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Guido Crosetto e Maurizio Belpietro
,Il ministro della Difesa Guido Crosetto intervistato dal direttore Maurizio Belpietro al Giorno della Verità spiega: «Nessun problema con Giorgetti, mai litigato con lui fondi per la Difesa».
Per gli Usa non esiste alcuna ragione per lamentarsi dell'Italia. Il ministro della Difesa liquida così la questione Roma Washington e la presunta rottura dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump dovuta alla famosa telefonata sfogo del presidente degli Stati Uniti. Crosetto, incalzato dal direttore Belpietro, ha riconosciuto che esiste da parte degli Stati Uniti un malessere dovuto al fatto che l'Europa negli ultimi anni ha speso troppo poco per la Difesa. Un argomento che però «aveva già sollevato Obama prima e Biden poi, prima di lui». Crosetto ha spiegato che non esiste l'impegno di portare le spese per la difesa al 3,5% e che «il 5 comprende la parte di sicurezza, quindi le forze di polizia. Un impegno fatto al 2035. L'impegno che esiste è preso dal Parlamento: un aumento dello 0,15 ogni anno». E «quest'anno non c'è stato», ha riconosciuto il ministro, spiegando: mi è chiaro: «non siamo usciti dalla procedura di infrazione». Crosetto ha però detto di aspettarsi che nella finanziaria del prossimo anno «l'impegno che ci siamo presi, che ripeto non è il 3,5, ma è lo 0,15 per anno, sarà portato avanti. Il ministro si è detto convinto che «Giorgetti è assolutamente consapevole di questa cosa».
In questa occasione a Belpietro spiega che con Giorgetti non c'è alcun tipo di discussione e non c'è mai stata. «So che Giancarlo (Giorgetti, ndr) sa perfettamente quali sarebbero le cose che io vorrei. Io so perfettamente quali sono le cose che lui può fare e i tempi con cui può farle, per cui è impossibile che noi litighiamo» ma «sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Poi si chiede: «I paesi del nord e est Europa sono spaventati da Putin, non so se a torto o a ragione, ma stanno spendendo in difesa più di chiunque altro. Putin arriverà a 2,4 milioni di soldati. Qualcuno mi deve spiegare a cosa servono visto che sono troppi anche per l'Ucraina».
Per Crosetto le crisi e le guerre sono dovute alla «sfida degli Usa con la Cina, iniziata 15-20 anni che sta arrivando a un punto di rottura". D'altro canto la guerra ha cambiato faccia e questa sfida «sarà sempre di più sull'intelligenza artificiale, chi arriva prima, sulla quantistica, sul computer quantistico, sullo spazio», ha detto Crosetto, osservando che la Cina ha «un'unica regia e un unico attore che è lo Stato", con una strategia centrale e investimenti massicci. Gli Stati uniti, al contrario, stanno fondando una parte della propria risposta su grandi multinazionali tecnologiche, alcune delle quali hanno ormai capacità superiori a quelle degli Stati. «Perché è la prima volta nella storia dell'umanità che ci sono aziende private che dispongono di strumenti tecnologici superiori a quelli di cui dispongono gli Stati» ha precisato Crosetto, riferendosi a Space X di Elon Musk. Per Crosetto il nodo per Trump resta Israele, perché «la capacità militare di Israele non può reggere senza l'aiuto degli Usa. Israele è ossessionato dall'eliminazione di Hezbollah in Libano. Ma eliminare Hezbollah significa eliminare il Libano. Quindi non è possibile».
Maurizio Belpietro e Giuseppe Conte
Il presidente del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte intervistato dal direttore Maurizio Belpietro spiega che il Movimento 5 stelle sta lavorando a un programma con Avs e Pd e che attualmente il centro non è coinvolto: «poi si vedrà».
«Sono l'unico dell'opposizione oggi», esordisce scherzando, «mi sento responsabilizzato». Il direttore inizia chiedendogli un commento della notizia del giorno: la pubblicazione della telefonata in cui Trump diceva di provare pena per Giorgia Meloni. «Io penso che il Paese intero deve unirsi nel respingere gli attacchi fatti al governo. Chiunque sieda a Palazzo Chigi. Dopodiché mi sento di aprire una riflessione. Io ho una tesi: si è raccontata la storia che l'Italia fosse ritornata centrale, Italia pontiera. Una narrazione che io non riscontravo, si confondeva la diplomazia con l’affinità politica. Noi non abbiamo ottenuto nulla da Washington ma abbiamo comprato armi, gas liquido».
