Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 aprile con Carlo Cambi
Da sinistra: il designatore degli arbitri Gianluca Rocchi; il presidente della lega di serie A Paolo Dal Pino; il presidente della Figc Gabriele Gravina; il presidente dell'Aia Alfredo Trentalange; e il ceo della lega di serie A Luigi De Siervo; in occasione della presentazione alla stampa del centro Var della Lega di serie A realizzato a Lissone, Monza 4 Ottobre 2021 (Ansa)
L’inchiesta milanese ruota attorno a una faida tra fischietti che nel 2023 ha visto prevalere, grazie all’asse con l’ex presidente Figc Gabriele Gravina, il «partito» del designatore ora indagato. La denuncia dell’assistente Pasquale De Meo.
Per capire l’inchiesta della Procura di Milano su Gianluca Rocchi bisogna fare un passo indietro di almeno 3 anni, nel 2023, quando prima di Domenico Rocca un altro assistente arbitrale presentò un esposto in Figc. Si chiamava Pasquale De Meo. E anche in quel caso il procuratore federale Giuseppe Chinè decise di archiviare. Eppure, le accuse erano le stesse sui cui si sta sviluppando l’indagine di oggi.
Il fascicolo del pubblico ministero Maurizio Ascione, dopo quasi un anno di accertamenti, non sembra ruotare soltanto attorno a un errore arbitrale o a una decisione Var. Tocca da vicino il governo delle designazioni, i rapporti interni alla classe arbitrale, il potere di scegliere chi mandare sulle partite decisive e chi tenere lontano. Rocchi, designatore degli arbitri di Serie A e B ora autosospeso, è indagato per concorso in frode sportiva; con lui compare anche Andrea Gervasoni, supervisore Var, mentre Daniele Paterna, al Var in Udinese-Parma, è finito sotto indagine per falsa testimonianza dopo essere stato ascoltato dal pm sulla vicenda di Lissone. Al centro ci sono la presunta interferenza nella sala Var sul rigore assegnato all’Udinese, Bologna-Inter e la designazione di Andrea Colombo, ritenuto dall’accusa arbitro «gradito» all’Inter, e il caso Daniele Doveri, «schermato» nella semifinale di ritorno di Coppa Italia per evitare che potesse dirigere gare successive più delicate per i nerazzurri.
Sul caso Doveri si misura la delicatezza dell’indagine. La Procura guarda a ciò che sarebbe accaduto attorno al 2 aprile 2025 proprio al Meazza, giorno dell’andata di Coppa Italia a San Siro tra Milan e Inter, quando si sarebbe discusso della designazione per il ritorno del 23 aprile. L’ipotesi è che Rocchi, «in concorso con più persone», abbia contribuito a collocare Doveri su quella semifinale per «schermarlo», cioè per evitare che potesse poi essere scelto per gare ancora più decisive dell’Inter. Ma qui la ricostruzione si complica: appena tre giorni dopo, il 5 aprile, Doveri arbitra proprio Parma-Inter, finita 2-2.
È proprio su questo punto che la difesa attacca. L’avvocato di Rocchi, Antonio D’Avirro, che deve ancora decidere se far rispondere il designatore al pm o avvalersi della facoltà di non rispondere, sentito dall’Agi definisce le contestazioni «generiche»: se si parla di concorso, sostiene, vanno indicati anche gli altri soggetti; se si ipotizza un accordo, bisogna dire con chi. È uno dei nodi che il pm Maurizio Ascione dovrà sciogliere con atti, testimonianze, presenze, chat e riscontri nelle prossime settimane.
Se il 2 aprile a San Siro ci fossero stati dirigenti dell’Inter, la loro semplice presenza non basterebbe: conterebbe il ruolo avuto. Solo un eventuale accordo per orientare la designazione di Doveri o ottenere arbitri «graditi» potrebbe aprire un procedimento per illecito sportivo, con rischi pesanti per il club, dalla penalizzazione fino alla retrocessione.
L’Inter respinge ogni ombra. Il presidente Giuseppe Marotta dice di essere «meravigliato»: «Non abbiamo un elenco di arbitri graditi e arbitri non graditi. Assolutamente no». Poi ricorda il rigore non dato in Inter-Roma e rivendica: «Siamo forti della nostra correttezza. Giocatori, squadra e società: siamo tutti molto tranquilli».
