Il cantante Olly (Ansa)
Stasera prima delle tre date per il cantante vincitore a Sanremo. Genoa e Samp pagano Marassi 58.000 euro a match: oggi chi salda?
Nella Concertopoli genovese scoppia il caso Olly. Il cantante stasera si esibirà nella prima delle tre date allo stadio Luigi Ferraris intitolate «Tutti a casa».Olly, al secolo Federico Olivieri, genovese doc e vincitore di Sanremo 2025 con Balorda nostalgia, torna in effetti a casa, nell’impianto dove, per anni, è andato a tifare la Sampdoria (la stessa squadra della sindaca Silvia Salis).
Nel capoluogo ligure c’è grande fibrillazione visto che la musica dal vivo torna al Ferraris dopo oltre vent’anni di assenza. Il gruppo genovese dei Buio Pesto si esibì nel 2003 e nel 2007 (totalizzando circa 16.000 spettatori complessivi). Qui si parla di 90.000 spettatori per le date del 18, 20 e 21 giugno.
A organizzare l’evento è la Rst events di cui ci stiamo occupando da due giorni, la società con un solo dipendente (assunto nel 2025), capace di conquistare 1,2 milioni di fatturato tra gennaio e ottobre dell’anno scorso e di vincere la gara per l’organizzazione del concerto di Capodanno dei Pinguini tattici nucleari in cambio di 736.000 euro di soldi pubblici.
Nel frattempo tale gara è stata giudicata irregolare dal Tribunale amministrativo regionale della Liguria, che ha ordinato di rifarla. Anche perché il bando prevedeva pure l’organizzazione di eventi analoghi nel triennio 2026-2028. Ma il Comune ha fatto ricorso contro la decisione e ha ottenuto dal Consiglio di Stato la sospensiva della decisione. I supremi giudici amministrativi entreranno nel merito solo a ottobre, ma nella loro ordinanza ci danno già una notizia: l’amministrazione, pur di non rifare subito la gara, ha «espressamente assunto l’impegno di non procedere medio tempore all’affidamento diretto dei servizi analoghi». Di fatto, la giunta si è privata della possibilità di organizzare eventi in modo celere.
Perché ha scelto di fare questo autogol? Voleva far passare la tre giorni di Olly evitando alla Rst di finire sotto esame mentre è impegnata nell’organizzazione dell’evento musicale dell’anno per la città?
E pensare che il vicesindaco Alessandro Terrile, interrogato dai consiglieri dell’opposizione, il 28 aprile scorso, era stato netto: «Né il concerto di Charlotte De Witte, quello che è stato fatto ad aprile, né il concerto di Olly allo stadio, che peraltro non è organizzato dal Comune, risultano organizzati dalla Rst events srl che è la aggiudicataria della procedura di gara del Capodanno 2020».
E, invece, come risulta chiaro dalle locandine di «Tutti a casa» e dalle interviste rilasciate in questi giorni dai politici della maggioranza a organizzare l’evento, patrocinato da Palazzo Tursi, è proprio la Rst amministrata da Alessandro Orlando. Che, come il vicesindaco Terrile e il consigliere comunale delegato agli eventi Lorenzo Garzarelli, non ha risposto alle nostre richieste di chiarimento, in particolare su quanto sia costato a Olly e alla Rst l’affitto stadio.
A tutti abbiamo fatto notare che Genoa e Sampdoria pagherebbero 2,2 milioni annui per la concessione dell’impianto per un costo-partita pari a circa 58.000 euro.
Anche Olly ha pagato 60.000 euro a data? E, se lo ha fatto, i soldi sono andati al Comune o alla Luigi Ferraris srl che gestisce la struttura per le società sportive?
Nessuna risposta. Riserbo assoluto.
Il sospetto è che lo stadio sia stato concesso gratuitamente o quasi in cambio di un robusto ritorno di immagine per l’amministrazione comunale.
Garzarelli, su Repubblica, ha usato il successo del triplo concerto di Olly per fare propaganda all’attività dell’amministrazione che punterebbe a «creare centri e spazi sociali di comunità in ogni quartiere» per «ricreare quel tessuto che è andato polverizzato negli anni». Quindi ha evidenziato come «per la riconquista del Ferraris sono serviti un anno di lavoro, una marea di permessi, tantissimi soldi e lo slancio “quasi incosciente” della squadra che ha allestito l’evento dei prossimi giorni, Magellano, Rst events, il Comune, ovviamente oltre al management dell’artista».
