Rodolfo Fiesoli (Ansa)
Il magistrato a riposo Antonio Di Matteo, alla commissione parlamentare d’inchiesta, ha raccontato della visita che gli fece Fiesoli durante la quale il fondatore del Forteto abusò di due minori. La sentenza di condanna? «Divisiva, continuavano ad affidargli bimbi».
Era il 1999 e Rodolfo Fiesoli, il guru già condannato nel 1985 per atti di libidine violenta sui ragazzini che frequentavano il Forteto, organizzò una discesa a Salerno assieme ad alcuni sodali e minorenni che la sua cooperativa aveva in affidamento. Per l’occasione fece visita a una persona che conosceva dalla metà degli anni Novanta, un giudice che aveva prestato servizio per diversi anni al Tribunale dei minori di Firenze, Antonio Di Matteo. Fiesoli andò a salutare il conoscente e il piccolo gruppo - per ammissione dello stesso magistrato, ora in quiescenza - trascorse una piacevole serata salernitana.
Una bella vacanza, insomma. Peccato che durante quella gita, come certificano le sentenze, Fiesoli ne approfittò per abusare di due minorenni che aveva al seguito. Questa atroce vicenda, decisamente emblematica della mostruosità che furono il Forteto e il suo sistema di potere, è stata raccontata ieri durante l’audizione dell’ex giudice Di Matteo presso la Commissione parlamentare che ancora indaga sulla struttura toscana e sulle malefatte del suo fondatore. In particolare, la Commissione si sta concentrando sulle responsabilità dei magistrati che continuarono per anni e anni ad affidare al Forteto ragazzini in difficoltà, senza mai controllare che cosa accadesse realmente nella cooperativa e senza preoccuparsi della condanna che già gravava su Fiesoli per reati decisamente sgradevoli. Di Matteo ha risposto alle domande stando sempre sulla difensiva e in alcuni frangenti è apparso in evidente imbarazzo.
Ha raccontato di essere stato in servizio a Firenze dal 1993 al 1997, anno in cui si fece trasferire a Salerno. Conobbe Fiesoli nel 1995, in occasione del collocamento al Forteto di un minorenne «difficile». Si trattava di un ragazzino di 14 anni che non aveva ancora commesso particolari reati, ma che fu trasferito alla cooperativa agricola per via di un procedura amministrativa che quasi nessun tribunale utilizzava, ma che a Firenze - per volontà del presidente, il dottor Francesco Scarcella - era ancora in vigore. Il minore mostrava «comportamenti irregolari» e a fini preventivi di futuri crimini fu mandato da Fiesoli e compagni.
In quell’epoca, ha ricordato Di Matteo, «il Forteto era un porto di mare, passavano continuamente politici, uomini di cultura, si organizzavano eventi e convegni». Lo stesso giudice partecipò ad alcuni di questi happening, tra cui «una escursione a Barbiana, dove era sepolto don Lorenzo Milani, perché i riferimenti culturali erano quelli». Di Matteo fu già sentito su questi fatti dalla commissione regionale sul Forteto nel 2016, ma le dichiarazioni che rese - su sua richiesta - furono secretate. Ora, però, le sue affermazioni sono pubbliche e ricostruiscono perfettamente il clima dell’epoca, oltre a costituire una schiacciante testimonianza della superficialità dimostrata dai magistrati. L’ex giudice ha più volte cercato di spiegare che nessuno poteva immaginare che nella cooperativa avessero luogo violenze e abusi, ma il problema è proprio questo: avrebbero dovuto controllare i giudici e, a prescindere, avrebbero dovuto evitare di frequentare un personaggio già condannato per violenze sui ragazzini. E invece Di Matteo conferma di non aver mai controllato i casellari giudiziali di chi si candidava a ottenere in affidamento i minori.
Quanto alla sentenza del 1985 che riconobbe colpevole Fiesoli, le sue risposte sono state agghiaccianti. «La vicenda era divisiva», ha detto il magistrato. «Quello fu vissuto come un giudizio molto controverso. L’allora presidente Gian Paolo Meucci, subito dopo la scarcerazione dei vertici del Forteto, decise di affidare il giorno stesso un bambino alla cooperativa».
