L'ingresso della caserma dei Carabinieri via Vincenzo Monti a Milano. Nel riquadro, le gemelle Cappa (Ansa)
Le sorelle sentite dai carabinieri per chiarire le dinamiche fra la vittima e l’unico sospettato del delitto. Davanti agli investigatori anche Marco Poggi. L’indagato faceva apprezzamenti sexy online sul premier.
Alla fine per gli inquirenti tutte le argomentazioni che ruotavano attorno alle gemelle Paola e Stefania Cappa, cugine di Chiara Poggi, devono essere apparse solo suggestioni. Tant’è che, come ha confermato ieri il loro consulente legale, l’avvocato Antonio Marino, le domande dei carabinieri nel corso delle due audizioni si sarebbero concentrate su quanto entrambe ne sapessero dei rapporti tra i vecchi e i nuovi protagonisti dell’inchiesta.
Ovvero, per stringere il campo, tra la vittima e Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Garlasco. Poco più di 30 minuti a testa. Un verbale di sommarie informazioni testimoniali da rileggere. La firma. E le raccomandazioni sulla riservatezza rispetto ai contenuti. Nessuna richiesta di precisazione sull’arma del delitto cercata dai carabinieri nel canale di Tromello ed evocata, senza alcun riscontro concreto, da un testimone che chiamò in causa proprio Stefania. E neanche sull’ipotesi che all’epoca Paola consegnò al capitano dei carabinieri Gennaro Cassese: «Secondo me ha potuto avere delle avance non corrisposte da qualche uomo che non ha accettato il rifiuto, facendosene una vera fobia e, studiate le abitudini della Chiara, in questa settimana ha agito d’impulso». Non c’era un nome. Ma a rileggere oggi quella dichiarazione sembrerebbe collegarsi in modo diretto al capo d’imputazione contenuto nell’avviso a comparire per rendere interrogatorio notificato a Sempio che, secondo la Procura, avrebbe ucciso «per motivi abietti, riconducibili all’odio per la vittima a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale». Quelle parole di Paola non sembrano quindi aver cambiato peso. Né avrebbero smesso di essere irrilevanti. «Se parlo io…», aveva detto in un messaggio audio privato all’ex amico Francesco Chiesa Soprani (che poi l’ha diffuso). Ora i magistrati, che attendono i verbali, verificheranno se davvero le due testimoni, entrate e uscite dalla caserma Montebello evitando i cronisti, avevano qualcosa da aggiungere rispetto al quadro investigativo. La loro convocazione, d’altra parte, era apparsa già da subito secondaria, visto che i pm avevano affidato ai carabinieri la conduzione delle audizioni. Saranno presenti, invece, oggi per ascoltare Marco Poggi. Anche lui testimone.
Sapeva dei video intimi tra Alberto e Chiara. Lo disse nel 2007: «Posso solo dirvi che dal loro contenuto (dei messaggi, ndr), anche se non completamente esplicito, intuii che il filmato che Chiara stava scaricando doveva contenere immagini relative alla loro intimità». E pochi giorni dopo il funerale chiese ad Alberto Stasi alcuni spezzoni di quei filmati, conservati nel computer di casa (un computer condiviso usato da Chiara, da Marco e dagli amici, tra cui Sempio) «per darli ai genitori». Sui contenuti di quel computer (materiale informatico all’epoca sequestrato) negli ultimi mesi si sono concentrati giornalisti e youtuber, che hanno radiografato le ricerche effettuate all’epoca (anche su siti porno) e gli ingressi nella cartellina che conteneva i video intimi e che Chiara pochi giorni prima di morire aveva protetto con una password. Per la terza volta da quando è stata riaperta l’inchiesta, Marco varcherà la soglia di una caserma per un ritorno mirato su ciò che sa ma anche su ciò che ha detto allora e che oggi viene riletto all’interno di un impianto accusatorio diverso. Il cui perno è il suo amico Andrea. Che, tramite i suoi legali, però, salvo ripensamenti, ha fatto sapere di scegliere la strada del silenzio. A Dentro la notizia, programma condotto su Rete 4 da Gianluigi Nuzzi, ha tentennato: «Qualunque cosa farò sarà concordata con i miei avvocati, mi fido di loro, seguirò i loro consigli. Io vorrei parlare, vorrei dire la mia, capiremo con i miei