C’è il sole, c’è profumo di prati, c’è voglia di immergersi passeggiando nella natura. E allor,a per questa domenica pienamente primaverile, abbiamo pensato a una ricetta che prende a piene mani dall’orto e dai sapori della “rinascita”, ma non c’impegna troppo in cucina. La base è una ricetta vegetariana a cui noi abbiano aggiunto il fascino morbidissimo e succulento della burrata.
Ingredienti – 360 gr di pasta corta di semola di grano italiano, due carote di media grandezza, un mazzetto di asparagi, 80 ml di olio extravergine di oliva di prima qualità, due o tre cipollotti freschi, 4 burratine (totale 200 gr), facoltativi 50 gr di Grana Padano o Parmigiano Reggiano grattugiato, sale e pepe qb.
Procedimento – Mondate le carote e fatele a tocchetti, togliete agli asparagi la parte più dura facendoli poi a rondelle e tenendo da parte le punte, fate a fettine i cipollotti. Nel frattempo mettete a bollire abbondante acqua leggermente salata per cuocere la pasta. A seconda dei formati ci vorranno dai 9 ai 14 minuti, il tempo necessario a completare la ricetta. In una padella ampia (ci dovete saltare la pasta) scaldate circa tre quarti dell’olio extravergine di oliva e fate stufare i cipollotti, aggiungete le carote fatte a cubetti e fate cuocere per circa 6 minuti. Se vi serve allungate con un po’ di acqua di cottura della pasta. A questo punto aggiungete gli asparagi, ma non le punte e fate andare per circa 3 minuti. Ora aggiungete le punte che devono restare croccanti. Aggiustate di sale e pepe, scolate la pasta bene al dente e finite la cottura in padella saltando nel condimento primaverile. Al momento di servire sistemate un po’ di pasta su ogni piatto e ponete al centro una burratina che ogni commensale provvederà poi ad aprire amalgamandola alla pasta, passate un filo d’olio a crudo e se viva un po’ di formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire a loro i piatti con le burratine e il giro d’olio extravergine.
Abbinamento – Noi proponiamo un bianco frizzante: Pignoletto dei Colli Bolognesi. Ci sta bene qualsiasi spumante e vanno d’accordo col piatto anche i bianchi aromatici a esempio un Sauvignon del Collio.
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Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance saluta mentre sale a bordo dell'Air Force Two dopo i negoziati che si sono svolti a Islamabad (Getty Images)
Dopo oltre 20 ore di colloqui a Islamabad, nessun accordo tra Washington e Teheran. Vance accusa: manca un impegno sul nucleare. L’Iran respinge le richieste Usa ma non chiude alla diplomazia. Resta il nodo dello Stretto di Hormuz, mentre cresce la tensione nella regione.
Dopo oltre venti ore di colloqui a Islamabad, il negoziato tra Stati Uniti e Iran si chiude senza un accordo. La sesta settimana di guerra, iniziata il 28 febbraio con l’offensiva congiunta di Washington e Israele, si apre così con uno stallo diplomatico che conferma quanto la distanza tra le parti resti profonda, nonostante i tentativi di mediazione del Pakistan.
A certificare il fallimento è il vicepresidente americano J.D. Vance, che lascia il Paese con toni netti: «Non abbiamo raggiunto un accordo» e, soprattutto, «non c’è un impegno esplicito da parte dell’Iran a non sviluppare armi nucleari». È questo, nelle parole dell’amministrazione statunitense, il nodo centrale. Washington chiede una garanzia chiara e duratura sul programma atomico iraniano, ritenuto il punto non negoziabile dell’intera trattativa. «Devono capire che questa è la nostra offerta finale», aggiunge Vance, lasciando intendere margini ridotti per ulteriori concessioni. Da Teheran la lettura è opposta. La televisione di Stato parla di «richieste irragionevoli», mentre il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei riconosce che un’intesa su alcuni punti è stata trovata, ma conferma divergenze su «due o tre questioni importanti», senza entrare nei dettagli. Il clima, segnato da quaranta giorni di conflitto, resta quello della diffidenza reciproca. «Nessuno si aspettava di raggiungere un accordo in un solo incontro», sottolinea Baghaei, lasciando però aperta la porta a un possibile proseguimento del dialogo: «La via della diplomazia non è chiusa».
