
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2669210341.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2669210341" data-published-at="1726433634" data-use-pagination="False">
Nel riquadro: Franco Gattinoni, presidente Fto (Ansa)
Il presidente Fto (viaggi organizzati) Franco Gattinoni: «Ogni giorno quadro più grave, le agenzie hanno bassa profittabilità. Chiediamo aiuti, ma manca velocità decisionale».
Prenotazioni a rilento e disdette, agenzie turistiche sotto stress. «Se i voli dovessero diminuire, condizionando i flussi delle partenze e degli arrivi in Italia, c’è il rischio di un colpo di grazia per il settore. Le agenzie turistiche sono sopravvissute al Covid con grandi difficoltà, dimostrando capacità di gestione della crisi ma questa volta la situazione, se prolungata, potrebbe mettere a terra il comparto».
Franco Gattinoni, presidente del Fto, la Federazione del Turismo organizzato lancia l’allarme. «Abbiamo fatto presente al governo le problematiche degli esercizi, siamo stati ascoltati con attenzione ma ora alle parole dovrebbero seguire i fatti. Il settore non può essere lasciato da solo».
Avete una stima delle disdette?
«Un paio di settimane fa si è manifestato un rallentamento delle prenotazioni del 20% rispetto alla media stagionale poi salito al 30% e ora nella settimana di Pasqua c’è stato un lieve miglioramento ma siamo sempre al 20% in meno dello standard di questo periodo. Considerate che prima della guerra in Iran, le agenzie turistiche facevano un +6-7% di prenotazioni. Stiamo risentendo del calo delle prenotazioni americane che sono quelle più importanti per il comparto».
C’è chi dice che ci sarà una maggiore scoperta dell’Italia, come avvenuto subito dopo il lockdown, cosa ne pensa?
«È una stupidaggine colossale. Vorrei sapere su quali basi un turista dovrebbe pensare che l’Italia, pur essendo vicino all’area di guerra, dovrebbe essere più sicura di altre mete. Perché dovrebbe venire qui da noi invece che andare in Spagna, o in Brasile o in Giappone. Se poi si ritiene di poter salvare la stagione estiva solo con le presenze italiane si commette un altro errore. Se un connazionale rinuncia al viaggio oltre confine per paura di rimanere bloccato in un aeroporto e decide allora per una meta italiana, non risolve il problema del settore. Il turista che occupa gli alberghi di lusso del nostro Paese, che spende cifre importanti per fare shopping, mangiare e divertirsi, non è certo quello italiano. Se dovesse venire a mancare questo flusso di stranieri, o ridursi in modo consistente, per il turismo sarebbe una stangata».
Rischio chiusure?
«Non siamo ancora a questa emergenza ma ci stiamo avvicinando, perché ogni giorno che passa la situazione si aggrava e sembra senza via d’uscita e la stagione estiva, con l’anticipo delle belle temperature, è già iniziata. Le agenzie di viaggio non hanno un’alta profittabilità, non possono ammortizzare lunghi periodi di cali nelle prenotazioni. Siamo usciti dal Covid con le casse vuote ed è stato durissimo rimetterci in movimento. Poi abbiamo avuto due anni buoni, il movimento turistico è ripreso in modo importante, con numeri anche superiori alle previsioni e pensavamo di essere usciti definitivamente dal tunnel. Questa doccia gelata non ci voleva. Se le prenotazioni crollano, i costi fissi continuano a correre».
Quindi?
«Non possiamo lasciare i dipendenti a casa o non pagare gli affitti dei locali. Poi c’è il tema che la crisi avvantaggia gli operatori digitali che possono sopportare le cancellazioni perché non hanno gli oneri di un esercizio fisico e pagano le tasse all’estero anche extra Ue. Basta vedere quello che è successo con l’e-commerce, con Amazon, che hanno distrutto il commercio tradizionale provocando la chiusura di tanti piccoli esercizi commerciali di prossimità. Le agenzie di viaggio rischiano di fare la stessa fine. Non c’è tempo da perdere. Per questo abbiamo chiesto al governo un sostegno».
Che tipo di aiuti avete chiesto?
