Carlo Nordio (Ansa)
Non è vero che ci sia troppo poco tempo per informare correttamente i cittadini, anche perché è proprio chi è contro la riforma a inquinare le acque con false indicazioni.
Il tentativo dell’Associazione nazionale magistrati e delle sinistre di rinviare alle calende greche il referendum sulla Giustizia c’è stato ed è tuttora in corso. Parola di Giorgia Meloni che ieri, rispondendo alle domande dei giornalisti durante la tradizionale conferenza stampa di inizio anno, ha annunciato che il governo tira diritto: «Vedo anche io un intento dilatorio, ma mi sentirei di dire che il prossimo consiglio dei ministri confermerà la data del 22 e 23 marzo».
A chi sostiene, in malafede, che il tempo per fare campagna elettorale sia poco, basterebbe ricordare che è maggiore di quello che gli italiani hanno avuto a disposizione per fare le loro valutazioni, per esempio, alle ultime elezioni politiche (Mario Draghi si dimise il 21 luglio 2022 e si andò a votare il 25 settembre), che per oltre un anno se ne è discusso in Parlamento con ampia eco mediatica, e che da trent’anni il tema è - ahimè - la colonna sonora del Paese. Se proprio il fronte del No ritiene di avere troppi argomenti da spiegare bene agli italiani in soli 70 giorni, mi permetto di suggerirgli delle priorità. Piccolo promemoria: spiegare come mai ogni anno circa mille persone finiscono agli arresti per errori giudiziari (risposta giusta: combine tra pm e giudici che devono convalidare i loro atti); spiegare perché, di fronte a tanto scempio, in sei anni, dal 2018 al 2024 (ultimi dati disponibili) solo 89 magistrati sono finiti davanti alla commissione disciplinare e perché 44 di loro sono stati prosciolti, 28 assolti, otto censurati, uno trasferito (risposta giusta: perché gli errori dei magistrati, a differenza dei nostri, restano impuniti); spiegare perché un importante pm di Milano, Fabio De Pasquale, sia ancora al suo posto e nel pieno dei suoi poteri nonostante condannato sia in primo grado sia in appello a otto mesi di reclusione per aver truccato il processo ai vertici Eni (poi tutti assolti) con grave danno all’immagine dell’Italia (risposta giusta: è protetto dalle correnti); spiegare come mai, a proposito di relazioni pericolose tra magistratura e politica, gli ultimi tre Procuratori della direzione antimafia - Federico Cafiero De Raho, Franco Roberti e Pietro Grasso - finito il loro incarico sono finiti a fare i senatori e i deputati nelle file di Pd e Cinque stelle (risposta giusta: perché sinistra e magistrati oggi si aiutano e proteggono a vicenda); spiegare come mai è ancora al suo posto il pm di Perugia che durante un interrogatorio si sarebbe inginocchiato di fronte al faccendiere pregiudicato e millantatore che stava interrogando pregandolo di dirgli qualche cosa per incastrare colui che stava indagando (risposta giusta: perché «colui» era Luca Palamara, che ha denunciato tutte le schifezze della magistratura).
Non credo che avremo mai le risposte a questi semplici quesiti. Per il fronte del No meglio buttare la palla in tribuna. «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? No», è il testo del manifesto-poster truffaldino - nella riforma non si parla di giudici, semmai di pm che è tutt’altra cosa - che l’Associazione nazionale magistrati ha fatto esporre in bella vista in alcune stazioni ferroviarie, invitando così a votare No alla riforma. Giorgia Meloni, interpellata ieri sull’argomento durante la conferenza stampa di fine anno, non ha usato giri di parole: «Sapete cosa delegittima i magistrati? La campagna fatta dall’Anm nelle stazioni. Chi ha un ruolo di responsabilità lo deve ricoprire con dignità». L’avessero chiesto a me avrei aggiunto: anche io, come l’Anm, mai vorrei giudici che dipendono dalla politica, e proprio per questo al referendum voterò convintamente Sì.
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- La conferenza stampa di inizio anno: «I criminali sono liberi perché spesso i magistrati vanificano il lavoro. Nel 2026 il focus sarà anche sulla crescita. Il Colle? Non ci punto. Con Mattarella non sempre vado d’accordo».
