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(Getty Images)
Serviva la Procura per scoprire che le strade son piene di fattorini sottopagati. Mentre sinistra, sindacato e Caritas predicano accoglienza, ma non vedono lo sfruttamento.
Mi sono sempre chiesto perché la sinistra, il sindacato e la Chiesa non abbiano mai sposato la causa dei migranti sfruttati. Parlano ogni giorno di accoglienza, ma poi, pur avendo quotidianamente sotto gli occhi il moderno schiavismo cui sono condannati molti stranieri che giungono in Italia, fanno finta di niente. Ma non le vedono la sera le migliaia di fattorini del cibo prêt-à-porter che rischiano la vita pedalando contromano senza fermarsi a stop e semafori?
Eppure, in tanti anni di governo del centrosinistra, non è stata varata alcuna legge che impedisse lo sfruttamento dei cosiddetti «rider». Né è stato proclamato uno sciopero generale dalla Cgil di Maurizio Landini per bloccare i fattorini delle pizze. E la Caritas, sempre pronta a sposare la causa degli extracomunitari, ha forse predicato contro la nuova schiavitù del cibo a domicilio? No, loro sono per l’accoglienza senza se e senza ma. Però poi i ma li vediamo ogni giorno arrancare sotto il sole e la pioggia, lungo le strade delle nostre città.
Lo ammetto: non ho mai ordinato neppure una margherita tramite Glovo, Deliveroo o Just eat. Ho sempre guardato i borsoni lerci in cui viene riposto il cibo fumante con parecchio ribrezzo, pensando a quanti germi possano contenere (ma i Nas dove sono?). E ho sempre osservato con compassione gli extracomunitari che bivaccano fuori da pizzerie e fast food in attesa di un ordine. Non per snobismo, ma per realismo: i postini del food sono la conseguenza della comodità di chi aspira a mangiare senza toccare la cucina e senza uscire di casa. La sinistra si riempie spesso la bocca dicendo di voler difendere i più umili e ci fu un ministro che pianse sostenendo di aver abolito il caporalato, ma, come quell’altro ministro che annunciò l’abolizione della povertà, sotto la legge niente. Lo sfruttamento ha cambiato pelle e dalle campagne è arrivato in città. Due euro e mezzo a consegna, con un algoritmo che determina i tempi, trasformando i postini del cibo in cottimisti, ovvero moderni schiavi che percorrono le strade senza badare né alle condizioni atmosferiche né ai segnali stradali. Per loro il tempo è denaro: un esercito di poveri (secondo le stime sarebbero 60.000) che alimenta un business miliardario. Un’indagine della Confcommercio rivela che le sole consegne dei ristoranti valgono 2,5 miliardi l’anno e se si aggiungono quelle dei supermercati e dei negozi specializzati si sfiorano i 5. Di questa montagna di soldi però al fattorino finiscono in tasca gli spiccioli: 4 euro lordi, su uno scontrino medio di 30 euro, con un ricavo per pizzerie e fast food che arriva a 20 euro: il resto lo intasca la piattaforma. E il cliente? Tutto si gioca sul fatto che il consumatore non paga. Ordina, riceve, ma non gli viene applicata una tariffa per la consegna: quella è gratis. Il rovescio della medaglia è che per tenere in piedi l’Amazon del food bisogna sfruttare l’ultimo anello della catena di montaggio, ovvero chi porta a destinazione la pizza. Strano che i compagni, in giacca, cravatta o clergyman, nonostante siano sempre pronti a parlare di salario minimo, di diritti dei lavoratori, di tutela per i più deboli, non se ne siano accorti. Scioperi all’arrivo di ogni weekend per la Palestina, neppure uno per gli schiavi del sabato sera.
C’è voluta un’inchiesta della Procura di Milano per stabilire che i 40.000 rider di Glovo sono sfruttati. E un’altra inchiesta degli stessi pm per accorgersi che Deliveroo usava dei fattorini considerandoli non dipendenti, da retribuire con Tfr, malattia, ferie, ma lavoratori autonomi pagati a consegna: più ne fanno e più incassano. E se si ammalano, se pedalando sempre più in fretta per guadagnare di più finiscono sotto un’auto, sono fatti loro.
