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2026-04-02
Il governo ha trovato i fondi per le imprese e per i tagli alle accise fino alla fine di aprile
(Ansa)
Le autostrade accolgono l’appello di Matteo Salvini: prezzo della benzina ridotto di 5 centesimi al litro per 20 giorni. Claudio Descalzi a Palazzo Chigi.
Il governo accelera sugli aiuti a imprese e famiglie. Sono stati ripristinate integralmente le risorse per Transizione 5.0 e aggiunti altri 200 milioni, portando a 1,5 miliardi i fondi destinati alle aziende che hanno investito in digitalizzazione ed efficientamento energetico. Secondo quanto emerso al termine del tavolo al ministero del Made in Italy con le associazioni imprenditoriali, la dote complessiva della misura supera i 4 miliardi di euro, mentre l’intero pacchetto Transizione 5.0, tra credito d’imposta e nuova versione triennale basata sull’iperammortamento, arriva a circa 14 miliardi.
«Abbiamo fatto il massimo sforzo possibile», ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso sottolineando che, oltre alla conferma integrale degli 1,3 miliardi già previsti per le imprese che hanno investito in digitalizzazione ed efficientamento energetico con Transizione 5.0, sono stati aggiunti ulteriori 200 milioni, per un totale di 1,5 miliardi. Il ministro ha anche ricordato che con il decreto fiscale è stato rimosso il vincolo del «Made in Europe», ampliando così la platea dei prodotti incentivati, e che la nuova Transizione 5.0, di durata triennale viene rafforzata di 1,4 miliardi, da 8,4 a 9,8 miliardi. Nel complesso Transizione 5.0, può contare su una dotazione di circa 14 miliardi. «Gli impegni saranno mantenuti, tutti coloro che hanno presentato domanda riceveranno quanto dovuto» ha precisato Urso.
Soddisfatta Confindustria. Il presidente Emanuele Orsini, ha apprezzato che, in un contesto geopolitico difficile, venga confermato il sostegno alle imprese. «Questa è la via giusta», ha detto, perché «gli imprenditori continuano a fidarsi delle istituzioni». Orsini ha evidenziato che la cifra di 1,5 miliardi consentirà di portare il credito d’imposta «dal 35% del decreto di venerdì al 90% per gli investimenti del piano e al 100% sui pannelli fotovoltaici». Il presidente di Confindustria ha poi rimarcato che si ricompone così quella frizione creata con il varo del decreto: «Questo smina una opacità che si era creata venerdì».
Il decreto sull’iperammortamento dovrebbe diventare operativo entro i primi dieci giorni di maggio. Si va ad aggiungere al decreto Bollette che essere attuativo a stretto giro. Orsini, allargando lo sguardo al contesto internazionale, ha ribadito che se il conflitto in corso dovesse protrarsi «l’Italia non può farcela da sola» e che servirà un intervento europeo, anche attraverso gli Eurobond.
Chiuso questo capitolo, il governo deve affrontare il nodo spinoso dell’aumento di benzina e gasolio, una corsa che sembra inarrestabile. Il 7 aprile prossimo scade il taglio delle accise sui carburanti. In anticipo sui tempi, quindi già nel prossimo Consiglio dei ministri previsto per domani, dovrebbe arrivare il prolungamento dei termini. La conferma di questo orientamento l’ha data il ministro degli Affari europei e del Pnrr Tommaso Foti, che ieri durante alla partecipazione a una trasmissione televisiva ha
Detto che prossimi giorni, «prolungheremo il taglio delle accise». Lo sconto di 25 centesimi, secondo le ipotesi potrebbe essere esteso fino al 30 aprile. Al ministero dell’Economia i tecnici sono al lavoro per trovare le coperture tenendo presente che la sottrazione di gettito impatta su una situazione dei conti pubblici minata dalle stime di crescita inferiori alle previsioni e con un deficit che il governo si è impegnato a far scendere sotto il 3% del Pil per evitare la procedura d’infrazione. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto diversi colloqui con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, per fare il punto sugli aspetti tecnici del prolungamento del taglio alle accise. Bisogna lavorare con il cesello per trovare le compensazioni.
Intanto le concessionarie autostradali hanno fatto partire l’iter che porterà prossimi giorni alla riduzione del prezzo di vendita dei carburanti di 5 centesimi il litro per 20 giorni. È stato così accolto l’appello del ministro dei Trasporti, Matteo Salvini al tavolo dello scorso 25 marzo. Salvini convocherà di nuovo compagnie petrolifere per evitare ulteriori speculazioni a danni di cittadini e imprese.