- Il presidente del Consiglio difende Salvini dall’accusa di essere «filo Putin» e invita l’Unione a fare un passo: «Ma non in ordine sparso, sarebbe un favore allo Zar».
Lo speciale contiene due articoli.
La quarta conferenza stampa di Giorgia Meloni è quella della maturità. Organizzato come da tradizione dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, in collaborazione con l’Associazione della stampa parlamentare, il suo colloquio si trasforma soprattutto in un’analisi lucida. Del tanto di buono che è stato fatto ma anche del tanto lavoro che ancora c’è da fare. Soprattutto sulla sicurezza, lo riconosce lei stessa. «Abbiamo lavorato moltissimo, gli anni di lassismo non sono facili da cancellare, ma i risultati per me non sono sufficienti». Meloni è da sempre considerata severa e sa esserlo anche con sé stessa. «Questo dev’essere l’anno in cui si cambia passo su questa materia, in cui si fa molto di più, ma rivendico che ci abbiamo lavorato molto, con moltissime iniziative». Tra le iniziative «stiamo studiando anche un provvedimento sul tema delle baby gang», per il presidente del Consiglio «altra situazione fuori controllo».
Rivendica però alcuni primi risultati: «I dati dicono che nei primi dieci mesi del 2025 i reati sono calati del 3,5% rispetto all’anno precedente». Frutto di un lavoro copioso del governo: «Assunti 30.000 nuovi operatori delle forze dell’ordine; stanziato 1,5 miliardi per il rinnovo dei contratti nel settore difesa, sicurezza e soccorso; sbloccato investimenti fermi da anni; il famoso decreto Sicurezza molto contestato dalle opposizioni con cui abbiamo dato risposta a reati che impattano maggiormente sulla popolazione; la lotta alla mafia, con 120 latitanti catturati e migliaia di arresti e beni confiscati alla criminalità in questi tre anni». Infine ricorda Caivano e il lavoro fatto per «combattere tutte le zone franche». E ancora: «Strade sicure e Stazioni sicure, oltre 220 interi stabili sgomberati e quasi 4.000 case restituite ai legittimi proprietari; abbiamo diminuito di oltre il 60% gli arrivi degli immigrati illegali, che impattano sulla sicurezza in maniera significativa».
Meloni poi si mostra durissima con quella magistratura che «a volte rende vano il lavoro del Parlamento». Perché «se vogliamo garantire sicurezza ai nostri cittadini occorre lavorare tutti nella stessa direzione, lo deve fare il governo, le forze della polizia, e la magistratura che è fondamentale in questo disegno. Un appello a lavorare tutti nella stessa direzione per garantire la sicurezza dei cittadini può fare la differenza». E stila una serie di esempi: «Escluso quello del capotreno, per il quale rinnovo la mia totale solidarietà alla famiglia, ricordo il caso dell’imam di Torino. La polizia ne dimostra la pericolosità per i suoi contatti con i jihadisti, il ministro Matteo Piantedosi ne dispone l’espulsione e questa viene bloccata. Lo scorso novembre una mamma ha ucciso il figlio di 9 anni, era stata più volte denunciata dalle forze dell’ordine e dai servizi sociali e l’autorità giudiziaria ha ritenuto di lasciarla a piede libero. Sempre a novembre ad Acerra una persona è stata arrestata mentre sversava tonnellate di rifiuti nocivi nella Terra dei fuochi, grazie ai provvedimenti del governo, e dopo poche ore è stato rimesso in libertà dall’autorità giudiziaria. Quando questo accade, non è solo vano il lavoro del Parlamento, ma soprattutto quello delle forze dell’ordine».
Poi ampio spazio alla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio, chiarendo sul voto: «A norma di legge dobbiamo dare la data entro il 17 di gennaio, lo farà il prossimo cdm: il 22 e 23 marzo è la data più probabile e mi sentirei di confermarla», spiega, chiarendo che le norme attuative verranno emanate prima del rinnovo del prossimo Csm, scongiurando il rischio che questo si possa rinnovare senza sorteggio nell’eventualità che vincesse il Sì. Riconoscendo poi un «intento dilatorio nelle polemiche dei giorni scorsi» riferendosi alla possibilità che il fronte del No intendesse allontanare la data del voto con lo scopo di rieleggere il Csm senza sorteggio.
