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2025-01-26
Per tenerci nel carrozzone dell’Oms esaltano pure le sviolinate alla Cina
La senatrice a vita Elena Cattaneo è una grande scienziata. Ma ha talento anche come storica revisionista.
Intervistata ieri dalla Stampa a proposito della decisione di Donald Trump di abbandonare l’Oms, che la Lega vorrebbe replicare in Italia, la farmacologa ha celebrato il contributo dell’Organizzazione alla gestione del Covid: «Ha permesso la condivisione di dati e risultati senza i quali vaccini e campagne vaccinali sarebbero arrivati più tardi, con conseguenze enormi». Di più: la sua «dimensione mondiale […] ha permesso ai governi di ciascun Paese di attuare misure di protezione che, sebbene criticate per la loro durezza, hanno aiutato a contenere il numero delle vittime». La Cattaneo non ha avuto il Nobel per la medicina, ma merita quello per la letteratura. Sezione fantasy.
L’Oms, all’inizio della pandemia, assicurò a tal punto la condivisione di dati che non riuscì ad accedere a quelli cinesi. Almeno fino a quando, a fine gennaio 2020, il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, andò in visita da Xi Jinping col cappello in mano. Intanto, aveva comprato a scatola chiusa le informazioni filtrate e manipolate da Pechino. Così, prima di dichiarare la pandemia, aspettò i comodi del regime, esitando fino all’11 marzo 2020. Un ritardo che aveva suscitato subito perplessità e discussioni. Quelli erano in giorni in cui l’Italia, dopo aver cincischiato per settimana tra l’inutile blocco dei voli e i piani pandemici tenuti nel cassetto, inaugurava il più draconiano lockdown d’Occidente. Senza contenere morti e contagi; anzi, preparando il terreno per dei postumi tremendi. Nella China connection che avrebbe importato il modello Wuhan nell’Ovest, la mediazione di Giuseppe Conte e Roberto Speranza, pionieri delle chiusure, fu fondamentale. A febbraio 2020, i cervelloni dell’Oms si lamentavano: «La gran parte della comunità globale non è ancora pronta, mentalmente e materialmente», alle serrate totali. Furono i giallorossi a dare la stura.
Anziché bacchettare il Dragone per le reticenze, il funzionario etiope alla guida dell’agenzia Onu ringraziò la Cina: «Sta definendo un nuovo standard per la risposta alle epidemie», proclamò, avendo organizzato - febbraio 2020 - una spedizione sui luoghi dei focolai. Alla sua testa c’era il canadese Bruce Aylward: costui, circa un mese più tardi, si sarebbe fatto notare per una videointervista durante la quale simulò problemi di collegamento Internet, pur di non rispondere a una domanda sull’ammissione di Taiwan nell’Oms, che avrebbe irritato Xi.
L’operazione per sdoganare i lockdown nacque da quel viaggio in Oriente. Le autorità, ovviamente, mostrarono soltanto ciò che volevano fosse visto. Ma l’Oms trangugiò volentieri il bibitone. Della delegazione faceva parte Clifford Lane, vicedirettore di una branca dei National institutes of health, l’Iss americano di cui era stato dominus Anthony Fauci. Lane suggerì immantinente di «imitare la Cina», che nel report del team fu applaudita per aver «allestito forse il più ambizioso, agile e aggressivo sforzo di contenimento di una malattia nella storia», oltre che per la «notevole rapidità con cui gli scienziati cinesi e gli esperti di salute pubblica hanno isolato il virus, individuato strumenti diagnostici e stabilito i parametri di trasmissione essenziali». Non una parola su censure e omertà, che costarono care al mondo. Men che meno sulla persecuzione del povero Li Wenliang, oculista di Wuhan che denunciò la comparsa di polmoniti misteriose, ma fu ammonito dalla polizia per aver diffuso «commenti falsi su internet» e costretto a scrivere una lettera di scuse. Li si ammalò il 10 gennaio 2020, cadde in depressione e il 7 febbraio morì. Chissà se la senatrice Cattaneo sarebbe d’accordo nel definire anche quello del Dragone un deprecabile «nazionalismo scientifico», destinato a infrangersi «contro il muro dell’ignoranza e della superstizione», oppure se i toni lovecraftiani sono riservati a Cthulhu-Trump.