Quando il direttore gli contesta che Meloni non è stata l'unico leader ad essere attaccato risponde: «Il problema è che Crosetto ha cambiato idea sulla spesa al 5% del Pil in Difesa, doveva dirlo subito invece che non si poteva fare, perché non si può perdere la faccia. Meloni se voleva puntare sull’affinità ideologica, doveva dire che queste condizioni non si potevano accettare». Sui rapporti commerciali, l'export in crescita con gli Stati Uniti nonostante i dazi americano resta evasivo e dice: «A me ha colpito che dopo il bilaterale a Washington Meloni ha sottoscritto una dichiarazione congiunta in cui si scriveva che l’Italia avrebbe rilanciato la marina mercantile americana, una follia. Lei paga il fatto di aver proposto Trump premio Nobel per la pace. Paga il fatto di aver dichiarato che in Venezuela si trattava di legittima difesa».
Ma è portato sulle questioni interne che dà la notizia. Interrogato sulla foto dei leader senza Matteo Renzi: «Non era la prima volta che facevamo riunioni senza Renzi. Ci siamo trovati a fare proposte di legge insieme: salario minimo, congedo paritario. Io ho presentato una legge sul conflitto di interessi che era condivisa da queste forze. Quello è un formato naturale, quella era una foto che abbiamo deciso di pubblicare per farvi parlare. Ma ci siamo incontrati altre volte. Volevamo anticipare che l’8 e il 15 luglio saremo in una città del Nord per sintetizzare il lavoro fatto. Sempre lo stesso formato: Avs, M5s, Pd. Stiamo lavorando al programma e dopo l’estate vedremo chi coinvolgere…».
«Insomma Renzi sì o no?», chiede il direttore. «Ora è il tempo del programma, dopo si capirà chi coinvolgere in questo programma».
Chi è il leader di questo programma? Lei? «Sulle primarie tanti esponenti del Pd e anche Schlein si sono espressi a favore. A quel punto ho acconsentito e poi c’è stata qualche titubanza…», risponde, aggiungendo che non accetterà altri incarichi come la presidenza del Senato per fare un passo indietro.
E sul lavoro fatto da premier praticamente ammette che non rifarebbe nulla: non farebbe il Superbonus, che non ha funzionato perché è stato gestito male e, a suo avviso, ne vengono nascosti i dati. Anche il reddito di cittadinanza «lo modificherei», ammette.
La patrimoniale? «L’ho studiata, ma non funziona. Negli altri Paesi non ha funzionato. È una formula bellissima, ma non si valuta facilmente un patrimonio, per questo non credo alla patrimoniale».
Sanzioni alla Russia, cosa ne pensa? «Io dico di no. Condanniamo l’invasione e abbiamo condiviso tutte le sanzioni, siamo contro l’invio di armi».
Vuole un negoziatore europeo? «Deve rappresentare tutti. Non deve essere Londra o Parigi o Berlino a negoziare. Oggi non è accettabile comprare gas russo se non dopo un accordo di pace».
Commissione Covid, perché la contestate tanto? «Ci sembra una presa in giro e mal impostata fin dall’inizio. Non dovete azzardarvi ad accostare il mio nome a un illecito che finora non è neanche stato dimostrato».
Veniamo alle cose di casa nostra. Ripeterebbe la frase «ristrutturate la casa gratis»? «Sul territorio spiegavo come funzionava. Avete ricostruito per me un ruolo di spreco dei soldi pubblici».
«Se rifarei il Superbonus? No. Dobbiamo essere seri. È stato vagliato anche da Tremonti, è stato lanciato in pandemia, oggi non siamo più in queste condizioni. La commissione Covid? L’hanno gestita male e, nella sua sintesi, nascondono i dati».
2026-06-23
Tajani: «La pace non si può fare senza l’Europa. Serve un inviato Ue per trattare con Putin»
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Il direttore de «La Verità» Maurizio Belpietro e il ministro degli Esteri Antonio Tajani
Dal palco de Il Giorno della Verità, il vicepremier difende l’alleanza transatlantica: «Le offese a Meloni sono inaccettabili. Con gli Usa alleati a prescindere da chi governa». E su Vannacci: «Non capisco perché si sia messo contro il centrodestra, la coalizione resta solida».
