Elly Schlein durante la cerimonia per l'80esimo anniversario della prima seduta dell'Assemblea Costituente, Camera dei Deputati, Roma, 25 giugno 2026 (Ansa)
Con un utile di 3,5 milioni, il Nazareno verrebbe bastonato dalla sua stessa legge. Elly Schlein brinda al bilancio anche perché ha lasciato a casa 28 dipendenti.
Che il Pd fosse diventato il partito politico delle classi sociali più ricche e privilegiate è un dato di fatto ormai da anni. Dell’idea che stava alla base della sua fondazione, ovvero quella di un partito federativo della sinistra di Walter Veltroni, oggi, dopo quasi 20 anni, non ce n’è più la benché minima traccia. Ma l’aspetto ancor più bizzarro di un partito che ha perso del tutto la sua identità di vicinanza al popolo è un altro. Ebbene, come rivela Open.online, diretto da Franco Bechis, sotto la segreteria di Elly Schlein, il Pd ha fatto il pieno di soldi, talmente tanti che se esistesse davvero quella patrimoniale, che Elly sogna per punire i ricchi (cioè quelli che gli danno il voto), toccherebbe pagarla anche al Pd.
Il bilancio pubblicato adesso, infatti, è il migliore della storia del Pd dal 2007 a oggi, raggiungendo un utile record (che nei bilanci dei partiti si chiama «avanzo di amministrazione») di 3.624.321 euro, «dopo aver effettuato ammortamenti, svalutazioni e accantonamenti per un importo di 1.202.524 euro». Esattamente come farebbe un buon manager per far quadrare i conti della sua azienda. E, infatti, anche il Pd non è né più e né meno come un’impresa di capitali e Schlein il suo ceo. Nessuno dalla fondazione del Partito democratico ha mai ottenuto vette così alte. Un risultato raggiunto con l’aumento delle entrate (la maggior parte deriva dal 2 per mille Irpef). Nel 2022 il Pd incassava dal 2 per mille 7.346 milioni di euro, nel 2025 ha incamerato 10.570 milioni di euro. In caduta le contribuzioni dei parlamentari, che nel 2022 ammontavano a 3.590 milioni di euro e nel 2025 si sono fermate a 2.138 milioni di euro.
È vero che c’è stata una diminuzione dei parlamentari pd (erano in 130 nella scorsa legislatura, ora sono 106), ma la verità è un’altra: i dem, pur portando a casa uno stipendio di circa 15.000 euro, hanno il braccino corto e tendono a tenersi tutto per sé. Il tesoriere del Pd, Michele Fina, conosce bene quel braccino corto, col quale ha a che fare ogni anno. Fina segnala che la voce dei «crediti verso parlamentari si è ridotta di 47.514 euro rispetto all’anno precedente, in quanto è proseguita l’azione di recupero delle somme dovute dagli eletti». In media gli eletti versano al partito 18.000 euro l’anno (tipo Dario Franceschini, Piero Fassino, Laura Boldrini e Francesco Boccia). La Schlein, forse per dare il buon esempio, si tassa un po’ di più: 20.000 euro. Marco Furfaro e Giuseppe Provenzano versano 21.000 euro. Il record di generosità è di Chiara Gribaudo: 33.000 euro. I parlamentari europei versano molto meno: Giorgio Gori gira al partito 14.000 euro; Lucia Annunziata 12.500 euro; Nicola Zingaretti 11.000; Matteo Ricci 8.000 euro; Pina Picierno 7.000 euro; la virostar Andrea Crisanti appena 5.000 euro.
Per arrivare a questi numeri, Schlein ha anche tagliato spese e personale incentivandolo all'esodo. Nel 2025 si è verificata la risoluzione consensuale di nove rapporti di lavoro dipendenti. Entro la fine del 2026 il Pd favorirà un’altra fuoriuscita di dipendenti e conseguente riduzione dell’organico. Al 31 dicembre 2025, l’organico del personale dipendente del Pd era composto da 91 lavoratori subordinati e da otto collaboratori. Prima di Schlein, al 31 dicembre 2022, c’erano 119 lavoratori subordinati (28 in più) e tre collaboratori (cinque in meno). La scure colpisce anche i giornalisti: erano 18, sono scesi a 16.
Forse più brava come amministratore delegato che come segretario politico, la Schlein ha incassato nel 2025 13.658 milioni di euro. Basti pensare che quando Enrico Letta lasciò il partito nelle mani di Elly, a inizio 2023, il Pd aveva entrate per 12.190 milioni di euro. Oggi siamo a 1.468 milioni di euro in più. Nel 2022 il bilancio del Pd si era chiuso con un guadagno di 572.000 euro. Schlein lo ha migliorato aumentandolo di 3.052 milioni di euro, una crescita del 533%.