In sostanza se Olly è tornato a casa il merito è anche della giunta.
La sindaca Salis già nel 2025 aveva messo il cappello sull’evento con queste parole: «Riportare dopo 22 anni la grande musica al Ferraris è un sogno che si realizza. E per questo non posso che ringraziare Olly e tutto il suo staff per aver fortemente voluto questo evento, mostrando ancora una volta lo stretto legame che unisce Federico alla sua, alla nostra città».
La prima cittadina, nell’occasione, aveva già evidenziato la centralità della giunta per il raggiungimento dell’obiettivo: «Siamo consapevoli delle difficoltà che ci sono al momento per allestire un grande spettacolo come questo nel nostro stadio ed è il motivo per cui il Comune si è detto subito disponibile ad aiutare la produzione per quanto di sua competenza e possibilità».
L’evento viene promosso persino sul sito istituzionale Visit Genoa, con tanto di riferimento al sito di vendita dei biglietti. Uno spot per l’artista, ma anche per la città e, di conseguenza, per i suoi amministratori: «Olly ha scelto per la prima data, il prossimo 18 giugno 2026, lo stadio Luigi Ferraris di Genova che riapre eccezionalmente le sue porte alla musica proprio per Olly e la sua gente a 22 anni dall’ultimo concerto di Vasco Rossi» si legge sul sito. «L’evento “Tutti a casa”, già dal titolo, racconta del legame stretto di Federico con la sua città e le sue radici, della voglia di condividere con Genova l’energia, la potenza e il senso di condivisione che vengono sprigionate da un suo live».
Insomma tutta la maggioranza sta provando a sfruttare i tre concerti per avere un dividendo politico.
Questa vicenda poco trasparente ci ha fatto tornare alla mente l’inchiesta aperta dalla Procura di Pesaro sulla giunta dem guidata all’epoca dall’europarlamentare Matteo Ricci. L’indagine è partita investigando su alcune presunte irregolarità negli affidamenti diretti assicurati dal Comune a un paio di associazioni culturali non profit, per una cifra complessiva (600.000 euro) molto inferiore a quella che a Genova è stata stanziata per gli eventi musicali di cui abbiamo parlato in questi giorni. L’accusa per l’ex sindaco è stata inizialmente questa (successivamente si è aggravata): «Otteneva direttamente un’utilità non patrimoniale, attraverso la realizzazione, con modalità illegittime, di opere ed eventi pubblici del Comune di Pesaro di grande richiamo in grado di conferire una immagine di efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa e politica del sindaco, così arrecando al medesimo un rilevante beneficio in termini di accresciuta popolarità e consenso».
Per provare ad avere le delucidazioni che la politica non ci ha dato, ieri abbiamo contattato l’amministratore della Rst, Orlando, ma anche lui ha evitato di rispondere alle nostre domande.
«Sono in commissione vigilanza allo stadio Marassi, quindi sono messo malissimo. Sarà una cosa lunga». Gli abbiamo spiegato che saremmo stati rapidi, ma lui ha ribadito: «Domani abbiamo la prima data. Sono molto impegnato sino al 22». Allora gli abbiamo annunciato che gli avremmo inviato le domande per messaggio e lui ci ha ringraziato. Salvo poi sparire.
La domanda più importante era, ovviamente, quella sul prezzo pagato da Olly per la concessione dello stadio.
Poi gli abbiamo chiesto lumi sulla gara di ottobre (quella sub iudice) e sulla struttura quasi fantasma della società di cui è titolare del 49 per cento delle quote.
I quesiti riguardavano quanto abbiamo scoperto spulciando i bilanci: nel 2024 la Rst ha dichiarato un fatturato da 1 milione e nessun dipendente. L’amministratore, Orlando, ha ricevuto un compenso di soli 15.000 euro. Nel 2025 è stato assunto un altro dei tre soci, Nicolò Sasso, detentore del 45 per cento delle quote.
Secondo il bilancio provvisorio del 2025 l’unico dipendente avrebbe un costo complessivo di 15.000 euro lordi per tutto l’anno.
