Donald Trump insieme a Pete Hegseth (Getty Images)
Oltre al profluvio di dichiarazioni contraddittorie del presidente, continua lo show del Pentagono, che schiera la religione però ancora non sa come chiudere la missione. La prossima «vittima» potrebbe essere la Nato.
Chi lo capisce è bravo - e chissà se si capisce almeno da solo. Da quando ha iniziato a bombardare l’Iran, Donald Trump ha pubblicato centinaia di post su Truth e ha inondato il mondo con una raffica micidiale di dichiarazioni, dicendo tutto e il suo contrario: «Abbiamo vinto», ma «Dobbiamo ancora finire il lavoro»; «Non vogliamo il cambio di regime», ma «Abbiamo avuto il cambio di regime»; «Non sappiamo con chi parlare», ma «Stiamo parlando con la gente giusta»; «Troveremo un accordo», ma «Non sappiamo se vogliamo un accordo».
Sullo sfondo, ci sono le bizzarrie in salsa ieratica, al contempo folkloristiche e inquietanti: gli evangelici che impongono le mani sul presidente; Pete Hegseth, il ministro della Guerra, che cita il Salmo 144 e prega perché «ogni proiettile raggiunga il suo bersaglio». Dal destino manifesto dell’America siamo arrivati, come ha scritto Marcello Veneziani, al Dio bomba. Lo spettacolo è raggelante.
Tanto peggio, perché in questo caos è difficile scorgere una strategia. In primo luogo, sul piano bellico. Se, come ha affermato Trump ieri, l’Iran deve essere un Venezuela in grande, i missili non bastano: ci vogliono operazioni terrestri, ancorché mirate. Mettere i boots on the ground, però, sconterebbe i Maga isolazionisti e il pezzo di amministrazione che fa capo al vicepresidente, JD Vance. Il quale, infatti, si è sbracciato per segnalare che il conflitto non si tradurrà in un pantano e per propiziarne una chiusura rapida: «L’esercito iraniano è stato distrutto», ha assicurato ieri. Tradotto: finiamola in fretta. Anche il suo principale freme: la finestra per raggiungere gli obiettivi era di «4-6 settimane», ha spiegato, perciò «siamo molto in anticipo sulla tabella di marcia». Secondo il Wall Street Journal, ai suoi collaboratori, The Donald avrebbe confermato che vuole la cessazione delle ostilità entro metà maggio, quando incontrerà in Cina Xi Jinping e tornerà a concentrarsi su una vera priorità: i rapporti con il grande avversario dell’America.
Che nella preparazione di Epic fury ci fossero lacune, lo dimostrano gli eventi. In particolare, l’apparente sorpresa della Casa Bianca di fronte alla chiusura di Hormuz e l’indecisione dei vertici politici e militari rispetto a un’incursione a Kharg. Stando ad Axios, il Pentagono starebbe lavorando a ben quattro piani diversi per assestare il «colpo finale» al nemico: «invadere o bloccare» quell’isola; attaccare l’isola di Larak, «avamposto strategico che ospita bunker iraniani, imbarcazioni d’attacco e radar»; prendere il controllo dell’isola di Abu Musa e di altre due minori, situate «all’ingresso occidentale dello Stretto»; e, infine, «bloccare o sequestrare navi che stanno esportando petrolio iraniano sul lato orientale» del braccio di mare conteso. Tutte opzioni molto diverse l’una dall’altra. Ci si poteva aspettare venissero esaminate in anticipo, anziché a guerra in corso.
Non sono poi tanto chiari nemmeno gli obiettivi di questa campagna, né in che modo le idee degli statunitensi si concilino con quelle degli israeliani. Benjamin Netanyahu intende fare piazza pulita del regime e dallo Stato ebraico monta la pressione per invadere. Trump sostiene di potersi accontentare di meno, eppure ha fatto partire i negoziati da richieste massimaliste, nel chiaro interesse di Tel Aviv. Il tycoon era davvero allarmato dal programma nucleare della Repubblica islamica? Se sì, aveva mentito quando, a giugno 2025, sosteneva che l’operazione Midnight hammer avesse già risolto il problema. Sperava di ridisegnare l’equilibrio del Medio Oriente nel senso auspicato dai Patti di Abramo? I nodi del contrasto tra monarchie sunnite del Golfo e Iran sono venuti al pettine. Ma a parte il saudita Mohammad bin Salman, che lo inciterebbe ad annientare gli sciiti, i Paesi arabi non sono scesi in campo.
