Giorgia Meloni (Ansa)
Siparietto in Francia con Donald Trump, che smorza gli attriti degli scorsi mesi. Il premier incontra anche lo sceicco emiratino e l’omologo canadese Mark Carney. Ribadita la disponibilità a sminare Hormuz e il pieno sostegno a Kiev.
Va in scena (è il caso di dirlo) a Evian, in Francia, in occasione del G7, il riavvicinamento tra Donald Trump e Giorgia Meloni. Dopo i recenti dissidi tra i due, il summit è l’occasione giusta per riallacciare cordiali rapporti.
A testimoniarlo, alcune «scenette» simpatiche catturate dai media. La prima: i leader si preparano a sedersi a tavola per il pranzo sul Medio Oriente, la Meloni si avvicina a un capannello nel quale c’è il presidente Usa, che sta parlando con il cancelliere tedesco Friederich Merz. Arriva il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, che vedendo la Meloni e Trump che parlano dice: «Siete di nuovo amici».
«Siamo sempre stati amici», risponde la Meloni, sorridendo. Trump fa il neomelodico: «Sono stato abbandonato», scherza, e la Meloni ribatte: «Ma no!». Il gelo tra la presidente del Consiglio e Trump, ricordiamolo, era calato due mesi fa, esattamente a metà aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca aveva attaccato papa Leone provocando la dura reazione, in difesa del Santo Padre, di Giorgia Meloni, che aveva definito «inaccettabili» le parole del tycoon.
Il nostro premier aveva anche detto «no» alla partecipazione dell’Italia a operazioni militari per riaprire lo stretto di Hormuz. «È lei che è inaccettabile», aveva attaccato Trump in una intervista al Corriere, «perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo, molto diversa da quello che pensavo».
Va detto con franchezza che in fondo la fine della luna di miele politica tra Trump e la Meloni non aveva provocato né disperazione né tristezza a Palazzo Chigi, considerata la bassissima popolarità che il presidente americano riscuote in Italia (peggio di lui solo Benjamin Netanyahu).
Nell’ultimo sondaggio EuroScope, realizzato da Polling Europe, gli italiani sono sono i più contrari all’intervento militare in Iran di tutto il continente: il 73% lo giudica ingiustificato. Tuttavia, ora è interesse della Meloni far trapelare che il rapporto con «l’amico Donald» è stato riallacciato: non a caso sono state fonti diplomatiche italiane a far sapere che l’altro ieri, in occasione della cena dei leader del G7, i due si sono incontrati. Un colloquio descritto come «di chiarimento», «utile», con al centro l’interesse a ribadire il principio di unità dell’Occidente, ritenuto «necessario in questa fase di crisi».
Tornando a ieri, la Meloni si presenta al vertice con un outfit notevole: un tailleur con giacca e pantalone avana chiaro, con tanto di cravatta. Un look che suscita interesse e approvazione da parte dei colleghi: al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che fa notare lo stile di Giorgia, lei risponde «consideratemi una combattente». Si chiacchiera anche della scelta della Meloni di smettere di fumare: «Ho preso un caffè per svegliarmi», dice agli altri leader, «ma niente sigaretta. Ho smesso di fumare un mese fa» (la prova del fuoco, anzi dell’accendino, sarà la sera dei risultati delle prossime politiche). Sul conflitto ucraino, la posizione espressa da Meloni ha contestato la narrazione del Cremlino, sostenendo che la situazione sul terreno non corrisponde all'immagine di una Russia in avanzata. Da qui la convinzione che il presidente russo Vladimir Putin non possa ottenere attraverso il negoziato ciò che non è riuscito a conquistare militarmente. Per Roma, la condizione essenziale per arrivare a una pace credibile resta dunque il mantenimento del sostegno occidentale a Kiev. La Meloni incontra anche, tra gli altri, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati arabi uniti, e il premier canadese Mark Carney. Con quest’ultimo il presidente del Consiglio si trattiene a lungo: un colloquio che vede al centro l’argomento dei minerali critici.