Ma non è tutto oro quello che luccica. La straordinaria performance della manager Elly rischia di scontrarsi con la triste realtà da lei stessa voluta: lo spettro di quella patrimoniale bramata dal campo largo.
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Carlo Nordio (Ansa)
Fratelli d’Italia chiede al Guardasigilli di avviare un’ispezione al tribunale di Roma. Nel mirino l’interferenza sul giudice nel processo a Guerra per il piano pandemico. Nei verbali qualcuno ha cancellato «democratico».
La registrazione audio di un’udienza preliminare, alcuni verbali indicati come monchi e le dichiarazioni di un giudice che, secondo quanto sostiene Fratelli d’Italia, meriterebbero verifiche approfondite. È da questo intreccio di elementi che prende forma una vicenda destinata a uscire dalle aule giudiziarie per approdare direttamente sul tavolo del Guardasigilli, Carlo Nordio.
La vicenda nasce all’interno della commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia da Covid, coordinata dal senatore Marco Lisei, e riguarda l’indagine giudiziaria sul mancato aggiornamento del Piano pandemico nazionale, che si è conclusa lo scorso 12 maggio con il «non luogo a procedere» per «intervenuta prescrizione» per gli ex dirigenti del ministero della Salute Raniero Guerra, Giuseppe Ruocco, Maria Grazia Pompa e Francesco Maraglino. «Alla luce dei nuovi rilievi pervenuti al presidente della Commissione Covid», però, Fratelli d’Italia ha chiesto a Nordio «di avviare un’ispezione al tribunale di Roma al fine di verificare la regolarità dello svolgimento del procedimento penale».
Il punto, però, non è più soltanto l’esito del processo. Al centro dell’iniziativa politica ci sono alcuni passaggi segnalati dall’associazione dei familiari delle vittime del Covid #Sereniesempreuniti (con due distinte email inviate alla presidenza della commissione parlamentare). Secondo quanto riferisce Fratelli d’Italia, l’associazione avrebbe rilevato, «dagli atti e dalle dichiarazioni», che il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Roma, Alessandra Boffi, avrebbe dichiarato di aver subito «pressioni» esterne ed estranee in relazione alle decisioni da assumere nel corso del procedimento, «tanto da impedirle di autorizzare la pubblicità delle udienze».
Ma non è l’unico aspetto richiamato in un’interrogazione parlamentare depositata sia alla Camera sia al Senato. Sempre secondo Fratelli d’Italia, dalla registrazione audio ufficiale dell’udienza emergerebbe che il difensore di Guerra, dialogando con il giudice dopo l’allontanamento dall’aula di un avvocato di parte civile, avrebbe fatto riferimento a un secondo procedimento nel quale il suo cliente sarebbe parte civile rispetto a questioni che coinvolgerebbero il «Partito democratico». Un passaggio che, secondo quanto ricostruito, non comparirebbe nella trascrizione del verbale, dove si farebbe invece riferimento in modo generico a «un partito». Le «condotte processuali» sono state definite «gravi» nell’interrogazione e «meritevoli di una approfondita valutazione sotto il profilo ispettivo, disciplinare e politico-istituzionale». Secondo Fratelli d’Italia «il condizionamento della funzione giurisdizionale sarebbe stato apertamente menzionato in udienza alla presenza di decine di parti civili costituite», oltre che dei legali degli imputati, «e rappresenterebbe una evidente lesione dei principi costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura».
L’ipotesi di reato contestata agli imputati riguardava l’omissione di atti d’ufficio. Nelle motivazioni della sentenza vengono comunque esaminati i ritardi nell’adeguamento del Piano pandemico alle disposizioni europee e alle misure di preparazione e risposta alle emergenze sanitarie. Profili che il giudice ha ritenuto collegati alle funzioni istituzionali ricoperte dagli imputati nel periodo oggetto della contestazione. Nel corso dell’udienza preliminare le parti civili avevano chiesto anche che fosse valutata la contestazione del più grave reato di epidemia colposa. Una richiesta che il giudice non ha accolto, ritenendo che, sulla base degli atti disponibili, non sussistessero i presupposti processuali necessari per procedere in quella direzione.
La questione però ora ruota attorno alla «elisione», così la definiscono i parlamentari che hanno firmato l’interrogazione, e alla «eliminazione» dal verbale di udienza «di un termine specifico», la parola «democratico», lasciando soltanto quella precedente, ovvero «Partito».