avvocati se ora è il momento giusto. Non c’è la mia verità». La scelta di non parlare è dettata, anche, da una ulteriore esigenza difensiva sorta negli ultimi giorni per via di un forum per seduttori nel quale, con il nick AndreaS, Sempio ha postato circa 3.000 messaggi tra confidenze a sfondo erotico e frasi irriverenti nei confronti di donne della tv, dello spettacolo e non solo, Giorgia Meloni compresa. Rispondendo a una domanda del «Conte Mascetti»: «E voi? C’è qualche caratteristica fisica o mentale che vi fa questo effetto? Intendo caratteristiche non banali, quindi astenersi t...e, c..i e faccine d’angelo», AndreaS ha risposto secco: «La Meloni». La surreale chiacchierata web è andata avanti con la replica del Conte Mascetti: «Io soffro di quello che chiamo “Complesso della Littizzetto”, non nel senso che vorrei lavorare con Fazio. Questo complesso si può spiegare con tre affermazioni», in cui l’utente esprime apprezzamenti per Luciana Littizzetto, Geppi Cucciari e scrive che, se dovesse scegliere se passare una notte con l’attrice e regista Paola Cortellesi o con Adriana Lima, la top model brasiliana «resterebbe a casa». I difensori di Sempio hanno quindi fatto sapere di aver «conferito incarico a uno psicoterapeuta di redigere una consulenza personale». L’indagato verrà sottoposto «ai canonici test usualmente utilizzati (anziché ricorrere ai frammentari dati documentali del fascicolo), essendo questi i presupposti ritenuti dal pool opportuni prima» che affronti eventualmente l’interrogatorio. Potrebbe quindi essere la stessa difesa a chiedere convocazione, ma dopo la notifica dell’avviso di chiusura dell’indagine e il deposito della documentazione investigativa raccolta.
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Luciano Ligabue (Getty Images)
Santa Giulia riapre dopo l’Olimpiade. Ma la Corte dei Conti ha dubbi sugli extracosti.
Il 26 aprile 2023 Giancarlo Tancredi scrive al sindaco di Milano, Giuseppe Sala, una frase che oggi, alla luce dell’istruttoria della Corte dei Conti sugli extracosti dell’Arena Santa Giulia, assume un significato più ampio del suo tenore tecnico: «Certo che senza Arena olimpica l’accordo di programma va rivisto. Difficile considerare l’Arena privata non in Sl. Nell’accordo le premesse fanno esplicito riferimento ai Giochi olimpici. E anche nella difesa ai ricorsi Forumnet».
Il messaggio è breve, ma contiene già tutti i nodi della vicenda: l’Arena, l’accordo di programma, la sua natura formalmente privata, il computo urbanistico della superficie lorda (Sl), i ricorsi. Soprattutto contiene una consapevolezza amministrativa: senza l’Arena olimpica, secondo Tancredi, l’intero accordo urbanistico di Santa Giulia avrebbe dovuto essere rivisto. Di chat agli atti ce n’è anche un’altra, del 13 gennaio 2024. Tancredi informa Sala che, insieme al direttore generale Christian Malangone, aveva incontrato gli operatori di Santa Giulia sul tema delle bonifiche: un problema definito «non banale».
Non è un dettaglio. Perché oggi la Procura regionale della Corte dei Conti della Lombardia indaga sull’ipotesi di danno erariale legata agli extracosti dell’impianto, coperti con finanziamenti pubblici per oltre 130 milioni di euro. Ieri la Guardia di finanza ha acquisito documenti negli uffici del Comune di Milano, in particolare nella Direzione generale di Palazzo Marino. Allo stato, si tratta di un’istruttoria contabile: non risultano fronti penali aperti sulla vicenda specifica. E non c’è alcun sequestro. Tanto che stasera Luciano Ligabue inaugurerà l’impianto con La prima notte - Music opening ceremony. L’Arena apre al pubblico con il primo concerto proprio mentre la Corte dei Conti verifica se una parte dei suoi costi sia finita a carico dei cittadini.
La domanda della magistratura contabile è semplice: perché il pubblico ha coperto gli extracosti di un’opera nata come privata? E quei finanziamenti hanno pagato veri obblighi pubblici - tempi olimpici, prescrizioni funzionali, disponibilità dell’impianto - oppure una parte del rischio d’impresa che spettava al privato?