Chiaro, no? Per i giudici fiorentini quella sentenza di condanna non valeva. Era divisiva. E l’autorevole giudice Gian Paolo Meucci aveva mostrato di non condividerla, quindi di fatto si poteva ignorarla. E poi, che volete, al Forteto andavano i politici, gli uomini di cultura… Chi mai poteva immaginare? Il risultato di questo atteggiamento sono stati anni di abusi impuniti. Che si sarebbero potuti evitare se i magistrati avessero controllato la cooperativa o se si fossero fatti venire qualche dubbio su Fiesoli invece di andare a cena e in gita con lui.
Ieri, in commissione, Di Matteo ha detto di non aver mai subito procedimenti disciplinari per il suo comportamento riguardo al Forteto e per la sua frequentazione del pederasta e abusatore che lo dirigeva. A dirla tutta non è mai nemmeno stato sentito dal Csm. Certo, si potrebbe obiettare che si tratti di fatti lontani nel tempo, di atteggiamenti che oggi difficilmente potrebbero ripetersi. Ma a ben vedere le cose non sono cambiate molto, anzi. Ci sono numerosi casi anche molto recenti di operato discutibile dei Tribunali per i minori, a partire da quello - incredibile - che riguarda la famiglia nel bosco. Potremmo citare, però, anche altre vicende abbastanza clamorose. Prima fra tutte quella di Monteverde, a Roma, dove il tribunale aveva disposto il collocamento in casa famiglia di una bambina di 5 anni con una grave sindrome genetica. La verifica indipendente sulle sue condizioni di salute fu chiesta dalla Garante per l’infanzia, il tribunale non l’aveva disposta. Gli esperti spiegarono che la bambina sarebbe stata gravemente danneggiata dalla separazione, che per questo fu fermata. Ma se non fosse intervenuta l’autorità, il tribunale avrebbe tirato dritto.
Un’altra storia incredibile è in corso a Varese. Protagonisti sono tre bambini molto piccoli. La due sorelline sono in una struttura, il bambino più piccino, di un anno e mezzo, sta in un’altra comunità con la madre ed è in una struttura da quando è nato. Le relazioni dei servizi sociali sono buone, la famiglia potrebbe riunirsi a casa. Ma il giudice che doveva sentire le parti a gennaio ha rinviato l’udienza a maggio. I genitori, protestando vigorosamente, hanno ottenuto di anticipare a marzo, ma intanto il tempo è passato. E chi pagherà per questi ritardi?
Se esiste un buon argomento per votare sì al referendum è costituito da queste storie. Con l’introduzione dell’Alta corte prevista dalla riforma, la sanzionabilità dei magistrati che commettono errori sarà più certa, anche per chi si occupa dei minorenni e che finora sembra essere sfuggito a ogni controllo. Forse è ora che chi rovina l’esistenza dei più piccoli per superficialità o per altre ragioni si assuma le sue responsabilità.
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Bill Clinton (Getty Images)
L’ex presidente Usa, noto per il Sexgate, nega pure la predilezione per le ragazze giovani. Ma ammette che una stagista lo è...
Se la questione non fosse estremamente seria, ci sarebbe materiale per imbastire una barzelletta: l’ex presidente americano Bill Clinton ha dichiarato sotto giuramento di non aver mai mentito sotto giuramento. Non è una burla: i filmati appena pubblicati delle audizioni di lui e sua moglie presso la commissione del Congresso che si occupa del caso Epstein lo testimoniano. «Ha mai mentito durante una deposizione?», chiede una deputata. «No», risponde l’ex presidente. «Ha mai mentito sotto giuramento?». «No», ribadisce di nuovo.
Se la questione non fosse estremamente seria, ci sarebbe materiale per imbastire una barzelletta: l’ex presidente americano Bill Clinton ha dichiarato sotto giuramento di non aver mai mentito sotto giuramento. Non è una burla: i filmati appena pubblicati delle audizioni di lui e sua moglie presso la commissione del Congresso che si occupa del caso Epstein lo testimoniano. «Ha mai mentito durante una deposizione?», chiede una deputata. «No», risponde l’ex presidente. «Ha mai mentito sotto giuramento?». «No», ribadisce di nuovo.
