Ansa
Gli avvocati dei Trevallion: «Violati principi di imparzialità, valuteremo se la psicologa Valentina Garrapetta aveva i requisiti». Nella domanda di ricusazione avanzata al Tribunale dei minori ci sono i nostri articoli. Chiesta anche la sospensione dell’allontanamento dei tre figli.
Dopo lo scoop della Verità sui suoi post su Facebook, il team legale dalla famiglia Trevallion ha depositato un’istanza di ricusazione nei confronti di Valentina Garrapetta, la psicologa trentenne scelta come ausiliaria dalla psichiatra Simona Ceccoli, nominata consulente tecnica d’ufficio dal Tribunale dei minori dell’Aquila sul caso dei tre bambini della famiglia nel bosco. Come raccontato dalla Verità, la Garrapetta, scelta per svolgere i test psicologici sui genitori e sui bambini, aveva pubblicato sui suoi social dei commenti durissimi nei confronti della vicenda. Post che per i difensori e i professionisti che affiancano i Trevallion nella battaglia per ricongiungere la famiglia, costituiscono un pregiudizio che fa venire meno la terzietà della psicologa.
Contattato dalla Verità, uno dei due legali della famiglia, Danila Solinas, spiega così i motivi della decisione, parlando di «assoluta violazione dei principi di imparzialità e terzietà, che in questo caso mi sembrano assolutamente violati».
L’avvocato dei Trevallion stronca anche la replica della psicologa che, dopo la pubblicazione dei nostri articoli, si era difesa dalle polemiche evidenziando di aver pubblicato i post (poi rimossi) sul suo profilo personale: «Mi sembra una risposta irricevibile, che non necessita di commenti ulteriori». Per questo, conclude Solinas, «chiederemo innanzitutto al Tribunale di valutare la condotta della professionista in una fase immediatamente antecedente l’assunzione dell’incarico e soprattutto quando il clamore mediatico era massimo». «E poi», aggiunge, «naturalmente valuteremo se, al tempo della nomina, avesse la qualifica per espletare il suo ruolo».
La richiesta al Tribunale, alla quale sono stati allegati anche i nostri articoli, poggia sul parere scritto dai due consulenti del team che difende i Trevallion, il professor Tonino Cantelmi, psichiatra psicoterapeuta, e la psicologa Martina Aiello, all’interno del quale sono ben esplicitate le perplessità sulle competenze della professionista. Perplessità che spetterà al Tribunale dirimere. Secondo il documento di otto pagine, che La Verità ha visionato, «l’ausiliaria designata risulta aver manifestato pubblicamente, tramite propri interventi sulla piattaforma Facebook, giudizi negativi, denigratori, svalutativi e connotati da evidente ostilità nei confronti dei genitori Catherine e Nathan Trevallion, datati 23-24-26-30 novembre 2025».
Secondo i due esperti, la psicologa scelta come ausiliaria avrebbe anche violato «l’obbligo di comunicare tempestivamente situazioni di incompatibilità o conflitto», mettendo così in difficoltà la Ctu che le ha affidato il ruolo di ausiliaria: «Nel caso in esame, la Ctu dottoressa Ceccoli fuorviata dalla ausiliaria dottoressa Garrapetta non è stata posta nella condizione di: effettuare anche le più basilari verifiche preliminari di opportunità; garantire un ambiente consulenziale neutro, come imposto dagli articoli 61,62 e 64 Codice di procedura civile e dai codici deontologici degli Ordini degli psicologi».
Le conclusioni sul punto sono ancora più pesanti: «La Garrapetta, per di più, risulta iscritta all’Albo degli psicologi dell’Abruzzo in data 28 aprile 2022 e dichiara di essere psicoterapeuta. Considerato che le scuole di specializzazione per il conseguimento del titolo di psicoterapeuta hanno una durata quadriennale e i regolamenti del Miur stabiliscono che la notazione come psicoterapeuta possa essere effettuata solo dopo quattro anni di effettiva iscrizione all’Albo, tale dato cronologico evidenzia un’incongruenza temporale e necessita di tempestiva verifica». Va detto che sul sito dell’Ordine degli psicologi dell’Abruzzo la dottoressa Garrapetta risulta in effetti avere la qualifica di psicoterapeuta, circostanza che, fino a prova contraria, presuppone il superamento (valutato e ratificato dall’Ordine) da parte sua del corso di specializzazione, che dura appunto quatto anni.
Ma il dubbio originato dalla data di iscrizione porta i due consulenti dei Trevallion a chiedersi se «l’ausiliaria abbia posto la Ctu nella condizione di selezionare collaboratori dotati di comprovata competenza fornendo alla stessa tutte le informazioni utili a tal fine. Tale aspetto - unitamente a quanto già esposto - determina un vulnus gravissimo a carico della ausiliaria in merito ai requisiti di terzietà, competenza e affidabilità».
