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2025-09-11
L’aggressione, il panico, la morte: la verità su Iryna emerge solo ora
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Guardava il telefono, Iryna Zarutska. Aveva lasciato la guerra in Ucraina alle spalle, il peggio era dunque passato. Alla fine, lei era tra i fortunati: aveva raggiunto l’America, il Paese dove tutto è possibile, perfino essere ammazzati senza alcun motivo. Come è successo a lei. Decarlos Brown, il suo killer, aveva deciso così: Iryna doveva morire. Era il 22 agosto scorso. All’epoca i giornali statunitensi diedero la notizia in modo secco: uccisa una rifugiata ucraina. Basta. Era sufficiente. Bisognava inoltrarsi nel pezzo per sapere da chi - un afroamericano di 34 anni - senza trovare alcun perché, visto che ancora oggi non esistono motivazioni per questo gesto se non quella fornita dalla sorella del killer, secondo la quale avrebbe agito perché la vittima gli stava leggendo la mente.
Poi, in questi giorni, ha cominciato a circolare sui social il primo video dell’omicidio, che pubblichiamo oggi sul nostro sito. Quello in cui si vede Brown ammazzare la ventitreenne ucraina e che si è voluto censurare fino all’ultimo. Fino a che non è diventato di dominio pubblico sui social, dove è stato condiviso da centinaia di migliaia di persone. Quello in cui si vede l’afroamericano che fruga tra le tasche, estrae un coltello a serramanico, si appoggia alla barra del sedile per avere stabilità e, infine, la colpisce tre volte al petto. Non agisce come uno sprovveduto: sa come fare per uccidere. Del resto, è già stato fermato 14 volte dalla polizia per diversi reati. È abituato. Sa agire con violenza. I colpi arrivano e Iryna non può far altro che toccarsi il petto e alzare gli occhi. Forse pensa di aver ricevuto dei pugni. Il suo sguardo è impaurito e assente. Stringe a sé il telefono nel quale si era rifugiata non appena si era seduta sulla metro. Il sangue sta cominciando a scorrere copioso. Il suo, ma pure quello di Brown. Perché, per sferrare i colpi, quei tre terribili affondi (quelli che in gergo si chiamano stabbing), la sua mano scivola sulla lama, ferendo anche lui. I frame scorrono. Le immagini, prima concitate, sembrano muoversi sempre più lentamente. Il killer si è allontanato. Gli occhi di Iryna sono vuoti di fronte all’aggressore, che le passa accanto come se nulla fosse accaduto. Lei è sotto choc, le forze cominciano a venirle meno. Forse, c’è tempo solo per pochi pensieri. Gli ultimi: com’è potuto succedere a me? Perché proprio io? Poi il vuoto. Chi ha assistito alla scena si è alzato ed è andato via. Il corpo della ragazza, che nel frattempo è scivolato tra i sedili, si muove ancora. Dalla sua mano l’ultimo segnale di vita. Iryna viene inghiottita dal pavimento. Scompare.
Solamente più tardi, quando ormai non ci sarà più nulla da fare, due soccorritori raggiungeranno la ragazza. Ancora qualche secondo e l’anima della ragazza lascerà il suo corpo.
Iryna non c’è più. È successo a lei, ma poteva succedere a chiunque. Lo scorso aprile, per esempio, era stato accoltellato a morte a Frisco, in Texas, un ragazzo statunitense: Austin Metcalf. Per quel crimine è oggi accusato un afro americano, Karmelo Anthony, che andrà a processo nel 2026. Anche in questo caso, il giudice ha emanato un’ordinanza per silenziare il fatto. Perché certe cose è meglio non raccontarle, non solo in America, ma soprattutto nel nostro Paese, dove l’immigrazione è un fenomeno relativamente fresco. Secondo le statistiche, però, gli stranieri, soprattutto se nordafricani e latinos, sono più propensi ai crimini violenti. E non si tratta solo di stupri, ma anche di aggressioni. Perché, in un certo senso, fa parte della loro cultura. Perché spesso la vita da loro vale meno. Perché la violenza serve a raggiungere il loro scopo. Qualsiasi esso sia: entrare in una gang o avere un paio di cuffiette per il telefono.
Lo sguardo di Iryna è il nostro. E non basta dire che i reati diminuiscono quando la percezione della sicurezza nelle nostre città è ormai ai minimi termini, non solo tra chi le abita ma anche tra coloro che vengono nel nostro Paese per turismo. Capita per esempio che turisti americani facoltosi (ma non noti) arruolino servizi di sicurezza perché temono di subire rapine e aggressioni. Non si sentono sicuri, dicono. E non è difficile da credere. Basta girare attorno alle stazioni delle nostre città per rendersene conto, oppure nei centri storici. La minaccia è dietro l’angolo. È violenza apparentemente senza senso, anche se invece ce l’ha.