Per inciso: gli elogi al lockdown, nel giro di due anni, si sono trasformati in una reprimenda dalla politica Covid zero ai tempi della variante Omicron. Lo stesso Tedros Adhanom, alla fine, è arrivato a considerarla «insostenibile», mentre il direttore esecutivo del programma di emergenze sanitarie dell’Oms, Michael Ryan, all’improvviso si preoccupava del «rispetto delle persone e dei diritti umani».
Ma la Cattaneo avrà letto l’ordine esecutivo di Trump? Secondo lei, «i promotori dell’Oms-exit» non hanno idea di come «sopperire alle funzioni proprio dell’organizzazione», né di dove recuperare «i dati globali su cui fondare le azioni necessarie a fronteggiare le emergenze sanitarie». Il presidente Usa, naturalmente, non ha lasciato tutto al caso. Il suo decreto affida al consigliere per la Sicurezza nazionale il compito di individuare «meccanismi di coordinamento» idonei a «salvaguardare la salute pubblica e a rafforzare la biosicurezza», ordinando di «identificare partner statunitensi e internazionali credibili e trasparenti per assumere le attività necessarie precedentemente intraprese» dall’Oms. Si vede che, a Washington, ritengono che collaborare sia possibile pur chiamandosi fuori da una struttura burocratica condizionata da una dittatura comunista e da un miliardario di Seattle. Già: la fondazione di Bill Gates, senza i soldi degli Usa, diventerà praticamente il principale finanziatore dell’agenzia.
Forse, come pensa Antonio Tajani, il carrozzone si può riformare dall’interno? Basta constatare in cosa si sono risolti gli unici tentativi di riforma, ossia il Trattato pandemico e il nuovo Regolamento sanitario internazionale: in due blitz per sottrarre agli Stati preziosi spazi di autodeterminazione, ovvero di vigilanza democratica. È stato impossibile persino sostituire Tedros, alla faccia dei discutibili trascorsi da direttore generale: a maggio 2022, l’ex ministro di Asmara è stato riconfermato nel suo incarico, senza che alcun Paese membro dell’Oms, Italia compresa, presentasse un candidato alternativo.
Questo, senatrice Cattaneo, come lo vogliamo chiamare? «Paraculismo scientifico» rende l’idea?
«Se usciamo, paghiamo noi la sede di Venezia»
La scelta della Lega di uscire dall’Organizzazione mondiale della sanità, sulla scia di quanto deciso da Donald Trump, sembra non trovare unito il centrodestra. L’annuncio del senatore Claudio Borghi e del deputato Alberto Bagnai di aver depositato il ddl per l’abrogazione del decreto legislativo del 1947, che lega l’Italia all’Oms dietro pagamento di un contributo di circa 100 milioni di euro, provoca perplessità e critiche.
