
Anche ai migliori può succedere di trovarsi in situazioni dalle quali è difficile uscire indenni, anche se «invisibili». È capitato il 19 marzo al pilota di un F-35 statunitense danneggiato dal fuoco delle difese iraniane durante una missione della quale il Pentagono non ha voluto confermare né luogo, né l’obbiettivo. Nessun aeroplano è tanto superiore ai sistemi di difesa attuali da esserne immune, men che meno l’F-35 di questa vicenda, risalente al 2006, ma il fatto fa notizia perché fino a oggi nessun aereo di questo tipo è mai stato abbattuto in combattimento, anche se una dozzina di esemplari sono andati persi per incidenti attribuiti a guasti ed errori umani.
Da quanto hanno confermato i militari del Comando Centrale delle Operazioni Usa (Centcom), il velivolo sarebbe stato agganciato da un missile terra-aria con sistema di ricerca a raggi infrarossi che ha puntato l’emissione di calore del motore. I missili di questo tipo, contrariamente a quelli a guida radar, non emettono alcuna radiazione «rilevabile» e a fare la differenza sono diversi aspetti: la posizione dell’aereo, la disponibilità di falsi bersagli a incandescenza (flares) e la capacità del pilota di accorgersi della minaccia ed evitarla. La riserva di flares poteva essere terminata per la missione compiuta e nell’analisi dell’accaduto che viene fatta a terra «scaricando» i dati di missione si comprenderà anche se l’F-35 avrebbe potuto essere avvistato e «scovato» nonostante sia un aereo a bassa visibilità radar. Magari dalle trasmissioni del sistema di bordo «Link-16», proprio uno di quelli che gli consentono di essere collegato a una rete informativa e che lo rendono temibile. Un missile a ricerca di calore esplode quando il bersaglio è in prossimità e non quando lo colpisce, così diventa plausibile la tesi che l’F-35 sia stato danneggiato ma non al punto da precipitare, né da farne perdere il controllo, riuscendo a rientrare in una base non specificata del Kuwait. Ma facendo i conti con il proprio stato (pare fosse ferito), con il carburante residuo e con l’avaria. Inizialmente le Guardie rivoluzionarie iraniane avevano diffuso il video di una telecamera a infrarossi che mostrava un F-35, un missile in avvicinamento e l’esplosione, ma la genuinità delle riprese è dubbia. Nell’ultimo fotogramma c’è una seconda traccia termica accanto al motore, ma tanto piccola da far pensare a una perdita di carburante. Una cosa è certa: talune difese antiaeree iraniane sono ancora attive dopo 20 giorni di guerra ed è interessante capire quale abbia preso di mira l’F-35. Da qui la deduzione che la Russia sia coinvolta, poiché la gamma di missili che avrebbero potuto usare è limitata. Se il caccia Usa si trovava a bassa quota e lento, gli iraniani avrebbero potuto usare un lanciatore spalleggiabile (Manpads); se invece si trovava ad alta quota sono noti altri sistemi: i missili anti-drone 358 o 359 come mostrerebbe il video, ma piccoli, lenti e con testate di piccole dimensioni. Ma poiché essi utilizzano un sistema di guida visiva simile a quello dei droni, è improbabile che abbiano intercettato quell’aereo. Se il video è falso e l’F-35 è stato colpito da un missile ad alta velocità, nell’arsenale Irgc ci sono vecchi sistemi di tipo Raad e Khordad, i missili S-300 e 400 o i Sam, tutti russi. Oltre allo spionaggio, a esportare informazioni e dettagli su come fare missili in grado di aggredire gli F-35 potrebbero essere stati i turchi. Ricordiamo che Trump, durante il suo primo mandato, li escluse dal programma mentre costruivano parte del motore e altre componenti, e dal quel momento in Turchia erano frequenti le visite di tecnici cinesi e russi. A oggi l’operazione Epic Fury ha comportato la perdita di tre F-15E abbattuti da fuoco amico; tre aerocisterne KC-135 Stratotanker (sei morti), due per una collisione in volo e una per un drone iraniano che l’ha colpita a terra. Oltre a questi, gli Usa hanno perso almeno sei droni, e a giustificare in parte tali perdite è il ritmo degli attacchi: 5.700 sortite da parte di Israele e 6.500 quelle degli Usa.