La terza edizione de Il giorno della Verità si è aperta con l'intervista del direttore Maurizio Belpietro al ministro degli Esteri Antonio Tajani. In merito allo scontro degli ultimi giorni fra Meloni e Trump, Tajani ha ribadito come sia «inaccettabile che vi siano offese nei confronti della premier». Eppure, ha sottolineato che «dobbiamo preservare la nostra alleanza con gli Usa: non possiamo pensare di dividere l'Occidente, che deve essere sempre più unito di fronte alle sfide odierne con Russia, CIna, India. Altrimenti sarà difficile essere competitivi da soli. Anche gli Usa hanno bisogno di noi: ricordiamo che l'Italia è la seconda manifattura europea».
Sempre riguardo alla querelle con gli Stati Uniti, il ministro degli Esteri ritiene che «non bisogna fare la guerra a nessuno, ma dobbiamo farci rispettare. Abbiamo dato dei segnali politici forti, annullando la mia missione negli Usa. Continuiamo comunque a lavorare su tutti i dossier che riguardano le materie prime e la Nato. Guardiamo avanti come alleati».
Belpietro ha introdotto quindi la situazione del conflitto russo-ucraino, in vista di un possibile accordo di pace. «Bisogna trovare una figura che parli per tutti. Ma dobbiamo sceglierla noi, non Putin. E deve essere una figura credibile a livello istituzionale, possibilmente che abbia buone relazioni con il Cremlino», sostiene Tajani. Sul gas russo, l'Italia deve rimanere coerente con quanto ha scelto secondo il ministro degli Esteri: «Abbiamo fatto una scelta e dobbiamo essere coerenti, abbiamo alternative e le stiamo perseguendo. Lavoreremo anche sul nucleare. Ma se vogliamo spingere Putin a sedersi al tavolo, bisogna mandargli dei messaggi chiari. Non può valere la regola del più forte».
A livello geopolitico, Tajani ha ribadito con vigore la posizione in cui l'Italia si colloca sullo scacchiere geopolitico: «Non abbiamo alternativa all'Europa, non possiamo competere a livello globale con Cina, Usa, Russia. L'Europa, oltretutto, condivide le radici comuni cristiane. Il problema è che manca di una leadership forte. L'Italia, in questo contesto, è il Paese più stabile: si tratta del secondo governo più longevo di tutti i tempi. Per migliorare come Unione europea, dobbiamo creare un mercato unico dei capitali e dell'energia.»
Il soggetto si è poi spostato sulla politica interna, in particolare su Roberto Vannacci e il suo partito, Futuro nazionale, come nuovo soggetto politico: La coalizione di centrodestra si è sempre mostrata solida, anche se apparteniamo a famiglie diverse. Siamo un'alleanza strategica che offre all'elettorato opportunità e sfumature diverse con lo stesso obiettivo. Governiamo quindi bene insieme. Per quanto riguarda Vannacci, è lui che si è messo contro il centrodestra. Aveva detto che non avrebbe mai creato un nuovo partito, che era un'insinuazione di Conte e Schlein per dividere il centrodestra. Poi, invece, ha fatto tutto il contrario. È lui, quindi, che esclude qualsiasi alleanza con il centrodestra, perché fa il gioco della sinistra. Deve trovare un accordo con se stesso».
Il tema di un allargamento della coalizione verso il centro trova invece terreno fertile nella visione strategica di Forza Italia: «In alcuni casi è possibile, magari nelle grandi città. Aggregarsi aiuta a vincere le elezioni. Su alcune questioni abbiamo idee simili. Nello specifico, se a Milano ci fosse Cottarelli come civico potrebbe essere vincente, e mettere la sinistra all'opposizione dopo la pessima gestione dell'attuale giunta. Credo che nel capoluogo lombardo serva proprio un alleato civico che allarghi i confini del centrodestra».
Infine, il direttore della Verità chiama in causa il presunto conflitto di Tajani con la famiglia Berlusconi. «Assolutamente no, sono i giornali di sinistra che cercano di mettere in risalto qualsiasi cosa come se fosse una guerra civile. In realtà» spiega il ministro «non c'è mai stata nessuna polemica. Ascolto i loro consigli perché forniscono idee preziose, perché hanno a cuore Forza Italia. Ma il mio compito è far sì che il partito vada avanti, non sia legato alla storia. Io sono stato la guida in questa fase e continuerò a esserlo».
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In un libro scritto da tre autori e in vendita su Amazon, la descrizione fedele delle prescrizioni coraniche contro gli infedeli e una possibile difesa. Discriminare non è una brutta parola, ma un atto necessario.