Di certo questa inchiesta affonda le radici in una guerra vecchia di almeno tre anni. Una battaglia cominciata nel 2023, quando dentro il calcio italiano si decide chi avrebbe controllato davvero la classe arbitrale. Da una parte Alfredo Trentalange, ex presidente dell’Aia, che spingeva per un’associazione più autonoma dalla Figc: autonomia gestionale, amministrativa, economica e finanziaria. Dall’altra Gabriele Gravina, presidente della Federcalcio, deciso a tenere gli arbitri dentro il perimetro federale. Quella battaglia la vince Gravina. Trentalange viene travolto dal caso Rosario D’Onofrio, lascia la presidenza dell’Aia, viene colpito sportivamente e poi assolto. Ma politicamente il danno è già fatto: l’uomo dell’autonomia è fuori, il sistema torna nelle mani del Palazzo. In quel vuoto Rocchi diventa il perno tecnico della nuova stagione arbitrale: l’uomo delle designazioni, delle carriere, delle promozioni e delle dismissioni. L’asse con Gravina è fortissimo.
È qui che entra in scena De Meo. Assistente arbitrale foggiano, cresciuto dentro l’Aia, è uno che conosce bene il linguaggio vero del potere arbitrale: designazioni, osservatori, voti, raduni, relazioni, organi tecnici. Prima ancora di Domenico Rocca, è lui a mettere per iscritto una denuncia che racconta il funzionamento interno del sistema. Succede tutto dopo Milan-Empoli, 7 aprile 2023, una partita anonima, finita 0-0. Ma è nello spogliatoio di San Siro che, secondo De Meo, si accende la miccia.
Dopo la gara, davanti alla quaterna arbitrale (Matteo Marcenaro, Luca Mondin, Pasquale De Meo e Antonio Rapuano) l’osservatore Claudio Puglisi si lascia andare a uno sfogo. Parla delle proprie designazioni, delle gare di Serie B e Serie C, di una carriera che a suo dire sarebbe stata frenata dagli «amici di Torino». Per De Meo non è una battuta da spogliatoio. È il segnale che dentro l’Aia la guerra tra correnti è entrata perfino nel colloquio di valutazione dopo una partita. Decide di scrivere.
Il suo è un fascicolo che racconta molto più di uno sfogo. Pasquale De Meo denuncia la telefonata durissima di Daniele Orsato dopo la segnalazione su Claudio Puglisi: secondo il suo racconto, Orsato lo avrebbe accusato di non sapersi comportare e gli avrebbe intimato: «Non rivolgermi più la parola». Poi il confronto di Coverciano con la Commissione Can, il ruolo sempre di Rocchi e Gervasoni, la sospensione per il servizio Ncc e l’episodio con Paolo Valeri, che secondo De Meo lo avrebbe accusato di vicinanza a Trentalange.
La frase che resta è quella che gli avrebbe rivolto Rocchi: «Chi ti manda in campo? Sono io». Poi, continua: «Chi decide le designazioni decide chi lavora, chi cresce, chi viene protetto e chi resta fermo. Chi controlla i voti controlla graduatorie, carriere e anche il dissenso».
Il procuratore federale Giuseppe Chinè archivia. Due anni dopo arriva l’esposto di Rocca: voti ritoccati, graduatorie manipolate, assistenti salvati o affossati. È la stessa solfa. De Meo e Rocca parlano, vengono archiviati e poi fatti fuori. Dopo l’inchiesta milanese si ritrovano su Facebook, dove De Meo scrive: «Solo noi sappiamo quello che abbiamo vissuto». Intanto la Lega chiede di commissariare la Figc.
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L'ambasciatore Gian Lorenzo Cornado a Palazzo Chigi (Ansa)
Il Servizio sanitario italiano non copre i trattamenti alle vittime di gravi bruciature. Pronta una risoluzione per colmare la lacuna. Giorgio Mulè: «Tutela piena e immediata».
