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2026-02-07
Milano-Cortina, subito due medaglie per l’Italia: Franzoni e Paris sul podio a Bormio
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Giovanni Franzoni, il vincitore Franjo von Allmen e il terzo classificato Dominik Paris festeggiano durante la cerimonia di premiazione dopo la discesa libera maschile di sci alpino, ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
La discesa libera maschile inaugura il medagliere azzurro: Giovanni Franzoni è argento, Dominik Paris bronzo, davanti vince lo svizzero Franjo von Allmen. A Cortina prova femminile interrotta per nebbia, mentre tiene banco il caso Vonn con le parole di Sofia Goggia e Federica Brignone: «Se avesse avuto un problema grave come il mio oggi non sarebbe qui».
Le Olimpiadi di Milano-Cortina partono con l’Italia subito a medaglia. La prima giornata piena di gare, dopo la cerimonia inaugurale di venerdì sera, consegna infatti due podi azzurri nella discesa libera maschile sulla Stelvio di Bormio: Giovanni Franzoni è argento, Dominik Paris è bronzo. Davanti a tutti c’è lo svizzero Franjo von Allmen, che fa la differenza nel tratto centrale e chiude con il miglior tempo, mentre Marco Odermatt resta ai piedi del podio.
Per l’Italia è un avvio che pesa, perché lo sci alpino riporta subito il tricolore tra i primi tre e inaugura il medagliere azzurro. Franzoni, 24 anni, alla prima Olimpiade, conferma una stagione già segnata dai grandi risultati e centra il secondo posto con 20 centesimi di ritardo. Paris, alla quinta partecipazione ai Giochi, trova finalmente la sua prima medaglia olimpica: un bronzo che chiude un cerchio lungo una carriera fatta di vittorie in Coppa del mondo e titoli iridati, ma senza podi a cinque cerchi. «Pensare a inizio stagione di vincere Kitzbuhel e portare una medaglia in discesa, cose che non avrei mai immaginato…», ha raccontato Franzoni dopo la gara. Paris ha parlato di un risultato «perfetto così», sottolineando il valore del podio condiviso con il compagno di squadra. Alle spalle dei due azzurri, la gara ha confermato l’equilibrio e la difficoltà della Stelvio: Odermatt quarto, poi gli altri protagonisti della specialità. Mattia Casse ha chiuso undicesimo, Florian Schieder diciassettesimo. Per l’Italia è comunque un ritorno sul podio olimpico nella discesa maschile che mancava da Sochi 2014.
La giornata ha avuto il suo centro anche a Cortina, dove la seconda prova cronometrata della discesa femminile è stata interrotta per la scarsa visibilità. Prima dello stop il miglior tempo era della statunitense Breezy Johnson, davanti alla tedesca Weidle-Winkelmann e a Lindsey Vonn. Tra le azzurre, Sofia Goggia ha ottenuto il sesto tempo provvisorio, seguita da Federica Brignone settima. «Oggi ho fatto nell’80% della pista esattamente quello che volevo, però c’è quel 20% da mettere bene a posto», ha spiegato Goggia, raccontando anche dell’errore in partenza che le è costato tempo. Brignone, dal canto suo, ha parlato di sensazioni in crescita e ha rimandato la decisione sulla gara: «Nel pomeriggio ci incontreremo e insieme decideremo cosa è meglio per me».
Proprio attorno alla presenza di Lindsey Vonn si è accesa la polemica del giorno. Dopo le parole di Brignone, che aveva messo in dubbio la compatibilità tra un infortunio serio al ginocchio e un rientro così rapido, è arrivato anche il commento di Goggia: «Ai posteri l’ardua sentenza». La bergamasca ha ricordato la propria esperienza e ha lasciato intendere che un recupero del genere, a parità di diagnosi, sarebbe difficile da spiegare, pur notando come le condizioni della pista, con neve più morbida, possano incidere sulla sciabilità. Brignone aveva già chiarito la sua posizione: «Se avesse avuto un problema grave come il mio oggi non sarebbe qui», aggiungendo comunque che Vonn «è sicuramente una grande donna e ha un grande coraggio».