La cera dell’ex leader dem non è delle migliori. Rallentato nelle risposte, espressione spesso persa nel vuoto, sorrisi a tratti ebeti degni di una lieve demenza senile. Di segno opposto, invece, la strategia della moglie: Hillary è apparsa combattiva, sicura di sé, risoluta nel far percepire l’inutilità della sua convocazione e la certezza della sua innocenza. Sicuramente è in una posizione di minore difficoltà: non ci sono, negli Epstein files, foto di lei in una vasca idromassaggio di fianco a un giovane uomo, in compagnia di un pedofilo. E non ci sono precedenti noti a tutto il mondo di lei che, dopo aver tradito il marito, ha pure mentito sui rapporti avuti con una giovane stagista. In ogni caso non mancano email in cui diversi personaggi a lei vicini invitano Jeffrey Epstein a raccolte fondi per la sua campagna elettorale.
La sincerità di Bill Clinton è celebre in tutto al mondo: nel 1998, incalzato sullo scandalo che coinvolse la stagista Monica Lewinsky, il presidente si avventurò in una celebre «acrobazia semantica» durante una deposizione giurata, negando di aver avuto rapporti sessuali con la giovane. La sua strategia difensiva si basava sul presupposto che il sesso orale non rientrasse nella definizione tecnica di rapporto sessuale. Questa mossa gli valse l’impeachment per spergiuro e ostruzione alla giustizia nel dicembre 1998. Sebbene la Camera dei Rappresentanti votò a favore della messa in stato d’accusa, il Senato lo assolse. Un episodio che già allora insegnò molto sulla considerazione che le élite liberal hanno della gente. E che ancora oggi dice molto di Bill Clinton.
«Perché Epstein disse che le piacciono le ragazze giovani?», gli ha chiesto la deputata Nancy Mace durante l’audizione. Qui uno degli avvocati dell’ex presidente, Cherry Mills (sua storica legale quando era alla Casa Bianca, nello staff di Hillary da segretario di Stato e membro del cda di Blackrock), è intervenuta per cercare di edulcorare la domanda: «Le sta chiedendo un’opinione? Le sta chiedendo perché Epstein diceva questo?». Poi si è rivolta a Clinton per riformulare: «Le sta chiedendo di entrare nella testa di Epstein e immaginare quale fosse il suo pensiero a riguardo». Bill, visivamente provato e molto rallentato, non coglie la difesa del legale: «Prima di tutto, non è vero», risponde. «Che cosa?», incalza Mace. «Che io abbia qualche interesse verso ragazze minorenni». «Non ho detto minorenni», continua la deputata, «ho detto giovani». «Ma rimane che non è vero», ribadisce l’ex presidente. «Una stagista è giovane?». «Sì». Gioco, partita, incontro.
Fin troppo facile. E non è finita qui. Perché incalzato sulla famosa foto di lui in una vasca idromassaggio con accanto una ragazza (il cui volto è stato oscurato per motivi di privacy), ha raccontato la sua versione di come ci è finito dentro. L’ex presidente Usa ha confermato che l’istantanea è stata scattata durante un viaggio nel Brunei, in Asia, in cui il suo team, compreso di Epstein e la compagna Ghislaine Maxwell, stava lavorando su iniziative legate all’Aids. Erano gli anni in cui il faccendiere collaborava con Clinton alla sua fondazione filantropica. Brunei era l’ultima tappa di un lungo viaggio, ha raccontato Bill, e fu proprio il sultano locale, sua conoscenza dai tempi della presidenza, a chiedergli esplicitamente di stare in quell’albergo e di godere della piscina. «Io l’ho fatto, sono stato dentro cinque minuti e poi esausto sono andato a letto», ha continuato. A domanda diretta sull’identità della ragazza immortalata nella foto, ha risposto di non sapere chi fosse e che nella vasca c’erano diverse persone, ammettendo, però, che fossero tutte del suo gruppo. Ricapitolando: un ex presidente degli Stati Uniti, arrivato stanco nel Brunei, si è concesso un bagno in piscina per compiacere chi lo ospitava e senza avere idea di chi avesse a un metro e mezzo di distanza.