Tale nebulosità, magari, è funzionale: in qualsiasi momento - ci sta già provando - Trump potrebbe dichiarare di aver vinto e trarsi d’impaccio. Intanto, il disastro economico globale è compiuto.
Esaminate dall’Italia, sono buone ragioni per dissociarsi più nettamente da Washington. In fondo, i regalini giunti da Oltreoceano, cominciando dai dazi fino alla mazzata su carburanti e bollette, hanno contribuito a mettere il governo nella posizione scomoda che occupa ora. Confidare in mediazioni e sussidi non basta. Sono inutili le trovate propagandiste alla Pedro Sánchez: cosa possa avvenire e cosa no nelle basi Usa l’abbiamo capito e non lo si cambia a colpi di annunci. Non è nemmeno il caso di ritrovarsi coperti di elogi da Teheran, come sta capitando al premier spagnolo. Ormai, comunque, certi percorsi sono irreversibili: che Trump batta sulla Nato «tigre di carta», che «non fa assolutamente niente» mentre gli Usa ci sono «sempre stati», prelude forse al loro definitivo forfait. Ecco perché - cogliendo al balzo la suggestione del presidente del Consiglio Ue, António Costa - si dovrà «tornare a parlare» con la Russia. La nostra sicurezza non passerà solo dal riarmo, ma anche dalla capacità di districarci su uno scacchiere di accordi precari e sanguinosi attriti tra grandi e medie potenze. È questione da affidare a Luigino Di Maio?
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Lo stretto di Hormuz (Ansa)
- La Casa Bianca attacca: «Stanno supplicando un accordo, sono strani». Teheran: «Solo la vittoria». Ma il dialogo prosegue. E nasce il fronte per riaprire il passaggio.
- Tel Aviv mira a non interrompere il conflitto. I media dello Stato ebraico riferiscono che Donald Trump sta valutando l’operazione di terra contro i pasdaran. Bombe su Hezbollah.
Lo speciale contiene due articoli
Nonostante la retorica bellicosa e le minacce di escalation, dietro le quinte prende forma un negoziato che potrebbe portare alla conclusione della guerra tra Stati Uniti e Iran. Le dichiarazioni pubbliche continuano a evocare colpi decisivi e nuove operazioni militari, ma i segnali diplomatici indicano che le parti stanno cercando una via d’uscita.
Secondo indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal, Donald Trump avrebbe confidato ai suoi collaboratori l’intenzione di evitare un conflitto prolungato, esprimendo la speranza di chiudere le operazioni nel giro di poche settimane. Il presidente avrebbe invitato i consiglieri a mantenere la tempistica già indicata pubblicamente, compresa tra quattro e sei settimane, e perfino la pianificazione di un viaggio in Cina a metà maggio sarebbe stata costruita sull’ipotesi che la guerra termini prima di quell’appuntamento. Sul piano militare, tuttavia, l’intensità delle operazioni resta elevata. Il Comando centrale statunitense ha comunicato che dall’inizio del conflitto, avviato il 28 febbraio, sono stati colpiti oltre 10.000 obiettivi, sottolineando che le forze americane continuano a neutralizzare le minacce attribuite al regime iraniano. Allo stesso tempo, il Pentagono sta valutando diverse opzioni per un possibile «colpo finale», tra cui operazioni terrestri e una massiccia campagna di bombardamenti. Questa pressione militare, secondo fonti interne all’amministrazione, servirebbe anche a rafforzare la leva negoziale. Non a caso, mentre le operazioni proseguono, emergono conferme sempre più esplicite di contatti diplomatici. I Capi di Stato maggiore di 35 Paesi si sono riuniti in videoconferenza per valutare la creazione di una coalizione destinata a favorire la ripresa della navigazione nello stretto di Hormuz dopo la fine dei combattimenti. Lo ha reso noto il ministero francese delle forze armate, spiegando che l’incontro, promosso dalla Francia, ha consentito di raccogliere le posizioni dei Paesi interessati a un’iniziativa coordinata per garantire la sicurezza marittima in un’area strategica. Parigi ha sottolineato che il progetto è separato dalle operazioni militari in corso e ha carattere esclusivamente difensivo. Diversi Stati, infatti, si dichiarano disponibili a contribuire alla sicurezza dello stretto, ma senza essere coinvolti nelle offensive condotte da Usa e Israele.
Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha rivelato che negoziati indiretti tra Washington e Teheran sono già in corso attraverso messaggi trasmessi dal Pakistan. Le dichiarazioni pubbliche di Trump restano aggressive e accompagnate da nuovi attacchi agli alleati. Il presidente ha criticato apertamente l’Alleanza atlantica sostenendo che «la Nato non ha aiutato» durante la crisi iraniana e aggiungendo: «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di nulla dalla Nato, ma non dimenticate mai questo punto fondamentale in questo momento». In un altro passaggio ha attaccato soprattutto i partner europei: «Noi siamo lì a proteggere l’Europa dalla Russia, in teoria la cosa non ci riguarderebbe. Abbiamo un grosso, grasso e meraviglioso oceano a separarci». E ha proseguito: «Ci siamo sempre stati quando avevano bisogno del nostro aiuto, o almeno prima era così. Ma ora non lo so più, ad essere onesti».Trump ha, inoltre, definito «molto inappropriate» le parole del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, secondo cui la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran «non ha nulla a che vedere con la Nato».
Il presidente ha poi sostenuto che i negoziatori iraniani starebbero «supplicando» un accordo, pur negandolo ufficialmente per timore di ritorsioni interne. «I negoziatori iraniani sono molto diversi e strani. Ci stanno supplicando di concludere un accordo, cosa che dovrebbero fare dato che sono stati annientati militarmente, senza alcuna possibilità di rimonta, eppure dichiarano pubblicamente che stanno solo valutando la nostra proposta. Sbagliato. Farebbero meglio a fare sul serio al più presto, prima che sia troppo tardi». Ha quindi insistito sul fatto che i colloqui siano già in corso: «Stanno negoziando e vogliono concludere un accordo a tutti i costi. Ma hanno paura di dirlo, perché immaginano che verrebbero uccisi dalla loro stessa gente». In un altro passaggio ha ribadito la tempistica del conflitto affermando che «la guerra durerà quattro-sei settimane e siamo molto in anticipo sulla tabella di marcia», aggiungendo che «se faranno l’accordo giusto, lo Stretto riaprirà». Ha inoltre lasciato intendere possibili nuovi attacchi: «Ci sono altri bersagli che vogliamo colpire prima di andarcene». Sulla questione è intervenuto anche il segretario di Stato, Marco Rubio: «Hormuz? Potrebbe essere riaperto domani se l’Iran smettesse di minacciare la navigazione globale, il che è un oltraggio e una violazione del diritto internazionale». E poi, ancora: «Noi abbiamo contribuito più di qualsiasi altro Paese nel mondo in una guerra che sta accadendo in un altro continente, in Ucraina. Ma quando gli Stati Uniti avevano bisogno, non hanno ricevuto risposte positive».
Sul terreno, la tensione resta alta con una serie di attacchi a Teheran. In questo clima, anche la leadership iraniana ha adottato toni duri. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato su X: «Nessuno può imporre ultimatum all’Iran e al suo popolo: i vostri figli non lasceranno sfuggire questa occasione e proseguiranno fino alla piena vittoria». Secondo fonti d’intelligence, Teheran avrebbe inoltre rafforzato le difese sull’isola di Kharg, posizionando mine e sistemi antiaerei in vista di una possibile operazione statunitense.