La realtà è che quando si parla di accoglienza facciamo finta di non vedere che gli accolti finiscono spesso per fare lavori sottopagati. Vivono ai margini delle nostre città. Qualcuno trova impiego nel mercato dello spaccio, altri, rimanendo nella legalità, consegnano cibo, altri ancora accettano salari più bassi e lavori pericolosi. Poi parliamo di aumento della povertà, senza dire però che i nuovi poveri li creiamo noi, ordinando la pizza: frutto avvelenato della nuova economia.
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Silvana Sciarra e Sergio Mattarella (Ansa)
Direttivo spaccato dopo l’insediamento «forzato» di Mario Palazzi, il procuratore di Viterbo «calato» dalle correnti progressiste. Il suo arrivo blinda la presidente Sciarra, d’area Pd. Cinque laici abbandonano la seduta nel giorno della «passerella» di re Sergio.
Lo scontro tra correnti all’interno della magistratura regala ogni giorno un nuovo «sanguinoso» capitolo. L’ultimo riguarda la Scuola superiore delle toghe. Il 18 febbraio il presidente Sergio Mattarella si è presentato a Palazzo Bachelet per richiamare tutti alla responsabilità, consiglieri, magistrati, politici. Ma appena il capo dello Stato ha lasciato lo scranno presidenziale, le correnti hanno ricominciato a farsi la guerra e si sono spaccate su quattro nomine discusse.
Una è stata quella del procuratore di Viterbo Mario Palazzi a membro del comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura (che garantisce alle toghe una formazione permanente), dopo il suo ricorso al Tar. Infatti, inizialmente, al progressista Palazzi il Csm aveva preferito il collega conservatore Roberto Peroni Ranchet. Ma il procuratore ha fatto ricorso e la giustizia amministrativa gli ha dato ragione.
Così il Csm ha dovuto rivotare e si è spaccato in due: 15 a 14. La corrente conservatrice di Magistratura indipendente e i laici di destra hanno insistito su Peroni Ranchet, mentre i progressisti hanno sostenuto, vincendo, Palazzi.
Che, però, nel frattempo aveva ottenuto un’altra poltrona. E si è trovato con due incarichi da dover gestire. Un’anomalia che, ieri, ha mandato in tilt il comitato direttivo della Scuola.
L’organo collegiale in cui è entrato Palazzi è composto da 12 membri: sette sono magistrati, sei dei quali nominati da Palazzo Bachelet.
L’insediamento «d’imperio» del procuratore ha spostato l’ago della bilancia del comitato verso sinistra e, ieri, ha causato un piccolo terremoto: cinque laici hanno abbandonato la seduta e fatto mancare il numero legale. Il tutto è accaduto nella sede napoletana della Scuola (ce ne sono anche una a Roma e una a Scandicci), subito dopo che il presidente Mattarella aveva inaugurato in pompa magna l’anno formativo dell’istituto.
A prendere la decisione sono stati i laici nominati dal ministero della Giustizia: i professori Mauro Paladini e Stefano Dorigo, gli avvocati Federico Vianelli e Pier Lorenzo Parenti e Ines Marini, ex presidente Corte d’Appello di Venezia.
A questo gruppo si unisce spesso Loredana Nazzicone, di Magistratura indipendente. Sino a quando non è arrivato Palazzi, rinforzava la componente dei moderati anche Peroni Ranchet, pure lui di Mi.
Dunque sino a ieri i conservatori potevano contare su una maggioranza di 7 membri.
Ma l’arrivo di Palazzi, come detto, ha modificato gli equilibri: adesso gli schieramenti si equivalgono, ma il voto della presidente Silvana Sciarra, in caso di parità, vale doppio.
La professoressa è stata al vertice della Corte costituzionale in quota Pd, è stata nominata alla Scuola dal Csm e poi eletta presidente all’unanimità, dal momento che tutti confidavano che una ex presidente della Consulta avrebbe gestito in modo equilibrato e imparziale l’istituto.
Ma adesso il centrodestra le contesta una conduzione di parte della Scuola.
Nel centrodestra circola un aneddoto: l’anno scorso il Fatto Quotidiano arrivò a ipotizzare un piano del professor Paladini per spostare a destra l’istituzione e condizionare la formazione dei nuovi magistrati nonché i corsi sulla bioetica e sull’immigrazione. Il comitato deliberò la necessità di inviare al giornale una rettifica che, però, la Sciarra si sarebbe rifiutata di inviare.
