Vladimir Putin e Angela Merkel nel 2021 (Ansa)
Il generale: «Kiev sostituisce i droni agli uomini, ma non basterà. Merkel ha ideato la trappola di Minsk, non può trattare con Putin».
Generale Fabio Mini, ex capo di Stato Maggiore del Comando Nato del Sud Europa, e già comandante della missione internazionale in Kosovo. Oggi molte cosa sono cambiate, nel momento in cui Trump annuncia il ritiro di 5.000 uomini dalla Germania. L’Europa deve fare da sola?
«C’è un errore di fondo che ci portiamo dietro da tanti anni. Noi europei abbiamo sempre pensato che gli americani fossero qui con le loro forze militari per farci un favore, o per affinità valoriali, quando invece è sempre stata una questione di interessi».
Cioè?
«Durante la guerra fredda c’erano due grandi potenze in equilibrio, e l’unico problema per entrambe era avere un teatro di guerra che non intaccasse i rispettivi territori. Questo teatro era l’Europa, il campo di battaglia perfetto. Non eravamo candidati alla liberazione: eravamo condannati ad avere la guerra sulle nostre teste. Il pericolo sovietico era reale, e il prezzo della sicurezza era quello di fare da campo di battaglia».
In Europa le spese per la difesa sono decollate ovunque. È sostenibile questo riarmo europeo?
«No, perché si sta pianificando solo il versante finanziario, peraltro a debito. La base dev’essere industriale: occorre avere capacità di produzione reale che faccia fronte ai consumi “di guerra”. Gli Stati Uniti, solo sostenendo l’Ucraina, hanno già ridotto di un quarto le loro riserve strategiche di armi e munizioni. Né loro né noi europei abbiamo le capacità produttiva di lungo periodo per bombe, munizioni e logistica».
Quindi il riarmo tedesco non la preoccupa?
«No, perché la Germania non ha i soldi neanche per partire. Semplicemente si prepara a fare debito, e con il debito non si comprano armi e non si costruiscono fabbriche. L’industria bellica, per essere davvero efficiente, deve trovare fondamento nella prosperità economica, altrimenti ti ritrovi con una locomotiva senza vagoni. Le automobili tedesche, per esempio, non potranno competere con quelle cinesi: sono 50 anni indietro».
Come si immagina la nuova Nato, mentre proprio Berlino si candida a guidarla?
«La Nato diventerà semplicemente una Spa, cioè un’agenzia mercenaria fornitrice di materiale militare, spaziale e di comunicazione, a disposizione di chiunque volesse fare la guerra. È un’idea che circola da anni. Se davvero gli americani si ritirassero, la Nato non potrebbe fare altro che questo. E comunque il 90% di quegli asset, ricordiamocelo, sono americani».
Intanto la minaccia russa sta crescendo, anche nella retorica di Mosca.
«Lei la chiama minaccia, io percezione. E chi gestisce le percezioni è la comunicazione. Si dice dappertutto che la Russia sta perdendo la guerra perché non avanza. Io dal primo giorno ho detto: questa non è una guerra di invasione. Non perché i russi siano buoni, ma perché non hanno la capacità di conquistare e mantenere territorio. Non può farlo la Russia, e nemmeno l’Europa, perché mancano le forze e le strutture organizzative».
Come fa a parlare di «percezione», quando stiamo vivendo la peggiore corsa agli armamenti degli ultimi decenni, e Mosca ordina esercitazioni nucleari al confine con Paesi Nato?
«Mi preoccupa molto la retorica nucleare portata avanti da una parte dello Stato Maggiore russo. E allo stesso tempo mi preoccupa la postura provocatoria degli Stati baltici, finalizzata ad ottenere ciò che vorrebbe Zelensky, vale a dire l’innalzamento della tensione e il coinvolgimento europeo».
Se non difendersi, cosa dovrebbe fare l’Europa?
«Dissuasione sì, ma integrata con altri mezzi. Occorre rendere l’avversario partecipe e collegato alle nostre vicissitudini - diplomazia, ma anche interdipendenza economica, finanziaria e sociale. Se uno è dipendente dall’altro, tutti e due hanno l’interesse comune a non far precipitare l’equilibrio».