Intanto, dal fondo arrivano i primi verdetti dello skiathlon femminile a Tesero: oro e argento alla Svezia con Frida Karlsson ed Ebba Andersson, bronzo alla norvegese Heidi Weng. La migliore delle italiane è Martina Di Centa, 28ª, seguita da Anna Comarella e Maria Gismondi più indietro. Buone notizie anche dallo snowboard, con Maria Gasslitter qualificata per la finale dello Slopestyle a Livigno grazie al dodicesimo posto nella prima run. Nell’hockey femminile, invece, Finlandia e Svizzera affrontano le partite nonostante problemi di salute segnalati in alcune atlete, ma la natura esatta non è confermata. Nel pomeriggio è arrivata invece la seconda sconfitta nel doppio misto di curling per Stefania Constantini e Amos Mosaner. Gli azzurri hanno ceduto 9-4 alla Svezia nella quinta partita del girone. La classifica ora si fa complicata: Svezia e Canada restano davanti all'Italia negli scontri diretti. A questo punto, in chiave qualificazione, diventa fondamentale e decisiva la partita in programma stasera contro la Norvegia.
Sul piano istituzionale, nonostante le polemiche relative alla telecronaca Rai, il presidente della Fondazione Milano-Cortina, Giovanni Malagò, ha parlato di «tanti consensi» per la cerimonia di apertura, rivendicando un avvio forte dei Giochi. E proprio dalla serata di San Siro sono arrivate anche le voci degli azzurri del volley presenti alla sfilata, da Anna Danesi a Simone Giannelli, che hanno raccontato l’emozione di vivere dal vivo un momento olimpico. Momento olimpico che resta segnato soprattutto da questo sabato e dalla neve di Bormio, grazie al magnifico doppio podio che dà subito un volto concreto alla spedizione italiana. Franzoni e Paris, due generazioni diverse, aprono il medagliere e fissano il primo punto fermo dei Giochi in casa: l’Italia c’è, e ha iniziato l'Olimpiade casalinga con il piede giusto.
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Jeffrey Epstein e Bill Gates (Ansa)
- Nei nuovi file desecretati si colgono i passi con cui i magnati costruirono l’infrastruttura che governò le nostre vite dal 2020 in poi: dal «fare i soldi coi vaccini» (2011) ai fondi per svilupparli, dalla preparazione alla pandemia (2015) fino alle simulazioni (2017 e 2019).
- Il consigliere di Tony Blair è indagato per aver passato informazioni riservate al pedofilo.
Lo speciale contiene due articoli
«Ho pensato molto alla domanda che hai fatto a Bill Gates, “come possiamo liberarci di tutti questi poveri” e avrei una risposta per te», scriveva un mittente non identificato a Jeffrey Epstein esattamente 15 anni fa, a febbraio 2011. Con la pubblicazione dei cosiddetti Epstein files da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DoJ), emerge qualcosa che aggiunge ulteriori elementi inquietanti alla già agghiacciante vicenda giudiziaria legata ai crimini sessuali del faccendiere pedofilo, incarcerato per la prima volta nel 2008. I documenti declassificati la scorsa settimana descrivono infatti nei dettagli una struttura integrata, costruita nel corso di anni, che avrebbe plasmato la preparazione, la gestione e persino il finanziamento delle pandemie come un vero e proprio «modello di business» organizzato, a livello finanziario, intorno a figure come Bill Gates e a istituzioni come l’Oms e la banca d’affari JP Morgan.