La docente godrebbe del sostegno di quasi la totalità dei magistrati scelti dal Csm: Fabio Di Vizio e Gianandrea Chiesi (Unicost), Roberto Giovanni Conti e Vincenzo Sgubbi (Area/Md), oltre che ovviamente Palazzi.
Uno smottamento a sinistra che potrebbe assicurare la conferma di Sciarra, in scadenza il prossimo 13 marzo.
Secondo alcuni la decisione di far assumere a Palazzi subito le funzioni al posto di Peroni Ranchet sarebbe dettata proprio dalla volontà di garantire il bis al presidente.
Ieri i membri laici del comitato hanno segnalato che il Csm, dopo la nomina, non ha deliberato il necessario collocamento fuori ruolo o l’esonero parziale dall’attività giurisdizionale di Palazzi, come previsto dalla legge.
I membri vicini al centrodestra sostengono che, senza questo atto e l’indispensabile decreto ministeriale di conferma, Palazzi non possa considerarsi componente in carica del comitato direttivo.
E ritengono che andrebbe prorogato l’incarico di Peroni Ranchet, come già accaduto in casi analoghi.
Per discutere di tali questioni, lunedì, Paladini, Parenti e Vianelli avevano richiesto una convocazione straordinaria del comitato.
L’istanza non è stata accolta da parte del presidente e, ieri, la Sciarra ha comunicato «la presa di servizio» da parte di Palazzi.
Per i laici di nomina governativa si tratterebbe di «un atto illegittimo e abnorme» e ufficializzare l’ingresso nel comitato del procuratore di Viterbo senza attendere le successive deliberazioni del Csm integrerebbe non tanto una «mera irregolarità procedurale», ma un «vulnus istituzionale».
A questo punto la minoranza ha chiesto al presidente di revocare immediatamente l’atto di assunzione delle funzioni e a Palazzi di abbandonare il comitato direttivo per consentirne il regolare svolgimento dei lavori.
Non avendo ricevuto soddisfazione i cinque membri laici, come anticipato, hanno abbandonato la riunione, facendo mancare il numero legale, in quanto ogni deliberazione eventualmente adottata risulterebbe «affetta da nullità assoluta» e in grado di esporre la Scuola a contenziosi amministrativi.
Otto consiglieri del Csm hanno immediatamente chiesto al comitato di presidenza di Palazzo Bachelet di svolgere i necessari accertamenti sulla controversa vicenda.
«L'iniziativa è volta a ribadire la necessità che i
rapporti tra il Csm e la Scuola superiore della magistratura siano improntati alla massima collaborazione istituzionale e al rispetto delle rispettive competenze, nonché ad assicurare il corretto svolgimento delle procedure previste dall’ordinamento e la piena coerenza delle determinazioni consiliari con il quadro normativo di riferimento», è stato puntualizzato in una nota.
Questa storia conferma ancora una volta come intorno alla magistratura si combattano tutti i giorni guerre ideologiche tra opposte fazioni. Uno stato di tensione permanente che il sorteggio previsto dalla riforma Nordio per le nomine al Csm si spera possa almeno stemperare.
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l'ingresso dell'ospedale di Bolzano. Nel riquadro, il contenitore usato per il trasporto del cuore (Ansa)
Accertamenti dei Nas nel nosocomio dove è stato prelevato il cuore per il bimbo deceduto al Monaldi. Diffusa la foto del contenitore inadeguato in cui era stato trasportato l'organo.
Sono arrivati in punta di piedi, lontano dalle telecamere, all’ospedale di Bolzano gli ispettori inviati dal ministero della Salute per acquisire i documenti relativi alla vicenda del cuore danneggiato trapiantato a Domenico, il bambino di Napoli morto all’ospedale Monaldi di Napoli. E proprio nel nosocomio partenopeo, la scorsa settimana, gli ispettori avevano già svolto le stesse procedure iniziate ieri a Bolzano.
Per quanto riguarda, invece, l’inchiesta della Procura di Napoli, il Nas di Trento ieri si era recato all’ospedale bolzanino per una serie di accertamenti. I militari si sono fatti consegnare l’elenco di tutto il personale, di tutti i livelli professionali, coinvolto nell’intera procedura di espianto e trasporto del cuore poi risultato danneggiato. Sempre sul fronte giudiziario c’è attesa per la decisione del gip di Napoli sulla richiesta di incidente probatorio nell’inchiesta sulla morte al Monaldi di Domenico. Un passaggio fondamentale nel merito dell’indagine perché l’autopsia consentirà di far luce sulle cause della morte del bambino ma anche per liberare la salma e consentire la celebrazione dei funerali. Oggi la Procura di Napoli conferirà, inoltre, l’incarico ai tecnici per analizzare i cellulari sequestrati ai sette indagati.