Quando fu deciso il taglio delle accise, i distributori non avevano provveduto subito ad aggiornare i listini, scatenando le rimostranze dei consumatori e l’intervento del governo per monitorare la situazione. Novità in arrivo per il settore agricolo con il credito d’imposta per il gasolio annunciato dal ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. «È una misura fondamentale per dare ossigeno alle imprese duramente colpite dal balzo dei costi energetici legato al conflitto in Iran», ha detto il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini. Dinanzi ai rincari del gasolio agricolo l’associazione del settore aveva presentato nei giorni scorsi un esposto a Procura e Guardia di Finanza per fare luce su eventuali speculazioni, allo scopo di tutelare gli agricoltori e i consumatori.
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2026-04-02
Tricarico: «Se gli Stati Uniti si sfilano dalla Nato mancheranno strategie di guerra»
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«Se gli Stati Uniti si sfilassero dalla Nato, ci sono due fattori principali che verrebbero a mancare. Il primo e più importante è la capacità di comando e controllo, perché la guerra bisogna saperla fare e l’Europa non la sa fare. Il secondo è l’intelligence, perché non averne una efficace significherebbe avere uno strumento cieco». Così il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica.
«L’Italia è un partner della Nato da sempre e forse uno dei più capaci, che non si è mai sottratto sia alle chiamate degli Stati Uniti sia a quelle dell’Alleanza. In ogni caso il nostro Paese non sarebbe più esposto — aggiunge —. Il sistema acquisirebbe comunque una fragilità complessiva inaccettabile nei primi tempi, che andrebbe sostituita con un irrobustimento progressivo nel tempo, ma questo non succederà da un giorno all’altro».
«Auspico che gli Stati Uniti non escano dall’Alleanza, ma se dovesse succedere non è la fine del mondo».
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Donald Trump (Ansa)
- Il presidente Usa Donald Trump paventa ancora l’addio al Patto Atlantico, ma i partner incassano senza preoccuparsi troppo. Giuseppe Conte riapre la polemica su Sigonella: «Nessuna base va concessa agli Usa». Guido Crosetto pronto a riferire in Aula.
- Appello congiunto di 15 Paesi Ue per fermare gli attacchi di Idf ed Hezbollah. Il ministro libanese Michel Menassa: «L’operazione di Tel Aviv indebolisce i nostri sforzi anti miliziani».
Lo speciale contiene due articoli
Donald Trump continua imperterrito a svolgere il ruolo di «picconatore» dell’Alleanza atlantica. Il presidente americano ha infatti annunciato nel pomeriggio di ieri (quindi durante la mattinata a Washington) che durante il discorso alla nazione previsto durante serata americana di ieri, avrebbe parlato del suo «disgusto» nei confronti della Nato per non aver aiutato gli Stati Uniti in Iran. Lo ha detto lo stesso presidente a Reuters, sottolineando di considerare «assolutamente» un possibile ritiro dall’alleanza da parte degli Stati Uniti.
Alla Nato la parola d’ordine dopo l’annuncio del tycoon è stata: «Mantenere la calma». Secondo quanto confidato da fonti alleate interpellate dall’Ansa, Trump non viene considerato infatti nuovo a quelle che vengono definite «provocazioni». Per questo, in un certo senso, la Nato ha sviluppato in questi ultimi mesi una sorta di tolleranza alle dichiarazioni forti. L’attitudine è di guardare ai fatti e, si sottolinea, sia l’opinione pubblica americana sia il congresso sono, in maggioranza, «favorevoli» all’alleanza transatlantica. Del resto, il presidente americano non può lasciare la Nato senza un via libera del Congresso. Inoltre, anche se il Parlamento statunitense approvasse l’uscita dall’alleanza transatlantica, il ritiro richiederebbe un anno sulla base delle norme della Nato. Come si legge sul sito del Congresso americano, «nel 2023, il Congresso ha promulgato una legge che proibisce al presidente di “sospendere, terminare, denunciare o ritirare gli Stati Uniti dal Trattato del Nord Atlantico” - che ha istituito l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) - senza il consiglio e il consenso del Senato o un atto del Congresso». Al Senato servirebbe una maggioranza di due terzi mentre il Congresso dovrebbe approvare una legge nuova. La norma di tre anni fa fu adottata perché durante il primo mandato di Trump gli avvocati del dipartimento di Giustizia spingevano per far passare la tesi che il presidente aveva il potere esclusivo di ritirare il Paese dai trattati.
