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2026-01-20
Venezuela tra aperture e diffidenze: il vertice Trump–Machado divide sul futuro del Paese
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Donald Trump e Maria Corina Machado (Ansa)
L’incontro alla Casa Bianca tra Trump e Maria Corina Machado riaccende i riflettori sul Venezuela. Tra gesti simbolici, dichiarazioni incrociate, accuse al regime e divisioni nell’opposizione, mentre il fronte bolivariano difende Delcy Rodríguez, il quadro politico resta complesso e aperto.
L’incontro alla Casa Bianca fra Donald Trump e Maria Corina Machado ha riportato l’attenzione del mondo su cosa sta accadendo in Venezuela. La leader dell’opposizione del paese sudamericano ha consegnato al presidente statunitense il premio Nobel per la Pace, un gesto che ha favorevolmente colpito il tycoon americano.
La Machado ha definito l’incontro come un dialogo molto positivo ed eccellente, ricevendo dall’inquilino della Casa Bianca molti complimenti, ma poca concretezza. Del resto Trump aveva spesa parole molto lusinghiere sulla nuova presidente Delcy Rodríguez, che Maria Corina Machado ha pubblicamente definito come una comunista, principale alleata del regime russo, cinese e iraniano, ribadendo di essere convinta che in Venezuela ci sarà presto una transizione ordinata. La Nobel per la Pace ha continuato sostenendo che Caracas sta vivendo una fase in cui il cartello della droga si contrappone alla giustizia, e la figura di Rodríguez rappresenterebbe la continuità di un sistema illegittimo.
Nonostante la pubblica soddisfazione da parte della Machado, alcuni importanti rappresentanti dell’opposizione restano dubbiosi sul futuro venezuelano. Delsa Solorzano è leader del partito Encuentro Ciudadano, che fa parte della coalizione Plataforma Unitaria che ha sostenuto la candidatura di Edmundo Gonzalez Urrutia alle presidenziali. «Il ritorno di Maria Corina Machado non credo che sarà imminente, in troppi in Venezuela hanno interesse a tenerla lontana. La situazione rimane molto complicata, noi stiamo lottando per la liberazione di tutti i prigionieri politici. Attivisti e rappresentanti dei nostri partiti restano in carcere e per ora sono stati liberati soprattutto gli stranieri per accontentare le nazioni estere, ma serve un cambiamento radicale. Gli Usa non possono fare affari con una persona sulla quale hanno messo una taglia da 50 milioni di dollari come il ministro degli Interni Diosdado Cabello».
Andres Avelino Alvarez è un deputato del Partito socialista unito del Venezuela, che aveva come leader Nicolas Maduro, ed è vicepresidente dell’assemblea parlamentare di Caracas. «Noi vogliamo l’immediata liberazione di Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores che sono stati rapiti dagli statunitensi. Noi deputati abbiamo votato una risoluzione che condanna l’atto violento e terroristico che è costato la vita a centinaia di nostri concittadini e ha portato via il presidente del Venezuela. Le elezioni dell’estate del 2024 si erano svolte regolarmente e io lo so bene avendo partecipato attivamente» spiega Alvarez. «Tuttavia devo ammettere che il presidente ultimante era cambiato ed era diventato un problema per i nostri rapporti con tante nazioni, compresi gli Stati Uniti. Washington è uno storico partner commerciale del Venezuela e adesso abbiamo semplicemente riattivato vecchi accordi. Tutti i parlamentari venezuelani hanno appoggiato Delcy Rodriguez come nuova presidente perché la nazione ha bisogno di una guida. La nostra nuova presidente è riconosciuta dal popolo venezuelano come una donna intelligente, capace, una manager di alto livello e un simbolo delle donne venezuelane che gode di un ampio sostegno, con un indice di gradimento superiore al 90% tra il popolo venezuelano. La presidente ha subito destituito Alex Saab dall'incarico di ministro delle Industrie e della Produzione Nazionale, già arrestato negli Stati Uniti e personaggio controverso». Secondo il deputato del Partito socialista unito del Venezuela «Maduro aveva voluta la Rodriguez come vicepresidente per otto anni e lei rappresenta la continuità con la rivoluzione bolivariana. Il nostro governo ha commesso degli errori, ma stiamo ponendo rimedio agli eccessi che ci sono stati. La violenza non è mai la soluzione, nemmeno quella di Washington che ha bombardato una nazione sovrana come il Venezuela».