«Non è la nostra posizione», ha tenuto a sottolineare il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, di Forza Italia. «Forse, in un mondo globale, un’istituzione simile è indispensabile», ha commentato su Affaritaliani.it Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d’Italia. Però ha sottolineato: «L’Oms con il Covid ha perso molta della sua autorevolezza e credibilità e questo non è certo positivo per la tutela della salute dei cittadini del mondo. Andrebbe riformata in profondità». Secondo Repubblica, nella Liga veneta ci sarebbero malumori: «Nella nostra Regione c’è l’unica sede europea in Italia dell’Oms». In base ad accordi sottoscritti nel 2020, l’Ufficio per gli investimenti per la salute e lo sviluppo dell’Oms occupa il primo piano dell’Ospedale civile, nel sestiere Castello a Venezia. Il canone annuo è di 68.000 euro. «Noi paghiamo 100 milioni di euro, loro ce ne ridanno 68.000, non è un grande affare», se la ride Claudio Borghi. «Facciamo un accordo: se usciamo, al Veneto daremo il doppio per una sede dell’Italia libera dall’Oms», aggiunge il senatore. «Ma poi figuriamoci se in ogni caso lasciano Venezia, sono abituati troppo bene. Dove dovrebbero andare, a Mombasa?». Per nulla preoccupato dei malumori interni al suo partito («Prima di prendere questa posizione ho parlato con il responsabile del dipartimento Salute della Lega, che ha sentito tutti. C’è l’assenso completo, poi qualcuno la penserà diversamente, anch’io non ero d’accordo di entrare nel governo Draghi ma pazienza»), Borghi non vuole entrare in merito a un disappunto di Luca Zaia per l’uscita dall’Oms con sede a Venezia: «Non sono posizioni nazionali».
Per l’onorevole Bagnai, «la storia dei malumori interni è montata ad arte e, comunque, non tiene logicamente: è del tutto improbabile che una burocrazia abituata a trattarsi bene come quella dell’Oms rinunci a una sede in un luogo meraviglioso come Venezia, mentre è molto probabile che i contribuenti veneti siano più che felici di non doverla pagare loro». Borghi non si sorprende nemmeno del commento del forzista Tajani: «Un secondo dopo che un americano gli avrà spiegato che se ne escono davvero dall’organizzazione, dovrà pensarci bene. Un atlantista come lui non lo può esserlo a giorni alterni». Il senatore sa che le reazioni erano scontate: «Come sempre, quando si vanno a toccare punti nevralgici, il sistema d’attacco prevede di andare a cercare qualcuno del centrodestra contrario, per motivi suoi, a lasciare l’Oms, così da mostrare che siamo divisi. Poi arriveranno le interviste a qualche medico che dice che, grazie all’Oms, milioni di bambini si sono salvati, quindi siamo dei pazzi a fare morire le creature. Dopodiché, vedremo se sarà possibile invitare in Italia Kennedy (Robert F. Kennedy Jr, scelto da Trump a capo del dipartimento della Salute, ndr) per spiegare che non saremo affatto isolati. Ci allineiamo con le posizioni degli Stati Uniti, non degli etiopi».
L’economista e deputato della Lega afferma di comprendere «tutte le posizioni, comprendo meno che ci si dimentichi di quando l’Oms, per coprire la Cina, attaccò il nostro Paese accusandolo di essere “uno dei principali esportatori del virus”. Non è nemmeno un fatto di atlantismo: è un minimo sindacale di amor di patria quello che suggerisce di distanziarsi da un’organizzazione che ha scaricato su di noi la responsabilità delle proprie inefficienze», precisa Bagnai.
Quanto ai timori di impoverimento scientifico, Borghi è certo: «La ricerca non si ferma senza Oms. Tolte le velleità di dominio dell’organizzazione, rimangono gli stipendi clamorosi di questi funzionari, le sedi strepitose in tutto il mondo e un sistema da pandoro Ferragni al cubo. Con le persone che credono che si facciano cose utili, ma in realtà le stanno facendo per chi è nell’organizzazione». Solo nel 2020, la Regione del Veneto versò all’Oms 300.000 euro per la «copertura dei costi relativi al personale impiegato nell’Ufficio di Venezia», come riporta il Bollettino ufficiale della Regione.