La Meloni ringrazia Carney per la decisione del Canada di riservare all’Italia un accesso prioritario alle sue scorte, garantendo la sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Nel pomeriggio, bilaterale con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan. I due leader discutono della situazione nella regione anche alla luce del memorandum d’intesa siglato tra Iran e Stati Uniti, concordando sulla necessità di sostenere gli sforzi internazionali volti ad assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. La Meloni ribadisce il pieno sostegno dell’Italia alla sicurezza degli Emirati Arabi Uniti e di tutte le Nazioni del Golfo. A proposito di Hormuz, l’Italia è pronta a fare la sua parte per mettere in sicurezza lo stretto, utilizzando i cacciamine della Marina militare, considerati tra i migliori al mondo. Il «Crotone» e il «Rimini» sono vicini alla zona, nel porto di Gibuti, con circa 500 militari a bordo. Per entrare in azione, come ribadito dalla Meloni, occorre innanzitutto un passaggio in Parlamento, e poi che ci sia la certezza che le ostilità siano cessate.
Si attende in particolare la firma ufficiale, attesa per dopodomani 19 giugno, di quello che al momento è un accordo preliminare tra Washington e Teheran. Occorrerà oltretutto definire in quale quadro giuridico si configurerà la missione internazionale che avrà il compito di mettere in sicurezza Hormuz, una operazione che, solo per quel che riguarda lo sminamento, potrebbe richiedere diversi mesi.
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2026-06-17
Trump rassicura Zelensky: «Porterò Putin a un accordo». Smentita sugli affari in Iran
Volodymye Zelensky seduto insieme a Donald Trump (Ansa)
Il presidente al G7 definisce «ridicole» le voci su investimenti nel Paese islamico. Leone XIV: «Spero che la guerra finisca davvero». Ipotesi ritorno delle sanzioni al petrolio russo.
Dal vertice del G7 di Evian, Donald Trump ha difeso l’accordo raggiunto con l’Iran, definendolo un’intesa destinata a impedire definitivamente alla Repubblica islamica di dotarsi di un’arma nucleare. Il presidente americano ha annunciato che il memorandum verrà reso pubblico nelle prossime settimane e che intende illustrarne personalmente il contenuto.
«Non solo lo pubblicherò, ma probabilmente terrò una conferenza stampa e lo leggerò parola per parola affinché venga riportato correttamente», ha dichiarato il presidente statunitense, definendo il documento «molto importante».
Trump ha spiegato che il punto centrale dell’accordo riguarda esclusivamente il programma nucleare iraniano. «L’unica cosa che mi interessa è che l’Iran non possieda mai un’arma nucleare», ha affermato. Washington continuerà a monitorare i siti dove viene arricchito l’uranio e, secondo il presidente, dispone delle capacità tecnologiche necessarie per raggiungere anche impianti sotterranei particolarmente protetti. «Stiamo controllando quei siti e vogliamo eliminare la minaccia, non semplicemente gestirla», ha aggiunto. Il presidente americano ha definito l’intesa «un accordo giusto» e si è detto convinto che la seconda fase dei negoziati sarà più semplice rispetto a quella appena conclusa. Allo stesso tempo ha lanciato un monito a Teheran, sostenendo che eventuali violazioni degli impegni assunti comporterebbero conseguenze molto severe.
Nel corso degli incontri bilaterali, Trump ha inoltre smentito le indiscrezioni secondo cui gli Stati Uniti sarebbero pronti a investire nell’economia iraniana. «È una notizia ridicola. Non abbiamo alcun obbligo di investire denaro in Iran. Possiamo farlo se lo riteniamo opportuno, ma non stiamo investendo nulla», ha precisato durante un colloquio con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al Thani. Sul piano politico, il presidente ha escluso che l’obiettivo americano sia stato un cambio di regime nella Repubblica islamica. Pur riconoscendo che il conflitto abbia colpito duramente i vertici politici e militari iraniani, Trump ha ribadito di non credere alle strategie di rovesciamento dei governi dall’esterno. «Per anni abbiamo assistito a cambi di regime che non hanno funzionato. Se devono verificarsi, devono nascere da dinamiche interne», ha dichiarato.
«Bisogna chiedere la pace sempre, chiedere negoziati: grazie a Dio c'è questo memorandum. Ci saranno ancora diversi punti da decidere, ma sempre meglio farlo con il dialogo, la negoziazione. Mi auguro sia davvero una soluzione, che la guerra sia finita, che vengano eliminate le armi nucleari, e si possano risolvere i problemi di tutti i popoli».
