A Crotone la Procura indaga su 93 ingressi. Nei guai per fuga di notizie un poliziotto.
Nell’inchiesta sull’immigrazione clandestina della Procura di Crotone, che ieri ha fatto notificare dagli investigatori della Digos dieci avvisi di conclusione delle indagini preliminari, non ci sono gommoni o sbarchi: ci sono delle scrivanie di funzionari della Prefettura, i documenti per attestare le assunzioni degli immigrati e i nulla osta. Poi 93 ingressi. Illegali.
Tutto ruotava attorno a un’azienda, la Eco green management, società di movimento terra che, secondo la Procura di Crotone, avrebbe prodotto i contratti usati dagli immigrati per ottenere la regolarizzazione della loro posizione. L’avviso di conclusione delle indagini preliminari ricostruisce le accuse (a vario titolo): «Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, favoreggiamento personale, rivelazione di segreto d’ufficio». È l’ossatura di un’inchiesta su un sistema che gli investigatori definiscono come «strutturato».
L’impresa, registrata nel 2020, è risultata intestata a Tommaso Iannuzzi, 31 anni, di Cariati e residente a Bologna. Ma, secondo l’accusa, sarebbe stata «di fatto gestita da Giuseppe Petrone», cinquantenne di Crotone indicato come il vero «dominus» delle operazioni. È tra il 2023 e il 2024 che, stando alla ricostruzione degli investigatori della Digos, si concentrano i numeri: «93 nulla osta per l’assunzione di lavoratori subordinati». Che corrispondono a 93 ingressi sul territorio italiano. Una volta giunti in Italia, però, gli stranieri avrebbero fatto perdere le loro tracce, «eludendo i controlli previsti dalla legge». In questo scenario si inserisce la figura dell’avvocato Fabio Lucà, 40 anni, nato a Cariati e residente a Crotone. L’accusa: avrebbe «falsamente attestato il rapporto di lavoro dei cittadini stranieri presso la Prefettura, pur sapendo che si erano già dimessi o non avevano mai preso servizio». Un passaggio chiave, perché senza attestazione il sistema si sarebbe inceppato. Poi ci sono i funzionari dello Sportello unico per l’immigrazione della Prefettura di Crotone: Ardit Bardho, 33 anni, nato in Albania e residente a Botricello e Nicola Borza, 44 anni, di Cotronei. Secondo la Procura, «non avrebbero revocato i nulla osta già rilasciati, nonostante la documentazione in loro possesso evidenziasse l’irregolarità della posizione dei migranti». I beneficiari sarebbero tre cittadini del Bangladesh: Md Al Amin, 29 anni, Mohammed Walid, 39 anni, entrambi domiciliati a Terni, e Mohammed Raton, 47 anni, domiciliato a Roma. Sono accusati di «ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato». Ma l’inchiesta è andata oltre il perimetro amministrativo. C’è un capitolo che riguarda la fuga di notizie. E qui compare il nome di un vice sovrintendente della polizia di Stato, Domenico Cataldo Nigro, 55 anni, di Cirò Marina. L’accusa è di aver «rivelato informazioni riservate sulle intercettazioni in corso» a Simon Ridge Molinaro, 29 anni, nato in Germania e residente a Rocca di Neto. A questo punto nelle carte compare il passaggio successivo: Molinaro avrebbe avvertito Iannuzzi, suggerendogli di «cambiare acqua» per sfuggire alle investigazioni. Nella documentazione investigativa raccolta dal sostituto procuratore Umberto Iurlaro si parla di un «articolato sistema volto a favorire l’immigrazione clandestina» e di un «sottobosco» di condotte illecite che sarebbero ruotate attorno alla Eco green management.
I meccanismi sono proprio quelli denunciati nel giugno 2024 dalla premier Giorgia Meloni al procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. Da allora le inchieste su chi ha sfruttato il Click day del decreto Flussi (il provvedimento con il quale il governo stabilisce quanti cittadini non comunitari possono entrare in Italia per motivi di lavoro) per favorire l’immigrazione illegale si sono moltiplicate. E alcune si sono anche concluse. A Napoli, per esempio, 21 dei 44 indagati in un’inchiesta dalla quale è emerso che gli organizzatori avrebbero incassato soldi in cambio dei permessi d’ingresso, ha chiesto di patteggiare. E anche se l’epicentro del fenomeno viene fotografato dalle Procure soprattutto al Sud, a Livorno, nel giugno dello scorso anno, si è scoperto il meccanismo più raffinato: gli indagati avevano allestito un «Caf abusivo» e una «centrale del lavoro», specializzandosi nella predisposizione di migliaia di domande di ingresso e producendo documentazione falsificata riconducibile a ignari legali rappresentanti di centinaia di aziende sparse su tutto il territorio nazionale.
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Via al processo di manutenzione del Giudizio Universale di Michelangelo all’interno della Cappella Sistina. «Ci siamo accorti che c’era uno stato sottilissimo bianco, che si è scoperto essere un sale – il lattato di calcio», ha spiegato Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani. «Lo toglieremo con acqua distillata e carta giapponese», ha spiegato il capo restauratore Paolo Violini.