Intanto una foto ha confermato quanto già emerso una quindicina di giorni fa, quando ancora si sperava che il bambino potesse essere sottoposto a un altro trapianto: è stato utilizzato un frigo di plastica rigida, simile a quelli che si usano per tenere fresche le bibite quando si va al mare, portato da Napoli fino a Bolzano e poi riportato nel capoluogo partenopeo con un cuore che, però, è giunto danneggiato dal troppo freddo, causato dal ghiaccio secco invece che naturale usato all’interno del contenitore. L’immagine che i lettori possono vedere qui sopra è quella del contenitore adoperato dalla equipe del Monaldi che si è recata a Bolzano per espiantare il cuore, - reso inservibile dalle temperature troppo basse - poi trapiantato a Napoli al piccolo Domenico. Il box che appare nella foto ha il manico arancione e il colore blu. Sull’esterno c’è una scritta a pennarello «S. Op. C. Chped» che sta per «sala operatoria cardiochirurgia pediatrica».
Il nodo cruciale di tutta la vicenda, secondo una prima analisi, non risiederebbe esclusivamente nella tipologia del box usato: ciò che appare determinante per il deterioramento dell’organo, è la tipologia di refrigerante utilizzato: il ghiaccio secco (che arriva fino a meno 80 gradi mentre, invece, l’organo deve essere tenuto in ipotermia tra 0 e 4 gradi) al posto del ghiaccio tradizionale, in grado di tenere il cuore, per un certo numero di ore, se opportunamente dosato, in uno stato di ipotermia fino al momento del trapianto. Intanto ieri, Giuseppe Limongelli, primario dell’Unità di malattie cardiovascolari rare dell’ospedale Monaldi, attraverso una nota del suo legale, l’avvocato Gennaro Razzino, ha fatto sapere di non avere «avuto alcun ruolo né tantomeno ricevuto informativa dai responsabili del team chirurgico e follow up trapianto pediatrico in relazione alla fase immediatamente precedente al trapianto, alla fase chirurgica e post chirurgica», che ha riguardato il piccolo Domenico. Nel comunicato, il legale ribadisce l’estraneità di Limongelli al percorso chirurgico al centro dell’inchiesta per spiegare che questo ha «imposto» a Limongelli «di rassegnare le dimissioni dalle funzioni di responsabile della gestione cardiologica pre chirurgica».
Con la nota il legale punta a spiegare i motivi delle dimissioni «alla luce del clamore mediatico che stanno suscitando» e a «smentire le notizie finora riportate da organi di informazione a diffusione nazionale e locale». Limongelli, quindi, resta primario dell’Unità di malattie cardiovascolari rare del Monaldi.
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I Carabinieri all'ospedale San Giovanni Bosco di Napoli (Arma dei Carabinieri)
Maxi operazione della Dda contro la cosca camorristica dei Contini: quattro arresti (tre affiliati e l’avvocato «cassiere») e 76 indagati, tra i quali cinque pubblici ufficiali. Controllavano tutto, dalle ambulanze ai referti.
Il trasporto dei malati era gestito dalla cosca; ma anche i ricoveri, gli esami diagnostici e gli appalti. Il clan Contini aveva esteso i tentacoli sull’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli. L’inchiesta della Dda, scattata ieri, fotografa un contesto inquietante che ha portato il gip Ivana Salvatore ha firmare un’ordinanza di misura cautelare per quattro persone: tre esponenti della cosca Contini e un avvocato. Il legale Salvatore D’Antonio, 51 anni, per i pm controllava la ricchezza della cosca, anche quella accumulata grazie alle truffe alle assicurazioni, investendo «nell’acquisto di immobili, auto e anche quadri d’autore». In totale, il numero degli indagati sale a 76.