Il deputato bolivariano ci tiene a sottolineare come i recenti fatti non abbiano sconvolto l’ordine della sua nazione. «Il governo resta ancora operativo e la nuova presidente sta amministrando molto bene, molti prigionieri politici sono stati già liberati e adesso dobbiamo parlare anche con l’opposizione. Il rilascio dei prigionieri politici, non solo di quelli condannati per atti terroristici, fa parte di un percorso e dimostra che la Rivoluzione Bolivariana è stata molto benevola e ha sempre operato in un quadro di ricerca della pace e di vera democrazia mantenendo una porta aperta al dialogo. Questa porta è stata aperta per oltre 25 anni e oggi rimane più aperta che mai».
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- L’editoriale del direttore di ieri prendeva le mosse da una provocazione: meglio farci annettere dall’America che morire di Ue. Addio euro, col dollaro non chiederemmo il permesso a nessuno. Così cambierebbe la vita.
- Governo tedesco disunito nella risposta alle nuove tasse minacciate dalla Casa Bianca.
Lo speciale contiene due articoli
A un certo punto la realtà si mescola con la fantasia rendendo possibile qualsiasi ipotesi. Anche la più ardita. Anche la più impensabile. Anche quella che, fino a ieri, si sarebbe liquidata con un’alzata di sopracciglio e un «ma per favore». Ecco, quel momento per l’Italia è adesso. E l’ipotesi è semplice, lineare, quasi banale nella sua audacia: uscire dall’Unione europea e diventare la stella numero 51 della bandiera americana. Quella in alto: la più luminosa. Calma. Nessuna invasione, nessuna portaerei al largo di Civitavecchia con gli F-35 che scaldano i motori. Nessun cowboy che porta il cavallo a bere nelle fontane di San Pietro (come un tempo avrebbero potuto fare i cosacchi). Solo una domanda, maliziosa quanto basta: ma siamo proprio sicuri che sarebbe una cattiva idea?
Cominciamo dai numeri, che sono noiosi ma fanno miracoli. Con i suoi 60 milioni di abitanti, l’Italia diventerebbe lo Stato più popoloso degli Stati Uniti d’America. Altro che California, Texas o Florida. Noi, da soli, con il nostro voto da Capo Passero a Vipiteno potremmo fare la differenza nelle elezioni per la Casa Bianca. I candidati, invece di farsi fotografare nei diner dell’Iowa, verrebbero a mangiare la carbonara a Trastevere. Gli elettori di Campobasso non sarebbero meno importanti di quelli di Minneapolis. E come la mettiamo sul derby al Meazza fra l’Inter FC di Milano e l’Inter Miami? Certo ci sarebbe sempre il rischio che qualche tifoso in delirio calcistico si possa mettere a tifare per la squadra sbagliata?
Il presidente degli Stati Uniti, qualunque sia il suo nome, non potrebbe ignorarci. Dovrebbe pronunciare «Italia» correttamente e magari imparare che Napoli non è la marca di pizza surgelata. Finalmente conteremmo qualcosa, non perché lo «prevede il Trattato» , ma perché i numeri - quelli veri - contano. Poi c’è la finanza. Qui smettiamo di scherzare. O forse no. Piazza Affari, sventolando la bandiera a stelle e strisce, diventerebbe una destinazione molto sexy. Basta con questi snobismi delle aziende italiane che vanno a quotarsi a Wall Street. Altro che spread, altro che vigilanza arcigna: gli investitori globali smetterebbero di chiederci se siamo affidabili e inizierebbero a chiedersi quanto rendiamo. E vogliamo parlare del dollaro? Addio ansie da euro malaticcio, addio vertici notturni, addio riunioni dell’Eurogruppo concluse con un «abbiamo deciso di non decidere». L’euro andrebbe in crisi? Pazienza. Noi avremmo il dollaro, e con esso una moneta che non chiede permesso per farsi rispettare. Capitolo regolamenti europei: qui la liberazione avrebbe un segno quasi mistico. Fine dell’utopia green obbligatoria, quella che ti spiega come devi scaldarti, che auto devi guidare, quanto devi inquinare e persino come devi sentirti in colpa. Fine delle direttive scritte in burocratese stretto da persone che non hanno mai visto una caldaia accesa né una fabbrica vera.