Giorgia Meloni (Ansa)
Il premier liquida il piano Draghi: «L’unanimità non va abolita, specie in politica estera. Il vero limite è la burocrazia invasiva».
Non si può ancora parlare di scampato pericolo, ma la netta presa di posizione di Giorgia Meloni intacca di sicuro le ambizioni degli eurosaggi, che predicano il superamento del requisito dell’unanimità nel Consiglio Ue. «Non sono d’accordo», ha detto il premier nell’intervista a Bloomberg uscita l’altro ieri. «Non credo che sia quella la soluzione, particolarmente non sulla politica estera, che è uno degli elementi fondamentali della sovranità degli Stati».
Il presidente del Consiglio ha ben chiari quali sono i paletti da fissare alle competenze dell’Unione: «Penso che l’Europa possa più agilmente superare la sua lentezza occupandosi di meno cose, facendolo molto meglio». Profondità del pensiero strategico, oppure semplice senso di realtà. Ma è esattamente questa la formula che ci consentirebbe di uscire da certe grottesche contorsioni: mentre qualcuno bofonchia di «ora dell’Europa», i fatti dimostrano che l’Europa è sempre dieci passi indietro, irrilevante in tutte le partite globali che contano. E - il che è peggio - votata a un masochismo oltranzista, sulla transizione ecologica come sulla reazione ai dazi, che ci sta trascinando verso accordi commerciali raffazzonati e insidiosi.
Fare meno, farlo meglio. Mettere in comune poche materie di importanza cruciale, liberandosi dall’ossessione di legiferare su tutto, che ha reso l’Ue malata cronica della patologia diagnosticata da un aforisma di ispirazione reaganiana: se qualcosa si muove, tassalo; se si muove ancora, regolamentalo; se non si muove più, sussidialo.
«Continuo a credere», ha spiegato la Meloni alla testata americana, «nell’unico principio dell’Unione europea che non è stato realmente costruito, che è il principio della sussidiarietà, cioè non si occupi Bruxelles di quello che Roma può fare meglio, non si occupi Roma da sola di quello che non può fare da sola e per cui ha bisogno di Bruxelles». Il premier segnala, pertanto, che abolire il diritto di veto non è sufficiente a garantire rapidità e qualità delle decisioni dell’Ue, in assenza di un radicale cambiamento della filosofia sulla quale si è basato il suo incompleto e maldestro progetto di integrazione. Archiviare l’unanimità non sarebbe «così risolutivo», ha osservato la Meloni, «rispetto a una dinamica […] nella quale c’è anche, diciamoci la verità, una burocrazia molto, molto, molto invasiva. Molto invasiva anche rispetto alle scelte della politica, perché vedo delle decisioni che vengono prese e poi vengono rallentate da una burocrazia che delle volte sembra avere una propria agenda». Mettere a dieta il Leviatano, peraltro, è uno degli elementi chiave dell’asse con la Germania di Friedrich Merz.
Pure qui, il pragmatismo la fa da padrone: in un contesto in cui sono le cancellerie a orientare l’operato della Commissione, la prospettiva è di sostituire, nel motore europeo, la componente francese con quella italiana, approfittando dell’agonia politica di Emmanuel Macron. Nondimeno, sollecitata da Bloomberg sugli attriti con Parigi, l’inquilina di Palazzo Chigi ha preferito minimizzare, rinfacciando ai media di descrivere i rapporti «con alcuni leader» «in maniera un po’ infantile». Invece, «Italia e Francia sono due grandi nazioni europee che condividono moltissimo, che lavorano insieme su moltissimi dossier e che non sono d’accordo su alcune cose». Conclusione: il vertice intergovernativo, saltato all’indomani della polemica per i commenti del premier sull’uccisione dell’attivista di destra transalpino, Quentin Deranque, ma ufficialmente rinviato «per una questione logistica», si terrà «prima dell’estate».
Se la Meloni non può archiviare la cooperazione con i francesi, sembra evidente che abbia spedito in soffitta il piano di Mario Draghi, l’eforo che fa coppia con Enrico Letta e che invoca da mesi la soppressione del criterio dell’unanimità. Paradossalmente, rimane uno spiraglio per il lodo Prodi: «Chi decide va avanti e gli altri si arrangino», aveva suggerito alla Stampa il Professore. Fintantoché ciò dovesse equivalere al meccanismo della cooperazione rafforzata - la procedura prevista dall’articolo 20 del Trattato sull’Unione europea, che permette a un gruppo di almeno nove Stati membri di collaborare in assenza di un accordo a 27 - la Meloni non si tirerebbe indietro.
Il punto è che, dinanzi a interessi nazionali divergenti, l’unanimità svolge la funzione di un pulsante d’emergenza che, di quando in quando, chiunque può avere necessità di premere.
È vero che se troppi galli cantano, non si fa mai giorno. Ma è vero pure che a nessuno conviene vivere in una fattoria in cui tutti gli animali sono uguali, però alcuni sono più uguali degli altri.
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