Per capirlo bisogna tornare alla formula originaria: Arena privata, ma di interesse pubblico. L’impianto doveva ospitare l’hockey maschile delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 e la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi, dentro il più ampio assetto urbanistico Montecity-Rogoredo. L’obbligo di costruirlo era del privato, ma la funzione era pubblica. È qui che si inserisce la chat di Tancredi: se l’Arena era «difficile» da considerare privata e fuori dalla Sl e se senza di essa «l’accordo di programma va rivisto», allora l’impianto non era un corpo separato, ma una condizione dell’equilibrio complessivo di Santa Giulia.
Forumnet, società proprietaria del Forum di Assago, aveva contestato nei ricorsi contro l’Arena Santa Giulia la qualificazione dell’impianto come attrezzatura di interesse pubblico, le agevolazioni riconosciute agli operatori e l’impatto su viabilità e parcheggi. Dietro i ricorsi c’è anche una partita di mercato: due grandi arene nell’area milanese si contenderanno gli stessi concerti, gli stessi eventi sportivi e gli stessi flussi di pubblico. Ma se l’Arena era strategica ai Giochi, come stabilito dal Consiglio di Stato, resta da stabilire quanto il pubblico potesse pagare quando il privato ha denunciato l’aumento dei costi. Secondo le ricostruzioni, Evd Milan srl, gruppo Eventim, avrebbe chiesto 134 milioni di extracosti; gli uffici comunali avrebbero stimato una cifra molto più bassa, poco sopra i 50 milioni. È su questa forbice che lavora la Corte dei Conti.
Il sindaco ha governato la stagione olimpica e urbanistica di Milano. E proprio ieri, nel giorno delle acquisizioni, ha detto alla Corte dei Conti della Lombardia: «Il pubblico deve dare le regole e il privato che vuole partecipare deve fare il suo interesse». Santa Giulia sarà il banco di prova: stabilire se il Comune abbia davvero governato il rapporto con il privato o se abbia finito per coprire con soldi pubblici costi che dovevano restare a carico dell’operatore.
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Francesco Lorenzi @Silvia Delle Carbonare
Il cantante dei The Sun Francesco Lorenzi: «Prima di salire su palcoscenici importanti scorgevo un vuoto nel mio sguardo, una mancanza di pace. Mi chiedevo: “Come mai non sono contento se è la vita che ho sempre sognato?”».
Talvolta le scelte terrene possono portare ad attraversare inferni con le sembianze di una felicità materiale che finisce per dissolversi nell’inconsistenza di un’illusione contenente una voragine.
Francesco Lorenzi, classe 1982, era un ragazzo di Thiene (Vicenza) appassionato di musica che in parrocchia poneva domande profonde sul senso della vita, ottenendo risposte ritenute deludenti o dogmatiche. Ciò suscitò in lui un sentimento anticlericale. Fondò un gruppo punk, i Sun Eats Hours, che ottennero un rilevante successo internazionale, giungendo a esibirsi anche con i Cure, tra le band cult di questo inquieto genere. Le sue domande originarie, tuttavia, restavano latenti e inevase, quasi un grido. Allo specchio iniziò a guardarsi negli occhi. E progressivamente intuì le ragioni del suo stato. Ciò che cercava non era il punk nichilista fatto di musica arrabbiata e di eccessi. La sua e poi quella dei suoi amici della band, il cui nuovo nome divenne The Sun, fu una svolta cristiana e, nello specifico, cattolica. Nei testi dei brani l’italiano soppiantò l’inglese. Voglio coraggio, ad esempio, è nato dopo l’illuminazione. «Notte fonda, buio pesto / Fisso il vuoto che detesto / Il mondo piange in un inferno / Voglio uscire dal silenzio [...] Tutto parte da noi / Voglio coraggio / Io credo in Te e cambio il mondo». Il rock cristiano - o christian rock - della band non sfuggì alla Santa Sede che vi riscontrò uno strumento efficace per arrivare al cuore dei giovani e al loro linguaggio. Il cardinale Gianfranco Ravasi, insigne biblista, lo invitò all’assemblea sulle culture giovanili del Pontificio Consiglio della Cultura e scrisse la prefazione del suo libro autobiografico La strada del Sole (Rizzoli). L’anima dei The Sun, autore, voce e chitarra, oggi vive a Marostica (Vicenza). L’ultimo album del gruppo reca il titolo Fuoco dentro.