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La senatrice a vita Cattaneo deplora l’addio degli Usa all’Agenzia, che sarebbe indispensabile per condividere dati cruciali. Nel 2020, però, fallì su tutto. Ed è falso che Trump voglia interrompere ogni forma di cooperazione.Centrodestra diviso sull’uscita dall'Oms. Bagnai (Lega): «Tajani perplesso? Seguiamo Washington, lui è atlantista...»Lo speciale contiene due articoli.La senatrice a vita Elena Cattaneo è una grande scienziata. Ma ha talento anche come storica revisionista.Intervistata ieri dalla Stampa a proposito della decisione di Donald Trump di abbandonare l’Oms, che la Lega vorrebbe replicare in Italia, la farmacologa ha celebrato il contributo dell’Organizzazione alla gestione del Covid: «Ha permesso la condivisione di dati e risultati senza i quali vaccini e campagne vaccinali sarebbero arrivati più tardi, con conseguenze enormi». Di più: la sua «dimensione mondiale […] ha permesso ai governi di ciascun Paese di attuare misure di protezione che, sebbene criticate per la loro durezza, hanno aiutato a contenere il numero delle vittime». La Cattaneo non ha avuto il Nobel per la medicina, ma merita quello per la letteratura. Sezione fantasy.L’Oms, all’inizio della pandemia, assicurò a tal punto la condivisione di dati che non riuscì ad accedere a quelli cinesi. Almeno fino a quando, a fine gennaio 2020, il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, andò in visita da Xi Jinping col cappello in mano. Intanto, aveva comprato a scatola chiusa le informazioni filtrate e manipolate da Pechino. Così, prima di dichiarare la pandemia, aspettò i comodi del regime, esitando fino all’11 marzo 2020. Un ritardo che aveva suscitato subito perplessità e discussioni. Quelli erano in giorni in cui l’Italia, dopo aver cincischiato per settimana tra l’inutile blocco dei voli e i piani pandemici tenuti nel cassetto, inaugurava il più draconiano lockdown d’Occidente. Senza contenere morti e contagi; anzi, preparando il terreno per dei postumi tremendi. Nella China connection che avrebbe importato il modello Wuhan nell’Ovest, la mediazione di Giuseppe Conte e Roberto Speranza, pionieri delle chiusure, fu fondamentale. A febbraio 2020, i cervelloni dell’Oms si lamentavano: «La gran parte della comunità globale non è ancora pronta, mentalmente e materialmente», alle serrate totali. Furono i giallorossi a dare la stura.Anziché bacchettare il Dragone per le reticenze, il funzionario etiope alla guida dell’agenzia Onu ringraziò la Cina: «Sta definendo un nuovo standard per la risposta alle epidemie», proclamò, avendo organizzato - febbraio 2020 - una spedizione sui luoghi dei focolai. Alla sua testa c’era il canadese Bruce Aylward: costui, circa un mese più tardi, si sarebbe fatto notare per una videointervista durante la quale simulò problemi di collegamento Internet, pur di non rispondere a una domanda sull’ammissione di Taiwan nell’Oms, che avrebbe irritato Xi.L’operazione per sdoganare i lockdown nacque da quel viaggio in Oriente. Le autorità, ovviamente, mostrarono soltanto ciò che volevano fosse visto. Ma l’Oms trangugiò volentieri il bibitone. Della delegazione faceva parte Clifford Lane, vicedirettore di una branca dei National institutes of health, l’Iss americano di cui era stato dominus Anthony Fauci. Lane suggerì immantinente di «imitare la Cina», che nel report del team fu applaudita per aver «allestito forse il più ambizioso, agile e aggressivo sforzo di contenimento di una malattia nella storia», oltre che per la «notevole rapidità con cui gli scienziati cinesi e gli esperti di salute pubblica hanno isolato il virus, individuato strumenti diagnostici e stabilito i parametri di trasmissione essenziali». Non una parola su censure e omertà, che costarono care al mondo. Men che meno sulla persecuzione del povero Li Wenliang, oculista di Wuhan che denunciò la comparsa di polmoniti misteriose, ma