Il primo passo per arrivare a una distensione sarebbe togliere le sanzioni alla Russia?
«No, il primo passo è mettersi a tavolino e discutere con serietà. Questa cosa l’ho detta in tv dalla Gruber all’inizio della guerra, e non mi ha chiamato più. Ai negoziati si va non soltanto con la lista delle pretese, ma anche con la lista delle cose che si è disposti a cedere. E a questo punto non ci siamo mai arrivati».
Chi può fare da mediatore con Putin? Angela Merkel?
«No. Merkel è una di quelli che ha partorito gli accordi di Minsk, che erano soltanto delle prese in giro, un trucco delle tre carte. Servono personaggi non affetti da russofobia, privi di pregiudizi culturali. Purtroppo non aiuta l’erosione del diritto internazionale cui stiamo assistendo negli ultimi anni: tutti gli accordi sugli armamenti sono saltati, e nessuno ha più voglia di riscriverli. Io ho lavorato in un mondo che aveva comunque una sua base giuridica. Oggi non c’è più nulla. Servirebbe una costituente, una convenzione per un nuovo ordine internazionale».
E l’Onu?
«Delegittimata. Alcuni Paesi autoritari, che contano molto nel palazzo delle Nazioni Unite, ne hanno minato la credibilità. Il sistema del veto incrociato poi, si è rivelato un’autocastrazione».
Il primo ministro britannico Starmer, intanto, ha sospeso le sanzioni sul petrolio russo.
«Credo che questa mossa sia frutto di un accordo con l’Unione europea, conseguenza dello shock energetico di questi mesi. Gli inglesi hanno fatto il primo passo sulle sanzioni, gli altri Paesi europei seguiranno. C’è qualcosa di ipocrita in tutto questo, ma sono cose che accadono in ogni guerra: si tratta di scambi commerciali».
Al di là dei mezzi materiali, pensa che gli europei abbiano il coraggio per impegnarsi in una guerra ad alta intensità, come prospetta Ursula Von der Leyen, rinunciando agli agi del welfare?
«Non credo, e sarebbe ingiusto imporgli di scegliere tra guerra e pensioni. Mancano gli organici nelle forze armate, nessuno vuole arruolarsi. Gli ucraini sostituiscono la forza lavoro con i droni, ma non basta».
Perché?
«La guerra non si può fare in smartworking. Il robot può sparare al tuo posto, ma per controllare e mantenere il territorio conquistato devi andarci con gli stivali. Stabilire relazioni con le istituzioni, fare in modo che la presenza militare venga accettata dalla popolazione. Per far questo serve l’uomo, non basta la macchina».
E a livello culturale, dopo 80 anni di pace, gli europei sono pronti a sacrificarsi?
«Nel Novecento c’è stato il nazionalismo, con tutte le sue conseguenze nefaste. Ma se mettiamo da parte le degenerazioni, amare la patria e volerla difendere è un sentimento positivo».
Ebbene?
«A me non sembra che gli europei amino le loro classi dirigenti e le istituzioni europee. Si può imporre un dovere di difesa della patria quando l’amore per la bandiera è ai minimi termini?».
Come se lo spiega?
«Forse la narrazione cosmopolita, la retorica della cittadinanza europea, ha reso l’ideale di patria obsoleto. E la storia non torna indietro. Il problema è che, se nei cittadini non c’è questo afflato, allora la guerra diventa soltanto un grande affare economico».
Un affare?
«Certo, e vale per tutti i Paesi, dall’Occidente, alla Cina, alla Russia. Il rischio oggi è che la guerra non abbia alcuna visione strategica, nessuna condivisione, ma solo una dimensione materialistica, che non ha niente a che vedere con il patriottismo».
Lei viene accusato di essere un generale pacifista. Cosa risponde?
«Ma quale pacifista. Sono un amante della pace, che è ben diverso. Uso la ragione, guardo i dati, penso a cosa è accaduto in passato, e poi parlo. Se essere pacifista significa solo scendere in piazza e rinunciare alla sovranità nazionale, allora non ci siamo proprio».