Tra i dossier più sensibili rimane quello dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il traffico energetico globale e leva geopolitica nelle mani di Teheran. Una fonte della sicurezza iraniana chiarisce che la situazione non cambierà finché non verrà definito un quadro condiviso con gli Stati Uniti. Nelle stesse ore, segnali di tensione arrivano proprio dal mare: due superpetroliere dirette verso il Golfo Persico hanno invertito la rotta all’avvicinarsi alle acque controllate dall’Iran, mentre i Pasdaran ribadiscono che qualsiasi tentativo di attraversamento da parte di navi militari sarà contrastato. Il fallimento dei colloqui riapre anche il fronte delle opzioni sul tavolo di Washington. Donald Trump, intervenuto indirettamente rilanciando un’analisi sulla sua piattaforma, lascia intravedere la possibilità di un blocco navale contro l’Iran, sul modello di quanto già fatto in Venezuela. Un’ipotesi che, se confermata, segnerebbe un ulteriore salto di tensione in un’area già altamente instabile.
Nel frattempo, il conflitto continua a produrre effetti su scala regionale. Nuovi raid israeliani nel sud del Libano hanno causato almeno undici morti, mentre il bilancio complessivo delle vittime nel Paese, secondo le autorità locali, supera le duemila unità dall’inizio di marzo. Sul fronte iraniano, Teheran denuncia migliaia di feriti, tra cui oltre duemila minori, nei bombardamenti condotti da Stati Uniti e Israele. In questo quadro, il Pakistan prova a mantenere aperto un canale di comunicazione. Il ministro degli Esteri Ishaq Dar invita entrambe le parti a rispettare il cessate il fuoco e ribadisce la disponibilità di Islamabad a proseguire il ruolo di mediatore. Ma, al di là delle dichiarazioni, il negoziato si è fermato su questioni strutturali: il nucleare, la sicurezza marittima, il rapporto di forza nella regione.
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Xi Jinping (Ansa)
Pechino smentisce, ma secondo Cnn darà sistemi antiaerei ai pasdaran. Lo scopo: impantanare gli Stati Uniti se il dialogo fallisse (e distoglierli da Taiwan). In caso di accordo, invece, potrà vantare il suo ruolo diplomatico.
Al tavolo di Islamabad c’è un convitato di pietra. Ha gli occhi a mandorla e un asso nella manica: gli armamenti che sarebbe in procinto di fornire all’Iran per neutralizzare gli attacchi statunitensi.
Le pressioni della Cina sono state fondamentali per convincere gli ayatollah a negoziare con gli americani. Pechino fa parte della cerchia di «amici» ai quali Teheran è disposta a concedere il transito nello Stretto di Hormuz. E circa il 38% dei barili di greggio che passano per quel braccio di mare è destinato al Paese di Xi Jinping. L’introduzione dei pedaggi potrebbe persino consolidare l’attuale ascesa dello yuan quale valuta di riserva, se fossero pagati in quella valuta piuttosto che in cripto. Il disordine geopolitico, comunque, non fa quasi mai aggio al Dragone, già primo acquirente di petrolio venezuelano, dal quale deriva il 4% del suo fabbisogno totale; ragion per cui, al Politburo, non avranno festeggiato la destituzione di Nicolás Maduro.
Dopodiché, il regime comunista sa come ritorcere contro l’Occidente la strategia del caos, che magari Donald Trump sperava di sfruttare. A marzo, ad esempio, per reagire alla crisi e prevenire l’inflazione interna, i cinesi hanno iniziato a ridurre le esportazioni di fertilizzanti e di carburanti raffinati, la cui vendita all’estero resterà ancora bloccata nel mese di aprile. E ora, la Cnn svela che Xi ha a disposizione un’ulteriore leva: quella bellica. Citando «fonti a conoscenza delle valutazioni dell’intelligence», l’emittente Usa ha riferito che, nelle prossime settimane, attraverso una serie di triangolazioni, la Cina consegnerà alla Repubblica islamica dei sistemi di difesa aerea. In particolare, delle piattaforme portatili, i Manpads, corrispettivo di quegli Stinger con cui Washington aveva riempito gli arsenali di Kiev e che gli ucraini hanno usato con profitto, per contrastare l’invasione russa. Sono mezzi utili a colpire i velivoli nemici a bassa quota; può essere stata la combinazione tra questi lanciamissili e i radar a infrarossi a facilitare l’abbattimento di un F-35 e dell’F-15 caduto qualche giorno fa.