fu ammonito dalla polizia per aver diffuso «commenti falsi su internet» e costretto a scrivere una lettera di scuse. Li si ammalò il 10 gennaio 2020, cadde in depressione e il 7 febbraio morì. Chissà se la senatrice Cattaneo sarebbe d’accordo nel definire anche quello del Dragone un deprecabile «nazionalismo scientifico», destinato a infrangersi «contro il muro dell’ignoranza e della superstizione», oppure se i toni lovecraftiani sono riservati a Cthulhu-Trump.Per inciso: gli elogi al lockdown, nel giro di due anni, si sono trasformati in una reprimenda dalla politica Covid zero ai tempi della variante Omicron. Lo stesso Tedros Adhanom, alla fine, è arrivato a considerarla «insostenibile», mentre il direttore esecutivo del programma di emergenze sanitarie dell’Oms, Michael Ryan, all’improvviso si preoccupava del «rispetto delle persone e dei diritti umani».Ma la Cattaneo avrà letto l’ordine esecutivo di Trump? Secondo lei, «i promotori dell’Oms-exit» non hanno idea di come «sopperire alle funzioni proprio dell’organizzazione», né di dove recuperare «i dati globali su cui fondare le azioni necessarie a fronteggiare le emergenze sanitarie». Il presidente Usa, naturalmente, non ha lasciato tutto al caso. Il suo decreto affida al consigliere per la Sicurezza nazionale il compito di individuare «meccanismi di coordinamento» idonei a «salvaguardare la salute pubblica e a rafforzare la biosicurezza», ordinando di «identificare partner statunitensi e internazionali credibili e trasparenti per assumere le attività necessarie precedentemente intraprese» dall’Oms. Si vede che, a Washington, ritengono che collaborare sia possibile pur chiamandosi fuori da una struttura burocratica condizionata da una dittatura comunista e da un miliardario di Seattle. Già: la fondazione di Bill Gates, senza i soldi degli Usa, diventerà praticamente il principale finanziatore dell’agenzia.Forse, come pensa Antonio Tajani, il carrozzone si può riformare dall’interno? Basta constatare in cosa si sono risolti gli unici tentativi di riforma, ossia il Trattato pandemico e il nuovo Regolamento sanitario internazionale: in due blitz per sottrarre agli Stati preziosi spazi di autodeterminazione, ovvero di vigilanza democratica. È stato impossibile persino sostituire Tedros, alla faccia dei discutibili trascorsi da direttore generale: a maggio 2022, l’ex ministro di Asmara è stato riconfermato nel suo incarico, senza che alcun Paese membro dell’Oms, Italia compresa, presentasse un candidato alternativo. Questo, senatrice Cattaneo, come lo vogliamo chiamare? «Paraculismo scientifico» rende l’idea?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oms-finanziamento-2670999162.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-usciamo-paghiamo-noi-la-sede-di-venezia" data-post-id="2670999162" data-published-at="1737882075" data-use-pagination="False"> «Se usciamo, paghiamo noi la sede di Venezia» La scelta della Lega di uscire dall’Organizzazione mondiale della sanità, sulla scia di quanto deciso da Donald Trump, sembra non trovare unito il centrodestra. L’annuncio del senatore Claudio Borghi e del deputato Alberto Bagnai di aver depositato il ddl per l’abrogazione del decreto legislativo del 1947, che lega l’Italia all’Oms dietro pagamento di un contributo di circa 100 milioni di euro, provoca perplessità e critiche. «Non è la nostra posizione», ha tenuto a sottolineare il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, di Forza Italia. «Forse, in un mondo globale, un’istituzione simile è indispensabile», ha commentato su Affaritaliani.it Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera di Fratelli d’Italia. Però ha sottolineato: «L’Oms con il Covid ha perso molta della sua autorevolezza e credibilità e questo non è certo positivo per la tutela della salute dei cittadini del mondo. Andrebbe riformata in profondità». Secondo Repubblica, nella Liga veneta ci sarebbero