E soprattutto: addio al feticcio del 3% deficit/Pil, davanti al quale tutti i governi italiani nell’ultimo quarto di secolo sono stati costretti a genuflettersi. Un numero magico, scolpito nella pietra, che nessuno sa spiegare: (perché il 3% e non il 4 o il 2?) ma tutti devono rispettare. Negli Usa il deficit non è un peccato mortale: è uno strumento. A volte si esagera, certo. Ma almeno senza ipocrisia.
Resta il tema della lingua. È vero: passare dall’italiano all’inglese non è una passeggiata. Ma diciamocelo: l’inglese si impara. Soprattutto quando serve per lavorare, investire, sopravvivere. E poi, dopo anni di «recovery fund» di «green deal», «spending review» e «fiscal compact», siamo già linguisticamente pronti.
Al massimo nascerà un nuovo dialetto: l’italoamericano, con accento romano e gestualità obbligatoria. Non diversamente dai nonni che dopo lo sbarco a New York parlavano il «broccolino», varietà linguistica degli italiani di Brooklyn.
Se però tutto questo dovesse sembrare troppo radicale, troppo destabilizzante, troppo «fuori protocollo», esiste una soluzione diplomatica elegante e geniale. Un compromesso territoriale degno di una formidabile trattativa internazionale: Trump rinuncia alla Groenlandia e si prende la Sicilia. Sono entrambe isole, d’accordo. Ma qui il confronto è impietoso. Una è un frigorifero naturale, l’altra è baciata dal sole assai più della Florida. Una offre iceberg, l’altra arancini. Una ha l’orso polare, l’altra il tonno rosso e il cannolo. Vogliamo davvero discutere? La Sicilia, peraltro, è già mezza americana per vocazione, storia, destino. Gli antichi legami tra le famiglie siciliane e gli Stati Uniti non si contano: storie di partenze, ritorni, rimesse, sogni diventati grattacieli. Traffici commerciali della cui origine non val la pena perdere tempo. Così come sarebbe tedioso occuparsi di Michele Sindona e dei suoi amici. Non a caso si parla di ripristinare il volo diretto Palermo-New York. Non è un collegamento aereo: è uno strappo che si ricompone.
In fondo, questa provocazione serve a dire una cosa semplice: l’Italia è molto più grande di come viene trattata. Più popolosa, più centrale, più strategica. E forse, ogni tanto, avrebbe bisogno di guardarsi allo specchio e chiedersi se il recinto europeo in cui si trova è davvero quello giusto.
Merz: no escalation con l’America. Ma il suo vice chiede contromisure
Da quando Donald Trump ha minacciato di imporre dazi pesantissimi ai Paesi europei che hanno inviato soldati in Groenlandia, le cancellerie del Vecchio continente sono andate in fibrillazione. Anche perché si parla di aliquote del 10 e del 25%. E per Bruxelles, com’è noto, il mercato americano è di vitale importanza. Questo giovedì, pertanto, i capi di Stato e di governo dell’Unione europea si incontreranno in un vertice speciale per discutere quale risposta recapitare al tycoon.
Per adesso sembra prevalere la strategia del compromesso. Eppure Emmanuel Macron - come suo solito - ha ventilato l’ipotesi di una reazione muscolare, agitando lo spauracchio delle contro-sanzioni. In maniera tutt’altro che sorprendente, tuttavia, Friedrich Merz ha sostenuto la necessità di riappianare gli attriti con Washington. Non è un mistero, infatti, che Francia e Germania non riescano più a trovare un punto d’incontro sui principali dossier all’ordine del giorno: l’asse di Aquisgrana è ormai un lontano ricordo.
Il cancelliere tedesco, dopotutto, ha miliardi di motivi per puntare alla de-escalation: sono i miliardi che andrebbero in fumo qualora gli Stati Uniti punissero la Germania con sanzioni economiche in doppia cifra. L’Unione dell’industria automobilistica tedesca (Vda) - settore strategico, anzi vitale per Berlino - ha fatto sapere ieri che i dazi americani avrebbero «costi enormi» per l’intera filiera, dal prezzo finale delle vetture fino ai componenti e ai semilavorati: un vero e proprio bagno di sangue per un ramo industriale già duramente provato dalla transizione all’elettrico e dalle imposizioni green di Bruxelles. Aggiungere i dazi sul florido mercato americano vorrebbe dire compromettere seriamente l’intero settore automobilistico. Non solo tedesco, ma anche europeo.