Gli occhi di Iryna sono i nostri. Sono quelli di chi si chiede se val la pena morire così. Sono quelli di Cassandra, che predice un futuro che non vogliamo vedere. Ma che è già tra noi ed è fatto di sangue e violenza.
Trump: «Pena capitale per quell’animale»
Processo rapido e pena di morte: a queste condizioni - e solo queste - si potrà parlare di giustizia per il caso che riguarda l’omicidio di Iryna Zarutska, la ventitreenne ucraina assassinata con brutale violenza da un pluripregiudicato a piede libero su un mezzo pubblico a Charlotte, North Carolina, Stati Uniti.
È questo il pensiero dell’inquilino della Casa Bianca Donald Trump, che in un videomessaggio trasmesso dalla sua scrivania nello Studio Ovale ha affermato: «È stata massacrata da un mostro folle che vagava libero dopo essere stato arrestato 14 volte e rilasciato con cauzione zero», ha detto il tycoon. «L’animale che ha ucciso così violentemente la bella ragazza ucraina, venuta in America in cerca di pace e sicurezza, dovrebbe essere sottoposto a un processo rapido e condannato alla pena di morte. Non ci possono essere altre opzioni». «Non possiamo permettere che una banda criminale depravata di violenti recidivi continui a seminare distruzione e morte. Dobbiamo essere feroci proprio come loro». Il presidente Usa ha poi attaccato i democratici, affermando che «il sangue» della ragazza «è sulle loro mani, sulle mani di queste persone che si rifiutano di arrestare i criminali». Nonostante Iryna sia stata uccisa il 22 agosto scorso, per settimane la notizia non è stata trattata che con superficialità: «Ragazza ucraina uccisa a Charlotte, Usa». E basta. Ora però che il vaso è stato scoperchiato e si è capito il perché di questo silenzio, tutti hanno qualcosa da dire. Perché la notizia è passata sottotraccia? Semplice, lo si è detto: il suo assassino, Decarlos Brown, un nero senzatetto con uno sterminato elenco di crimini alle spalle, era stato arrestato 14 volte e rilasciato senza cauzione. Qualcuno ha tentato di discolpare un sistema politico e giuridico incompetente dalla responsabilità di quanto accaduto. Ci ha provato, per esempio, il democratico Roy Cooper, guarda caso ex governatore della Carolina del Nord, che ha asserito: «L’omicidio di Iryna Zarutska è una tragedia orribile e dobbiamo fare tutto il possibile per garantire la sicurezza delle persone. Solo un cinico insider di Washington potrebbe pensare che sia accettabile usare la sua morte per scopi politici, soprattutto uno che ha sostenuto il taglio dei fondi alle forze dell’ordine in North Carolina». Ma il vicepresidente americano J. D. Vance non ci ha messo né uno né due a rispedire le accuse al mittente: «Le forze dell’ordine hanno arrestato questo delinquente 14 volte. Non sono state le forze dell’ordine a fallire. Sono stati politici deboli come te che hanno continuato a farlo uscire di prigione».
Altre gravi considerazioni derivano poi da ulteriori esponenti della compagine governativa. Il segretario ai Trasporti Sean Duffy ha accusato i funzionari cittadini di Charlotte: «Questo mostro aveva un curriculum criminale lungo un rotolo, incluso il carcere per rapina con arma pericolosa, effrazione e furto. Non punendolo adeguatamente, Charlotte ha tradito Iryna e i cittadini della Carolina del Nord». Elon Musk ha scritto diversi post su X criticando i giudici e i procuratori che permettono ai «criminali di girare liberi». Del medesimo avviso anche il procuratore generale degli Stati Uniti, Pamela Bondi. «Iryna era una giovane donna che viveva il sogno americano: il suo orribile omicidio è il risultato diretto di politiche fallimentari di tolleranza nei confronti della criminalità, che mettono i criminali al primo posto rispetto agli innocenti», ha dichiarato. «Chiederemo la pena massima per questa imperdonabile violenza: non vedrà mai più la luce del giorno da uomo libero».