E anche a Bruxelles le esternazioni del presidente americano non hanno suscitato particolare allarme. Un portavoce della Commissione Ue nel corso del briefing con la stampa, ha risposto così ad una domanda sulla minaccia del tycoon: «In termini di sicurezza e difesa, ovviamente siamo impegnati a mantenere un forte legame transatlantico, che rimane cruciale per la nostra sicurezza. Insieme siamo più forti, e in questo la Nato è fondamentale».
Anche in governo tedesco sembra non aver preso molto sul serio la sparata di Trump: «Lo ha già fatto in passato», ha dichiarato il portavoce del governo Stefan Kornelius. «Trattandosi di un fenomeno ricorrente, potete probabilmente giudicarne le conseguenze da soli», ha aggiunto.
Più articolata la posizione del Regno Unito, che non intende «scegliere» fra la storica «special relationship» con gli Usa e l’alleanza con i partner europei. A ribadirlo ieri è stato il premier britannico Keir Starmer, a margine dell’intervento in diretta tv da Downing Street con cui ha aggiornato la nazione sui contraccolpi della guerra in Medio Oriente innescata dall’attacco di un mese fa di Usa e Israele all’Iran.
Rispondendo ad alcune domande dei giornalisti che lo sollecitavano su questo tema, ha evitato qualunque riferimento diretto alle accuse del presidente americano, limitandosi a dire che il suo governo continua a ritenere vitale «per l’interesse nazionale» del Regno avere «una forte relazione sia con gli Usa sia con l’Europa». Quindi è tornato a difendere la Nato, presa di mira da Trump. E infine ha ribadito il ruolo solo «difensivo» attribuito al suo Paese nello scenario del conflitto mediorientale e il suo no a un coinvolgimento militare diretto contro l’Iran (al di là degli sforzi per creare una coalizione allargata impegnata a favorire la riapertura dello Stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco); non senza rimarcare ancora una volta il peso dei contraccolpi «energetici ed economici» destinati, stando alle sue parole, a continuare a colpire anche l’isola per un periodo di tempo non breve. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha invece reso noto di aver avuto un colloquio con Trump in cui i due hanno avuto «discussioni costruttive e scambi di idee su Nato, Ucraina ed Iran. Ci sono problemi da risolvere, in modo pragmatico», ha commentato Stubb.
Secondo il Financial Times, inoltre, il mese scorso il presidente Usa chiese alla Nato di aiutarlo a riaprire lo stretto, ma fu respinto dalle capitali europee. Tre funzionari a conoscenza delle discussioni hanno affermato che Trump rispose minacciando di interrompere le forniture di armi a Kiev.
Sullo sfondo delle ultime esternazioni del tycoon si intravede però anche la querelle scatenata dal divieto da parte del governo italiano all’utilizzo della base aerea di Sigonella nelle operazioni contro l’Iran.
Una scelta cavalcata dall’ambasciata iraniana a Roma che sul suo profilo X ha condiviso un post del ministro della Difesa Guido Crosetto, parlando di «una scelta intelligente, fondata sul diritto internazionale e sulla tutela degli interessi e dell’indipendenza dell’Italia». Un portavoce del dipartimento della Guerra Usa ha però gettato acqua sul fuoco: «Gli accordi di cooperazione tra le forze armate italiane e statunitensi rimangono solidi».
Il leader del M5s, Giuseppe Conte, ha però comunque provato a cavalcare l’onda: «Per me non solo Sigonella, ma nessuna base deve essere mai fornita, neppure per un supporto logistico, come sta facendo la Spagna. Nessun supporto diretto, indiretto e logistico per un’azione che va contro il diritto internazionale: l’ho ripetuto ieri durante l’incontro con l’inviato speciale di Trump», ha detto l’ex premier, facendo riferimento a un incontro - che forse doveva restare riservato - con Paolo Zappolli. Per la vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Augusta Montaruli, però, «spicca il silenzio assordante del leader del M5s su una contraddizione che ha dell’incredibile: come può, Conte, tentare di infiammare le piazze Pro-Pal la mattina e correre a pranzo con gli inviati speciali di Donald Trump il pomeriggio?
Intanto, Crosetto si è detto disponibile a riferire in Parlamento, così come richiesto da diversi gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione. L’informativa sull’utilizzo delle basi militari Usa nel territorio italiano si potrebbe svolgere martedì prossimo.