La burocrazia schiaccia ogni senso di umanità, nella tragedia di Crans-Montana ridotta oggi a triste vicenda contabile. La Svizzera continua a sbatterci in faccia le fatture da pagare per le cure mediche prestate a quattro italiani rimasti ustionati nel rogo del Constellation: 108.000 euro, per qualche ora di ricovero. Una cifra destinata a salire vertiginosamente, quando arriverà il grosso delle fatture svizzere riguardanti gli altri ricoveri, fatture delle quali nessuno conosce l’importo. Ma si parla già di cifre monstre, su cui gli elvetici batteranno cassa, senza sconti. Una pretesa giudicata «ignobile» dal premier Giorgia Meloni, e «abominevole» dal presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana.
L’Italia non sgancerà un euro alla Svizzera, dice in sostanza l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado. Che respinge al mittente anche le frasi pronunciate sulla tv elvetica dal direttore dell’Ufficio federale assicurazioni sociali, Doris Bianchi. La quale, con la freddezza di un ragioniere, ha invitato l’Italia a presentare l’estratto conto dei pazienti svizzeri curati sul nostro territorio, come hanno fatto loro con noi. Per capire le grandezze, ci siamo fatti aiutare dal professor Baruffaldi Preis, direttore di quella perla d’eccellenza che è il centro ustioni del Niguarda: «Credo che quei soldi si possano dare alla Svizzera», ci dice, «solo dopo che la Svizzera ci avrà rimborsato 1 milione e 800.000 euro per le spese relative ai due pazienti elvetici curati in Italia».
In attesa di uscire dal pantano diplomatico, le famiglie colpite dal dramma di Crans devono superare un altro scoglio, stavolta tutto italiano. Superata la fase acuta del ricovero, infatti, c’è il problema delle cure post-degenza, che non sono coperte dal Servizio sanitario nazionale. Parliamo di cure complesse e prolungate: presidi per il controllo delle cicatrici, dispositivi, guaine compressive, tutori articolari, e poi la riabilitazione e il sostegno psicologico. Problemi che nei casi più gravi devono essere gestiti per tutta la vita. E il rischio, stavolta, è che siano le stesse famiglie dei ragazzi ustionati a dover metter mano al portafoglio per potersi curare.
La lacuna normativa non è nuova, ne ha lungamente parlato l’onorevole Lucia Annibali, e lo choc di Crans-Montana riporta la questione in primo piano. La malattia da ustione, infatti, non rientra nell’elenco dei livelli essenziali di assistenza, e dunque non sono previste esenzioni uniformi a livello nazionale per il trattamento post-ospedaliero. Secondo Maria Tridico, in prima linea nell’Associazione bambini ustionati, «le creme che usiamo sono considerate “estetiche”, e quindi a totale carico del cittadino. E le terapie sono considerate alla stregua di una smagliatura da eliminare o una ruga da appianare».
Il tema è stato sollevato qualche giorno fa anche da Eleonora Palmieri, la veterinaria di 23 anni riminese sopravvissuta al rogo: «Devo stare attenta a non prendere il sole sulla guancia, perché le ustioni non sono riconosciute come malattia grave. Le creme in particolare sono a carico nostro e la fisioterapia non basta mai. Tutto ciò grava sulle spalle di chi è stato ferito».
Per correre ai ripari ed evitare che si perpetui l’assurdo, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, insieme al presidente della commissione Affari sociali Ugo Cappellacci, ha depositato una risoluzione che impegna il governo a garantire la «gratuità totale» delle spese connesse alle ustioni per i sopravvissuti di Crans-Montana. «Sono cifre importanti per le famiglie colpite, che possono arrivare a 2.000 euro al mese», dice Mulè alla Verità, «vogliamo assicurare uno “status eccezionale” alle vittime, che comporti una tutela piena e immediata, in considerazione dell’eccezionalità dell’evento. Inoltre, occorre riconoscere la malattia da ustione come patologia cronica e rara, per ottenere l’esenzione dalle spese in tutta Italia. Entro un mese si può concludere l’approvazione». «Servono regole uniformi su tutto il territorio», aggiunge Cappellacci, «le cure di questo tipo non possono dipendere dal codice di avviamento postale».
Beatrice Venezi (Ansa)
Il direttore aveva rinfacciato ai musicisti di «passarsi i posti di padre in figlio». Il ministro Alessandro Giuli prende atto della decisione.