A margine del summit, il leader americano ha anche elogiato il presidente francese Emmanuel Macron, spiegando di aver modificato i propri programmi per partecipare alla cena organizzata a Versailles in occasione delle celebrazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza americana. «Macron è una persona davvero squisita. Mi ha invitato a Versailles e ho accettato con piacere, anche se questo significherà rientrare negli Stati Uniti più tardi del previsto», ha affermato. Le questioni mediorientali si sono intrecciate con il dossier ucraino. Trump ha confermato di aver incontrato il presidente Volodymyr Zelensky a Evian e di aver parlato nei giorni precedenti con Vladimir Putin. Secondo il presidente americano, il conflitto continua a provocare perdite enormi da entrambe le parti. «Continuano a combattere e a perdere soldati in numeri che non si vedevano dalla Seconda guerra mondiale», ha osservato. Pur dichiarandosi favorevole a una soluzione negoziata, ha ammesso che le posizioni di Mosca e Kiev restano molto distanti. «Pensavo fosse la guerra più facile da fermare, ma i due leader non riescono a trovare un punto d’incontro». Trump ha comunque assicurato che continuerà a lavorare per favorire un accordo, ribadendo che «la Russia deve arrivare a un’intesa».
Uno dei passaggi più delicati delle sue dichiarazioni ha riguardato il Libano. Il presidente americano ha criticato apertamente il recente raid israeliano contro Beirut, effettuato dopo un attacco con droni attribuito a Hezbollah. «Non è necessario demolire un intero edificio ogni volta che si cerca una persona. In quei palazzi vivono anche civili che non hanno nulla a che fare con Hezbollah», ha dichiarato. Il presidente ha definito Hezbollah «una piccola spina nel fianco», sostenendo però che il movimento sciita continui a rappresentare un elemento di instabilità per la regione. In questo contesto ha elogiato l’approccio del presidente siriano Ahmed al-Shaara, suggerendo che Damasco potrebbe svolgere un ruolo più efficace nel contenimento del gruppo libanese.
«Israele combatte Hezbollah da troppo tempo e troppe persone continuano a morire. Credo che la Siria possa affrontare questa minaccia in modo più efficace», ha affermato. Alla domanda se l’accordo con l’Iran possa sopravvivere a eventuali nuove operazioni militari israeliane in Libano, Trump ha risposto in modo affermativo, mostrando fiducia nella solidità dell’intesa appena raggiunta. Le dichiarazioni rilasciate a Evian delineano una strategia che punta a ridurre le tensioni regionali attraverso la diplomazia. Dall’accordo con Teheran alla guerra in Ucraina, passando per il Libano, Trump ha cercato di presentarsi come il promotore di una nuova fase negoziale. Resta ora da capire se il memorandum con l’Iran riuscirà davvero a consolidare gli equilibri regionali o se le tensioni ancora aperte in Medio Oriente finiranno per metterne alla prova la tenuta.
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Il giudice ha liberato l’africano che aveva sottratto una bimba a Perugia, ma il ministero l’ha subito espulso. Ed è solo l’ultimo caso. Quindi rimandare a casa clandestini e delinquenti stranieri è possibile. E infatti gli Stati europei sembrano averlo capito.
Si può fare. Anzi: si – può – fare!, come nel mitico Frankenstein Junior. Ma non serve Frankenstein: basta il ministro Piantedosi per fare la remigrazione. Non servono formule magiche né alchimie esoteriche, non servono nemmeno l’Ice né Greg Bovino: la remigrazione si può fare semplicemente prendendo un immigrato delinquente e mettendolo su un aereo per rimandarlo a casa sua.
Come è successo ieri con il gambiano accusato di aver tentato di rapire una bimba alla stazione Fontivegge di Perugia. Ricordate? È successo qualche giorno fa: il giudice l’ha assolto, l ministro l’ha espulso. Remigrazione, si può fare.
Quello di Perugia, si capisce, non è l’unico caso del genere. Di recente, per dire, sono stati espulsi anche un imam di Brescia che considerava normale il matrimonio delle bimbe di nove anni; un gambiano di nome Babu Yallow, soprannominato «il terrore dell’Adriatico», che aggrediva tutti, persino poliziotti e carabinieri, tra Pesaro e Cattolica; Mustafà, un clandestino violento che con un’ascia in mano, nel nome di Allah, minacciava i cittadini a Saronno, in provincia di Varese; e Sylvester, un nigeriano che molestava le donne a Catanzaro. Solo per fermarmi ai fatti più noti. Solo per citarne alcuni. Solo per dire: si può fare. Le remigrazione non è impossibile. Anzi, per certi versi è già realtà.