In pratica le società che con la giunta Salis fanno incetta di affidamenti diretti e non, la Rst e la gemella Ops (di cui sono soci sempre Orlando e Sasso) hanno strutture così leggere che sono quasi invisibili.
La sede è condivisa con una ditta di sicurezza, non ci sono dipendenti e, sembra di capire, fanno tutto i due principali soci.
Che sono capaci di realizzare, però, fatturati milionari. Complimenti.
La capogruppo della Lega in Consiglio comunale, Paola Bordilli, dopo la pubblicazione delle nostre inchieste attacca: «Ieri criticavano i grandi eventi di Marco Bucci, oggi ci vanno a fare le sfilate. Ci ricordiamo bene quando l’allora segretario provinciale del Pd e consigliere regionale, Simone D’Angelo, commentava l’inizio del mandato della Salis parlando testualmente di "bilanci scritti dalla destra che investono risorse solo per i grandi eventi”, contrapposti a un fantomatico "bilancio di sinistra che pone priorità diverse.” Oggi gli esponenti del Pd, che un tempo storcevano il naso, presenziano e partecipano in massa ai tanti appuntamenti che la Salis organizza in città in maniera continuativa, spesso a colpi di eventi sotto i 140.000 euro, ossia sottosoglia. Quando fa comodo per un po’ di visibilità, la narrazione della sinistra cambia improvvisamente».
Ilaria Cavo, deputata di Noi moderati e consigliera più votata di Genova, in un comunicato diramato ieri, si concentra, invece, sulla vicenda dei posti «speciali» riservati dal Comune ai soli consiglieri di centrosinistra per il mega concerto organizzato in città da Radio dimensione suono: «Se confermato, il meccanismo di biglietti vip per la maggioranza sarebbe un comportamento inaccettabile su cui fare al più presto chiarezza, in ogni sede. Quello di domenica non era un evento privato della sindaca, nel quale ciascuno è libero di invitare chi desidera, ma una manifestazione realizzata con risorse pubbliche (e ci piacerebbe anche sapere quante). Quando si coinvolgono rappresentanti istituzionali, è doveroso farlo nel rispetto di tutti i cittadini che essi rappresentano, maggioranza e opposizione. Le risorse investite da Palazzo Tursi per organizzare eventi non sono un affare privato, non sono e non possono essere strumenti di promozione personale o di parte. Se questa maggioranza intende utilizzare le manifestazioni pubbliche per promuoversi, lo faccia almeno nel rispetto delle regole e dei ruoli istituzionali e soprattutto dia spiegazioni sulla gestione di quanto accaduto».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 giugno con Carlo Cambi
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Imagoeconoica)
I pentastellati chiedono che l’ex plenipotenziario di Conte durante il Covid venga audito in commissione «senza alcun vincolo di testimonianza veritiera». Non bastavano lo scudo erariale e i controlli anticorruzione aggirati: arriva pure la licenza di dire bugie.
Chi ha avuto modo di partecipare a un processo sa che quando un testimone finisce davanti a un giudice, per essere interrogato, deve leggere ad alta voce una formula di rito in cui si impegna a dire tutta la verità e a non nascondere nulla, consapevole delle conseguenze penali di dichiarazioni mendaci.
Ma a quanto pare ci sono testimoni che possono dire il falso e anche omettere una parte della verità, senza per altro rischiare nulla. Vi state chiedendo a che cosa io mi riferisca? Mi spiego subito. Ieri mi ha colpito un comunicato dei componenti della commissione Covid in quota Fratelli d’Italia. Gli onorevoli, con una lunga nota, accusano i colleghi del Movimento 5 stelle di voler dare al testimone Domenico Arcuri, già plenipotenziario del governo Conte durante la pandemia, una specie di immunità testimoniale. In pratica, durante l’ufficio di presidenza della commissione, il gruppo pentastellato ha avanzato la richiesta che la prossima audizione di Arcuri, ovvero di colui che tra il 2020 e il 2021 ha gestito miliardi senza alcun obbligo di rendicontazione, avvenga senza l’obbligo di dire la verità.