Ricordiamo la formazione dei The Sun, tu, Riccardo Rossi, Matteo Reghelin, Gianluca Menegozzo…
«È la formazione originaria alla quale, nel 2015, si è aggiunto Andrea Cerato e anche lui ha condiviso con noi un cammino spirituale».
Provieni da una famiglia cattolica. Ma diventasti anticlericale.
«La mia famiglia era cattolica ma non particolarmente praticante. Un ambiente tiepido, con una religiosità piuttosto superficiale. Avevo un sentimento anticlericale forte perché, nell’ambiente parrocchiale, quando a 10-12 anni ponevo agli animatori domande sul senso profondo della vita, non trovavo risposte adeguate ed ero liquidato in modo sbrigativo. Poi la mia vita, con il gruppo punk, ha preso un’altra direzione. L’ambiente punk era anticlericale. Non si poteva parlare di nulla che avesse a che fare con la fede cattolica».
Il successo internazionale dei Sun Eats Hours. Tuttavia, allo specchio, ti interrogavi sulle cause della tua infelicità.
«È un momento sacro quello in cui una persona, guardandosi allo specchio, riesce a togliersi varie maschere, un processo che dura una vita. Era l’estate del 2007. Stavamo facendo un tour di 102 concerti in dieci Stati, tra Europa e Giappone. Sin da ragazzino avevo idealizzato il fatto di poter arrivare a quel punto, immaginando che sarei stato felice. Invece, prima di salire su palcoscenici importanti, dentro il mio sguardo scorgevo un vuoto, una mancanza di senso, di pace, che mi scavavano dentro. “Perché non sono felice se è la vita che ho sempre sognato?”. Era una voragine ma anche un’opportunità».
Il gruppo era sul punto di sciogliersi per litigi interni ed eccessi…
«Purtroppo era tipico dell’ambiente. Eccedere nell’alcol, negli stupefacenti, nel sesso porta gravissime conseguenze. I litigi erano una ovvia conseguenza. Per l’alcolismo di Ricky, il batterista con cui avevo fondato la band, amici da sempre, eravamo sul punto di dividerci. Lavorare insieme era diventato davvero difficile. Io non avevo mai avuto grande affezione per l’alcol e le droghe. Talvolta ho esagerato ma mai diventato dipendente. Ma la parte relazionale, sessuale, era molto… Vivere la sessualità in modo disordinato e superficiale lascia molti segni nell’anima».
Il ruolo dei tuoi genitori, di tua madre Bianca…
«Era la fine di ottobre del 2007. Avevo appena concluso quella tournée con un futuro roseo per la mia carriera. Dovevamo andare negli Stati Uniti. Ma stavo vivendo quella grande crisi personale. Convivevo con una ragazza spagnola ma tornavo spesso a casa dei miei genitori perché c’era la possibilità di ascoltarsi e confrontarsi. Questa è stata una grande benedizione, sapevo di poter contare su di loro al cento per cento. Mia madre, quella sera, quasi in punta di piedi, mi disse: “Sai, qui vicino, nel teatro di una parrocchia, fanno un incontro”. Mi sembrava una cosa bizzarra, assurda, non frequentavo più la Chiesa da oltre dieci anni».
Come ti cambiò quell’incontro?
«Trovai ragazzi con una vita ordinaria che magari sognavano di avere una vita come la mia ma sicuramente erano più felici di me. Respiravo autenticità, tra loro si volevano bene. Mi chiesi “perché vengo da un ambiente che reclama fraternità, amicizia, condivisione e queste cose non ci sono?”».
Il cammino conseguente?
«Quei ragazzi iniziarono a diventare degli amici. Li vedevo ogni settimana. Tornai ad andare a messa, il sacramento della riconciliazione ma soprattutto l’adorazione eucaristica settimanale, notturna, dall’una alle 2 di notte nella cappellina della parrocchia di san Sebastiano a Thiene, la preghiera e la meditazione, e questo fece la differenza, l’incontro con Gesù, l’opportunità di sentire nel profondo la sua presenza viva, qui e adesso, ora, del Signore Gesù. Iniziai a sentire che la nostra vita è chiamata all’eternità. Se ciò che vivo oggi ha un effetto così duraturo da incidere sull’eternità, è inevitabile che avvenga un processo di rinascita».