È proprio su questo dettaglio che si concentra adesso la denuncia politica. Secondo l’interrogazione, non si tratterebbe di una sfumatura linguistica. Per i firmatari, la scomparsa di quell’unica parola avrebbe modificato il significato del passaggio riportato nel verbale, trasformando un riferimento a un preciso soggetto politico, ritenuto importante per la ricostruzione «del contesto», in un’espressione generica. Stando all’interrogazione, quindi, non si tratterebbe di «un mero errore materiale o di un refuso d’ascolto».
Ma di una condotta che, se confermata, secondo Fratelli d’Italia, «configurerebbe un evidente illecito». Con una richiesta precisa rivolta al ministro della Giustizia e un’altra che continua ad attraversare le migliaia di famiglie vittime della gestione della pandemia: fare piena luce su quanto accaduto.
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Mark Rubio (Ansa)
Il segretario di Stato conferma: «Donald Trump è molto deluso per il mancato appoggio, ma c’è un buon rapporto con Antonio Tajani. Abbiamo accordi pronti per essere firmati».
È una fase delicata, questa, nei rapporti tra Roma e Washington. A esplicitarlo, è stato ieri, dal Bahrain, Marco Rubio. Il segretario di Stato americano ha sottolineato l’irritazione diDonald Trump nei confronti del nostro Paese e di altri alleati della Nato. Al contempo, ha tuttavia rimarcato come le relazioni tra Italia e Stati Uniti procedano «senza intoppi».
«Ho parlato con il presidente Trump, è molto deluso, perché sente che non solo l’Italia ma anche altri Paesi europei, in un momento in cui affrontavamo una minaccia, non solo contro di noi ma più in particolare contro l’Europa, non si sono fatti avanti. Non ci sono stati per noi e purtroppo tra loro c’era l’Italia», ha dichiarato Rubio, riferendosi a quella che Washington ritiene essere stata la scarsa assistenza europea nel conflitto iraniano.
Al contempo, il segretario di Stato americano ha confermato di aver parlato con Antonio Tajani. «Lo sapete, con lui ho un buon rapporto», ha detto. «Mi ha chiamato, mi ha detto che non sarebbe venuto a Miami», ha specificato. «Abbiamo degli accordi pronti per essere firmati. Li firmeremo al più presto. Troveremo solo un posto dove firmarli», ha continuato il segretario di Stato americano, sottolineando che le relazioni tra Stati Uniti e Italia «continuano a tutti i livelli, a livello militare, a livello globale».
Vale a tal proposito la pena di ricordare come, all’interno del governo americano, Rubio sia una delle figure che intrattiene i rapporti maggiormente solidi con Giorgia Meloni.
Non solo. L’attuale segretario di Stato è anche probabilmente l’esponente dell’amministrazione Trump che tiene di più alla salvaguardia della Nato e delle relazioni transatlantiche.
Fu del resto proprio Rubio a recarsi a Roma il mese scorso, per incontrare la Meloni a seguito delle prime turbolenze che si erano registrate con Trump a causa della guerra in Iran.
Al netto delle incomprensioni, il capo del Dipartimento di Stato americano ritiene che la sponda con l’attuale governo italiano sia importante per arginare le manovre antiamericane della Francia e, soprattutto, per allontanare il più possibile Bruxelles da Pechino.
Tutto questo, senza trascurare il vertice Nato che si terrà a luglio ad Ankara: un vertice che si preannuncia decisivo e a cui i pontieri (tra cui il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, e lo stesso Rubio) vorrebbero arrivare possibilmente con una distensione tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi.
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Mark Rutte (Ansa)
Le sconsiderate dichiarazioni del capo della Nato e le polemiche dell’opposizione sugli aerei decollati hanno avuto una conseguenza prevedibile: aizzare i pasdaran contro di noi. Anche Donald Trump continua ad attaccarci.
Com’era prevedibile la frase del segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha scatenato il finimondo nel vero senso dell’espressione e ha provocato un paradossale cortocircuito: avere puntati contro l’Italia gli occhi sia dell’America che dell’Iran. Tant’è che il ministro della Difesa Guido Crosetto è andato dritto al punto.
«Le parole “a caso” del segretario generale della Nato, inopportune e superflue, amplificate da un approccio politico interno sempre pronto a danneggiare l’Italia pur di colpire il governo pro tempore, stanno generando una tempesta in un bicchiere d’acqua sul piano interno, ma rischiano di produrre conseguenze ben più serie sul piano internazionale».
I risvolti sul piano nazionale pesano poco visto che per la sinistra un’occasione vale l’altra pur di attaccare il governo e suonare la solita tiritera. I guai invece sono in ben altre latitudini ed è qui che esce la inadeguatezza del politico olandese. Com’è ormai noto, intervistato dalla Fox News, Rutte aveva parlato del contributo dei Paesi Nato all’azione militare statunitense e quindi anche dell’Italia, che forse ha citato non tanto per difendere l’azione della Nato quanto per ingraziarsi come al solito Trump: «Se si guarda l’Italia, 500 aerei militari statunitensi sono decollati da basi statunitensi in Italia per partecipare all’operazione Epic fury. Un sostegno enorme». Apriti cielo: 500 aerei? Per fare cosa? Decollati dalle basi senza passaggio parlamentare?