Oltre ai boss Maria Licciardi, detenuta a l’Aquila, Maria Aieta, Gennaro Licciardi e Antonio Techemiè, tra gli indagati ci sono cinque pubblici ufficiali: un ispettore di polizia in congedo, un funzionario Inps, un impiegato (ora in pensione) dell’ufficio Patrimonio dell’ospedale, un medico ancora in servizio e un altro sanitario che lavorava lì all’epoca dei fatti. Dalle carte dell’inchiesta emerge come i Contini avrebbero gestito i servizi legali e illegali dell’ospedale San Giovanni Bosco che si trova nel Rione Amicizia, la roccaforte della cosca. Per gli inquirenti, il clan «controllava» il trasporto dei malati con le ambulanze attraverso la «complicità» del titolare di un’associazione che si occupava del trasporto con le ambulanze. Le altre associazioni o ditte sarebbero state minacciate affinché rimanessero fuori da tale business.
Le indagini hanno accertato come le persone vicine alla cosca sarebbero riuscite ad avere corsie preferenziali per l’accesso in ospedale, avrebbero avuto certificazioni mediche false per ottenere scarcerazioni, farmaci gratis, prestazioni diagnostiche senza rispettare le regole. L’inchiesta ha svelato che la cosca poteva contare sulla disponibilità di personale sanitario e parasanitario, degli addetti alla vigilanza privata e delle altre ditte che lavoravano al San Giovanni Bosco. Le attività commerciali avrebbero sempre versato una quota da destinare alle «casse» dei Contini.
Secondo l’accusa, il clan avrebbe ottenuto prestazioni professionali da un medico che era prima dipendente del San Giovanni Bosco poi assunto dal San Giovanni dei poveri. Nello specifico, il sanitario, dietro un «cospicuo» compenso, avrebbe fornito false certificazioni agli affilati e alle persone indicate dai Contini, in particolare per le truffe assicurative e per scarcerazioni illegittime. Il clan avrebbe fatto affari anche grazie alla «complicità» del titolare della società che gestiva il bar e la buvette dell’ospedale (i fatti contestati riguardano, in particolare, il biennio 2019-2020). Quest’ultimo, indagato, non avrebbe mai pagato all’Asl i canoni di locazione dei locali utilizzati.
A tale proposito, è emerso che proprio lui, assieme ad altre due persone, avrebbe costretto con minacce l’allora direttore del generale dell’Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, a concedergli il mantenimento dell’istallazione di distributori automatici di snack e bevande «illegittimamente» messi nell’ospedale. Il direttore avrebbe cercato di estromettere dagli appalti il clan e le ditte a lui riconducibile. Il direttore generale e il direttore sanitario, infatti, denunciarono alle forze dell’ordine minacce e pressioni. L’inchiesta descrive un sistema strutturato di frodi assicurative e infiltrazioni negli appalti sanitari da parte del clan Contini, storica componente dell’Alleanza di Secondigliano. Le indagini si sono avvalse, inoltre, di numerose intercettazioni dalle quale emerge il meccanismo della truffa. Lo dimostra pure il linguaggio tecnico utilizzato («La chiudiamo al dieci%»). L’inchiesta della Dda ha evidenziato uno spaccato inquietante sul fronte degli appalti dell’Asl Napoli 1 centro. Dall’attività investigativa è emerso che c’era la «percezione di un controllo consolidato su servizi strategici come pulizie e servizi ausiliari, con il timore che l’azione di risanamento possa interrompere equilibri economici radicati». Numerose sono state le pressioni che l’allora dg Verdoliva ha ricevuto mentre cercava di rivedere la gestione e l’affidamento dei principali servizi.
Gli inquirenti hanno scoperto che non sempre si trattava di minacce esplicite, ma spesso c’erano «segnali e messaggi evocativi della forza dell’organizzazione, finalizzati a dissuadere dall’azione di bonifica». Emblematica, ai fini dell’indagine, alcune frasi dette al dirigente dopo che si era rifiutato di ricevere alcune persone: «Mo chiamiamo tutta la famiglia, entriamo e sfondiamo la porta». Ma l’allora dg decise di collaborare con la Procura per denunciare il clima intimidatorio e proseguire nell’azione di risanamento.
Il quadro che emerge è quello di una «camorra imprenditoriale», meno visibile ma capace di infiltrarsi nei servizi pubblici, generare liquidità attraverso frodi seriali e difendere con pressioni mirate gli interessi economici consolidati. Un sistema che, secondo gli inquirenti, avrebbe saldato criminalità organizzata, imprenditoria e gestione di settori strategici della sanità pubblica.
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