malumori: «Nella nostra Regione c’è l’unica sede europea in Italia dell’Oms». In base ad accordi sottoscritti nel 2020, l’Ufficio per gli investimenti per la salute e lo sviluppo dell’Oms occupa il primo piano dell’Ospedale civile, nel sestiere Castello a Venezia. Il canone annuo è di 68.000 euro. «Noi paghiamo 100 milioni di euro, loro ce ne ridanno 68.000, non è un grande affare», se la ride Claudio Borghi. «Facciamo un accordo: se usciamo, al Veneto daremo il doppio per una sede dell’Italia libera dall’Oms», aggiunge il senatore. «Ma poi figuriamoci se in ogni caso lasciano Venezia, sono abituati troppo bene. Dove dovrebbero andare, a Mombasa?». Per nulla preoccupato dei malumori interni al suo partito («Prima di prendere questa posizione ho parlato con il responsabile del dipartimento Salute della Lega, che ha sentito tutti. C’è l’assenso completo, poi qualcuno la penserà diversamente, anch’io non ero d’accordo di entrare nel governo Draghi ma pazienza»), Borghi non vuole entrare in merito a un disappunto di Luca Zaia per l’uscita dall’Oms con sede a Venezia: «Non sono posizioni nazionali». Per l’onorevole Bagnai, «la storia dei malumori interni è montata ad arte e, comunque, non tiene logicamente: è del tutto improbabile che una burocrazia abituata a trattarsi bene come quella dell’Oms rinunci a una sede in un luogo meraviglioso come Venezia, mentre è molto probabile che i contribuenti veneti siano più che felici di non doverla pagare loro». Borghi non si sorprende nemmeno del commento del forzista Tajani: «Un secondo dopo che un americano gli avrà spiegato che se ne escono davvero dall’organizzazione, dovrà pensarci bene. Un atlantista come lui non lo può esserlo a giorni alterni». Il senatore sa che le reazioni erano scontate: «Come sempre, quando si vanno a toccare punti nevralgici, il sistema d’attacco prevede di andare a cercare qualcuno del centrodestra contrario, per motivi suoi, a lasciare l’Oms, così da mostrare che siamo divisi. Poi arriveranno le interviste a qualche medico che dice che, grazie all’Oms, milioni di bambini si sono salvati, quindi siamo dei pazzi a fare morire le creature. Dopodiché, vedremo se sarà possibile invitare in Italia Kennedy (Robert F. Kennedy Jr, scelto da Trump a capo del dipartimento della Salute, ndr) per spiegare che non saremo affatto isolati. Ci allineiamo con le posizioni degli Stati Uniti, non degli etiopi». L’economista e deputato della Lega afferma di comprendere «tutte le posizioni, comprendo meno che ci si dimentichi di quando l’Oms, per coprire la Cina, attaccò il nostro Paese accusandolo di essere “uno dei principali esportatori del virus”. Non è nemmeno un fatto di atlantismo: è un minimo sindacale di amor di patria quello che suggerisce di distanziarsi da un’organizzazione che ha scaricato su di noi la responsabilità delle proprie inefficienze», precisa Bagnai. Quanto ai timori di impoverimento scientifico, Borghi è certo: «La ricerca non si ferma senza Oms. Tolte le velleità di dominio dell’organizzazione, rimangono gli stipendi clamorosi di questi funzionari, le sedi strepitose in tutto il mondo e un sistema da pandoro Ferragni al cubo. Con le persone che credono che si facciano cose utili, ma in realtà le stanno facendo per chi è nell’organizzazione». Solo nel 2020, la Regione del Veneto versò all’Oms 300.000 euro per la «copertura dei costi relativi al personale impiegato nell’Ufficio di Venezia», come riporta il Bollettino ufficiale della Regione.
Domenico era un angelo venuto dal cielo che a due anni, sulla terra, ha incontrato quelli che la teologia chiama gli angeli decaduti: dei diavoli, delle persone che compiono il male e che hanno colpa di quel male e lo compiono perché non fanno il loro dovere. Ora quell’angelo in cielo prega per la mamma, per il papà e per i due fratelli che soffrono le pene dell’inferno per il male compiuto dagli uomini che dovevano salvare la vita di Domenico.