Ecco perché la battuta di Crosetto («condivido ogni sua parola», ha detto Giorgia Meloni) sulla casualità delle parole pesa parecchio e ci riporta all’adagio andreottiano per cui a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca. E infatti Trump ha rincarato la dose e l’Iran ha colto la palla al balzo per accusare l’Italia infilandola nel calderone generale di una situazione tutt’altro che conclusa e tutt’altro che agevole, specie per il traffico di navi italiane o estere che però hanno scambi commerciali con il nostro Paese, specie per l’energia.
«L’Italia e la Romania sono esplicitamente nominate dal segretario generale della Nato come partecipanti all’aggressione contro l’Iran», ha scritto il portavoce degli Esteri iraniani su X. «Essi, insieme a tutti gli altri Paesi europei che hanno sostenuto l’aggressione americano-israeliana contro l’Iran, devono spiegare ai propri cittadini e al mondo perché hanno scelto di colludere in questo palese atto di aggressione. Si tratta di una chiara e schiacciante ammissione della complicità attiva della Nato - afferma il portavoce dei ministero degli Esteri - in una guerra di aggressione illegale contro uno Stato membro sovrano delle Nazioni unite: una flagrante violazione delle norme imperative del diritto internazionale e dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni unite. L’Organizzazione e i suoi singoli Stati membri che hanno partecipato a tale processo decisionale devono essere ritenuti responsabili di tutte le conseguenze».
A queste dichiarazioni ha dovuto far eco, sempre su X, il nostro ministro, Antonio Tajani: «Ho parlato con il ministro degli esteri iraniano Araghchi», sottolineando che l’Italia ha agito «nel rispetto più rigoroso dei trattati con gli Stati Uniti». Il titolare della Farnesina ha aggiunto di aver chiesto «che si torni a una piena apertura dello Stretto di Hormuz», così da favorire «il passaggio di tutte le navi cargo italiane ancora bloccate».
Finito qui? Macché, nella tradizionale capacità di negoziare fino allo sfinimento delle parti, il ministro iraniano ha ringraziato Tajani per la telefonata e la precisione, ma ha sottolineato «la necessità di una smentita chiara e ufficiale di tali dichiarazioni da parte del governo italiano» per definire che l’Italia «non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare» contro l’Iran e «non ha mai autorizzato l’utilizzo delle basi per azioni di guerra» contro Teheran.
Insomma un bel ginepraio per tutti. Messo in moto dalla subalternità di Rutte, il quale tra l’altro non ha spento l’irascibilità di Trump nei nostri confronti. «Ho parlato con il presidente Trump, è molto deluso, perché sente che non solo l’Italia ma anche altri Paesi europei, in un momento in cui affrontavamo una minaccia, non solo contro di noi ma più in particolare contro l’Europa, non si sono fatti avanti», ha svelato ai giornalisti il segretario di Stato Marco Rubio. Insomma la vicenda torna a scaldarsi, motivo per cui Crosetto ha preferito la massima chiarezza rispetto al giochino di Rutte. «Il punto di vista di Trump su questo è stato chiaro, non dovrebbe sorprendere nessuno e sono sicuro che queste posizioni emergeranno ancora durante il summit della Nato tra un paio di settimane», ha aggiunto Rubio riferendosi al vertice che si svolgerà ad Ankara il 7 e 8 luglio. «La nostra relazione con l’Italia continua senza impedimenti a ogni livello, a livello militare e ad altri livelli (…) Abbiamo una serie di accordi su minerali critici e anche altre cose che abbiamo messo in fila e che verranno firmati» ma «ovviamente il presidente è molto arrabbiato».
La morale di questa incredibile storia è che quindi siamo attaccati dal regime iraniano perché abbiamo agito accanto all’America nella violazione del diritto internazionale e quindi nei bombardamenti. E siamo attaccati contestualmente dagli Usa perché non abbiamo sostenuto la Casa Bianca contro il pericolo iraniano. Il capolavoro di Rutte è compiuto: produrre il massimo danno col minimo sforzo, cioè una intervista rilasciata senza strategia (o no?). A questo punto vale davvero la pena domandarsi se dobbiamo indebitarci oltre il necessario per comprare armi da «girare» a sostegno di una sovrastruttura talmente cruciale da essere guidata da uno come Mark Rutte.
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