Nel frattempo, anche l’Iran ha formalizzato la propria posizione, confermando indirettamente l’esistenza di un negoziato. La risposta alla proposta statunitense in quindici punti per porre fine al conflitto è stata trasmessa agli Stati Uniti attraverso mediatori, con Teheran in attesa di una replica. Tra minacce, operazioni militari e dichiarazioni di vittoria, il filo conduttore resta quello di un confronto che si sta spostando progressivamente sul terreno diplomatico.
Israele non molla e «tifa» l’invasione
Benjamin Netanyahu continua a guardare con circospezione all’iniziativa diplomatica statunitense nei confronti dell’Iran. Stando al New York Times e al Wall Street Journal, il premier israeliano temerebbe che Donald Trump possa concludere un cessate il fuoco troppo in fretta. Netanyahu avrebbe, in particolare, paura di non riuscire a debellare interamente l’industria bellica iraniana. Ciononostante, il premier israeliano non è l’unico a guardare con apprensione alle manovre diplomatiche di Washington. Sempre secondo il New York Times, il principe ereditario saudita, Mohammad Bin Salman, starebbe premendo dietro le quinte affinché la Casa Bianca prosegua il conflitto con Teheran. Tutto questo, mentre, ieri il Washington Post riportava che Riad e Abu Dhabi spererebbero in una conclusione non eccessivamente celere della guerra. Il che potrebbe spingere a ipotizzare una sponda sotterranea tra le due capitali del Golfo e Gerusalemme.
Senza dubbio Netanyahu condivide gran parte dei punti presenti nel piano di pace presentato da Trump, a partire dalle condizioni che imporrebbero a Teheran di rinunciare all’arricchimento dell’uranio, limitare il suo programma balistico e cessare il sostegno ai proxy regionali: giusto ieri, durante un briefing organizzato dall’ambasciata di Israele in Italia, il portavoce internazionale dell’Idf, Nadav Shoshani ha sottolineato che l’obiettivo militare principale dello Stato ebraico è quello di impedire a Teheran sia di conseguire l’arma atomica sia di continuare a sviluppare il suo comparto missilistico. Dall’altra parte, però, i funzionari israeliani temono che, in eventuali trattative, gli iraniani possano non negoziare in buona fede.
Non solo. Axios ha riferito che Trump si sarebbe opposto all’idea di Netanyahu di incitare una rivolta popolare in Iran. E qui emerge il vero punto di dissidio tra i due leader. Se entrambi sono d’accordo nel voler impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica e nel voler limitare il suo programma balistico, divergono tuttavia rispetto al futuro politico-istituzionale dell’Iran. Più propenso a un regime change in piena regola, il premier israeliano guarda con sospetto alla soluzione venezuelana caldeggiata dalla Casa Bianca. Trump punta a interloquire con qualche pezzo del vecchio regime, dopo averlo adeguatamente addomesticato. In questo modo, il presidente americano mira a non restare invischiato in costosi processi di nation building e, in secondo luogo, spera anche di cooperare in futuro con Teheran nel settore petrolifero. Israele, dal canto suo, vorrebbe invece sbarazzarsi totalmente del khomeinismo, considerando la questione di vitale importanza per la propria sicurezza. In tutto questo, dei media israeliani hanno riportato che, secondo alcuni funzionari di Paesi mediatori, Trump sarebbe intenzionato ordinare un’operazione di terra contro l’Iran. Anche Axios, citando funzionari americani, ha riferito che la Casa Bianca sta valutando opzioni in tal senso.