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Elsa Fornero (Ansa)
L’ex ministro se la prende con la popolazione troppo attaccata a «casa e pensioni». Ma evita bene di criticare i veri potentati «conservatori» e tutelati, come gli Elkann.
«Il conservatorismo sociale italiano che blocca crescita e investimenti». Questo era il titolo del commento firmato dalla professoressa Fornero, pubblicato ieri sulla Stampa. Un titolo che, confessiamo, ci aveva immediatamente fatto storcere il naso per quell’odore di snobismo che emanava. Però - ci siamo detti - mica possiamo essere proprio noi a cadere nell’errore di accoppiare titolo e articolo come fossero usciti dalla stessa mano, quindi ci siamo scrollati di dosso il pregiudizio e abbiamo cominciato la lettura del commento.
E… il pezzo era peggio del titolo. Lo snobismo del titolo era nulla rispetto alla tracotanza con cui l’ex ministro giudica gli italiani. Se infatti il «paziente Italia» non riesce ad avere una reazione rapida nonostante i finanziamenti del Pnrr, nonostante governi di diverso colore e pure uno guidato da Draghi, e nonostante quest’ultimo sia esempio della tanto osannata stabilità, di chi è la colpa? Qual è - per dirlo con la Fornero - il malessere profondo del Paese? Il conservatorismo degli italiani. «Un conservatorismo non ideologico, ma culturale e sociale: la tendenza a rifugiarsi nella rassicurante retorica della “grande bellezza”, del “genio italico”, del “piccolo è bello”»; l’idea che (attenzione qui, ci permettiamo di sottolineare) «casa e pensione rappresentino ancora gli approdi essenziali dell’esistenza». Per farla breve, se non cresciamo non è che le ricette miracolose di quelli bravi - quelle per cui l’austerity era dolorosa ma necessaria - erano e sono ricette fanatiche impregnate di neoliberismo; no, la colpa è degli italiani che sono conservatori, perché vorrebbero conservare quella ricchezza su cui invece tutti vorrebbero mettere le mani; una ricchezza che è impregnata di sudore del lavoro, una ricchezza che poggia su due asset considerati un bancomat da tutti i governi, cioè la casa e le pensioni, come se si trattasse di bottini di rapine!
Ma andiamo oltre nell’analisi della Fornero: il conservatorismo culturale e sociale «alimenta l’opinione che gli immigrati o il prolungamento della vita lavorativa sottraggano opportunità ai giovani, interpretando il mercato del lavoro come se fosse caratterizzato da un numero fisso di posti, secondo una logica di sostituzione (“esci tu che entro io”) anziché di inclusione e complementarità». La vicenda di Modena è la spia di come senza lavoro dignitoso non ci sia vera integrazione, con la differenza che se finora gli italiani di prima generazione non si sono infilati in una macchina per sterminare un po’ di gente che passeggiava in centro città, lo dobbiamo al ruolo di chi - grazie alla casa e alla pensione - si è prestato come ammortizzatore sociale. Vedremo cosa succederà con quel «cambiamento» che tanto piace alla Fornero, la cui moderna composizione vedrà robot e intelligenza artificiale concorrenti dei lavoratori in carne e ossa, con la differenza che per automazione e IA fanno a gara per dare incentivi, mentre i lavoratori costano sempre un botto di tasse! Siccome gli italiani conservatori, colpevoli appunto di difendere casa e pensioni, sono i veri colpevoli della mancata crescita e comandano il gioco, ecco che la politica - maggiormente quella di centrodestra -«non ha contrastato questa tendenza; al contrario, vi si è adattata. Facendosi ispirare dal populismo, ha progressivamente rinunciato al suo ruolo di indirizzo e di guida per adottare quello del “buonismo”, del protezionismo, del nazionalismo, del ricorso generalizzato a sussidi e bonus. Si “proteggono” gli individui, le imprese, la nazione, senza un vero ordine di priorità come se le risorse fossero illimitate; […] si scelgono le generazioni presenti a scapito di quelle giovani e future, che hanno scarso peso politico ma sopporteranno il costo delle decisioni odierne».