«Sarebbe necessario un supporto soprattutto per le piccole e medie imprese, magari solo per affrontare l’emergenza del momento. Il problema però è che non c’è velocità decisionale da parte del governo. Con il Covid gli aiuti sono arrivati un paio di anni dopo la pandemia e nel frattempo le agenzie hanno dovuto far fronte con soldi propri alla crisi. Per far fronte a questa ennesima situazione critica della quale non si intravede un’uscita in tempi brevi, sarebbe necessaria una qualsiasi forma di defiscalizzazione o un intervento sui contributi per i dipendenti. Si fa un gran parlare del valore strategico del turismo che rappresenta il 13% del Pil ma poi al momento di dare un supporto al settore di perde tempo».
Che tempi prevede?
«Le agenzie di viaggio hanno già raschiato il fondo del barile e con un altro mese di incertezza e di calo delle prenotazioni, rischiano il collasso. O di consegnare il comparto a operatori stranieri. L’abitudine dei governi è di curare il malato quando è morto. Ora la situazione è brutta ma non drammatica, continuano ad arrivare le prenotazioni anche se inferiori alla media stagionale. Ma se i voli dovessero subire un drastico ridimensionamento, allora sarebbe un guaio. Perdere l’estate significa perdere un periodo decisivo per ogni agenzia di viaggi. Non si può pensare di poter contare solo sul turismo interno. I grandi alberghi della Costa Smeralda hanno una clientela internazionale. Il ricco italiano che passa le vacanze in Sardegna, ha di solito una propria abitazione, non va nell’hotel cinque stelle lusso. Senza gli americani non andiamo da nessuna parte. Abbiamo già dovuto rinunciare ai russi, a causa della guerra. Sono questi i flussi che fanno business».
Continua a leggereRiduci
Christian Raimo (Imagoeconomica)
Frase choc del professore candidato per Avs: «Quando penso ai padroni delle abitazioni, mi viene in mente la ricina», ossia una tossina letale. Proprio come la Salis, vuole punire chi ha un tetto perché se l’è sudato.
Con un post su Facebook Christian Raimo, prof di liceo e scrittore che si muove tra attivismo, editoria e militanza, che ha amministrato la Cultura da assessore del Terzo municipio di Roma Capitale per poi candidarsi senza successo alle elezioni europee con Alleanza dei Verdi e Sinistra e che piace ai progressisti, è arrivato a teorizzare la strage dei proprietari di case.
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.
Continua a leggereRiduci
Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.
Donald Trump (Ansa)
La Repubblica islamica dice no alle proposte, ma rilancia con 10 punti. The Donald: «Passo in avanti, però non basta».
Sono ore di alta tensione quelle che sta attraversando la crisi iraniana. Stasera (alle ore 20 di Washington Dc), è prevista la scadenza dell’ultimatum fissato da Donald Trump: a meno che Teheran non riapra lo Stretto di Hormuz, il presidente statunitense, che domenica non ha escluso l’eventualità di schierare truppe di terra, si è detto pronto a colpire le infrastrutture energetiche della Repubblica islamica.
Uno scenario, questo, che ha innescato la dura reazione del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. «Le conseguenze di una situazione del genere non si limiteranno all’Iran e alla regione, ma avranno anche effetti devastanti sull’energia e sull’economia globali, per i quali la responsabilità ricadrà esclusivamente sui funzionari statunitensi e sugli aggressori», ha dichiarato, minacciando anche una «reazione decisa e completa» in caso di attacco americano.
Resta intanto avvolto nell’incertezza il destino del cessate il fuoco di 45 giorni di cui Stati Uniti e Iran starebbero discutendo attraverso la mediazione di vari attori regionali, a partire dal Pakistan. Da quanto si apprende, la tregua prevedrebbe che Teheran riapra gradualmente Hormuz, diminuendo anche le proprie scorte di uranio, mentre gli Usa sbloccherebbero miliardi di dollari di asset iraniani congelati. Nella seconda fase, si avvierebbero invece dei negoziati per un’intesa a lungo termine.