Beatrice Venezi non è più direttore d’orchestra del teatro La Fenice. A renderlo noto, nel pomeriggio di ieri, è stata la stessa Fondazione Teatro La Fenice, attraverso il sovrintendente Nicola Colabianchi, che in una nota ha fatto presente di aver stabilito di «annullare tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi». Una decisione grave, prosegue il comunicato, «maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione Teatro La Fenice e della sua orchestra».
La scelta del termine «anche» lascia intendere come il clima - e non era certo un segreto - fosse pesante da un pezzo; tuttavia il riferimento alle «gravi dichiarazioni pubbliche del maestro» è stato da tutti letto alla luce dell’intervista rilasciata da Venezi pochi giorni fa, il 23 aprile, al quotidiano argentino La Nacion. In quell’occasione il maestro si è tolta più di un sassolino dalla scarpa, denunciando il nepotismo che caratterizza il suo ambito professionale e, a quanto pare, la stessa Fenice. «Anche Diego Matheuz la diresse a soli 26 anni, per quanto era un protetto di Abbado», aveva dichiarato, subito puntualizzando: «Io non ho padrini, questa è la differenza. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio».
Parole che hanno subito sollevato un polverone e che hanno visto lo stesso Colabianchi correre a prenderne le distanze: «Naturalmente non condivido le affermazioni del maestro Venezi, in quanto conosco l’orchestra, ho avuto modo di conoscerla e di apprezzarne le qualità». Ciò nonostante, il sovrintendente - che dopo la sua decisione ieri ha ottenuto «piena fiducia» del ministro della Cultura, Alessandro Giuli - è stato a sua volta travolto dalle polemiche come dimostra quanto accaduto al teatro venerdì scorso quando, poco prima dell’inizio del concerto che aveva la conduzione di Alpesh Chauhan, dal pubblico si è levato un coro di proteste con tanto di lancio di volantini e di urla inequivocabili: «Colabianchi dimettiti».
Ora, in un contesto tanto arroventato, l’allontanamento di Beatrice Venezi non si può dire rappresenti un fulmine a ciel sereno. Lo fa capire anche la nota diffusa dal segretario generale della Cgil Venezia Daniele Giordano, secondo cui la decisione presa era «l’unica scelta possibile». Di più: secondo Giordano a tale epilogo si è arrivati «tardi» poiché, che le cose dovessero finire in questo modo, «era evidente fin dall’inizio: una nomina sbagliata, inadeguata e contestata da lavoratori, lavoratrici e professori d’orchestra del teatro». Un giudizio duro ma che conferma come per Venezi, e non certo per sua colpa, il clima sia stato totalmente ostile - se non irrespirabile - fin dall’inizio.
Non appena, infatti, il 22 settembre scorso era stata resa nota la sua nomina, ecco che gli orchestrali del Teatro La Fenice avevano subito abbandonato gli strumenti salendo immediatamente sulle barricate. Lo avevano fatto inviando a Colabianchi una lettera in cui, senza troppi giri di parole, chiedevano la revoca di una decisione a favore di un direttore, a loro dire, privo di prestigio adeguato e la cui nomina in sole 24 ore pare avesse già provato «disdette da parte di abbonati storici», arrecando «un danno non solo economico per il Teatro, ma soprattutto d’immagine e di credibilità».
Se il buongiorno si vede dal mattino, quello veneziano di Venezi, nonostante l’affinità terminologica, non si dire sia stato dei più accoglienti. Poi di certo non ha aiutato un altro aspetto che in tutta questa vicenda non può non aver pesato, vale a dire il fatto che il maestro sia di simpatie conservatrici e vicina al centrodestra. Il che, pure questo va detto, è un peccato mortale agli occhi di tutto un sistema culturale, Marcello Veneziani direbbe cupola, che ritiene che la cultura, e quindi anche l’arte e la musica, siano affar suo. Con la conseguenza che chiunque osi accostarsi ad incarichi in teatri, palchi, biblioteche o musei senza aver in tasca un tesserino ben preciso viene immediatamente percepito come corpo estraneo, se non come usurpatore.
Alla luce di tali premesse, pur con tutta la buona volontà, è dura immaginare che le continue polemiche che hanno accompagnato, fino a ieri, la direzione di Beatrice Venezi alla Fenice siano state cercate da lei. Ben più plausibile appare l’ipotesi d’un feeling duro a nascere e che, col maestro colpevole di non guardare a sinistra, forse mai avrebbe potuto farlo.
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