Ha detto bene la mamma: «Ho affidato la vita di mio figlio ai medici, e loro mi hanno tradito». È vero. Perché oltre a tradire la deontologia professionale hanno tradito la fiducia di una mamma che affidava loro il frutto del suo amore. Una mamma che durante tutte le fasi che hanno portato alla morte di Domenico aveva avuto l’intuizione, che solo una mamma può avere, che il suo angelo, in quei momenti, era nelle mani di coloro che non stavano facendo quello che avrebbero dovuto fare e che si rifiutavano anche di parlare, perché non sapevano cosa dire se non delle menzogne. In quei giorni terribili che hanno preceduto la morte del bambino, mamma Patrizia mi ha fatto venire in mente la Madonna ai piedi della Croce: una donna straziata dal dolore che vede la morte del Figlio che non ha compiuto alcun male, ma che è frutto del male compiuto dagli uomini.
C’è una frase molto celebre di Sant’Agostino che dice così: «La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per le cose così come sono, il coraggio per cambiarle». Mamma Patrizia ha ampiamente dimostrato di avere tutte e due queste caratteristiche: lo sdegno che, però, dimostra con dignità - al contrario dei responsabili della morte di suo figlio, che non hanno neanche sentito il bisogno di scrivere una lettera alla famiglia o di incontrarla anche semplicemente per un gesto di umanità; e il coraggio di voler cambiare le cose, tanto da voler dar vita a una fondazione intitolata a Domenico e che si occupi di tutto ciò che non ha funzionato in questa vicenda: delle malefatte, dell’incompetenza inaccettabile, della disumanità dei comportamenti di fronte dei genitori distrutti.
Questo giornale, nel suo piccolo, vuole collaborare perché si è fatta giustizia e, almeno, come ha detto il figlio di Patrizia, il fratellino di Domenico, «gli sia fatta pagare» a chi ha sbagliato. Occorre che giustizia sia fatta in fretta perché si deve evitare che coloro che hanno fatto il male provino a nascondere ciò che deve essere conosciuto, provino a occultare quello che va visto, provino a concordare tra di loro una versione falsa e menzognera di quello che è successo.
Dopo la morte di Domenico sono accaduti fatti gravi: sta scoppiando una guerra, e di questi fatti ne accadranno di nuovi e di grande rilievo. Questo è un motivo in più per non attenuare l’attenzione, non spegnere i fari su questa vicenda favorendo, così, coloro che vorrebbero oscurarli perché ne va della loro vita e della loro professione: un processo giusto dovrà far luce sulle loro colpe.
La morte colpevole di un bimbo innocente non ha valenza inferiore a nessun altro fatto che possa accadere nel mondo. Non ha dignità minore tale da distogliere la tensione e concentrarla solo su altro. Questa mamma e questa famiglia debbono continuare a essere seguite, a essere aiutate, a essere incoraggiate perché la vicenda, le indagini e il processo non rappresentino un ulteriore via Crucis. Noi della Verità chiediamo giustizia per il piccolo Domenico. E non smetteremo di farlo. Per quanto mi riguarda non smetterò di farlo all’interno delle mie trasmissioni perché l’ho promesso alla mamma e gliel’ho promesso semplicemente perché lo ritengo un dovere.
Mi permetto di scrivere ancora una cosa, perché mamma Patrizia è una donna di fede. Il piccolo Domenico è dall’eternità che è scritto nel Libro della vita: la sua giornata è stata breve, troppo breve, inspiegabilmente breve, ma ora in quel Libro della vita vivrà eternamente, custodito dal Dio della vita che ascolterà le preghiere per il suo babbo, per la sua mamma, per i suoi fratellini. Questo non toglie nulla alla sofferenza e alla tragedia di questa famiglia, ma ci fa pensare al piccolo Domenico circondato da angeli buoni in una dimensione di eterna beatitudine. Lo pensiamo che gioca con gli altri bambini morti immaturamente e anche loro presenti nel Grande Libro della memoria di Dio.
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