Il punto è che la fiducia nel sostegno di Pechino, ancorché seccamente smentito dall’ambasciata del Dragone a Washington, potrebbe indurre gli sciiti a bluffare in Pakistan. E a prendere tempo per riorganizzarsi, in vista di una ripresa delle ostilità che, secondo quanto hanno riferito organi di stampa iraniani, i pasdaran sarebbero in grado di reggere per almeno altri sei mesi. Per un mondo che è già sull’orlo dell’abisso economico dopo una quarantina di giorni di bombardamenti, sarebbe un’eternità.
La vera domanda, allora, è: a che gioco gioca la Cina? Lavora per la pace, oppure trama per il pantano? La verità è che Xi può guadagnare a prescindere da come andrà a finire.
Se JD Vance e Mohammad Bagher Ghalifab si mettessero d’accordo sul serio, egli potrebbe rivendicare il ruolo di discreto mediatore. Un gol a porta vuota, nella partita per consolidare la reputazione di potenza benevola, una fama che illustri politologi cinesi, a cominciare da Yan Xuetong, considerando essenziale assicurarsi. In più, un progressivo ritorno alla normalità faciliterebbe i flussi commerciali, consentendo a Pechino di continuare a piegare ai propri interessi i meccanismi della globalizzazione: giusto l’altro ieri, Eurostat comunicava che il deficit dell’Ue verso la Cina è salito dai 312,2 miliardi del 2024 ai 359,8 del 2025. Intanto, le tensioni con gli Usa, cavalcate dal governo di sinistra di Pedro Sánchez, stanno accelerando la trasformazione della Spagna in un proxy del regime rosso nel Vecchio continente. I rafforzati legami verranno senza dubbio capitalizzati anche a calma ripristinata, in un contesto di rapporti che, tra le due sponde dell’Atlantico, sarà mutato profondamente, sebbene non compromesso.
E se le trattative fallissero? Il Dragone potrebbe indurre il suo avversario a impantanarsi; l’invio di contraeree rientrerebbe in tale strategia. È quello che hanno fatto gli americani con i russi nel Donbass. Ed è probabilmente il modo in cui le grandi potenze nucleari si combatteranno di qui in avanti. Non sarebbe una novità totale: è un copione già visto, durante la guerra fredda, in Corea, in Vietnam e in Afghanistan. Sarebbe coerente con la dottrina di Sun Tzu, il Clausewitz cinese: «L’arte della guerra è sottomettere il nemico senza combattere».
Due piccioni con una fava: la tattica contribuirebbe a tenere l’America lontana dall’Indo-Pacifico e da Taiwan. Xi, reduce da un incontro con la leader dell’opposizione di Taipei, ha ribadito che l’isola non potrà mai essere indipendente. E se gli Usa si rivelassero inabili a difenderla, l’intero equilibrio asiatico ne uscirebbe sconvolto, con risvolti pesanti per Tokyo e Seul. Allora sì che al Politburo stapperebbero champagne.
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Donald Trump (Ansa)
La sua comunicazione è strategica: dribbla i media novecenteschi e spaesa il pubblico.
Eravamo convinti degli argomenti neoisolazionisti in base ai quali - vale la pena ricordarlo - si stabilì quella convergenza generale del mondo Maga che portò lo stesso JD Vance a ricredersi su Donald Trump sino ad accettare la vicepresidenza e che fece individuare nella candidatura di Trump il momento di chiusura della visione neocon.