Questo libro contiene la scandalosa proposta di discriminare gli appartenenti a una religione sottoponendoli ad un questionario. Questo è considerato scandaloso.
È invece scandaloso che sia considerato scandaloso. Continuamente ci impongono di non discriminare. Discriminare è considerato il massimo dei crimini, il crimine assoluto che genera il secondo crimine assoluto, la non accoglienza indiscriminata di chiunque. La parola «discriminare» viene spesso percepita come qualcosa di negativo, quasi sinonimo di ingiustizia o esclusione. In realtà, il significato originario del termine è molto più neutro: discriminare significa distinguere, riconoscere differenze, scegliere. Ogni giorno compiamo atti di discriminazione nel senso più semplice e naturale del termine. Quando scegliamo un amico, un partner, un libro da leggere o un percorso professionale, stiamo inevitabilmente preferendo un’opzione rispetto ad altre. Se una persona afferma di amare qualcuno, sta implicitamente scegliendo quella persona a scapito delle altre. In questo senso discrimina, cioè distingue e seleziona. Senza la capacità di discriminare non esisterebbero il giudizio, il gusto personale, le preferenze, la libertà di scelta e la libertà di restare vivi. Secondo l’ottica del non discriminare, alla festa di compleanno del bambino occorre invitare non i suoi amici, come sarebbe giusto, ma tutta la classe inclusi i due odiosi bulli che lo martirizzano e che renderanno la festa un incubo. Ciò che deve essere condannato, invece, non è la discriminazione in quanto tale, ma la discriminazione ingiusta, arbitraria o lesiva della dignità e dei diritti delle persone.
Un’altra cosa: la preferenza è un diritto umano e non deve essere giustificata. Preferisco avere vicini di casa con le mie usanze e soprattutto la mia religione, le stesse festività, gli stessi simboli perché mi semplifica la vita e mi dà un forte senso di affiliazione al gruppo. Non devo giustificarlo e non me ne devo scusare. Se accolgo una religione diversa dalla mia, usanze diverse, se accetto di convivere con lingue sconosciute, sto rinunciando al senso di affiliazione al gruppo e sto facendo uno sforzo enorme. Questo sforzo è fatica e in molti casi sofferenza, per esempio, per le persone anziane che si trovano sradicate nei loro stessi quartieri. Si tratta di uno sforzo che non ho nessun dovere di fare e per il quale esigo che mi sia data gratitudine, perché ogni gruppo etnico ha diritto a un luogo di affiliazione al gruppo dove ci siano la sua lingua e le sue usanze, dove la sua religione sia rispettata, e noi non facciamo eccezione. A maggior ragione ho il dovere di scegliere persone - che entrano nel mio paese e che cammineranno nelle strade dove io cammino - che non seguano religioni che contengano linee aggressive per me e per i miei discendenti, perché il mio primo dovere non è l’accoglienza, ma la sicurezza mia, dei miei amici, dei miei vicini di casa, della mia nazione e dei miei discendenti. Confondere ogni forma di scelta con una forma di oppressione significa privare le parole del loro significato e rendere impossibile qualsiasi valutazione. Discriminare, nel suo senso più autentico, è una funzione essenziale dell’intelligenza e della libertà umana. Il nostro diritto (o dovere?) di discriminare non dipende solo da dati statistici, che dimostrano come gli appartenenti alla religione islamica hanno un tasso di aggressività più alto degli altri gruppi: se questo avesse cause di tipo sociologico o economico, avrebbe comunque una serie di soluzioni e dovrebbe attenuarsi con le generazioni successive. Il nostro diritto (o dovere?) di discriminare nasce dall’analisi dei testi della teologia islamica. Nel momento in cui parliamo della violenza costitutiva dei testi islamici ci viene ricordato che la violenza esiste anche nella Bibbia. Ci sono differenze strutturali tra i testi che li rendono non comparabili.