Non meno imbarazzante è la risposta alla domanda sulla morte di Epstein. «Crede che Epstein si sia ucciso?». «Gli sta chiedendo di fare supposizioni su come è morto Epstein?», interviene ancora l’avvocato Mace. Dopo una serie di botta e risposta tra le due donne, l’ex presidente risponde: «Non lo so». Attenzione: non dice di no, ma «non lo so». «A un certo punto è stato preso e forse…», lascia in sospeso. «Non lo so. Nella mia mente ho accettato l’idea che si sia suicidato, ma non so che cosa sia successo». Il tutto con questa aria un po’ stralunata, la stessa con cui, in un altro momento, si è messo a guardare un po’ di foto dei bei vecchi tempi, quelle degli Epstein files, sorridendo in maniera ebete. Età che avanza o strategia deliberata? Forse è meglio non avere una risposta.
Quanto al filmato della moglie Hillary, tra i momenti più esilaranti vi è sicuramente quello in cui scopre di una sua foto circolata sul Web e va su tutte le furie. Ma il punto più denso di ambiguità è quando viene incalzata su Howard Lutnick, che nel 2015 invitò Epstein a un evento «intimo» di raccolta fondi per la campagna di Hillary. La Clinton ha dichiarato sotto giuramento di non aver mai conosciuto Epstein. Speriamo la sua parola valga più di quella del marito.
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Il generale Giorgio Battisti lancia l'allarme: nel mirino non c'è solo il Medio Oriente, ma anche il Mediterraneo e il Sud Italia, dove si trovano basi strategiche NATO e americane.
Giovanni Falcone (Imagoeconomica)
Il martire antimafia auspicava la separazione delle carriere. Sul piduista sentite Pisapia: «In malafede chi lo mette in mezzo».
Due fantasmi si aggirano nel dibattito pre referendum sulla giustizia: quelli di Giovanni Falcone e Licio Gelli. L’accostamento dell’eroe della guerra alla mafia al «maestro venerabile» della loggia P2 non suoni blasfemo. Perché sono stati i sostenitori del No a tirarli strumentalmente in ballo.
Da ultimo, riesumando Maurizio Gelli per fargli dire che il padre sarebbe «felice» se trionfasse il Sì, in attuazione postuma del suo mitico «Piano di rinascita democratica». In realtà l’affermazione del figlio al Fatto quotidiano è più sfumata: «Sono certo che avrebbe avuto un’opinione molto favorevole su questa riforma», ma tant’è. Tutto fa brodo se serve a poter titolare: «Questo governo realizza le idee di mio padre Licio». Kiss me, kiss me Licio, canticchierebbe insomma la premier. Non basta: come dimenticare che il ministro della Giustizia Carlo Nordio non ha avuto alcun imbarazzo, horribile auditu, a non prendere le distanze da Gelli, arrivando - secondo l’interessata vulgata - quasi a incensarlo? In verità, Nordio espresse - male: purtroppo la sua verve comunicativa è quella che è - un concetto ovvio. Infatti, dopo dopo aver premesso: «Non conosco il suo Piano. Se la sua opinione era giusta, non si vede perché non la si debba seguire perché l’ha detto lui», ha aggiunto: «Le verità non dipendono da chi le proclama ma dall’oggettività che rappresentano. Se Gelli ha detto che Gesù Cristo è morto in croce, non per questo dobbiamo dire che è morto di polmonite. Anche l’orologio sbagliato segna due volte al giorno l’ora giusta. Gli inglesi dicono: “Sei inciampato nella verità”. Se anche Gelli è inciampato nella verità, non per questo la verità non è più tale».