Oltre a quella relativa alla ricusazione della psicologa, il Tribunale dovrà valutare altre due istanze presentate dei legali dei Trevallion, una sulla richiesta di sospensione dell’allontanamento dei figli dalla coppia e l’altra relativa al via libera dato dai responsabili della casa famiglia di Vasto dove alloggiano i tre bambini e la madre all’ingresso nella struttura di una troupe televisiva.
Intanto, dopo le polemiche degli ultimi giorni relativi all’incarico affidato alla Garrapetta, l’Ordine degli psicologi dell’Abruzzo ha diramato un comunicato, nel quale, dopo una lunga disamina sul ruolo dei Ctu, degli eventuali ausiliari e dei criteri di nomina, vengono dedicate alcune righe che, molto indirettamente, toccano l’oggetto della polemica: «L’Ordine presta, comunque, la massima attenzione al corretto utilizzo degli strumenti di comunicazione da parte dei propri iscritti e, ove necessario, interviene affinché lo stesso si svolga nel rispetto dei principi deontologici e, tra questi, prioritariamente, quello che impone allo psicologo di promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità». Senza alcun riferimento diretto ai post contestati alla loro iscritta.
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Monica Marchionni
La testimonianza che smonta le bugie di chi contesta la riforma: l’estrazione era accettata purché non infastidisse il sistema.
Mi presento: mi chiamo Monica Marchionni e sono in magistratura da oltre 30 anni. Sono un magistrato di provincia, anzi, nella considerazione dei più un magistrato di «serie Z» perché mi occupo della fase esecutiva, cioè di quella fase di cui non interessa niente a nessuno, ovvero dell’esecuzione della pena.
Si fa un gran parlare di certezza della pena, dovendosi questa intendere nella sua duplice finalità: retributiva e rieducativa. Ma a nessuno interessa se una persona, giustamente condannata perché ha commesso un grave crimine, sia stata correttamente punita e se dall’esecuzione di quella pena sia stata effettivamente rieducata. Eppure la nostra Costituzione, che tutti sventoliamo come custode dei diritti, lo prevede chiaramente. Forse questo è un altro tema però, o forse no; perché, se al processo penale venisse data corretta attuazione, non dovrebbe esservi un tale sbilanciamento tra le diverse fasi: indagini, processo, esecuzione della pena.
La stampa si occupa solo di arresti, di intercettazioni, di pubblicare il testo delle ordinanze di custodia cautelare in carcere, le motivazioni dei sequestri di beni patrimoniali, registra le conferenze stampa che le Procure allestiscono con buona pace della segretezza delle indagini, e poi trascura l’informazione nel momento in cui le indagini preliminari finiscono, quando si passa alla fase processuale. Non si parla mai, e dico mai, della vicenda di un uomo che, dopo una condanna, sia uscito dall’esecuzione della pena diverso, sia diventato un uomo nuovo.
La verità è che la «superstar» del processo penale oggi è il pubblico ministero. Nell’applicazione, ormai più che trentennale, del nuovo rito accusatorio si assiste a un netto squilibrio tra il peso, anche mediatico, del pm rispetto a quello del giudice (non oso nemmeno fare il raffronto con il ruolo del magistrato di sorveglianza perché potrei essere tacciata di blasfemia).
Penso che sia arrivato il momento di riportare le cose al loro posto, di riportare gli attori del processo nel ruolo che è stato loro attribuito dall’ordinamento. Non dobbiamo avere un pm superstar, ma un giudice super partes.
Questa esigenza è diventata ancora più stringente dopo che, nel 1999, l’articolo 111 della Costituzione è stato modificato con l’introduzione del principio del giusto processo, secondo cui tutti hanno diritto a un giusto processo davanti a un giudice terzo. Se il giudice deve essere «terzo», le altre due parti, il pm e la difesa, devono necessariamente essere da lui equidistanti. Questo mi pare tanto ovvio quanto banale, ma a rafforzare la necessità che si provveda in merito è la stessa Carta costituzionale che alla settima «disposizione transitoria» prescrive che l’ordinamento giudiziario debba essere adeguato ai principi costituzionali. Dalla modifica dell’articolo 111 discende, come ineludibile conseguenza, che anche l’ordinamento giudiziario venga parimenti mutato, con l’adeguamento al principio del giusto processo.
Su questo punto non vorrei spendere altre parole se non ricordare, a chi dice che la riforma è inutile perché ormai le funzioni sono separate, che proprio il fatto che lo siano state dimostra la necessità che si compia ora l’ultimo passo.