Ancora con questa gigantesca balla, costruita dalla propaganda mercatista, per cui se difendi la casa, le pensioni, le pmi fai il male delle nuove generazioni e dell’Italia. Sono convinto che la Fornero sia solo una fanatica in buona fede e che non veda le contraddizioni della sua ipocrita narrazione consegnata alla Stampa (ahi, il conservatorismo…); tuttavia questo non la esenta dal dover cominciare a dire che gli italiani hanno pagato sempre il prezzo più alto e si sono sempre ritrovati - la maggioranza, non solo il Cipputi - il famoso ombrello nel didietro perché i grandi prenditori tipo la famiglia Agnelli/Elkann ci hanno fregati. (Inviterei la Fornero alla prudenza quando parla di italiani evasori: la Procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio per John Elkann e per il commercialista Gianluca Ferrero con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato ed evasione fiscale fraudolenta. Volesse qualche volta vergare anche su questo...). Così come ci hanno fregati tutti quei manager che di industria non capiscono nulla ma sanno ogni trucchetto per moltiplicare i loro guadagni con bonus e prestidigitazioni varie. Sono costoro che fregano l’Italia e gli italiani; ed è a costoro che persino il governo Meloni non ha saputo mettere un freno.
Pertanto è ora di finirla con queste prediche ipocrite sul «conservatorismo», tipo quella scritta dalla Fornero o dall’altro professore, Aldo Grasso, che ieri se l’è presa con la creatività dei balneari impegnati a difendere la loro piccola impresa. È vero, professor Grasso: vorrebbero allargare la mappatura delle spiagge includendo quelle dei fiumi e dei laghi (del resto anche quelle generano attività imprenditoriali analoghe), ma se la mappatura creativa è l’esempio tipico del malcostume italiano, Grasso si faccia spiegare come, con trucchetti decisamente più pelosi di quello dei balneari, fior di aziende - private e pubbliche - abbelliscono bilanci profondamente in rosso, quasi da fallimento. Sempre di salvataggi si tratta, no?
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Ansa
L’infettivologa: «Dopo il Covid le persone sono più spaventate e faticano a capire le reali minacce. Perfino sull’Ebola siamo bombardati di richieste: il rischio c’è, però in Europa è bassissimo e la sorveglianza è alta».
«Tutte le mattine quando entro in reparto leggo “Infettivologia Carlo Urbani” e mi dico che vale la pena fare questa professione, che la fatica è nulla in confronto a ciò che ha fatto lui». Chiara Valeriani non è una virostar, lei, laureata giovanissima alla Politecnica delle Marche in quel Policlinico Torrette più e più volte premiato come migliore ospedale pubblico d’Italia, è un medico «da corsia» sul fronte dell’infinitamente piccolo e del sempre potenzialmente mortale.
E mette in guardia: «Avremo altre epidemie, ma non dobbiamo vivere con la paura: questa variante Ebola, anche se per ora sta in Africa, va seguita con estrema attenzione». Capelli rossi, sorriso appena melanconico, minuta, carattere d’acciaio anche se - sussurra - «più di una volta ho pianto di fronte a storie di Hiv, quando hai fra le mani la vita di un bimbo e vorresti poter entrare nelle sue cellule e liberarlo dal male». Due figli piccoli - la teppa e il genietto -, un marito medico «altrimenti non mi sopporterebbe» e una scelta fatta da adolescente: sarò medico. E poi l’incontro con Carlo Urbani: il virologo che ha liberato il mondo dalla Sars (la sindrome respiratoria acuta) prevenendo una devastante epidemia e per farlo c’è morto. «Qui a Macerata, nelle Marche, non c’è studente di medicina o un medico che non senta parte dell’eredità del professor Urbani. Il suo piano pandemico era stato adottato nel 2003 dall’Oms, e studiare ciò che lui ha fatto e intuito è una fonte inesauribile. Forse è per questo che la virologia clinica è quella che mi affascina: la ricerca è fondamentale, ma la cura è la mia scelta».
Si pensava, passata l’emergenza Covid, di stare tranquilli e invece prima l’Hantavirus, ora l’Ebola: che succede?