Sì, non sto scherzando. Siccome la commissione d’inchiesta sulla pandemia ha le stesse prerogative della magistratura - e quindi chi mente rischia - gli onorevoli grillini, ormai orfani di Grillo e della bandiera della «trasparenza», vorrebbero che all’ex commissario fosse garantita una specie di patente che gli consenta, all’occorrenza, di mentire. O, detto in altre parole, ad Arcuri vorrebbero che fosse data la licenza di sparare balle.
Credo che non ci voglia molto a capire che più si va avanti e più la gestione della stagione Covid appare torbida, con molte verità che non si possono o si vogliono raccontare. Non soltanto abbiamo scoperto l’attivismo di alcuni consulenti legali, che in cambio delle proprie prestazioni chiedevano contropartite pesanti in termini percentuali, accreditando vere o finte vicinanze al presidente del Consiglio dell’epoca, Giuseppe Conte. Non solo abbiamo avuto notizia che i tamponi che avrebbero dovuto accertare la presenza del virus erano fallati e non in grado di garantire alcunché. Non basta aver appreso che miliardi di mascherine furono acquistate da società sconosciute e da aziende senza requisiti. Adesso si vorrebbe anche impedire che la commissione usi fino in fondo i propri poteri per accertare i fatti. In pratica, si vorrebbe consentire ad Arcuri di dire, se lo ritiene, il falso.
È evidente l’obiettivo: i componenti pentastellati puntano a far concludere i lavori della commissione con un nulla di fatto e, soprattutto, senza alcuna accusa nei confronti di chi ha gestito la pandemia, sia che fosse ai vertici della struttura commissariale, sia che avesse altri ruoli. È un gigantesco colpo di spugna, quello a cui si punta. Il Covid non è costato solo decine di migliaia di vite, è anche costato molti miliardi. E su tutto si vorrebbe far calare il sipario senza che nessuno sia chiamato a dare risposte.
La singolare richiesta dei 5 stelle si aggiunge alla deposizione del presidente dell’Anac, l’Agenzia nazionale anticorruzione. Giuseppe Busia, nominato dal governo Conte, davanti ai commissari ha praticamente ammesso di non aver fatto controlli sull’operato dell’organismo anti Covid perché, ha spiegato, ad Arcuri era stato garantito una specie di scudo erariale, divenuto nei fatti anche uno scudo nei confronti dell’Anac. Dunque, davanti a miliardi di spesa autorizzati con la massima urgenza per ragioni di salute nazionale, gli enti che avrebbero dovuto vigilare sono stati costretti a chiudere gli occhi. E adesso qualcuno vorrebbe persino che si chiudesse la bocca. Non ad Arcuri: il bavaglio lo dovremmo indossare noi, evitando di fare domande e pretendere risposte. Ovviamente veritiere.
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2026-06-18
Ruini: «La Chiesa è più capillare dei partiti. Lecito esprimere giudizi morali sulle leggi»
Camillo Ruini (Getty Images)
Le riflessioni dell’ex braccio destro di Wojtyla raccolte dal direttore Belpietro nel 2007 su «Panorama»: «In una società prigioniera del sesso, il celibato si rende necessario».
Cardinale, lei ha lavorato per due papi: è giusto dire che Karol Wojtyla era più attento alla Chiesa popolare e Joseph Ratzinger a quella dottrinale?
«No, credo sia un errore. Tra loro c’era grande sintonia e del resto il cardinale Ratzinger è stato una persona chiave nel pontificato di papa Giovanni Paolo II. Sono due grandi personalità, i cui pontificati hanno come segni distintivi sia l’ortodossia sia l’attenzione alla gente semplice. Entrambi hanno unito difesa della fede e attenzione alla gente semplice».
Sul dialogo interreligioso le strade però sono diverse.
«Tra grandi religioni il dialogo rimane una priorità, ma senza nascondere la propria fede. Per il bene dell’umanità è giusto che cristianesimo, islam ed ebraismo dialoghino, ma senza rinunciare alla propria fede. Seguendo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, il dialogo va condotto nella libertà e nel rispetto».
Sulla strada del dialogo però si è messo di mezzo l’incidente di Ratisbona.
«Un malinteso, che ha avuto conseguenze inammissibili nei giorni seguenti. Ma da quell’incidente sono nati degli stimoli per gli stessi rappresentanti religiosi. È da quelle polemiche che è sorta la lettera su dialogo e non violenza di 138 esponenti islamici».