[…] Nel Corano è specificato che ci sono vari modi per raggiungere il Paradiso, e che morire combattendo mentre si sterminano i nemici di Allah è quello che rende il fedele più vicino al cuore di Allah stesso. I musulmani morti curando gratis i lebbrosi, per esempio, sono meno santi di chi muore uccidendo per Allah. Il punto non è che alcuni musulmani siano terroristi (ed altri non lo siano): il punto è che ideologicamente l’islam è una cultura di aggressione, a cominciare dalla disumanizzazione del nemico, che viene equiparato alle scimmie (ebrei) ed ai maiali (cristiani). Ci sono milioni di musulmani non violenti, certo, ma il punto è che un musulmano non violento, secondo il Corano, non è un buon musulmano, come ci ha insegnato Khomeini. La stragrande maggioranza dei musulmani sono persone che non vogliono uccidere nessuno: senz’altro, come la maggioranza dei tedeschi vissuti in Germania tra il ‘35 e il ‘45 non voleva uccidere gli ebrei e soprattutto i bambini ebrei. Questo non ha salvato gli ebrei e nemmeno i loro bambini. La maggior parte dei turchi non voleva lo sterminio degli armeni, e meno che mai delle loro donne: questo non ha salvato gli armeni e nemmeno le loro donne. Perché una popolazione sia pericolosa non ho bisogno che sia costituita da una totalità di persone aggressive, nemmeno da una maggioranza di persone aggressive. Una minoranza del 3 o 4% è più che sufficiente una volta che eista un codice morale (o un libro sacro), che impedisca alla maggioranza pacifica di prendere posizione contro la violenza in maniera energica. La legge islamica, la sharia, è violenza anche se imposta con mezzi pacifici: per esempio votazioni democratiche.
[…] È cruciale assicurarsi che gli stranieri già presenti nel nostro territorio, e quelli che eventualmente arriveranno, non debbano in alcun modo costituire una minaccia all’incolumità dei nostri concittadini nonché ai principali valori della nostra convivenza civile. Negli Stati Uniti d’America si ottiene la residenza permanente - e, successivamente, la cittadinanza - se si sottoscrive un modulo federale, che termina con una dichiarazione giurata, dove si dichiara ad esempio di non essere mai stati condannati nel proprio Paese di origine, di non aver commesso crimini in genere anche se per essi non si è stati condannati, di non aver mai esercitato la prostituzione o la procura di essa, di non essere mai stati membri di un gruppo terrorista oppure iscritti al Partito Comunista e, nonostante sia oggi anagraficamente impossibile, di non aver mai preso parte attiva nello sterminio degli ebrei nella Germania nazista. Qualora, in un momento successivo, si scoprisse che l’applicante, al di là di ogni ragionevole dubbio, ha mentito anche ad una sola delle domande nel modulo federale, esso viene denunciato e condannato per spergiuro, falso ed altri reati, e ad esso viene tolto ogni diritto di risiedere negli Stati Uniti e, se già ottenuta, viene tolta la cittadinanza con divieto perpetuo di ingresso, e viene espulso a fine pena detentiva.
L’iniziativa qui proposta, che consiste in un disegno di legge che introduce un questionario in stile americano ai residenti di fede islamica, vuole aprire una discussione seria, non ideologica. Chiede di affermare che il pluralismo è possibile solo se tutti riconoscono il quadro comune. Nessuna libertà religiosa può trasformarsi in licenza di negare i diritti delle donne, di giustificare la violenza, di subordinare la coscienza individuale a un’autorità religiosa non controllabile. Su questo punto, le istituzioni e la società civile non possono più limitarsi a formule generiche di dialogo: devono esigere una presa di posizione chiara.
Lo scopo del disegno di legge è duplice. Da un lato, esso vuole essere uno strumento di chiarezza amministrativa e politica: chi si rapporta con lo Stato o riceve benefici pubblici deve dichiarare di riconoscere i principii minimi della convivenza democratica. Dall’altro, esso vuole rendere possibile una verifica di coerenza tra ciò che viene affermato pubblicamente e ciò che si insegna o si pratica in sede religiosa e comunitaria. Il questionario, in questa prospettiva, non è una provocazione fine a sé stessa. È un atto di responsabilità istituzionale. Chiede a chi aderisce a una comunità religiosa di dichiarare se accetta o meno punti che, in una Repubblica costituzionale, non possono essere negoziati: la parità di genere, la libertà di apostasia, il rifiuto della violenza come strumento di imposizione religiosa, il rispetto della legge civile come fonte ultima dell’ordine pubblico. Il disegno di legge, quindi, non sostituisce la fede né entra nella sfera delle convinzioni intime. Interviene invece quando la fede si traduce in comportamento pubblico, in organizzazione collettiva, in accesso a risorse o in influenza sui minori. In tali casi, la Repubblica ha diritto di chiedere una dichiarazione formale di adesione ai propri valori fondamentali.
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