E sulla campagna referendaria quella condotta «dall’Anm nelle stazioni delegittima la magistratura perché, se chi ha nel suo Dna la ricerca della verità, scrive una menzogna per difendere la sua campagna legittimissima contro il referendum, di fatto la delegittima». E ancora: «Il dibattito sulla separazione delle carriere dovrebbe essere concentrato sul merito della riforma», perché «se dovesse diventare uno scontro politico banalmente non aiuterebbe i cittadini a votare e a scegliere. Quindi ho chiesto di stare molto sul tema». Ed è per questo che «a me fa arrabbiare la campagna che ha portato avanti l’Anm. Perché nella riforma facciamo esattamente il contrario di quello che dice l’Anm, cioè non si può fare una campagna dicendo che i giudici verranno sottomessi alla politica. Quello che facciamo noi è togliere al Parlamento la possibilità di eleggere un pezzo del Csm; quindi, semmai stiamo togliendo la possibilità della politica di influenzare quello che fanno i magistrati, questa è la realtà».
Sui rapporti con il Quirinale Meloni chiarisce di avere un buon rapporto «soprattutto con il presidente della Repubblica», lasciando intendere che potrebbe non essere così con tutto il Colle. «Io e il capo dello Stato non siamo sempre d’accordo, ma c'è una cosa che fa la differenza: Sergio Mattarella, quando si tratta di difendere gli interessi nazionali, c’è». E sulla possibilità di occuparne il suo posto risponde: «Attualmente non c’è, nei miei radar, quello di salire di livello. Mi faccio bastare il mio». Infine si dice «fiera dei partiti della maggioranza, dei loro leader, del rapporto che ho con loro. Sono fiera del lavoro che stanno facendo Matteo Salvini e Antonio Tajani». Insomma, risultati a ambizioni di miglioramento sulla sicurezza ma anche sulla crescita: «Sono i due focus principali per me».
In serata è arrivata la replica dell’Anm: «La costante delegittimazione dei magistrati e delle decisioni prese esclusivamente in base alla legge è pericolosa per la tenuta dello Stato di diritto».
«È ora che l’Ue parli con la Russia»
Gli argomenti di politica estera in conferenza stampa hanno preso il sopravvento su quelli nazionali. Inevitabile visto il quadro geopolitico e la fattiva e continuata attività di politica estera del premier, Giorgia Meloni. Dalla guerra in Ucraina alla Groenlandia, dal Venezuela ai rapporti con l’amministrazione Trump, passando per il dialogo con la Russia.
Su questo la Meloni riconosce che «è arrivato il momento in cui anche l’Europa parli con la Russia, perché se l’Europa decide di partecipare a questa fase di negoziazioni parlando solo con una delle due parti in campo, temo che alla fine vedrà il contributo positivo che può portare sia limitato». Difende poi il pensiero del vicepremier, Matteo Salvini, accusato di essere «filorusso»: «Per quello che riguarda la Russia nel G8 e i contatti con Vladimir Putin, Salvini ha fatto una riflessione sui rapporti dell’Italia come Emmanuel Macron l’ha fatta per esempio sui rapporti con l’Europa, nel senso che al di là di quelli che sono i rapporti italiani, perché noi siamo in un ambito che è quello anche della cooperazione dell’Unione europea, penso che però Macron abbia ragione su questo». Perché «se noi facessimo l’errore di decidere da una parte di riaprire le interlocuzioni con la Russia e dall’altra di andare in ordine sparso mentre lo facciamo, noi faremo un favore a Putin e l’ultima cosa che voglio fare nella vita è un favore a Putin».
L’invio di truppe «a oggi non lo considero necessario», spiega il premier, perché «il principale strumento oggi individuato per costruire solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina è un sistema ispirato all’articolo 5 della Nato». E poi, circa l’ipotesi di una missione multinazionale con ombrello Onu, ha chiarito: «Non è sul campo oggi».