Ci eravamo sentiti dire che gli Stati Uniti, dopo le numerose e destabilizzanti operazioni in Medio Oriente, spesso dai risultati ambigui, avrebbero scelto di chiudere il Novecento e di muoversi in un’ottica multipolare senza rinunciare al proprio ruolo di preminenza. Qualcosa è intervenuto e ha portato gli Usa, dopo due operazioni rapide e di successo, a tornare al vecchio interventismo dal quale ora non si sa con chiarezza come uscire. Ma questo non può essere letto come semplice avventurismo né tantomeno con le vecchie categorie del «caos trumpiano» o con i patetici semplicismi del «matto che va fermato».
Per comprendere il quadro nel suo insieme, almeno per quanto riguarda il suo significato di massima, occorre considerare la strategia comunicativa di Donald Trump come indice della più grande operazione di disintermediazione della storia moderna, un’operazione che può essere letta come una vera e propria inversione della distinzione straussiana tra esoterico ed essoterico, operazione con la quale Trump rende pubblico il messaggio destinato agli interlocutori apicali e lascia le masse davanti a un testo che non possono decifrare, disinteressandosi della narrazione mediatica e anzi massimizzando l’incertezza e lo spaesamento prodotti. La dichiarazione sulla «imminente fine della civiltà» rimarrà nella storia delle forme di comunicazione politica ma non tanto per brutalità o scarsa cautela bensì perché, probabilmente per la prima volta nel mondo moderno, i messaggi e i toni che da sempre nella storia erano riservati alle stanze segrete delle trattative tra i capi dei Paesi in conflitto sono stati resi pubblici e utilizzati essi stessi come armi.
Secondo lo schema formale moderno, accettato implicitamente da tutti, il sovrano o il capo di Stato adoperava particolare attenzione nel costruire narrazioni che producessero consenso di massa così da risultare non solo «vincente» agli occhi del popolo ma soprattutto «giusto», «legittimo« e «animato da senso di responsabilità». Ma nelle segrete stanze tale esigenza veniva a mancare ed era lì che emergevano le mosse strategiche che dell’esigenza narrativa non avevano alcun bisogno. Tutto il Novecento si è giocato su questo tipo di rapporti tra Usa e Urss, fintamente minacciosi o fintamente amichevoli, salvo poi basarsi su narrazioni e retoriche del tutto differenti per ciò che concerneva il rapporto con i media e con il pubblico.
In questi giorni abbiamo, invece, assistito a una sorta di «inversione trumpiana» nell’ambito delle strategie comunicative, un’inversione per la quale le masse non sono più l’elemento da guidare, motivare e acquietare ma diventano semplici spettatrici di un linguaggio che non capiscono. E non stupisce affatto che le stesse élite che per vent’anni hanno teorizzato la preminenza delle narrazioni sulla realtà, secondo la lezione del post-strutturalismo, le stesse che conferivano il Nobel per la pace a Barack Obama mentre bombardava Libia e Siria, oggi si scandalizzino perché Trump non parla «in modo lineare». Il motivo della scelta di Trump non è soltanto dettato da una diversa concezione del negoziato e del suo uso strategico ma rappresenta altresì la risposta spiazzante nei confronti di un mondo dei media a lui quasi interamente ostile e nei confronti del quale si sarebbe trovato costantemente nel ruolo dell’inseguitore.
La tecnica del flooding - cioè il saturare i canali mediatici attraverso un sovraccarico di notizie - l’imprevedibilità dei tempi e soprattutto l’uso funzionale della contraddizione, hanno il preciso fine di rendere irrilevante l’intermediazione mediatica e di mantenere sempre il controllo della cornice narrativa. Ciò naturalmente a scapito del controllo dell’opinione pubblica che viene così relegata ad aspetto secondario da un politico che tale in realtà non è mai stato.
Trump non è affatto un’anomalia populista come i media novecenteschi e i loro lettori scandalizzati cercano di dire ma è il più postmoderno dei postmoderni, talmente fuori dagli schemi da rifarsi oggi più a Cesare Borgia che a Henry Kissinger. Per colmo di paradosso Trump sta facendo con i media globali la stessa cosa che gli iraniani stanno facendo con lui: una guerra talmente asimmetrica da risultare sorprendentemente efficace ma tra i tanti errori strategici che gli Usa stanno commettendo si farebbe un grave errore ad annoverare anche la comunicazione di Donald.
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