Ma veniamo al sorteggio. Su questo argomento mi permetto di raccontare brevemente la mia avventura di sorteggiata alle passate lezioni del Consiglio superiore della magistratura. Già, di sorteggiata, perché pochi, pochissimi sanno che una, sia pur larvata, forma di sorteggio è già stata prevista dalla cosiddetta riforma Cartabia per il caso di sproporzione di genere nelle liste presentate dalle correnti nei vari collegi.
I più ignorano che le elezioni del Csm si svolgono come vere e proprie competizioni elettorali. Le correnti, cioè la trasposizione all’interno dell’Anm delle diverse ideologie partitiche, presentano liste di candidati. Si vota col sistema proporzionale, quindi non per la persona che si ritiene più meritevole. Si dà una preferenza, ma poi sono le correnti a decidere a chi andranno i voti a seconda dell’ordine di presentazione in lista e così, ogni quattro anni, in vista delle elezioni schiere di magistrati candidati si recano negli uffici giudiziari a sostenere le ragioni della propria candidatura.
Alle scorse elezioni tra i candidati c’ero anch’io e non perché qualche corrente mi avesse scelta. Il mio nome era stato estratto a sorte dall’ufficio elettorale presso la Cassazione, perché nel collegio numero 4, composto da Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata, mancava il nome di una donna. Io non avevo mai fatto vita associativa, non mi ero mai interessata di altro se non di lavorare. Mi sono messa alla prova perché credevo fermamente che, dopo lo scandalo Palamara, fosse giunto il momento di ridare credibilità esterna alla magistratura (noi al nostro interno non abbiamo considerato affatto quello come uno scandalo, perché abbiamo sempre saputo con quali criteri avvenissero le nomine dei capi degli uffici).
Ho avuto un buon successo personale, ma ovviamente non è stato sufficiente. Credo, però, di avere fatto paura. Tutti i voti che ho preso, senza alcun sostegno, sono stati voti di chi, come me, credeva già allora nel sorteggio e nella impellenza di sgominare il sistema correntizio (in quel periodo furono raccolte più di mille firme di magistrati favorevoli al sorteggio).
Durante la mia campagna elettorale, in giro per i tribunali siciliani, i giovani magistrati a cui mi rivolgevo, rappresentando l’importanza di avere al Csm una persona libera, senza legami con le correnti, mi rispondevano che a loro era stato insegnato, fin dalla Scuola superiore della magistratura, di iscriversi a una corrente per avere la protezione necessaria in caso di esposti da parte di avvocati o cittadini.
Il sorteggio che ora propone questa riforma è ben altra cosa. Chi sarà sorteggiato non dovrà fare nessuna campagna elettorale e non dovrà presentare un programma; porterà al Csm, il proprio valore di magistrato, la propria integrità, quella con cui giudica ogni giorno della vita delle persone.
Ci si domanda: e se non sarà all’altezza? Ma si tratta di una domanda irricevibile perché se si ipotizza la modestia e l’inadeguatezza di un magistrato, è evidente che occorre rivedere i criteri di valutazione della professionalità dei magistrati. È fin troppo ovvio che se si è in grado di incidere sulla libertà personale di un cittadino e sul suo patrimonio si avranno anche le capacità di decidere in ordine al trasferimento o all’assegnazione di un incarico a un magistrato. Il Csm non è un organo di rappresentanza, non è un governo parallelo, né un parlamento parallelo, ma un organo amministrativo. Con leggi chiare e i criteri predeterminati si compiranno scelte amministrative nel nome del buon andamento della Giustizia.
Sono convita che la ragione per la quale la mia categoria si oppone così strenuamente alla separazione delle carriere è solo l’individuazione del metodo del sorteggio pensato per comporre sia i due Csm che derivano dalla separazione delle carriere, che l’Alta Corte disciplinare, metodo che, lungi dall’indebolire l’indipendenza della magistratura, la libererà dal gioco delle correnti contribuendo a dare attuazione concreta al principio ineludibile in una democrazia effettiva della separazione dei poteri.
Votare Sì significa liberare i magistrati, non assoggettarli a un potere esterno.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 24 febbraio con Carlo Cambi
I sindacati delle forze dell’ordine sono concordi: «Nessuno vuole essere al di sopra della legge, chiediamo solo un sostegno per non dissanguarci nei processi. I rimborsi sono esigui e tardivi. Nel frattempo dobbiamo pagare i legali e ci tagliano i salari».
Mentre il dibattito è concentrato su una parola che è diventata tossica, «immunità», gli operatori di polizia pensano alla parcella dell’avvocato, alla sospensione dal servizio che arriva prima della sentenza, allo stipendio che si assottiglia. È su questo piano che si gioca la vera partita.