Libano, pure Roma chiede stop ai raid
Le parole del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha illustrato i piani per occupare una parte del Libano meridionale, hanno ribadito l’intenzione di Tel Aviv di controllare la regione anche dopo la fine dell’invasione di terra. Il responsabile del dicastero della Difesa ha affermato che le forze israeliane manterranno il controllo sull’intera area dal confine fino al fiume Litani, anche dopo la conclusione dell’offensiva e che ciò comporterà la demolizione di intere città di confine e che ai residenti non sarà consentito ritornare alle proprie abitazioni fino alla definitiva eliminazione di Hezbollah.
Questa mossa porterebbe all’evacuazione di circa 600.000 residenti che dovranno abbandonare questa zona, dove l’Idf vorrebbe istituire una zona cuscinetto per proteggere città e villaggi della parte settentrionale di Israele. Tel Aviv aveva già occupato una parte del Libano meridionale dal 1982 al 2000, sempre con l’obiettivo di creare una zona cuscinetto. In quel caso era stato utilizzato il sedicente esercito del Libano del sud, guidato dal maggiore Haddad, che durante la guerra civile libanese aveva disertato e creato una milizia personale strettamente legata ad Israele.
Michel Menassa è un ex generale di divisione che da poco più di un anno guida il ministero della Difesa di Beirut ed esprime la sua preoccupazione alla Verità. «Le parole del mio omologo Katz non sono più semplici minacce, ma si sono trasformate in un piano ben preciso per occupare la nostra nazione. Riteniamo questo fatto inaccettabile e contrario al diritto internazionale. Il loro obiettivo è quello di imporre una nuova occupazione del territorio libanese, sfollare con la forza centinaia di migliaia di cittadini e distruggere sistematicamente villaggi e città nel Sud. La Comunità internazionale non deve permettere che questo accada.»
Il ministro Menassa, fedelissimo del presidente libanese Joseph Aoun, è stato fra i promotori del programma di disarmo di Hezbollah, un impegno che secondo Israele è stato totalmente disatteso. «Da agosto l’esercito nazionale ha iniziato a prendere il controllo di alcune caserme e tre depositi di armi di Hezbollah sono stati confiscati, ma serve tempo. I nostri soldati sono armati ed equipaggiati in maniera insufficiente per essere un vero deterrente per una milizia potente come Hezbollah, servono finanziamenti internazionali come hanno fatto gli Stati Uniti che ci hanno permesso di comprare armi moderne. Tel Aviv con questa occupazione indebolisce il governo libanese e rafforza la presa di Hezbollah sulla popolazione del sud.
Il Partito di Dio è anche presente in Parlamento e gli sciiti libanesi credono che facciano i loro interessi. La società libanese è molto complessa e azioni come quella israeliana possono distruggere i fragili equilibri che ci tengono insieme.» Secondo Katz l’operazione in Libano si ispirerà a quella di Gaza arrivando al fiume Litani, anche se la settimana scorsa gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano si erano estesi fino al fiume Zohran a 40 km di distanza dal confine. «La nostra nazione è sotto attacco, Beirut viene bombardato così come il sud e la valle della Bekaa- continua Menassa - se Tel Aviv tornerà ad occupare il territorio libanese tutto potrebbe crollare senza risolvere minimamente la questione di Hezbollah».
Un appello a fermare le operazioni in Libano è intanto arrivato da 15 nazioni europee, compresa l’Italia, che hanno esortato Israele a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale libanese invitando tutte le parti a sospendere le operazioni militari. La Turchia ha condannato l’offensiva israeliana in Libano e ha messo in guardia da una nuova catastrofe umanitaria che vede nel Paese dei Cedri già 1,2 milioni di sfollati, un numero che rappresenta circa il 25% della popolazione totale.
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Davide Bartesaghi (Ansa)
Dopo la delusione di Euro 2000, la Federcalcio tedesca ha lanciato il «Programma talenti» finanziando centri d’eccellenza diffusi dove monitorare i vivai. Lo scouting è centrale. Il mantra del modello scandinavo (in ascesa): fino a 13 anni niente tattica.
Quando Henry Ford invitò per la prima volta i dirigenti della Fiat a visitare la fabbrica di Detroit, Giovanni Agnelli disse ai suoi ingegneri in partenza: «Per favore nessun colpo di genio, copiate e basta». Per chi avrà il compito titanico di rifondare il calcio nazionale disperso nelle lande della Bosnia vale lo stesso principio: non servono né fantasia né italica furbizia, basta mettere in pratica i fondamentali che tutta Europa applica, mutuati da due realtà vincenti, Norvegia e Germania. La prima in ascesa, la seconda in declino controllato fra i veleni del calcio iperglobalizzato, ma ai Mondiali ci va in carrozza.