A molti uno degli argomenti più urgenti su cui porre domanda sono state le mire americane sulla Groenlandia. Ha ribadito: «Io continuo a non credere nell’ipotesi che gli Usa attuino un’azione militare per assumere il controllo dell’isola. Un’opzione che chiaramente non condividerei, l’ho già messo nero su bianco.
Credo che non converrebbe a nessuno, non converrebbe neanche agli Stati Uniti d’America». Per il premier, l’attenzione di Washington sarebbe piuttosto rivolta alla rilevanza strategica dell’Artico: «Io ritengo che gli Usa, con metodi diciamo molto assertivi, stiano soprattutto ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia e in generale dell’area artica per i suoi interessi per la sua sicurezza», chiarendo che in questo senso fa bene e anche che in questo quadro anche «l’Europa deve continuare a lavorare in ambito Nato per una maggiore presenza nell’area artica». Sul tema Meloni ha annunciato che entro fine mese il ministero degli Affari esteri presenterà una strategia italiana sull’Artico, con l’obiettivo di «preservare l’area come zona di pace e di cooperazione contribuire alla sicurezza della regione». Questo perché il premier capisce «quanto sia strategico e importante oggi occuparsi di questa area del mondo e stiamo facendo la nostra parte. Poi il ministro Tajani, che ringrazio, presenteranno i contenuti di questa strategia, ma chiaramente gli obiettivi sono preservare l’area artica come zona di pace e di cooperazione, contribuire alla sicurezza della regione, aiutare le aziende italiane che volessero investire anche in questa realtà».
Sulla reazione alle dichiarazioni di Trump, il presidente del Consiglio ha rivendicato: «L’Europa è stata immediata nella risposta quando appunto nei giorni scorsi si è alzata la tensione, penso che il dibattito non coinvolga solo l’Europa, penso che sia un dibattito che deve coinvolgere la Nato. Credo che sia chiara a tutti l’implicazione che avrebbe per il futuro dell’Alleanza atlantica una scelta e un’opzione di questo tipo ed è il motivo per cui io non la credo realistica». Anche perché, come chiarito per altri, «con Trump ci sono molte cose sulle quali non sono d’accordo, l’ho detto, lo ribadisco, penso per esempio che il tema del diritto internazionale sia qualcosa che vada ampiamente difeso, penso che quando saltano le regole del diritto internazionale siamo tutti molto più esposti e quindi sì, quando non sono d’accordo lo dico, ma guardi lo dico a lui, non c’è neanche difficoltà e penso che se parlaste con i miei partner lo sapreste molto bene anche voi».
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Giorgia Meloni (Ansa)
«I risultati per me non sono sufficienti, questo è l’anno in cui si cambia marcia. Però la magistratura vanifica molti provvedimenti». Verissimo, infatti la riforma Nordio è solo un primo passo. Ecco qualche suggerimento.
Massimo Basile, lo zio di Aurora Livoli, la giovane di Latina abusata e uccisa in un vialetto alla periferia di Milano, non ha dubbi. Da avvocato con esperienza quarantennale ha commentato l’arresto dell’assassino della nipote, un peruviano già condannato per violenza che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, con parole chiare. «Se ci fossero stati certezza della pena e certezza sui provvedimenti di espulsione, sicuramente ci saremmo risparmiati questo strazio e questo dolore».
Ma non c’è solo Emilio Gabriel Valdes Velazco, stupratore e omicida della diciannovenne. La lista di clandestini lasciati liberi di aggredire, derubare, violentare e uccidere è lunga e quasi sempre alle origini del crimine c’è l’inefficienza della macchina della giustizia. Lo dice sempre l’avvocato Basile: «In questi momenti si palesa tutta l’inadeguatezza del sistema giudiziario». Del resto, basta scorrere le pagine di cronaca, partendo dal caso Iris Setti, una pensionata di 61 anni che nell’agosto di due anni fa ebbe la sventura di attraversare il parco Nikolajewka a Rovereto per recarsi dall’anziana madre. Lì incontrò il suo assassino: un nigeriano senza fissa dimora, già noto per le scorribande e le molestie, che prima la picchiò, poi la violentò e infine la uccise. Doveva essere espulso oppure in carcere, ma la Procura aveva ritenuto che non ci fosse motivo di arrestarlo, nonostante le risse e le minacce. Dal Trentino alla Puglia, dove un marocchino irregolare, senza permesso di soggiorno e con precedenti, ha rapinato e assassinato una tabaccaia di 75 anni a Foggia. Aveva già una condanna ed era rinchiuso in un centro per il rimpatrio, ma nonostante il curriculum da delinquente un giudice aveva deciso di non convalidare il trattenimento e dunque è stato lasciato libero di uccidere.
