Donald Trump (Ansa)
Il presidente Usa tenta di salvarsi la faccia e rispolvera i suoi accordi per normalizzare il Medio Oriente: «Dopo i nostri sforzi, tutti devono entrare. Se arriva l’intesa, anche Teheran potrebbe». I pasdaran: «Falsa la notizia sul trasferimento dell’uranio in Cina».
Donald Trump si è mostrato ottimista su un possibile accordo con l’Iran. E ha collegato l’eventuale successo del processo diplomatico al rilancio degli Accordi di Abramo.
«I negoziati con la Repubblica islamica dell’Iran stanno procedendo bene! O si raggiungerà un ottimo accordo per tutti, oppure non ci sarà alcun accordo», ha affermato ieri su Truth. «Dopo tutto il lavoro svolto dagli Stati Uniti per cercare di ricomporre questo puzzle molto complesso, dovrebbe essere obbligatorio che tutti questi Paesi, come minimo, firmino simultaneamente gli Accordi di Abramo», ha aggiunto, riferendosi ai Paesi arabi. «Gli Accordi di Abramo si sono dimostrati, per i Paesi coinvolti (Emirati arabi uniti, Bahrein, Marocco, Sudan e Kazakistan), un vero e proprio boom finanziario, economico e sociale», ha proseguito. Il presidente americano è anche tornato ad auspicare che l’Iran possa aderire agli Accordi di Abramo: una posizione, questa, che aveva già espresso l’anno scorso. Al contempo, l’inquilino della Casa Bianca ha ripreso a criticare la politica iraniana che era stata portava avanti dalle amministrazioni di Barack Obama e di Joe Biden, pubblicando una loro foto con la scritta «i due peggiori presidenti della storia americana».
Non è del resto un mistero che Trump abbia sempre visto i patti abramitici come uno strumento di stabilizzazione del Medio Oriente. E adesso vuole rilanciarli per una serie di motivazioni. Innanzitutto, punta a rendere un’eventuale intesa con Teheran maggiormente digeribile per Israele. In secondo luogo, spera di ammorbidire la Repubblica islamica con la prospettiva di una sua integrazione nel nuovo quadro mediorientale che potrebbe nascere. Infine, ma non meno importante, Trump mira ad arginare le critiche che l’ala più filo-israeliana del Partito repubblicano ha mosso al suo eventuale accordo con l’Iran (che ieri ha ripristinato l’accesso a Internet). Tuttavia, secondo la Cnn, si sarebbe registrata una certa freddezza da parte dei leader arabi sull’eventualità di aderire agli Accordi di Abramo: in particolare, i sauditi avrebbero ribadito di essere disposti a un simile passo soltanto dopo l’avvio di un percorso volto a riconoscere uno Stato palestinese. La strada per il rilancio dei patti non è impraticabile ma resta piuttosto stretta. Molto dipenderà anche dall’atteggiamento di Israele, oltreché dai rapporti, attualmente non troppo idilliaci, tra Riad e Abu Dhabi (che vi aderì nel 2020).
Tornando alla diplomazia tra Washington e Teheran, ieri, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il presidente del parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, hanno discusso dell’eventuale accordo a Doha con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani. In particolare, i colloqui si sono concentrati su due dossier: Hormuz e l’uranio arricchito. «L’obiettivo principale della visita della delegazione a Doha è incentrato sulle questioni relative allo Stretto di Hormuz e all’uranio altamente arricchito», ha dichiarato un diplomatico regionale ad Al Jazeera.
Del resto, sempre ieri, il portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica islamica, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che il regime khomeinista sta riscuotendo delle tariffe per i «servizi di navigazione» garantiti nello Stretto, pur precisando che non si tratterebbe di pedaggi. Ricordiamo che, la settimana scorsa, gli Stati Uniti avevano duramente criticato l’eventualità che Teheran imponesse dei balzelli per il passaggio a Hormuz. Baghaei ha anche sottolineato che si sono registrati progressi dal punto di vista diplomatico, evidenziando tuttavia al contempo che la firma di un’intesa con gli americani non risulterebbe imminente.
Ma che cosa prevedrebbe l’accordo in discussione? Ieri la Cbs, citando due funzionari regionali, ha riferito che esso comporterebbe innanzitutto una proroga del cessate il fuoco di 60 giorni. L’Iran riaprirebbe poi Hormuz (ieri la marina di Teheran ha annunciato di aver acconsentito al passaggio di 32 navi), riportando la situazione alla condizione antecedente al conflitto. Teheran si impegnerebbe inoltre a non dotarsi dell’arma nucleare e smaltirebbe le sue scorte di uranio arricchito. In cambio, Washington revocherebbe gradualmente le sanzioni e scongelerebbe gli asset attualmente bloccati della Repubblica islamica. Nel frattempo, il canale israeliano Channel 12 ha riferito che Teheran starebbe producendo missili a un ritmo più celere del previsto. Tutto questo mentre, stando al canale saudita Al Hadath, la Repubblica islamica si sarebbe detta disposta a consegnare il proprio uranio arricchito alla Cina, anziché agli Stati Uniti. La notizia è stata tuttavia smentita dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim, vicina alle Guardie della rivoluzione: in particolare, proprio i pasdaran hanno affermato che il regime khomeinista non ha preso «alcun impegno sul settore nucleare». Ricordiamo che, la settimana scorsa, Trump aveva detto che le scorte iraniane avrebbero dovuto essere incamerate (e successivamente distrutte) da Washington.
Come che sia, un funzionario americano ha detto ieri alla Cnn che Usa e Iran stanno lavorando per trovare una convergenza sulla questione nucleare e delle sanzioni nel testo di accordo in fase di stesura. La stessa fonte ha inoltre definito incoraggiante il fatto che, ieri, Araghchi e Ghalibaf fossero a Doha.
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Riduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 26 maggio con Carlo Cambi
Ansa
Il Cremlino annuncia nuove bombe come rappresaglia per il blitz ucraino sullo studentato. Che, per i giornali, pare non esistere.
Non accenna ad attenuarsi l’escalation tra Russia e Ucraina, con gli attacchi reciproci che proseguono martellanti. Eppure, nonostante il raid ucraino sul dormitorio studentesco a Starobilsk abbia provocato 21 vittime, di cui anche alcuni bambini, per i media italiani pare che siano soltanto i russi a uccidere.
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Riduci
Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Per l’avvocato che ha sollevato il caso: «Le captazioni irregolari sono molte più di quelle denunciate all’inizio». La Procura generale di Perugia prova a metterci una pezza.
Dopo il caso, denunciato dalla Verità, delle intercettazioni illegittime effettuate nel carcere di Perugia, l’Unione delle camere penali ha proclamato cinque giorni di astensione dal lavoro degli avvocati penalisti. Un piccolo terremoto, a cui, ieri, ha risposto la Procura generale del capoluogo umbro, guidata da Sergio Sottani. Il magistrato ha provato a metterci una pezza, ma il risultato è stato poco convincente.
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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Riduci