Al di là delle futili promesse che da 12 anni accompagnano rivoluzioni mai neppure immaginate (basta un rigore non dato domenica prossima per tornare alla misera routine) esistono due precondizioni di buonsenso: che il pallone italiano venga innervato da giovani italiani (finanziamento dei vivai con il 10-15% dei fatturati) e che nel campionato italiano giochino mediani, esterni a tutta fascia, centravanti italiani (almeno 3-4 per squadra dal primo minuto). In caso contrario si tratta di chiacchiere e distintivo alla Gabriele Gravina. Sembrano banalità ma non lo sono: deve infortunarsi il mediocre Pervin Estupinan perché il Milan scopra Davide Bartesaghi, deve marcare visita mezzo Napoli perché Antonio Conte mandi in campo Antonio Vergara, deve fare cilecca per un’intera stagione Markus Thuram perché l’Inter punti con decisione su Pio Esposito.
Stilati i punti fermi ecco i modelli vincenti da copiare. Una ventina d’anni fa in Norvegia hanno deciso di investire non solo nello sci ma anche in quella strana sfera che rotola su un prato. E hanno puntato su tre fattori: 1) i ragazzi fino a 13 anni devono divertirsi, quindi nessuna esasperazione tattica ma solo crescita atletica e tecnica; 2) il rinnovamento di tutti gli impianti di base e di vertice (senza comitati e pm «bellaciao» in circolazione è più facile); 3) le scuole calcio affidate a educatori in grado di trasmettere l’etica dello sport e non solo l’urgenza del risultato a tutti i costi e con tutti i mezzucci. Uno schema vincente, anche se per stracciare gli avversari dalle metodologie meno cool bisogna poi avere in squadra Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa.
In Germania hanno costruito un modello più centralista, con 366 scuole calcio regionali più 52 d’eccellenza finanziate dalla federazione e piazzate a macchia di leopardo in tutti i länder. Quindi controllo diretto del territorio, dei vivai e delle filosofie di gioco. Si chiama «Programma talenti», è stato varato dopo la disfatta a Euro 2000 e ha portato il Wunderteam a vincere il mondiale 2014 in Brasile. Ogni club ha l’obbligo di schierare una squadra B (in Italia ci arriviamo adesso) e i giovani calciatori fino ai 14 anni devono imparare tutti i fondamentali, le specializzazioni arrivano dopo. Poiché «è sempre vero anche il contrario», il Barcellona si è accaparrato Lamine Yamal a 7 anni e non ha mai pensato di metterlo in porta.
Tornando al modello tedesco, molta importanza è stata data allo scouting dei giovani talenti, alla necessità di farli giocare e non invecchiare in panchina. E alla formazione professionale dei tecnici, con la realizzazione di una vera e propria università del pallone, con l’esplosione di Jürgen Klopp, Hans Dieter Flick, Thomas Tuchel e del simpaticone Julian Nagelsmann. Pur senza raggiungere mai gli abissi italiani, il sistema tedesco conosce alti e bassi per due motivi: la presenza costante di club come Bayern Monaco e Borussia Dortmund nel supermarket dei talenti stranieri e il gap generazionale. Non tutti gli anni nascono i Kroos, i Neuer, i Kimmich.
Mentre Matteo Renzi minaccia di organizzare «una riunione pubblica di Italia Viva in cui daremo le nostre idee sul futuro del calcio» (detto da un ex premier che non ha un’idea di Paese ma solo un’idea di poltrone fa ridere), copiare diventa un dovere. E se guardare agli altri è un atteggiamento troppo esterofilo o provinciale, basta riprendere in mano il dossier di Roberto Baggio. Una decina di anni fa il Divin Codino era stato incaricato dalla federazione di preparare uno studio con l’obiettivo di ripensare dalle fondamenta il calcio italiano. Ne scaturì un lavoro monstre, 900 pagine stilate con 50 collaboratori che finirono sulle scrivanie del Consiglio federale.
Lì dentro c’era tutto. La nuova formazione degli allenatori con una selezione rigorosa e percorsi di studio. La suddivisione dell’Italia in 100 distretti con gli osservatori federali pronti a scoprire i talenti. La necessità di valorizzare i vivai con un indirizzo preciso: sviluppare la tecnica (era Baggio non Gentile) e non solo la fisicità, crescere giovani con cultura sportiva e non solo con la fregola del 4-4-2 o della ripartenza a elastico. Il dossier finì in qualche cassetto e in qualche camino, Baggio tornò a caccia in Patagonia. E la Nazionale a farsi impallinare in Bosnia.
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