Dal Sud di nuovo al Nord, a Milano, dove un irregolare del Camerun con una spranga ha colpito tre volte alla testa un trentunenne incontrato per caso alla fermata dell’autobus. Ovviamente la risorsa africana aveva precedenti, ma nessuno si era preoccupato di metterlo dietro le sbarre. Sempre in Lombardia, a San Zenone al Lambro, un altro clandestino ha aggredito e stuprato una ragazza di 18 anni nei pressi della stazione del piccolo centro fra la provincia di Milano e quella di Lodi. L’elenco potrebbe continuare, ma quasi sempre le storie hanno per protagonisti stranieri che non dovrebbero trovarsi in Italia, e per i quali la magistratura ha reso impossibile l’espulsione, vuoi perché se n’è dimenticata, vuoi per l’applicazione di tutte le attenuanti possibili, come nel caso dell’assassino di Iris Setti.
Del resto, per capire quanto sia difficile rispedire a casa chi non ha titolo per restare in Italia lo dimostra anche il caso dei centri di rimpatrio in Albania. Costruiti per scoraggiare gli arrivi e incentivare le espulsioni, il Cpr di Gjader e l’hotspot di Shengjin sono stati da subito osteggiati dai giudici. Il trasferimento sulla costa adriatica di Tirana dovrebbe servire per impedire ai clandestini di aggirarsi nelle nostre strade e allo stesso tempo accelerare il rimpatrio. Ma nonostante molti dei migranti trasferiti in Albania avessero precedenti penali anche gravi, i magistrati hanno negato il trattenimento e hanno ordinato di riportarli in Italia. E, ovviamente, di lasciarli in libertà.
Ha ragione il premier a dire che nel 2026 intende mettere la sicurezza al primo posto, non contenta di come le cose vanno in Italia. E ha ragione Meloni a spiegare che molte decisioni sono vanificate dalla magistratura. Proprio per questo ritengo che la riforma Nordio non possa che essere l’inizio: una toga che lascia libero un assassino, uno stupratore o un rapinatore che tornano a uccidere, a stuprare o a rapinare non può continuare a fare il giudice: come un medico che sbaglia un intervento deve essere sospeso.
Ma già che ci sono, suggerisco un’altra misura. Dopo la condanna del vicebrigadiere Emanuele Marroccella a tre anni di carcere, e a pagare 125.000 euro per aver sparato e ucciso un bandito che aveva ferito un carabiniere suo collega, propongo di varare una norma che almeno impedisca di rivalersi economicamente sugli uomini delle forze dell’ordine. In fondo lo Stato non paga gli errori giudiziari dei magistrati, impedendo alle vittime di agire nei confronti di giudici e pm? E allora perché carabinieri e poliziotti devono pagare di tasca propria i parenti di un criminale? Gli uomini delle forze dell’ordine sono servitori dello Stato. Dunque, paghi lo Stato. Ma forse sarebbe anche giusto chiedersi se sia corretto risarcire le famiglie di chi ha volontariamente scelto di delinquere e rischiare la propria vita e quella degli altri.
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Partita a razzo la sottoscrizione lanciata dalla Verità per aiutare il vicebrigadiere, condannato a tre anni per aver difeso un collega ferito da un siriano irregolare. Nel primo giorno dell’iniziativa le donazioni in favore del carabiniere sfiorano quota 20.000 euro. La somma che sarà raccolta servirà al militare per pagare la provvisionale: 125.000 euro complessivi che, secondo il giudice, dovrà versare ai familiari del clandestino morto nel 2020, bloccato durante un furto a Roma.
Qui di seguito le coordinate per la donazione:
Conto corrente intestato a Sei SpA
Iban: IT 60 R 02008 01628 000107393460
Causale: AIUTIAMO IL CARABINIERE