È nel 2011 che il predatore sessuale, morto suicida in carcere nel 2019, comincia a concentrarsi su ciò che pare interessargli ancor più del sesso: i soldi. In quel periodo, Epstein fa da intermediario tra la Bill & Melinda Gates Foundation e JP Morgan per creare il Global Health Investment Fund. L’obiettivo è fornire agli investitori l’opportunità di finanziare tecnologie sanitarie globali ma Epstein, che all’epoca era un importante cliente di JP Morgan, non ha un ruolo marginale di consulente; di fatto, è il deus ex machina del progetto finanziato da Gates.
In una mail di luglio 2011 indirizzata a James E. Staley, dirigente esecutivo di JPMorgan, il faccendiere scrive: «Sarà la più grande fondazione del mondo, l’obiettivo è fare soldi attraverso un ente di beneficenza». Negli stessi giorni, Epstein invia un’email confidenziale a Staley e a Boris Nikolic, principale consulente scientifico e tecnologico di Bill Gates: «Devi dire a Dick che gli faremo avere una presentazione completa per un Daf (Donor-Advised Fund, conto filantropico gestito da un’organizzazione no profit, che permette di versare fondi ottenendo una detrazione fiscale immediata, ndr), una proposta basata su un silo che farà guadagnare a Bill (Gates, ndr) più fondi per i vaccini». Nessun accenno alla priorità di salvare vite umane: il tema è come fare soldi con i vaccini. Ad agosto 2011, Epstein commenta lo «stato emotivo» di Gates: «Bill è terribilmente frustrato… bisognerebbe specificare nella presentazione che questo progetto consentirebbe ulteriori soldi per i vaccini». Epstein prevede nella stessa mail una struttura offshore con attenzione particolare alle iniezioni. Nei briefing successivi parla di fondi d’investimento focalizzati su farmaci e vaccini con aspettative di ritorni economici nel range del 5-7%.
Sempre nel 2011, un’email di Mary Erdoes, ad di JP Morgan Asset & Wealth Management, a Epstein - con Jes Staley in copia - include una serie di domande tecniche su come strutturare il fondo, chiedendo informazioni specifiche su come la Bill & Melinda Gates Foundation si collochi nel progetto. Più che farmaci per salvare vite umane, i vaccini per Gates e Epstein sono asset permanenti, concepiti per operare indipendentemente da epidemie o pandemie.
Le connessioni tra la Bill & Melinda Gates Foundation, le istituzioni che si occupano di salute globale ed Epstein proseguono proprio negli anni in cui Gates, a differenza di quanto dichiarato in questi giorni, lo frequenta assiduamente. È l’autorevole New York Times, in un articolo del 2019, a elencare i numerosi incontri tra i due, che ufficialmente hanno come oggetto proprio il fondo pandemico. La salute globale come strumento per mobilitare e moltiplicare denaro è il filo conduttore di quegli anni:
Una lettera datata 9 marzo 2015 - inviata da un funzionario della Gates Foundation al presidente dell’International Peace Institute - presenta una proposta per un incontro di esperti su come affrontare le pandemie. I documenti interni desecretati dal Doj mostrano che i collaboratori di Gates e gli altri esponenti delle istituzioni internazionali considerano la pandemia non come un rischio sanitario da affrontare, ma come una categoria strategica di investimento permanente su cui costruire prodotti finanziari, strutture giuridiche e narrative consolidate.
Uno scambio di email del 24 maggio 2017 tra Epstein, Bill Gates e Boris Nikolic menziona la «pandemia» (quasi tre anni prima che il Covid 19 si diffondesse), insieme con l’energia, come campo d’interesse strategico. Altre mail scambiate lo stesso anno con Gates all’indirizzo di posta elettronica del suo laboratorio (bgc3, ndr) hanno come oggetto la preparazione alla pandemia, mentre in altri iMessage partiti dal telefonino di Epstein si tracciano addirittura le opzioni di carriera in ambito pandemico: l’ufficio privato di Gates, il team vaccinale presso la Merck, la società di assicurazioni Swiss Re, il World Economic Forum (Wef) di Klaus Schwab e altre istituzioni globali. La pandemia, insomma, per Epstein e Bill Gates è uno strumento di finanziamento verticale e una bella mucca da mungere. La pandemia figura persino nella lista delle competenze professionali («Pandemie - Ho appena fatto una simulazione pandemica», scrive un collaboratore ad Epstein nel 2017)».