«Precisiamo subito: il Covid è vivo e lotta insieme a noi. Lo abbiamo messo sotto controllo, non fa più paura, ma non si è dissolto. Però ci ha fatto anche un piacere: adesso siamo molto più pronti ad affrontare le emergenze. Abbiamo i kit, abbiamo diagnostiche più avanzate e gli ospedali - almeno è il caso di quello di Macerata, ma anche di quelli nel resto delle Marche -, sul fronte delle infezioni e delle virosi oggi sono molto capaci di rispondere. Quanto alle nuove emergenze, il quadro è da prendere in seria considerazione. Per quel che riguarda l’Hantavirus ci sono stati pochi casi segnalati. È molto più preoccupante in potenza l’allarme Ebola e non è un caso che l’Oms abbia subito attivato una procedura di stretta sorveglianza e abbia alzato al massimo il livello di rischio con valenza globale. È il gradino sotto la pandemia. A conferma di quanto dicevo il nostro Epicentro, che è la cabina di regia, per così dire, di noi infettivologi, ha subito diramato un vademecum. Geograficamente il rischio Ebola è molto lontano da noi, ma questo non deve farci abbassare la guardia per due ragioni. La prima è che la velocità di diffusione del virus è impressionante, la seconda è che viaggiamo tanto e le probabilità di contagio aumentano esponenzialmente».
Lei è molto decisa nel delimitare il rischio, precisa nell’illustrarlo e al tempo stesso cauta, ma le persone nel post Covid come si pongono? Sono più informate o spaventate?
«Le persone sono più spaventate. S’informano, chiedono, ma fanno fatica a capire la reale minaccia di questo o quel virus. Su Ebola siamo bombardati di richieste. Credo che derivi anche dal fatto che le persone in generale hanno più patologie perché sono più anziane e quindi si preoccupano di più. Ma anche i virus sono più aggressivi, perfino il Cmv (citomegalovirus, che è un herpes comunissimo, ndr) e la banale mononucleosi sembrano poter dare quadri con necessità di ricovero! L’abbiamo notato. E i batteri sono tutti o quasi multiresistenti. Colpa dei sanitari che usano in modo eccessivo e improprio gli antibiotici, degli agricoltori e allevatori che usano nel bestiame antibatterici misti a cibi e selezionano resistenze. I batteri sono intelligentissimi. Veloci nell’adattarsi e un passo sempre avanti anche nel superare le molecole più “nuove”. Ecco perché nel territorio e in ospedale nel primo accesso bisogna mantenersi bassi con antibiotici di largo spettro. Solo successivamente o in casi gravissimi (shock settico) lo specialista infettivologo si confronta con l’internista e si può alzare il tiro usando farmaci più potenti, ma con maggiore selezione di resistenza. E se il paziente sta meglio e non è più molto grave si deve andare a scalare».
Lei sembra parlare con i virus e i batteri. Che tipi sono?
«Sono furbi. I batteri comunicano tra loro attraverso segnali chimici per monitorare la propria densità di popolazione. Quando raggiungono un certo numero coordinano comportamenti di gruppo, come l’attacco al sistema immunitario ospite o la formazione di biofilm per difendersi dagli antibiotici. Sono in grado di modificare il proprio comportamento e il proprio genoma per sopravvivere ad ambienti ostili. I virus hanno invece una intelligenza “evolutiva”. Pur essendo semplici parassiti intracellulari, i virus dimostrano una grande capacità di adattamento. Mutano rapidamente per sfuggire alle difese immunitarie e per infettare nuove cellule. Studi recenti, non ancora approfonditi, suggeriscono che anche i virus abbiano una sorta di vita sociale, cooperando e rivaleggiando all’interno dell’ospite, influenzando la loro forma fisica e la loro evoluzione».
Torniamo all’Hantavirus. È un pericolo reale? Si è detto che lo portano i topi, che viene dal contatto con le feci dei ratti. Ma chi ragionevolmente sta a contatto con i bisognini dei roditori? Piuttosto: è vero che non c’è un vaccino?