Non a caso, capita la mal parata, Merz ha prontamente fatto rientrare i 15 soldati tedeschi inviati in Groenlandia. Berlino ha cercato di giustificare questa ritirata come una mossa già programmata: i militari sono tornati a casa, ha detto il governo in camera caritatis, non appena è finita l’esercitazione. Ma diversi media internazionali hanno già fatto notare che, con ogni probabilità, le minacce di Trump hanno avuto successo nel ridurre Merz a più miti consigli.
Eppure, non sarà facile per il cancelliere tedesco tenere la barra dritta sulla via della pacificazione. A intralciarlo c’è, infatti, il suo alleato di governo, Lars Klingbeil, che sulla Groenlandia ha scelto una linea decisamente più rigida. Il leader socialdemocratico ha parlato apertamente di «ricatto» da parte di Washington, invitando Berlino e Bruxelles a non piegarsi alle minacce sui dazi e a preparare una risposta europea compatta. Una posizione che, appunto, stride con l’approccio prudente di Merz e che riporta alla luce le tensioni strutturali all’interno dell’esecutivo teutonico.
Non è la prima volta, in questi primi mesi di governo, che Unione e Spd finiscono ai ferri corti: dalla riforma dell’imposta di successione al freno al debito, fino alle priorità di politica industriale, i dossier su cui la coalizione ha mostrato crepe non mancano. La crisi groenlandese rischia così di trasformarsi nell’ennesimo terreno di scontro, mettendo in difficoltà un esecutivo già sorretto da una maggioranza risicata e da equilibri interni precari. Tra l’esigenza di evitare una guerra commerciale con gli Stati Uniti e la tentazione socialdemocratica di alzare il tiro in nome dell’orgoglio europeo, la stabilità del governo tedesco appare oggi tutt’altro che granitica. Siamo ancora ben lontani da una crisi aperta, beninteso. Ma la sintesi politica tra Unione e Spd non può certo limitarsi alla pura e semplice volontà di rimanere incollati alla poltrona.
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L’aumento della domanda, causa temperature, e le tensioni geopolitiche hanno determinato un rincaro del prezzo oltre il 20%. Con le forniture russe già in calo, l’Unione deve salvaguardare l’offerta degli States che oggi copre il 27% degli approvvigionamenti.
Ci risiamo, il mercato del gas è di nuovo in subbuglio. Niente di paragonabile al disastro del 2022, sia chiaro, ma ancora un indice di fragilità estrema del contesto europeo che fa preoccupare.
Le temperature, soprattutto nell’Europa del Nord, sono calate, è salita la domanda di riscaldamento e gli stoccaggi di gas, soprattutto in Germania, si stanno svuotando leggermente più in fretta del solito. Se a questo si aggiunge il disordine mondiale in corso, con Donald Trump che sta picconando l’ipocrita quieto vivere che copriva gli squilibri geopolitici, ecco gli ingredienti che hanno portato a un rialzo del prezzo del gas sul mercato TTF di oltre il 20% in cinque sedute la settimana scorsa.
Il prezzo del future mensile ha toccato venerdì un massimo giornaliero di 38,06 euro/MWh, un prezzo che non si vedeva dallo scorso luglio. Da allora, il prezzo non aveva fatto altro che scendere, al netto di qualche fisiologico su e giù.
Alla riapertura del mercato, ieri, il prezzo ha segnato un brusco calo, tornando verso quota 33 €/MWh e chiudendo poi a 35,40 €/MWh.
Per chi è sul mercato libero e ha un prezzo fisso, gli impatti sulla bolletta del gas sono nulli. Chi invece ha un prezzo variabile indicizzato al mercato vedrà nella bolletta dei consumi di gennaio un aumento del prezzo. Certo, d’inverno fa freddo e gli stoccaggi sono riempiti apposta per essere svuotati. La salita del prezzo era iniziata infatti come un fisiologico aggiustamento al rialzo dopo un periodo prolungato di lievi cali giornalieri, ma si è trasformato rapidamente in una corsa a coprire le posizioni cosiddette corte, cioè quelle di chi vende il future sperando che il prezzo scenda.