Iniziasti a scrivere i testi dei tuoi brani in italiano…
«La scelta di scrivere in italiano fu un’esigenza. La prima cosa che il Signore fa quando entra nella nostra vita è aiutarci a discernere tra ciò che è autentico e ciò che non lo è, tra ciò che è nella Luce e ciò che è nell’ombra, ricordando il Vangelo di Giovanni. È la battaglia che c’è dentro di noi».
L’ampia platea dei vostri proseliti, all’estero, si trovò spiazzata…
«Questa svolta fu un suicidio discografico. Dovevamo scrivere il quinto album in inglese che ci avrebbe portato negli Stati Uniti, una sorta di Terra promessa per una band come la nostra. Restammo senza un contratto discografico, senza un disco in uscita. Nessuno capì cosa stavo vivendo. Tournée cancellata. Per circa un anno non ebbi il coraggio di condividere con i miei compagni del gruppo le ragioni profonde di quel cambiamento. Avevo paura del giudizio, perché nel nostro mondo la fede è un tema tabù».
Poi, come ti ponesti con i tuoi amici della band?
«Quando rimasi senza nulla compresi che, come altri ragazzi mi avevano testimoniato, Gesù è la via, la verità e la vita e dovevo prendermi cura del mio prossimo, innanzitutto aprendo il mio cuore con Riccardo, Matteo e Gianluca. Feci esperienza di cosa può fare lo Spirito Santo. Pensavo di vederli andarsene via. Ma iniziarono invece a farsi domande profonde e giuste per uscire da certe situazioni, Matteo uscire dalle droghe, Gianluca riprendere in mano la sua vita perché aveva una forte depressione, Ricky uscire dall’alcolismo. Ho visto i miei fratelli rinascere. Poi ricominciammo da zero».
Cambiaste anche il nome.
«Prima ci chiamavamo Sun Eats Hours, el sole magna le ore, come si dice in Veneto, cioè “non perdere tempo”, “la vita finisce”, ok, ma il sole c’è sempre, l’eternità, quindi il sole non mangiava più le ore».
Il 6 febbraio 2013 il cardinal Ravasi, pontificio consiglio della cultura, v’invitò alla Lumsa di Roma, a riflettere sul tema «I giovani e la fede: cosa avvicina e cosa allontana un giovane dalla Chiesa?». Qual è la tua risposta a questa domanda?
«Come quel ragazzino che ero io che faceva domande scomode con il bisogno di risposte serie e adulte, nel cuore di ogni ragazzo c’è questa sete. Cristianesimo e cattolicesimo hanno le più straordinarie verità da condividere ma sono comunicate male. La musica è uno strumento potentissimo ma deve essere supportata dalla vita, dalle esperienze insieme. Organizziamo tanti pellegrinaggi, in Terra Santa, in Giordania, sul cammino di Santiago con altre persone in ricerca, sacerdoti, teologi… La Parola non è morta, è un essere vivente, se capiamo questo la nostra vita si trasforma».
Come ti poni di fronte al pensiero del morire?
«Faccio un esercizio della buona morte, tutti i santi ce lo insegnano».
E l’aldilà?
«Quando ho incominciato questo percorso di fede non avrei nemmeno lontanamente immaginato la quantità di luce che sarebbe entrata nella mia vita. Secondo me ciò che troveremo nell’aldilà è esattamente questo».
Sogno dei miei sogni: «Continuo il mio viaggio anche senza noi / Mi manchi da fare male / Dimmi, dove sei? [...]». Ti riferisci a un amore terreno?
«Questo si riferisce a una mia ex fidanzata. Ma a volte nei miei testi si pensa a una storia d’amore terrena mentre sto parlando di una relazione con Dio».
In fondo le due sfere sono intrecciate. In questo momento stai vivendo una storia d’amore, sei fidanzato?
«Ho una fidanzata, sì».
E i tuoi compagni dei The Sun?
«Matteo è sposato e gli altri due entrambi fidanzati».
Pensi di sposarti?
«Ci sto lavorando».
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@20thCenturyFox
Il sequel del film cult ci dice con tenerezza quanto la moda e i media siano cambiati.
Il diavolo veste Prada uscì nel 2006, tratto dal romanzo best seller The devil wears Prada di Lauren Weisberger. Dopo 20 anni, il sequel.