I problemi non arrivano solo dall’islam. Mi pare che qualche difficoltà di rapporto ci sia anche con le altre Chiese cristiane, in particolare con gli ortodossi.
«Con loro non mi pare che ci siano difficoltà profonde. Anzi, pur avendo espressioni liturgiche diverse, Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa sono molto vicine fra loro. Personalmente confido che si possa arrivare alla piena unità».
Anche con gli anglicani?
«Con loro ci sono difficoltà in più, per esempio per quanto riguarda i ministeri della Chiesa».
L’ordinazione delle donne prete?
«Diciamo che questi e altri sviluppi recenti non hanno contribuito».
È vero che ci sono preti anglicani che si convertono al cattolicesimo?
«In anni recenti ce ne sono stati parecchi e qualcuno c’è anche adesso».
E con i lefebvriani i rapporti come sono?
«Già papa Wojtyla aveva iniziato, ora papa Ratzinger ha fatto un passo ulteriore cercando di rimuovere gli ostacoli sulla sensibilità liturgica».
Ma alcuni vescovi si stanno ribellando alla messa in latino.
«Diciamo che ci sono sensibilità diverse, ma non parlerei di ribellione».
Di sé stesso lei disse che è naturalmente politico. Cosa vuol dire per un cardinale essere politico?
«Questa mia battuta ha suscitato qualche perplessità e forse è meglio chiarirla. Già il Concilio Vaticano II diceva in termini non ambigui che la missione della Chiesa non è di ordine politico, ma religioso».
In che senso allora un vescovo può dirsi politico?
«In un significato più ampio, quando ha la capacità di influire su vicende pubbliche con la propria parola e testimonianza».
Anche se influenza decisioni politiche oppure leggi?
«La Chiesa deve poter dare un giudizio morale anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona: anche questa è dottrina del Concilio Vaticano II».
Lei è considerato il vero vincitore del referendum sulla procreazione assistita.
«Non mi piace la parola vincitore. La battaglia referendaria non era contro qualcuno, ma serviva a tutelare dei valori a vantaggio di tutti. E comunque non sono stato io il vincitore, ma il popolo, di credenti, ma anche di laici. Un’alleanza inedita. Sia gli uni che gli altri hanno sentito la necessità di difendere l’uomo in quanto tale, come fondamento della nostra civiltà. E si è andati al di là delle divisioni tra cattolici e laici».
L’ha stupita quest’unione?
«No. Era un fenomeno già in corso, che riguarda intellettuali, ma anche persone semplici, che spesso non sono così assidue nel frequentare la chiesa. Però su certi valori, a cominciare da quello della famiglia, la pensano allo stesso modo».
La Chiesa ha interpretato ciò che la politica non ha saputo capire?
«Non sarei così drastico. La Chiesa però è vicina alla gente. È difficile che i partiti abbiano la capillarità della Chiesa».
Scomparsa la Dc, come vede in futuro la collocazione dei cattolici in politica?
«Credo che non competa a me rispondere. La Chiesa ai cattolici chiede solo coerenza nei contenuti. I cattolici facciano le loro scelte politiche, ma tengano conto dei principi della fede, che non sono irrilevanti, nemmeno per la politica».
Il credente non si concilia con l’evasore, ma c’è un limite etico all’imposizione fiscale?
«Le tasse non sono un fine, ma sono uno strumento che dev’essere proporzionato al fine, ossia all’interesse pubblico, che non è solo dello Stato ma delle persone. E contempla il diritto alle cure anche per chi non è abbiente, ma anche all’istruzione e alla sicurezza».
E se l’imposizione fiscale eccede?
«Se le tasse si usano in maniera eccessiva diventano controproducenti. Stabilire il limite è difficile: va discusso tra le parti della società».
C’è una tendenza a costruirsi una fede su misura. Colpa dei preti che parlano poco di teologia? O peggio dei seminari che la insegnano troppo poco?
«I preti di oggi conoscono abbastanza la teologia, anche se io vorrei che la conoscessero di più. Quando insegnavo ero molto esigente e pensavo che i seminaristi non studiassero a sufficienza. In realtà i grandi temi teologici suscitano molto interesse tra la gente. Ricordo quando giravo le parrocchie di Reggio Emilia, dopo cena: gli incontri erano sempre partecipati».