Se a questi elementi si aggiungono altre coincidenze verificatesi pochi mesi dopo la morte di Epstein, il quadro appare ancora più inquietante. Come l’esercitazione pandemica svoltasi a New York il 18 ottobre 2019, sei settimane prima della diffusione del Covid, che ipotizzava proprio una pandemia da Coronavirus. Nota come Event 201 e organizzata dal Johns Hopkins Center for Health Security insieme al World Economic Forum e alla Bill & Melinda Gates Foundation, includeva non soltanto simulazioni epidemiologiche, ma anche gestione dei media, strategia sulla conformità pubblica e coordinamento multinazionale delle risposte. O ancora, il fatto che nel 2015, proprio mentre la «preparazione» alla pandemia diventava di moda, Moderna avviava lo sviluppo della tecnologia a mRna per i vaccini. Decisione che poi portò, il 12 dicembre del 2019 (praticamente alla vigilia del Covid), a candidarne uno appositamente studiato contro il coronavirus per test sugli animali.
Un ecosistema finanziario e politico predisposto, insomma, per trarre profitto dalla catastrofe del secolo.
Perquisita casa di Mandelson, Starmer in bilico
Ieri Scotland Yard ha perquisito due proprietà collegate a Peter Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti e figura chiave del New Labour di Tony Blair, nell’ambito dell’indagine sui suoi rapporti con Jeffrey Epstein. Le perquisizioni, autorizzate dalla magistratura, hanno interessato un’abitazione nel Wiltshire e una nell’area londinese di Camden.
Secondo quanto comunicato dalla Metropolitan Police, l’operazione rientra in un’inchiesta su presunti illeciti nell’esercizio di pubbliche funzioni. Al centro dell’indagine ci sarebbero documenti e informazioni governative sensibili che Mandelson avrebbe condiviso con Epstein circa 15 anni fa, quando ricopriva incarichi ministeriali. La polizia sta verificando la natura e la portata di quei materiali, dopo che la pubblicazione negli Stati Uniti di milioni di documenti legati al caso Epstein ha riacceso l’attenzione sui rapporti tra i due.
La perquisizione segna un passaggio decisivo: dal piano politico si entra ufficialmente in quello giudiziario. E l’impatto su Downing Street è immediato. Keir Starmer, che aveva nominato Mandelson ambasciatore nel 2024 nonostante le polemiche, si trova ora a gestire una crisi che si allarga giorno dopo giorno. Il premier ha ammesso di essere stato «ingannato», ha chiesto scusa alle vittime di Epstein e ha annunciato una revisione delle procedure di controllo e sicurezza per le nomine di alto livello.
Nel Partito laburista, però, il danno appare ormai irreparabile. Diversi parlamentari parlano apertamente di una premiership indebolita, mentre cresce il malcontento per la gestione complessiva della vicenda e per il ruolo del capo di gabinetto Morgan McSweeney, considerato da molti una figura divisiva.
Il quadro si complica ulteriormente sul fronte delle possibili alternative. Angela Rayner, ex vicepremier e tra i nomi più citati come possibile sfidante alla leadership, è coinvolta in un’indagine dell’agenzia delle entrate britannica (Hmrc) per una presunta irregolarità fiscale legata al mancato pagamento di un’imposta di bollo da 40.000 sterline su un immobile. Una situazione che, secondo fonti interne al Labour, potrebbe impedirle di lanciare la sua candidatura finché l’inchiesta non sarà conclusa.