«Nessun poliziotto vuole essere al di sopra della legge e nessuno deve esserlo», mette in chiaro il segretario del Coisp Domenico Pianese. Ma subito sposta il baricentro: «Il punto non è sottrarsi alla giustizia, ma evitare che chi agisce nell’esercizio del proprio dovere venga lasciato solo per anni in un limbo giudiziario ed economico». Perché l’iscrizione nel registro degli indagati non è solo un passaggio tecnico. È un fatto che produce effetti automatici: sospensione cautelare, possibile dimezzamento dello stipendio, spese legali da affrontare immediatamente, carriere sospese. Il tutto prima che venga accertata qualsiasi responsabilità. Pianese rivendica un primo argine: «Già con i decreti sicurezza dello scorso anno è stato introdotto un principio fondamentale per gli operatori delle forze di polizia, la legislazione di supporto». Fino a 10.000 euro per ogni grado di giudizio, se l’indagine riguarda fatti avvenuti in servizio. «È un passo storico», ammette. E aggiunge: «Si potrebbe fare di più? Forse sì. Ma quel provvedimento ha segnato un cambio di passo che per anni è stato ignorato». La cifra, 10.000 euro, però, suona come importante finché non la si mette dentro la realtà di un procedimento penale che può durare anni. E allora il tema non diventa lo scudo, ma la copertura integrale. Il nuovo decreto introduce un registro separato per gli appartenenti alle forze dell’ordine indagati per fatti accaduti durante il servizio. «Non è uno scudo penale», insiste Pianese. «È uno strumento procedurale esattamente come esistono registri dedicati in altri ambiti delicati, ad esempio per le vittime di stalking. Serve a garantire tempi certi e più rapidi, non a cancellare reati o responsabilità». Tempi certi significa meno anni di incertezza. Meno anni di spese. Il segretario generale del Movimento poliziotti democratici e riformisti, Antonio Alletto, attacca frontalmente proprio la parola «immunità». E spiega: «È un grave errore parlare di scudo penale. Nessun poliziotto chiede immunità, ed è folle anche solo pensarlo. Noi chiediamo di poter lavorare serenamente, con tutele professionali adeguate a un servizio esposto e pericoloso che impone decisioni immediate, anche sull’uso delle armi». Anche Alletto torna sul terreno concreto: «Non è accettabile che un operatore finisca automaticamente nel registro degli indagati, dovendo sostenere da subito costi legali spesso insostenibili e diversi da territorio a territorio. L’amministrazione dovrebbe farsi carico integralmente delle spese, recuperandole solo in caso di condanna». Il ragionamento è questo: lo Stato paga subito e se c’è una condanna recupera le somme. Nel frattempo l’operatore non deve indebitarsi per un atto compiuto in servizio. E Alletto aggiunge un altro tassello: «Servono inoltre bodycam, protocolli operativi chiari e il supporto dell’Avvocatura dello Stato, per garantire trasparenza, tutela reale e per evitare che ogni intervento si trasformi in un processo mediatico, economico ed emotivo per l’operatore e la sua famiglia». Anche Unarma insiste sull’anticipo: «Le spese legali per procedimenti penali su attività di servizio possano rappresentare un sostegno concreto», dice il segretario generale Antonio Nicolosi. E precisa: «È necessario che l’anticipo delle spese sia adeguato e cospicuo, capace di coprire fin da subito i costi della difesa senza gravare economicamente sugli operatori e sulle loro famiglie». Poi rilancia: «Ancora più incisiva sarebbe la previsione di un supporto diretto tramite l’Avvocatura dello Stato, che garantirebbe uniformità di tutela, tempi rapidi e una protezione concreta». Il Siaf, Sindacato italiano autonomo finanzieri, con il segretario generale Eliseo Taverna, riporta il confronto sul piano tecnico: «Bisogna evitare generalizzazioni che finiscono per penalizzare l’intero comparto». E mette un punto fermo: «È fondamentale rendere realmente efficace l’anticipo delle spese legali, che deve essere adeguato ai costi reali dei procedimenti e garantito fin dalle prime fasi, evitando che l’operatore debba sostenere oneri economici personali per fatti connessi al servizio». La sintesi è tutta qui. Non si discute di responsabilità. Si discute di chi paga l’attesa. Nel dibattito pubblico la parola che fa rumore è «immunità». Ma quella che pesa davvero è «anticipo». Perché tra l’iscrizione nel registro e la sentenza possono passare anni. E in quegli anni la giustizia ha un costo. Che ora è tutto sulle spalle dell’operatore di polizia.
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