Sul mercato c’erano molti operatori in quella condizione, e quando il prezzo ha iniziato a salire molti hanno preferito chiudere le posizioni, acquistando e di conseguenza rafforzando il ciclo rialzista. Come spesso accade, il panico ha scatenato gli acquisti, un processo che sul mercato viene chiamato «short squeeze». Ora l’emergenza sembra finita, anche perché non c’è vera carenza di gas. Si tratta di una fiammata destinata a smorzarsi e che certo ha poco a che fare con la crisi del gas del 2022, quando il prezzo fu di dieci volte superiore all’attuale. Al rialzo attuale ha contribuito l’imprevisto stop alla centrale nucleare francese di Flamanville, in Normandia. La causa principale della fermata dell’enorme centrale da 4.330 MW di potenza è il passaggio della tempesta Goretti, che ha colpito duramente la costa francese. Le unità 1 e 3 (Epr) sono state scollegate dalla rete elettrica in via precauzionale e, secondo le ultime comunicazioni di Edf, rimarranno indisponibili probabilmente fino all’inizio di febbraio 2026, a causa delle riparazioni necessarie alle infrastrutture esterne danneggiate dalla tempesta.
Diverso è il discorso se si guarda alle tensioni internazionali. Dopo che sabato scorso il presidente americano Donald Trump ha annunciato di voler imporre dazi del 15% ai Paesi europei che hanno inviato un manipolo di militari in Groenlandia, sono aumentati i timori di una escalation che potrebbe colpire anche le forniture di gas.
I maggiori tre Paesi cui Trump ha imposto dazi al 10% dal 1° febbraio prossimo, ovvero Olanda, Francia e Germania, nei primi dieci mesi del 2025 hanno importato complessivamente 36,6 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl). Nello stesso periodo, l’Italia ha importato circa 8 miliardi di metri cubi di Gnl dagli Usa, la metà rispetto alla sola Olanda. Nel quarto trimestre del 2025 le importazioni di Gnl dagli Usa hanno rappresentato il 27% del totale degli approvvigionamenti di gas dell’Unione europea.
Con questo peso, tra i fornitori di un bene essenziale come il gas, in una eventuale escalation diplomatica con l’Europa, gli Stati Uniti hanno ampi margini di manovra, mentre l’Unione rischia di restare strangolata un’altra volta. Un po’ come era ai tempi della dipendenza dal gas dalla Russia, ora l’Europa è di nuovo vulnerabile.
Il punto principale della vicenda è questo. L’Unione europea, nonostante i grandi sforzi per uscire dalla dipendenza dal gas russo, è ancora molto esposta alle bizze dei mercati, senza avere un’adeguata riserva di energia, mentre le regole europee tengono alti i prezzi.
Ad esempio, con le attuali quotazioni, il costo delle emissioni di CO2 sull’energia elettrica è arrivato a 36 €/MWh, in omaggio al sistema Ets che impone il pagamento di questa tassa.
La strategia di perseguire l’indipendenza energetica attraverso l’elettrificazione e l’installazione di capacità a fonte rinnovabile non ha dato grandi risultati sinora, se non un aumento dei costi e una ridotta affidabilità dei sistemi elettrici. La proclamata Unione dell’energia non appare all’orizzonte e ogni Paese fa per sé. La settimana scorsa il governo tedesco ha deciso di installare altri 12.000 MW di potenza a gas, dopo avere chiuso 5.000 MW di potenza da fonte nucleare. I governi nazionali decidono ma gli impatti poi si scaricano anche sui sistemi degli altri Paesi. Manca soprattutto la consapevolezza che solo la diversificazione e l’abbondanza di offerta di energia può evitare il verificarsi di altre crisi.
In Italia, intanto, si attende da mesi il cosiddetto decreto Energia, che dovrebbe contenere una serie di misure per la riduzione dei costi. Il governo sta probabilmente negoziando il decreto con la Commissione europea, dopo il clamoroso fraintendimento con Bruxelles sul decreto Energy release dello scorso anno. Si sa che l’ipotizzata cartolarizzazione di alcuni oneri non ci sarà, cassata dall’Ue e in fondo non risolutiva. Dovrebbe esserci, invece, il contributo per le famiglie con basso Isee e un taglio dei premi del vecchio Conto energia per il fotovoltaico che pesa ancora per circa 6 miliardi all’anno sulla bolletta degli italiani.
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