Intanto Mandelson è formalmente oggetto di un’indagine penale e le perquisizioni potrebbero portare al sequestro di ulteriore materiale rilevante. Nei prossimi giorni è attesa anche la pubblicazione dei documenti relativi al processo di vetting che precedette la sua nomina, passaggio considerato cruciale per valutare le responsabilità politiche della scelta.
Per il governo britannico si apre ora una fase delicata: un’inchiesta giudiziaria in corso, tensioni interne al partito di maggioranza e un calendario politico fitto, con elezioni locali e suppletive alle porte. Starmer per ora resta al suo posto, ma il caso Mandelson ha scosso ulteriormente la sua figura già in piena crisi.
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Il commissario Ue: «Lavorare per il diritto dei giovani a restare nei luoghi di residenza».
«Nel semestre di presidenza cipriota, quindi entro giugno, presenterò in Commissione europea la strategia per le isole, siamo su un tema di attuazione dei dispositivi del trattato europeo, dell’articolo 174». Lo ha dichiarato oggi a Sassari il vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la coesione e le riforme, Raffaele Fitto. «L’obiettivo – ha spiegato in occasione dell’apertura dell’anno accademico dell’Università – è costruire un terreno nel quale, dopo aver negli anni conquistato il diritto di muoversi, grazie alla crescita del progetto europeo, penso in questo caso al programma Erasmus ma anche a tante altre iniziative, oggi dobbiamo anche interrogarci e lavorare per un altro tipo di diritto, quello di rimanere. Cioè consentire ai giovani che vogliono rimanere nel luogo nel quale sono nati e cresciuti di poter avere questa prospettiva. Dobbiamo adeguare le politiche per integrare le disparità territoriali».
Stefano Puzzer (Ansa)
Il leader anti green pass dopo l’assoluzione dei manifestanti di Trieste: «Difendevamo il nostro posto di lavoro con in mano un rosario, dissero che eravamo le nuove Br. Qualcuno adesso chieda scusa».
Anche in tribunale aveva sostenuto i cinque manifestanti, a processo per i fatti accaduti al varco 4 del porto di Trieste nell’ottobre del 2021 durante le vergognose operazioni di sgombero del piazzale. Stefano Puzzer, ex portuale, all’epoca leader delle proteste contro il green pass (benché vaccinato) tanto da essere licenziato e non ancora reintegrato, non ha mai smesso di combattere la sua civilissima battaglia in difesa dei diritti. Dopo la sentenza non appellabile del Tribunale di Trieste si dice «finalmente sereno».
Tutti gli imputati sono stati assolti dall’accusa di oltraggio e resistenza alle forze dell’ordine perché «il fatto non sussiste» (per due di loro), o perché «il fatto non costituisce reato» (per gli altri tre).
L’avvocato Pierumberto Starace dice alla Verità: «Quando conosceremo le motivazioni, rischia di essere una sentenza storica perché il giudice può avere ritenuto arbitraria l’azione delle forze dell’ordine».
La prima reazione di Puzzer è stato un post sui social: «La gente come noi non molla mai», dichiara con fierezza.
Lei era stato prosciolto, diversi imputati preferirono patteggiare, due vennero assolti nell’udienza preliminare. Per i cinque che decisero di affrontare il processo, finalmente una sentenza giusta.
«Assolti con formula piena, e voglio sottolineare che non erano cinque portuali ma cinque cittadini di Trieste che manifestavano pacificamente contro il green pass che impediva di lavorare. Hanno accettato di andare a giudizio, senza patteggiare pene, perché convinti di essere totalmente innocenti».
Nell’udienza dello scorso novembre lei era stato sentito per le vicende del 18 ottobre 2021.