Proseguono frattanto le operazioni militari dello Stato ebraico. Ieri, l’Idf ha reso noto di aver eliminato i vertici della Marina dei pasdaran, incluso il comandante, Alireza Tangsiri. Secondo le forze israeliane, la sua uccisione «costituisce un ulteriore duro colpo alle strutture di comando e controllo delle Guardie della rivoluzione e alla loro capacità di orchestrare attività terroristiche in ambito marittimo contro i paesi della regione». «Ieri sera abbiamo eliminato il comandante della Marina del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche. Quest’uomo ha le mani sporche di sangue ed è stato lui a guidare la chiusura dello Stretto di Hormuz», ha affermato Netanyahu. Anche Centcom ha apprezzato l’eliminazione di Tangsiri, sostenendo che «rende la regione più sicura». Al contempo, ieri pomeriggio l’esercito israeliano ha reso noto che, nel corso delle 24 ore precedenti, la sua aeronautica aveva condotto vari bombardamenti in Iran, mettendo nel mirino svariati impianti di produzione d’armi. Tra l’altro, durante il suo briefing organizzato dall’ambasciata israeliana a Roma, Shoshani ha evidenziato che i missili iraniani potrebbero rappresentare una minaccia anche per i Paesi europei (e per la stessa Italia).
Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver avviato nuovi attacchi contro le infrastrutture di Hezbollah nel Libano meridionale: un’area, questa, in cui Gerusalemme ieri ha reso noto di stare ampliando la propria zona di sicurezza. In questo quadro, sempre ieri, le forze israeliane hanno comunicato che due loro soldati sono rimasti uccisi in due scontri con l’organizzazione terroristica sciita. Dall’altra parte, il generale di divisione Rafi Milo, ha dichiarato che sono stati eliminati circa 750 miliziani di Hezbollah dall’inizio del conflitto. «Finora abbiamo eliminato più di 750 terroristi, distrutto infrastrutture in tutto il Libano. Stiamo esercitando pressione su Hezbollah, spingendolo verso Nord e distruggendone le capacità», ha affermato. Non solo. L’esercito dello Stato ebraico ha anche comunicato che, nella serata dell’altro ieri, è stato eliminato un alto comandante del gruppo terroristico libanese: Hassan Mohammad Bashir.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 marzo con Carlo Cambi
Maurizio Gasparri e Stefania Craxi (Ansa)
La figlia di Silvio Berlusconi avalla l’avvicendamento e conferma la sua «stima immutata» ad Antonio Tajani. Il capogruppo uscente al Senato: «Ho deciso io». Giallo sulla lettera di sfiducia: tra i firmatari mancano sei nomi su 20. Intanto il partito «ribolle» in Sicilia.
«Certo che se il rinnovamento è Stefania Craxi, annamo bene!»: la battuta che un forzista di lungo corso e molto peso consegna alla Verità nel bel mezzo della giornata che vede le dimissioni di Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato di Forza Italia, sostituito appunto da Stefania Craxi, su indicazione di Marina Berlusconi, sintetizza quella sensazione del «facciamo qualsiasi cosa pur di fare qualcosa», poiché non sembra, in tutta onestà, che il passaggio di consegne sia destinato a provocare chissà quali cambiamenti nel partito.
La stessa Marina, nel pomeriggio di ieri ha consegnato alle agenzie la conferma del suo intervento: «L’avvicendamento alla guida dei senatori di Forza Italia, con Stefania Craxi che ha sostituito il dimissionario Maurizio Gasparri», fanno sapere ambienti vicini a Marina Berlusconi, «è un’iniziativa del gruppo parlamentare azzurro. Da sempre sostenitrice di una maggiore apertura della classe dirigente, la presidente Fininvest nutre grande stima per la senatrice».
Stefania Craxi è diventata capogruppo degli azzurri a Palazzo Madama alle 17 di ieri pomeriggio, per acclamazione, ma che per Gasparri fosse scoccata l’ora dell’addio si era capito in mattinata, quando 14 senatori su 20 avevano sottoscritto una lettera per chiedere la sua sostituzione. Dopo un’oretta la notizia delle dimissioni di Gasparri diventa ufficiale, con la convocazione di un’assemblea dei senatori con all’ordine del giorno «Dimissioni presidente del gruppo; Elezione nuovo presidente del gruppo». Una mezz’ora ancora e Gasparri comunica la sua decisione: «Ho deciso autonomamente», scrive, «di lasciare il mio incarico da capogruppo di Forza Italia al Senato.