«Domanda complessa. Provo a rispondere. Sull’Hantavirus abbiamo informazioni di diversi casi in Cile, in Olanda, ma ciò che più conta è che stavolta - al contrario dei ritardi accumulati col Covid - c’è molta più attenzione sul monitoraggio e sull’informazione da dare alle persone. Quanto al vaccino si è detto che in nove mesi sarebbe stato pronto basandosi sull’esperienza fatta con gli anti Covid. E tuttavia si deve tenere conto che i batteri e i virus ad alta mortalità che non conosciamo mutano molto velocemente o che le diffusioni sono rapide. Bisogna perciò monitorare attentamente gli spostamenti di popolazione. Su Ebola si sta mettendo molta attenzione a questo aspetto, ma su Hantavirus ci sono stati dei buchi. È vero che è un virus che per ora non è mutato, ma ha un’alta mortalità».
Per l’Hantavirus si è detto che c’era un vaccino quasi pronto, ma che non è stato portato avanti perché non ha mercato. Dunque anche i virus hanno le quotazioni a Wall Street?
«Mettiamola così: la ricerca si indirizza dove più alte sono le probabilità che via sia necessità d’intervento. L’Hantavirus è un virus poco diffuso e dunque ci si concentra a sviluppare presidi là dove si sente maggiore emergenza. Nel caso di Ebola sappiamo molto, fin dal 2014 con l’epidemia in Sierra Leone. Sappiamo quali sono le cure e che bisogna essere tempestivi nell’isolamento, ma nel caso della variante che circola ora, la Bundibubugyo (in sigla Bdvbv), non abbiamo né vaccini né farmaci perché è rarissima. Sappiamo che i sintomi sono febbre, dolori muscolari, diarree, che l’incubazione può durare anche tre settimane e che la diffusione è rapidissima e che, sembrerà un paradosso, si diffonde più rapidamente tra i morti che tra i vivi. Si parla già di oltre 65 morti solo in Congo e oltre 500 infetti».
Ma in Europa e in Italia c’è un rischio reale?
«Astrattamente quando l’Oms ti dice che c’è un’emergenza globale il rischio c’è. Dagli ultimi aggiornamenti sappiamo però - è l’ultima valutazione fatta un paio di giorni fa dal Centro europeo di controllo sulle malattie - che il rischio in Europa è molto basso. I casi importati sarebbero comunque rapidamente individuati e isolati. L’allerta c’è ed è efficace».
Diamo un’occhiata al Covid: come stiamo messi? Ed è vero che Covid e Hantavirus sono entrambi scaturiti da zoonosi?
«Sul Covid abbiano ormai terapie e situazione totalmente sotto controllo. Quanto all’Hantavirus ha una serie di almeno venti varianti. È un virus a Rna, e dunque potenzialmente in grado di compiere mutazioni, vive in alcune specie di roditori, che ne costituiscono il reservoir. Cinque di queste mutazioni sono gravi: hanno tempo di incubazione molto lungo e da quel che sappiamo però non ci sono casi di trasmissione da uomo a uomo. Per quel che riguarda le zoonosi, è ovvio che il nostro modo di vivere, i viaggi continui, ma anche i cambiamenti climatici favoriscono questi salti di specie (il Covid quello è stato). E tuttavia con i nostri animali domestici la regola è: avere un’igiene corretta. Cioè lavarsi le mani dopo i contatti con gli animali, pulire le lettiere senza arrivare però a comportamenti ossessivi che isolano completamente l’uomo dai microbi naturali che anzi sono utili per sviluppare la tolleranza immunitaria».
Arbore cantava la vita è tutta un quiz: ma forse è tutta un virus?
«No la vita è bella, quanto ai virus ci sono: dobbiamo solo imparare a evitarli e curarli».
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Donald Trump (Ansa)
Molte concessioni e il rinvio della questione cruciale: il nucleare. In Medio Oriente, il tycoon sconta uno smacco. La Cina se la ride, anche se conferma alcuni punti deboli.
L’accordo Usa-Iran premia più la resistenza del regime che la campagna bellica di Donald Trump. Hormuz, intanto, resta chiuso fino alla firma del trattato. E nel frattempo Vladimir Putin compie una dura rappresaglia sulla capitale ucraina. Se non è una sconfitta, poco ci manca: l’accordo che si profila tra Usa e Iran conquisterebbe la pace, o comunque una lunga tregua, al prezzo di un sostanziale fallimento militare, politico e diplomatico. Con il rinvio alle calende greche della discussione sul nucleare, che è stato il casus belli, una profonda incertezza sul destino di Hormuz, il graduale sblocco di fondi congelati e il superamento delle sanzioni.