«Ho testimoniato che nessuno degli imputati aveva aggredito la polizia, nemmeno l’aveva oltraggiata. E che nessuno si era permesso di opporre resistenza mentre venivano malmenati. Le forze dell’ordine cercarono in tutti i modi di provocarci, ma noi non abbiamo mai usato violenza. La causa contro queste persone oggi assolte era totalmente ingiusta. Ho chiesto al giudice perché io non fossi imputato, e gli altri sì. Forse mediaticamente sarebbe stato più imbarazzante? Non mi ha risposto».
Che cosa ha pensato guardando i manifestanti per Askatasuna a Torino, che armati di pietre, bottiglie, tombini, martelli aggredivano con estrema violenza i poliziotti?
«Noi a Trieste eravamo in strada per difendere il nostro diritto al lavoro e avevamo diritto di protestare. Di fronte alla polizia che ci caricava, seduti a terra o inginocchiati abbiamo guardato in alto, al Cielo, e abbiamo preso in mano il rosario. Mai avremmo risposto facendo del male, perché il male porta male».
Purtroppo c’è chi trova attenuanti anche per le brutali aggressioni cui abbiamo assistito. Altro che resistenza a pubblico ufficiale. E i tre incarcerati sono già fuori, uno solo agli arresti domiciliari.
«Qualche politico difende i manifestanti di Torino, per la nostra vicenda nessuna difesa si era levata. Anzi, siamo stati definiti terroristi proprio perché volevano montare il caso contro di noi. Dovevamo figurare come gli aggressori, invece questa sentenza lo dice chiaramente: non andavamo contro nessuno».
Adesso che cosa si aspetta?
«Sono doverose le scuse da parte delle forze dell’ordine e dei politici che allora ci tacciarono di terrorismo. Il sindaco di Trieste arrivò a dire che eravamo le nuove Brigate Rosse».
L’ex consigliere comunale Ugo Rossi, uno dei cinque assolti, in un post sui social ha scritto: «Il pm aveva chiesto sei mesi di carcere per il sottoscritto. In quel caso fu la polizia ad aggredire i manifestanti [...] Tutto per non aver abbassato la testa durante la dittatura sanitaria dal marzo 2020».
«Se ci sono dei diritti sacrosanti, sanciti dalla nostra Costituzione, vanno difesi fino in fondo. Nei confronti dei cittadini di Trieste le forze dell’ordine non hanno dato un buon esempio. Poliziotti in tenuta antisommossa usarono lacrimogeni e idranti contro manifestanti pacifici, inventandosi oltraggi, resistenze e addirittura aggressioni. Non hanno chiesto scusa, e almeno tre funzionari sono stati nel frattempo promossi».
Parliamo del suo reintegro. Lo scorso anno aveva vinto il ricorso in Cassazione: non poteva essere licenziato dall’Agenzia per il lavoro portuale di Trieste (Altp) per mancata esibizione della carta verde. È tornato al lavoro?
«Macché. Bisogna aspettare la ratifica da parte della Corte d’Appello di Venezia, che aveva ritenuto legittimo il mio licenziamento. Speravo che l’udienza fosse a gennaio di quest’anno invece è stata fissata per il prossimo 1 ottobre. La Corte è vincolata al pronunciamento della Cassazione, ma i tempi sono questi. Quando l’ho saputo, prima di Natale, credevo di non riuscire più a sollevarmi. Cinque gradi di giudizio per una causa di lavoro e nemmeno il giudice di ultima istanza ha rimesso a posto le cose in tempi rapidi».
Adesso che cosa fa?
«Mi hanno assunto come magazziniere in una farmacia di Trieste. Finalmente a casa, nella mia città. Ho girato ovunque per trovare lavoro. Mi sono improvvisato pescatore, ho fatto il guardiano di un campeggio, l’aiuto cuoco, l’addetto ai facchinaggi e molto altro. Nel frattempo, cinque anni di ricorsi, anche per daspo ingiusti e assurdi del tipo che volevo assaltare un ospedale. Tutti poi annullati dal Tar. Pazienza, cerco di restare sereno e dico grazie a mia moglie».
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