Chi ha un lungo percorso basato sulla solidità e il senso del dovere e non solo sull’incarico che svolge, sa come gestire tempi e modalità in momenti complessi. Avanti con coerenza e guardando al futuro». Antonio Tajani commenta il regime change sui social: «Ringrazio Maurizio Gasparri», scrive il leader di Fi, «per l’impegno profuso in questi anni alla guida dei senatori di Forza Italia. La sua dedizione e lealtà verso la nostra bandiera è un esempio che tutti dovrebbero seguire e apprezzare. A Stefania Craxi, neopresidente del gruppo di Forza Italia al Senato, rivolgo i migliori auguri di buon lavoro». Gasparri prenderà il posto della Craxi come presidente della commissione Difesa ed Esteri del Senato.
Detto ciò, il cambio in corsa ha suscitato dubbi e malumori. Innanzitutto, il giallo delle firme: chi sono i sei senatori che non hanno sottoscritto la «sfiducia» a Gasparri? A quanto apprende La Verità, oltre immaginiamo allo stesso Gasparri, non avrebbero firmato Franco Silvestro, Anna Maria Bernini, Adriano Paroli, Pierantonio Zanettin e (ma questo se vero sarebbe clamoroso) Adriano Galliani. Dai corridoi di Palazzo Madama c’è pure chi sussurra che un ruolo fondamentale nella «sfiducia» a Gasparri lo avrebbero avuto Maria Elisabetta Alberti Casellati e Paolo Zangrillo. I due sono, oltre che senatori, pure ministri e coordinatori regionali di Fi rispettivamente in Basilicata e Piemonte. L’accelerazione voluta da Antonio Tajani sui congressi regionali avrebbe infastidito la Casellati e Zangrillo, insidiati rispettivamente da Vincenzo Taddei e Roberto Rosso, che avrebbero visto traballare la riconferma e quindi la rielezione.
Veleni? Non si sa: quello che si sa è che Marina Berlusconi «blinda» attraverso un’altra velina Antonio Tajani: «La stima e il sostegno di Marina Berlusconi ad Antonio Tajani», fanno sapere all’Ansa i soliti ambienti vicini alla presidente Fininvest, «sono immutati». «Ragionavamo sull’avvicendamento prima del referendum», dice Stefania Craxi ai cronisti dopo l’elezione, «è stato tutto molto sereno. Non escludo ci siano stati malumori ma a me non sono arrivati. Grazie al cielo siamo un partito in cui si esprimono posizioni e si trova una sintesi. A Marina Berlusconi mi lega un sentimento di stima e affetto, lo stesso che legava i nostri padri. Detto questo, Marina Berlusconi non è adusa a, come dire, mettere becco se non esprimendo delle opinioni nel partito», aggiunge la Craxi, «quindi è stata una decisione di un gruppo politico condivisa da tutti e prima di tutto dal segretario». Tutto deciso da tempo, tutto liscio, quindi.
E la lettera? Non si sa, la Craxi dice di non saperne nulla, fatto sta che una fonte estremamente informata racconta alla Verità che «è successo tutto in 12 ore, ordine arrivato dall’alto». A quanto apprendiamo, la famiglia Berlusconi avrebbe «approfittato» della sconfitta al referendum per accelerare quel processo di rinnovamento più volte fatto trapelare ma mai realizzato. I Berlusconi non considerano i frontman del partito accattivanti dal punto di vista comunicativo, Gasparri rispetto a Paolo Barelli era più debole, in quanto il capogruppo alla Camera è pure il consuocero di Tajani. Vedremo se la Craxi sposterà un po’ Forza Italia verso l’area centrista: in questi giorni, dalla Cei a Confindustria, si moltiplicano gli appelli a una minore conflittualità tra i due schieramenti in nome dell’interesse nazionale.
Intanto, in Sicilia il partito è in frantumi: ieri mattina l’eurodeputato azzurro Marco Falcone ha incontrato il presidente Renato Schifani, rappresentadogli «la necessità, ormai evidente, di un cambio di passo nella gestione di Forza Italia in Sicilia», ma affermando di non aver ricevuto in merito «segnali sufficienti» dal governatore.
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