Qual è il suo teologo di riferimento?
«San Tommaso d’Aquino. Per anni mi sono dedicato ai suoi studi in maniera pressoché esclusiva. Tra i miei insegnanti ho ammirato specialmente Bernard Lonergan. Poi, nel ’68, quando ho iniziato a insegnare teologia ho molto apprezzato gli studiosi tedeschi, in particolare Karl Rahner e soprattutto Ratzinger, ma anche il protestante Wolfhart Pannenberg».
Nella storia della Chiesa si è assistito nel tempo a evangelizzazioni per aree geografiche. Dove vede il futuro sviluppo della cristianità?
«Non c’è un’area prescelta. Il Vangelo dice: andate in tutto il mondo. Certo, importantissima è l’Asia, che è il terreno più scoperto».
E l’Occidente?
«Qui ci troviamo ad affrontare un mondo secolarizzato. Per la fede cristiana è una sfida difficile, ma decisiva perché, con la globalizzazione, la secolarizzazione riguarderà sempre più tutti i continenti».
In Italia scontate anche la crisi delle vocazioni.
«Il fenomeno ha aspetti diversi. Nel Meridione per esempio questa crisi non c’è. Anzi, in Sicilia e Puglia ci sono più vocazioni ora che quarant'anni fa. Non voglio dire che la crisi non ci sia e non sia preoccupante. Dico che riguarda soprattutto alcune aree e alcuni istituti religiosi».
Ci sono istituti religiosi preferiti rispetto ad altri?
«Certo: negli istituti religiosi di vita contemplativa, per esempio, le vocazioni sono in aumento in Italia e all’estero. Poi ci sono nuove forme di vita consacrata, con molte persone giovani che fanno i voti di povertà, castità e obbedienza».
Chi si fa sacerdote oggi?
«Innanzitutto il ragazzino di 11 o 12 anni che entra in seminario oggi è un caso raro. La grande maggioranza di coloro che diventano preti ha finito le medie superiori. Molti hanno lavorato o finito l’università. L’età si è alzata. Si fanno preti medici, ingegneri, psicologi ma anche architetti».
La crisi delle vocazioni potrebbe essere fronteggiata aprendo ai preti sposati?
«Il celibato dei sacerdoti non è un dogma di fede, ma ciò non significa che non sia la scelta giusta. Io sono convinto che è un segno concreto quanto mai necessario in una società che spesso è prigioniera di un sesso fine a sé stesso».
A proposito di sesso: la Chiesa non è stata un po’ disattenta sul tema della pedofilia?
«La pedofilia è cosa grave e orribile. Scarsa attenzione? Può darsi. Non siamo immuni dalle mancanze. La pedofilia è largamente diffusa nella società ed è una degenerazione incoraggiata da una sessualità priva di limiti».
Cos’è cambiato nei seminari e nelle parrocchie dopo il diffondersi di alcuni casi di pedofilia?
«Innanzitutto è aumentata la vigilanza, l’attenzione nella fase di formazione di un sacerdote. Si analizza la personalità. Il prete deve essere preparato a una scelta di vita non facile».
Vi affidate a psicologi?
«Anche a loro. Psicologi idonei collaborano nei seminari. Ma dobbiamo essere consapevoli che, nonostante la preparazione e gli esami, i tradimenti e la fragilità umana possono riguardare anche i preti».
Per l’ennesima volta si torna a mettere in dubbio la santità di Padre Pio. Perché questo periodico assalto?
«Non vorrei accusare nessuno. Ma Padre Pio è un santo preferito dalla gente: la sua è una santità popolare, dove il soprannaturale si fa quasi tangibile. E questo a qualcuno può dare fastidio».
Il momento più difficile dei suoi 20 anni alla Cei?
«Lo vuole proprio sapere? Trasferirmi a Roma: per 26 anni avevo fatto il sacerdote a Reggio Emilia e per 3 anni il vescovo ausiliare della diocesi di Reggio e Guastalla. Quando venni nominato segretario della Cei mi sentii come un provinciale che deve improvvisamente allargare il suo orizzonte all’Italia».
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