A questo punto ai miei sette lettori potrebbe venire il dubbio che io mi sia spostato irreversibilmente a destra, iscrivendomi al club dei fan della compagine governativa, o vestendo i panni della cheerleader, o del ragazzo pompon, dei comitati per il Sì. Ma spero di sorprenderli confessando loro che i miei ragionamenti trovano conforto in quelli - ben più autorevoli- espressi da un uomo che di destra certo non è. Anzi: è stato infatti eletto in Parlamento con Rifondazione comunista, sindaco di sinistra a Milano dal 2011 al 2016, europarlamentare eletto nelle liste del Pd dal 2019 al 2024. L’avvocato Giuliano Pisapia. Che nel 2010 firmò un libro, In attesa di giustizia - Dialogo sulle riforme possibili (Guerini e Associati), a quattro mani con, toh, proprio Nordio, in quel momento procuratore aggiunto a Venezia. La lettura vale i 18,5 euro del prezzo del volume. Perché Pisapia non si tira indietro, e lo fa in maniera netta, precisa, documentata. Pescando a strascico: «So che è stata la mia posizione sull’argomento della separazione delle carriere a spingere le correnti di sinistra della magistratura, soprattutto a livello di vertice, ad attaccarmi politicamente accusandomi di fare il gioco del nemico. Non per questo ho cambiato opinione, convinto come sono che la qualità e l’equità di qualsiasi processo presupponga necessariamente la terzietà del giudice. Anche un bambino capisce che l’arbitro non può una volta indossare la casacca nera e l’altra la divisa del calciatore». Sdeng. Dopo l’antipasto, ecco il resto del menu. «Voci autorevoli nei lavori della Costituente (ben prima di Gelli, dunque) hanno sostenuto questa tesi, condivisa - in tempi non sospetti - da giuristi che hanno illuminato il cammino della democrazia non solo nel nostro Paese. Da Montesquieu ad Alexis de Tocqueville, fino a Piero Calamandrei, che riteneva necessario evitare “un pubblico ministero totalmente privo di controllo”». Arisdeng. Qui entra in gioco la memoria di Falcone. «Che, consapevole delle difficoltà, sosteneva che “bisogna arrivare” alla separazione delle carriere perchè “la regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei pm non può essere identica a quella dei giudici, diverse essendo le funzioni, e quindi le attitudini, l’habitus mentale, e le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi”». Di più: «Cito ancora Falcone: “Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’antistorico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura”». Sdeng sdeng. Pisapia a questo punto piccona quello che oggi è un altro mantra del No: «Separazione delle carriere non significa affatto dipendenza del pm dall’esecutivo. Ecco perché sbaglia, o non conosce la materia, chi sostiene che l’obiettivo sia quello di indebolire o cancellare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Mentre è in malafede chi fa risalire tale proposta a Gelli, accusando i sostenitori della separazione di portare avanti il programma della P2». Pisapia è incontinente: «Da uomo di sinistra mi è difficile capire perchè si sia lasciata al centrodestra una simile battaglia, sostenuta in passato dai più autorevoli giuristi democratici. La parità delle parti, il diritto di difesa, il diritto a un giudizio equo sono state da sempre bandiere, oggi purtroppo ammainate, della sinistra». Alla fine, un invito: «È ora di uscire dalla logica delle contrapposizioni frontali che impediscono qualsiasi cambiamento. Perchè è incontestabile che la separazione delle carriere è uno dei presupposti della parità delle parti, sancita dall’art. 111 della Costituzione. Solo un giudice davvero equidistante può garantire un reale contraddittorio e verificare, senza pregiudizi, la validità delle diverse tesi prospettate da accusa e difesa». Sdeng sdeng sdeng.
Capite adesso perchè viene l’orticaria ogni volta che viene riproposta la supposta paternità della riforma a Licio Gelli? Fare il karaoke di tali slogan fuorvianti, agitando lo spauracchio di una deriva che è nelle teste dei supporter del No più di quanto sia effettiva nella realtà, significa dare l’impressione di non disporre di munizioni più efficaci. Senza rendersi conto che suonare la grancassa dell’allarme «democratico e antifascista» genera il sospetto che si preferisca la propaganda manipolatoria ad un serio e civile confronto sul merito, le barricate fragorose al pacato ragionamento. Con il rischio concreto, per l’eterogenesi dei fini, di spingere anche chi non simpatizza - o non ha votato - per i partiti di maggioranza, a prendere in seria considerazione la possibilità di andare a votare, e di mettere una croce sul Sì.
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