Il fiasco militare è difficile da nascondere: nonostante abbiano martellato la Repubblica islamica, gli americani non ne hanno piegato la resistenza. E se Teheran è riuscita a proteggere non solo buona parte dei suoi asset, ma anche a ricostituire in fretta le scorte distrutte, Washington ha invece svuotato i propri arsenali. È anche per questo che Donald Trump preferisce il negoziato alla ripresa delle ostilità. Le difficoltà statunitensi si stanno già ripercuotendo su alleati strategici: Taiwan e Giappone non avranno i missili che attendevano, per la somma delizia di Xi Jinping. La pessima performance della prima potenza mondiale, così, ha finito per rassicurare Pechino, alimentando le sue ambizione nell’Asia Pacifica.
Lo smacco politico attiene agli effetti del conflitto: anziché innescare un cambio di regime, la guerra ha confermato il ruolo dell’Iran quale potenza regionale, forse capace di imporre ancora il suo controllo su Hormuz. La catena di comando è stata alterata: forse, una dittatura confessionale, retta da un’élite incendiaria nelle parole ma cauta nelle azioni, è stata soppiantata a una dittatura militare i cui pretoriani, probabilmente, terranno sotto scacco il più accomodante Masoud Pezeshkian. Per Teheran non saranno rose e fiori: lo Stretto diventerà sempre meno centrale, perché i traffici commerciali troveranno sbocchi alternativi; bisognerà fare i conti con la crisi economica e con la ricostruzione. Ma se avessimo assistito a una partita di calcio, avremmo visto il Real Madrid pareggiare con il Como.
L’impasse internazionale degli Usa, ora, minaccia di ripercuotersi sulla situazione interna: Trump avrà pure attirato nel Golfo del Messico - d’America, pardon… - molte delle navi che prima transitavano a Hormuz; starà pure rendendo gli Stati Uniti esportatori netti di greggio; ma ai cittadini che voteranno al medio termine di novembre, i profitti delle compagnie petrolifere e il risiko energetico interessano meno della benzina a 5 dollari al gallone.
Sul piano diplomatico, poi, sembra non sia riuscita l’operazione di unire le monarchie sunnite contro gli ayatollah (e al fianco di Israele, nello spirito dei patti di Abramo). È forte il sospetto che l’Oman si stia spartendo la gestione delle rotte navali con gli iraniani, i cui raid hanno compromesso gli impianti di materie prime dei Paesi del Golfo e la reputazione delle loro megalopoli. È significativo che la svolta nelle trattative sia arrivata dopo le pressioni di quegli Stati.
Per carità, sul versante opposto a quello di Trump non splende il sole. La guerra ha scoperchiato almeno due vulnerabilità della Cina: anzitutto, la sua esposizione a insidiosi colli di bottiglia; in secondo luogo, la sua sostanziale indisponibilità ad assumersi delle responsabilità vere nel mantenimento della stabilità internazionale. Il Dragone continua a comportarsi da piantagrane, stando almeno alle ricostruzioni che parlano di un suo supporto logistico e militare alla Russia e all’Iran. Xi già evoca la trappola di Tucidide - l’inevitabilità dello scontro armato tra potenza in declino e potenza in ascesa - ma Pechino è ben lungi dal poter rivendicare una funzione di guida, al posto dell’egemone decaduto.
Sul futuro - tra le tante - aleggia un’incognita strategica: che ne sarà del legame storico tra Israele e Stati Uniti? Essersi lasciati trascinare da Tel Aviv in una campagna azzardata e deludente costituirà un precedente al quale aggrapparsi, per accantonare il sostegno incondizionato allo Stato ebraico? La tesissima telefonata tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu separerà le loro strade? Sono finiti i tempi dei mega resort a Gaza? Sul Medio Oriente, sia pure a spizzichi e bocconi, sorgerà un’alba diversa?
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