Basterebbe avere un po’ più di coraggio anche per superare tutte le opposizioni, persino quelle dei giudici. Ciò che è successo a Perugia, in questo senso, è esemplare. Quel ventinovenne gambiano si era avvicinato a una bimba alla stazione di Perugia: «Me la voleva portare via», ha detto la mamma. La polizia, subito accorsa, l’ha denunciato per tentato sequestro di persona. Ma il giudice l’ha assolto dicendo che l’immigrato in realtà non voleva rapire la bimba ma metterla in salvo. Nonostante quell’immigrato avesse precedenti per aggressione e molestie, anche nella stessa stazione, nonostante avesse già ferito un poliziotto e preso a bastonate alcuni fedeli davanti al duomo. Il giudice ha creduto a lui. L’ha descritto come un animo sensibile, preoccupato del benessere della piccola. Lo ha assolto. Ma il ministero, per l’appunto, l’ha espulso il giorno dopo. Avrà pure voluto salvare la bambina, ha sentenziato Piantedosi, ma resta un pericolo. L’ha messo su un aereo e l’ha spedito a casa. Dunque, come vedete, si può fare. E in altri Paesi lo stanno già facendo con ancor più determinazione di noi. La Germania a marzo ha annunciato il rimpatrio di 800.000 immigrati. La Danimarca a gennaio ha approvato una legge che prevede il rimpatrio di tutti gli immigrati condannati a pene superiori a un anno di detenzione. E la Svezia ha varato l’altro ieri un provvedimento che consente di revocare il permesso di soggiorno agli immigrati che si comportano male. Proprio così: non è necessario commettere un reato, in Svezia, per essere espulsi. Basta comportarsi in modo non appropriato, per esempio non pagando i debiti o lavorando in nero oppure tenendo rapporti con organizzazioni estremiste. Chi non si comporta bene viene espulso. Ergo: la remigrazione si può fare. E per farla non ci vogliono Frankenstein e forse nemmeno il generale Vannacci. Basta la Svezia. E basta volerlo.
Peraltro ve la ricordate la Svezia quando, nel 2014, annunciava le politiche dell’avanti tutti? Con il primo ministro che diceva ai suoi cittadini «dovete aprire le porte e pure i vostri cuori»? Proprio lei, la patria dell’accoglienza, il tempio del buonismo, la terra a disposizione degli stranieri di tutto il mondo? Bene: da qualche tempo ha innestato una furiosa retromarcia, anche per si è trovata in condizioni disperate: welfare a rischio, criminalità alle stelle, baby gang fuori controllo, record di omicidi. Così stanno correndo ai ripari: dal 6 giugno è in vigore una stretta sul diritto di cittadinanza (per ottenerla bisognerà essere in Svezia da otto anni, anziché da cinque, e con condotta «ordinata e onesta»; bisognerà dimostrare di avere un reddito di almeno 1.800 euro lordi al mese e superare un test di conoscenza delle leggi e delle tradizioni svedesi); dal 12 luglio sarà abolito il permesso di soggiorno a tempo indeterminato e nel frattempo sono stati pure innalzati gli incentivi monetari per il rimpatrio, con la contemporanea abolizione degli aiuti di cooperazione ai Paesi che non si riprendono i loro fuoriusciti. Non è un programma elettorale: è quello che succede in Svezia.
E dunque? Dunque si può fare, ecco tutto. Persino la pachidermica Europa si muove siglando accordi con Turchia, Tunisia e altri Paesi per contenere l’immigrazione. E pensa anche a finanziare i centri di rimpatrio fuori dai confini europei, come il nostro in Albania. Tutto quello che è da sempre definito impossibile nei salotti chic sta accadendo. E non ha il volto lugubre della deportazione, dei lager, del razzismo o dell’intolleranza, come vuol far credere chi sull’immigrazione ha speculato per anni e continua a speculare. Ha il volto democratico della Svezia o della Danimarca. Ha il volto istituzionale dell’Europa. E persino il volto efficiente di quell’aereo che ieri a Fiumicino ha caricato un gambiano che minacciava i passanti a Perugia e l’ha riportato a casa sua. Tu chiamale, se vuoi, remigrazioni.
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