2020, l’Ufficio per gli investimenti per la salute e lo sviluppo dell’Oms occupa il primo piano dell’Ospedale civile, nel sestiere Castello a Venezia. Il canone annuo è di 68.000 euro. «Noi paghiamo 100 milioni di euro, loro ce ne ridanno 68.000, non è un grande affare», se la ride Claudio Borghi. «Facciamo un accordo: se usciamo, al Veneto daremo il doppio per una sede dell’Italia libera dall’Oms», aggiunge il senatore. «Ma poi figuriamoci se in ogni caso lasciano Venezia, sono abituati troppo bene. Dove dovrebbero andare, a Mombasa?». Per nulla preoccupato dei malumori interni al suo partito («Prima di prendere questa posizione ho parlato con il responsabile del dipartimento Salute della Lega, che ha sentito tutti. C’è l’assenso completo, poi qualcuno la penserà diversamente, anch’io non ero d’accordo di entrare nel governo Draghi ma pazienza»), Borghi non vuole entrare in merito a un disappunto di Luca Zaia per l’uscita dall’Oms con sede a Venezia: «Non sono posizioni nazionali». Per l’onorevole Bagnai, «la storia dei malumori interni è montata ad arte e, comunque, non tiene logicamente: è del tutto improbabile che una burocrazia abituata a trattarsi bene come quella dell’Oms rinunci a una sede in un luogo meraviglioso come Venezia, mentre è molto probabile che i contribuenti veneti siano più che felici di non doverla pagare loro». Borghi non si sorprende nemmeno del commento del forzista Tajani: «Un secondo dopo che un americano gli avrà spiegato che se ne escono davvero dall’organizzazione, dovrà pensarci bene. Un atlantista come lui non lo può esserlo a giorni alterni». Il senatore sa che le reazioni erano scontate: «Come sempre, quando si vanno a toccare punti nevralgici, il sistema d’attacco prevede di andare a cercare qualcuno del centrodestra contrario, per motivi suoi, a lasciare l’Oms, così da mostrare che siamo divisi. Poi arriveranno le interviste a qualche medico che dice che, grazie all’Oms, milioni di bambini si sono salvati, quindi siamo dei pazzi a fare morire le creature. Dopodiché, vedremo se sarà possibile invitare in Italia Kennedy (Robert F. Kennedy Jr, scelto da Trump a capo del dipartimento della Salute, ndr) per spiegare che non saremo affatto isolati. Ci allineiamo con le posizioni degli Stati Uniti, non degli etiopi». L’economista e deputato della Lega afferma di comprendere «tutte le posizioni, comprendo meno che ci si dimentichi di quando l’Oms, per coprire la Cina, attaccò il nostro Paese accusandolo di essere “uno dei principali esportatori del virus”. Non è nemmeno un fatto di atlantismo: è un minimo sindacale di amor di patria quello che suggerisce di distanziarsi da un’organizzazione che ha scaricato su di noi la responsabilità delle proprie inefficienze», precisa Bagnai. Quanto ai timori di impoverimento scientifico, Borghi è certo: «La ricerca non si ferma senza Oms. Tolte le velleità di dominio dell’organizzazione, rimangono gli stipendi clamorosi di questi funzionari, le sedi strepitose in tutto il mondo e un sistema da pandoro Ferragni al cubo. Con le persone che credono che si facciano cose utili, ma in realtà le stanno facendo per chi è nell’organizzazione». Solo nel 2020, la Regione del Veneto versò all’Oms 300.000 euro per la «copertura dei costi relativi al personale impiegato nell’Ufficio di Venezia», come riporta il Bollettino ufficiale della Regione.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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