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A quasi 20 giorni dal delitto, diffuso il video che svela come la ventitreenne ucraina è stata massacrata senza ragione sulla metro da un pregiudicato. È accaduto negli Usa, ma una violenza simile purtroppo è ovunque.Il tycoon ai progressisti: «Il sangue della ragazza è sulle vostre mani». Elon Musk contro magistrati e procuratori.Lo speciale contiene due articoliGuardava il telefono, Iryna Zarutska. Aveva lasciato la guerra in Ucraina alle spalle, il peggio era dunque passato. Alla fine, lei era tra i fortunati: aveva raggiunto l’America, il Paese dove tutto è possibile, perfino essere ammazzati senza alcun motivo. Come è successo a lei. Decarlos Brown, il suo killer, aveva deciso così: Iryna doveva morire. Era il 22 agosto scorso. All’epoca i giornali statunitensi diedero la notizia in modo secco: uccisa una rifugiata ucraina. Basta. Era sufficiente. Bisognava inoltrarsi nel pezzo per sapere da chi - un afroamericano di 34 anni - senza trovare alcun perché, visto che ancora oggi non esistono motivazioni per questo gesto se non quella fornita dalla sorella del killer, secondo la quale avrebbe agito perché la vittima gli stava leggendo la mente.Poi, in questi giorni, ha cominciato a circolare sui social il primo video dell’omicidio, che pubblichiamo oggi sul nostro sito. Quello in cui si vede Brown ammazzare la ventitreenne ucraina e che si è voluto censurare fino all’ultimo. Fino a che non è diventato di dominio pubblico sui social, dove è stato condiviso da centinaia di migliaia di persone. Quello in cui si vede l’afroamericano che fruga tra le tasche, estrae un coltello a serramanico, si appoggia alla barra del sedile per avere stabilità e, infine, la colpisce tre volte al petto. Non agisce come uno sprovveduto: sa come fare per uccidere. Del resto, è già stato fermato 14 volte dalla polizia per diversi reati. È abituato. Sa agire con violenza. I colpi arrivano e Iryna non può far altro che toccarsi il petto e alzare gli occhi. Forse pensa di aver ricevuto dei pugni. Il suo sguardo è impaurito e assente. Stringe a sé il telefono nel quale si era rifugiata non appena si era seduta sulla metro. Il sangue sta cominciando a scorrere copioso. Il suo, ma pure quello di Brown. Perché, per sferrare i colpi, quei tre terribili affondi (quelli che in gergo si chiamano stabbing), la sua mano scivola sulla lama, ferendo anche lui. I frame scorrono. Le immagini, prima concitate, sembrano muoversi sempre più lentamente. Il killer si è allontanato. Gli occhi di Iryna sono vuoti di fronte all’aggressore, che le passa accanto come se nulla fosse accaduto. Lei è sotto choc, le forze cominciano a venirle meno. Forse, c’è tempo solo per pochi pensieri. Gli ultimi: com’è potuto succedere a me? Perché proprio io? Poi il vuoto. Chi ha assistito alla scena si è alzato ed è andato via. Il corpo della ragazza, che nel frattempo è scivolato tra i sedili, si muove ancora. Dalla sua mano l’ultimo segnale di vita. Iryna viene inghiottita dal pavimento. Scompare.Solamente più tardi, quando ormai non ci sarà più nulla da fare, due soccorritori raggiungeranno la ragazza. Ancora qualche secondo e l’anima della ragazza lascerà il suo corpo.Iryna non c’è più. È successo a lei, ma poteva succedere a chiunque. Lo scorso aprile, per esempio, era stato accoltellato a morte a Frisco, in Texas, un ragazzo statunitense: Austin Metcalf. Per quel crimine è oggi accusato un afro americano, Karmelo Anthony, che andrà a processo nel 2026. Anche in questo caso, il giudice ha emanato un’ordinanza per silenziare il fatto. Perché certe cose è meglio non raccontarle, non solo in America, ma soprattutto nel nostro Paese, dove l’immigrazione è un fenomeno relativamente fresco. Secondo le statistiche, però, gli stranieri, soprattutto se nordafricani e latinos, sono più propensi ai crimini violenti. E non si tratta solo di stupri, ma anche di aggressioni. Perché, in un certo senso, fa parte della loro cultura. Perché spesso la vita da loro vale meno. Perché la violenza serve a raggiungere il loro scopo. Qualsiasi esso sia: entrare in una gang o avere un paio di cuffiette per il telefono.Lo sguardo di Iryna è il nostro. E non basta dire che i reati diminuiscono quando la percezione della sicurezza nelle nostre città è ormai ai minimi termini, non solo tra chi le abita ma anche tra coloro che vengono nel nostro Paese per turismo. Capita per esempio che turisti americani facoltosi (ma non noti) arruolino servizi di sicurezza perché temono di subire rapine e aggressioni. Non si sentono sicuri, dicono. E non è difficile da credere. Basta girare attorno alle stazioni delle nostre città per rendersene conto, oppure nei centri storici. La minaccia è dietro l’angolo. È violenza apparentemente senza senso, anche se invece ce l’ha.Gli occhi di Iryna sono i nostri. Sono quelli di chi si chiede se val la pena morire così. Sono quelli di Cassandra, che predice un futuro che non vogliamo vedere. Ma che è già tra noi ed è fatto di sangue e violenza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/omicidio-iryna-zarutska-usa-video-2673983201.