Attenzione, non tratto dal seguito letterario che la Weisberger aveva poi mandato in libreria nel 2013, Revenge wears Prada, che evidentemente non piacque tanto da farne cinema, ma sviluppato poco prima di girare da regista e sceneggiatrice del primo film. Sequel dunque nato non per far cassa o egotismo, ma con l’intenzione di parlare al mondo come fece il primo. Ha spiegato il regista David Frankel: «Il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Il mondo è cambiato. Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito solo un anno dopo il primo film e quello è stato l’inizio della fine. Vedevamo il giornalismo cartaceo sempre più in declino, anno dopo anno. Ci è parso sensato esplorare questo cambiamento sviluppandoci una storia in cui far interagire ancora i personaggi».
Altra condizione per un seguito era la presenza di Meryl Streep, Miranda Priestley nel film, la direttrice della rivista Runway, versione artistica di Anna Wintour di Vogue. Meryl, a sua volta, aveva detto che sarebbe stata della squadra solo con una sceneggiatura grandiosa. Che, in effetti, tale è. Ancora la Streep: «Miranda è un po’ più libera, ma anche in posizione più precaria nel suo mondo, e lo sa. È comunque ancora astuta e mantiene un controllo rigoroso su sé e sul suo team. Ciò che non è cambiato è la sua voglia di lavorare, di fare ciò che ama e in cui è davvero brava. Fisicamente, però, ha 76 anni, non 56, quindi è diverso». Invecchiano gli attori e invecchiano i doppiatori: il volto quasi ottantenne di Meryl Streep occulta l’età anche dietro gli occhiali da sole sovente su, come da consuetudine prima fashionista, ora di chiunque. La sua voce italiana, la grande doppiatrice ottantaseienne Maria Pia Di Meo, ogni tanto tradisce un tremolio. L’evidenza del tempo passato (anche per noi spettatori) intenerisce, emoziona ed è tema del plot. Il lavoro è uno dei pochi contesti sociali in cui il «vecchio» si può salvare dalla furia destruens di tanti, l’anzianità, se di servizio, è esperienza, non consunzione. Com’è per abiti e accessori griffati, che non si buttano mai perché da vintage valgono ancora di più. Lo sa bene Andy (Anne Hathaway) che ha pagato solo 11 dollari una giacca vintage Margiela al mercatino.
Dietro lo specifico della moda e dell’estetica, oggi connotate da fast fashion, fashion icons, patch occhi, beauty routine, inclusività, politically correct, collabs coi cantanti, i nuovi modelli già Vip di loro (qui c’è Lady Gaga), che in questo ventennio sono divenuti dogmi impeccabilmente registrati da questo certosino saggio socio-antropologico-economico travestito da commedia, questo capolavoro, anche, di cinema americano leggero e tecnicamente perfetto (una cifra degli stelleestrisce) racconta in primo luogo l’etica del lavoro, unico settore della vita perfetto di molti mentre il resto, famiglia, Stato, Chiesa, valori ecc. si è liquefatto, per dirla con Bauman. I colleghi sono la nuova famiglia e la famiglia vera non può esser tale se non capisce la vocazione per il lavoro (finalmente Miranda e Andy hanno trovato il compagno giusto, dopo i maschi incapaci di stare accanto a donne con personalità del primo film).
Poi c’è, centrale, trasformata in godibile elemento di trama alla ricerca del lieto fine, la crisi del giornalismo cartaceo causata dal digitale e ben riassunta da Nigel (Stanely Tucci): «Diventare contenuti che le persone scrollano mentre fanno pipì…». Crisi favorita anche dal delirio «futurista» di troppi. Compresi imprenditori ex nerdoni miracolati dal turbocapitalismo e convinti dalla compagna gold digger, che li ha sottoposti a un glow up testosteronico per averli accanto senza vergognarsi, di essere dei geni. Quando il compagno di Emily (Emily Blunt) tenta di filosofeggiare, guardando il Cenacolo Vinciano, che i giornali saranno presto fatti dall’AI ed è sciocco opporsi difendendo il vecchio (povero Leonardo) ogni riferimento a Jeff Bezos - che con Amazon ha distrutto il commercio in carne e ossa e favorito l’invasione della paccottiglia esotica al posto della produzione locale di qualità - e simili non è puramente casuale.
Bella la citazione di Eva contro Eva nel colpo di scena finale che contrappone Emily a Miranda. C’è tanta Milano (e il lago di Como) e tante icone milanesi food, da Giacomo Bulleri ad Adolfo Stefanelli, passando per una Galleria Vittorio Emanuele II piena solo di Miranda talmente suggestiva da commuovere. Come fa il film.
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