Ieri, Teheran ha respinto l’idea di un cessate il fuoco, dicendosi invece favorevole a una conclusione definitiva del conflitto. Nell’occasione, il regime khomeinista ha presentato dieci clausole, che trattano di vari argomenti: dalla revoca delle sanzioni alla ricostruzione postbellica, passando per il futuro dello Stretto di Hormuz. «Possiamo continuare la guerra finché le autorità politiche lo riterranno opportuno», ha dichiarato il portavoce dell’esercito di Teheran, Mohammad Akraminia.
«Hanno fatto una proposta, ed è una proposta significativa. È un passo significativo. Non è sufficiente, ma è un passo molto significativo», ha detto ieri Trump, riferendosi alla controproposta iraniana. «Hanno fatto un passo avanti, sono in trattativa. Vedremo cosa succederà», ha aggiunto, aprendo così uno spiraglio diplomatico. «Il primo regime è stato rovesciato, il secondo regime è stato rovesciato. Ora il terzo gruppo di persone con cui abbiamo a che fare non è così radicalizzato e pensiamo che siano in realtà molto più intelligenti», ha proseguito, per poi ribadire che oggi scadrà l’ultimatum relativo alla riapertura di Hormuz. «Non posso parlare di cessate il fuoco, ma posso dirvi che dall’altra parte abbiamo un partecipante attivo e disponibile. Vorrebbero raggiungere un accordo. Non posso dire altro», ha continuato.
Il presidente americano ha altresì sottolineato che il suo vice, JD Vance, «potrebbe» essere coinvolto in eventuali colloqui diretti tra Washington e Teheran. «L’intero Paese può essere messo fuori combattimento in una sola notte», ha detto Trump durante una conferenza stampa dedicata allo storico salvataggio dei piloti statunitensi in Iran. «E quella notte potrebbe essere domani sera», ha proseguito, riferendosi alla scadenza dell’ultimatum. «Nell’esercito degli Stati Uniti non lasciamo indietro nessun americano», ha anche detto, elogiando l’operazione di salvataggio dei piloti, per poi tornare a dirsi «molto deluso» dal comportamento dell’Alleanza atlantica. Il presidente ha inoltre espresso notevole interesse nei confronti del greggio iraniano.
Insomma, la situazione generale resta appesa a un filo. Il regime khomeinista è internamente spaccato tra un’ala dialogante (che fa capo al presidente Masoud Pezeshkian) e una battagliera, che è legata ai pasdaran: quegli stessi pasdaran che, proprio ieri, hanno annunciato che la situazione a Hormuz «non tornerà mai più allo stato precedente, soprattutto per gli Stati Uniti e Israele». Non è un caso che Israele e Stati Uniti stiano continuando ad aumentare la pressione militare sulle Guardie della rivoluzione: è in questo quadro che, sempre ieri, lo Stato ebraico ha reso nota l’eliminazione del capo dell’intelligence dei pasdaran, Majid Khademi.
Dall’altra parte, Trump sta cercando di accelerare la conclusione del conflitto, essendo preoccupato per il notevole aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti: il che rappresenta potenzialmente un problema rilevante per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Tuttavia, oltre alla linea dura dei pasdaran, il presidente americano deve far fronte anche allo scetticismo di alcuni alleati. Secondo Channel 12, l’altro ieri Benjamin Netanyahu avrebbe sconsigliato a Trump di raggiungere un accordo di cessate il fuoco con gli iraniani: una prospettiva, quella del premier israeliano, che sarebbe condivisa anche da sauditi ed emiratini. Di contro, Pakistan e Turchia spingono per la soluzione diplomatica. «Ci stiamo impegnando per cogliere ogni opportunità, per quanto piccola, affinché le ostilità cessino e si aprano i negoziati», ha affermato ieri Recep Tayyip Erdogan. «Il governo israeliano ha continuato a minare tutte le iniziative volte a porre fine alla guerra», ha aggiunto il presidente turco.
Del resto, anche all’interno dell’amministrazione americana si registra una dialettica sotterranea. Se il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è scettico verso una tregua, di tutt’altro avviso appare Vance che, come abbiamo visto, sta assumendo un ruolo centrale nell’iniziativa diplomatica con cui la Casa Bianca sta cercando di chiudere il conflitto con Teheran.
Continua a leggereRiduci