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-pena-capitale-per-quellanimale" data-post-id="2673983201" data-published-at="1757582852" data-use-pagination="False"> Trump: «Pena capitale per quell’animale» Processo rapido e pena di morte: a queste condizioni - e solo queste - si potrà parlare di giustizia per il caso che riguarda l’omicidio di Iryna Zarutska, la ventitreenne ucraina assassinata con brutale violenza da un pluripregiudicato a piede libero su un mezzo pubblico a Charlotte, North Carolina, Stati Uniti.È questo il pensiero dell’inquilino della Casa Bianca Donald Trump, che in un videomessaggio trasmesso dalla sua scrivania nello Studio Ovale ha affermato: «È stata massacrata da un mostro folle che vagava libero dopo essere stato arrestato 14 volte e rilasciato con cauzione zero», ha detto il tycoon. «L’animale che ha ucciso così violentemente la bella ragazza ucraina, venuta in America in cerca di pace e sicurezza, dovrebbe essere sottoposto a un processo rapido e condannato alla pena di morte. Non ci possono essere altre opzioni». «Non possiamo permettere che una banda criminale depravata di violenti recidivi continui a seminare distruzione e morte. Dobbiamo essere feroci proprio come loro». Il presidente Usa ha poi attaccato i democratici, affermando che «il sangue» della ragazza «è sulle loro mani, sulle mani di queste persone che si rifiutano di arrestare i criminali». Nonostante Iryna sia stata uccisa il 22 agosto scorso, per settimane la notizia non è stata trattata che con superficialità: «Ragazza ucraina uccisa a Charlotte, Usa». E basta. Ora però che il vaso è stato scoperchiato e si è capito il perché di questo silenzio, tutti hanno qualcosa da dire. Perché la notizia è passata sottotraccia? Semplice, lo si è detto: il suo assassino, Decarlos Brown, un nero senzatetto con uno sterminato elenco di crimini alle spalle, era stato arrestato 14 volte e rilasciato senza cauzione. Qualcuno ha tentato di discolpare un sistema politico e giuridico incompetente dalla responsabilità di quanto accaduto. Ci ha provato, per esempio, il democratico Roy Cooper, guarda caso ex governatore della Carolina del Nord, che ha asserito: «L’omicidio di Iryna Zarutska è una tragedia orribile e dobbiamo fare tutto il possibile per garantire la sicurezza delle persone. Solo un cinico insider di Washington potrebbe pensare che sia accettabile usare la sua morte per scopi politici, soprattutto uno che ha sostenuto il taglio dei fondi alle forze dell’ordine in North Carolina». Ma il vicepresidente americano J. D. Vance non ci ha messo né uno né due a rispedire le accuse al mittente: «Le forze dell’ordine hanno arrestato questo delinquente 14 volte. Non sono state le forze dell’ordine a fallire. Sono stati politici deboli come te che hanno continuato a farlo uscire di prigione».Altre gravi considerazioni derivano poi da ulteriori esponenti della compagine governativa. Il segretario ai Trasporti Sean Duffy ha accusato i funzionari cittadini di Charlotte: «Questo mostro aveva un curriculum criminale lungo un rotolo, incluso il carcere per rapina con arma pericolosa, effrazione e furto. Non punendolo adeguatamente, Charlotte ha tradito Iryna e i cittadini della Carolina del Nord». Elon Musk ha scritto diversi post su X criticando i giudici e i procuratori che permettono ai «criminali di girare liberi». Del medesimo avviso anche il procuratore generale degli Stati Uniti, Pamela Bondi. «Iryna era una giovane donna che viveva il sogno americano: il suo orribile omicidio è il risultato diretto di politiche fallimentari di tolleranza nei confronti della criminalità, che mettono i criminali al primo posto rispetto agli innocenti», ha dichiarato. «Chiederemo la pena massima per questa imperdonabile violenza: non vedrà mai più la luce del giorno da uomo libero».
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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