Pur di non riprendere metano e petrolio da Putin, approfittando dello stop alle sanzioni, la Commissione preferirebbe razionare i consumi e insistere con il green. Una follia che rovinerebbe le imprese e i cittadini.
«Volete la pace o l’aria condizionata?». Quando Mario Draghi nel 2022 pose il suddetto quesito, in realtà omise di dire che la scelta era tra la libertà dell’Ucraina e la bolletta di casa nostra. Tuttavia, in seguito alla guerra in Iran, la questione si ripropone e con ancora maggiore forza. Gli italiani sanno quanto costò la decisione di appoggiare la resistenza di Kiev all’aggressione russa. A carico dei contribuenti non furono scaricati soltanto i costi degli aiuti alla popolazione ucraina, ma anche quelli indotti dal conflitto, ovvero il rincaro dei combustibili fossili, che si tradusse in un generale aumento dei prezzi.
Ora, a seguito del bombardamento di Teheran da parte di Stati Uniti e Israele, si ritorna alla domanda iniziale: vogliamo sostenere la libertà dell’Ucraina o la nostra economia? Perché è evidente che, se la priorità dell’Europa e pure quella dell’Italia è la resistenza di Kiev, il nostro Paese deve dire addio alla crescita, salutare l’aumento del Pil, dimenticare qualsiasi riduzione del tasso d’inflazione. In altre parole, come ci fece intuire Mario Draghi, la libertà (dell’Ucraina) ha un costo e si tratta di un prezzo non banale. Siamo disposti a sostenere la resistenza di Volodymyr Zelensky e del suo popolo senza se e senza ma anche ora che la situazione, causa guerra all’Iran, volge al peggio? E allora dobbiamo prepararci a stringere di più la cinghia, perché i tempi che si ci prospettano sono ancora più difficili. Mi spiego. Con il blocco dello Stretto di Hormuz e lo stop al transito delle petroliere ma anche delle navi cisterne che trasportano gas, l’Italia e l’Europa rischiano, se non di avere problemi di approvvigionamento energetico, quantomeno di pagare caro la crisi generata dal conflitto innescato dai bombardamenti americani e israeliani. Il prezzo del greggio ha oltrepassato i 100 euro al barile e quello del gas ha avuto una fiammata. Per questo Donald Trump ha sospeso per trenta giorni le sanzioni nei confronti dell’India, consentendo a Nuova Delhi di comprare petrolio da Mosca. E per questo ha esteso la moratoria ad altri Paesi. Tornare a comprare petrolio e metano dalla Russia converrebbe anche a noi, per lo meno fino a che la guerra in Iran non farà tornare forniture e prezzi a livelli normali. Però l’Europa non pare disposta a nessun passo indietro nei confronti di Putin. Anzi, non soltanto sembra intenzionata a riconfermare le misure fin qui adottate, ma, di fronte alla situazione venutasi a creare con il conflitto che coinvolge i Paesi del Golfo, ha una soluzione che prevede di tagliare del 15% i consumi di metano e greggio. Insomma, nessuna retromarcia sulle sanzioni a Mosca, ma neppure alcuna concessione nei confronti di chi almeno chiede un rallentamento nell’attuazione del politiche green. In altre parole, avanti tutta verso il disastro. Perché è evidente che rinunciare ai combustibili fossili che potrebbero essere comperati da Mosca, sostituendo quelli che non giungono per via della guerra in Iran, e accelerare la transizione ecologica significa solo punire ulteriormente l’industria europea. Già molte aziende sono in difficoltà a causa delle strategie imposte da Bruxelles. Già si accumulano i dubbi nei confronti della scelta di dire no alla riapertura delle forniture russe. Se poi a tutto ciò si aggiunge un giro di vite dei consumi per far fronte alla crisi seguita al conflitto in Iran, le politiche europee somigliano molto a un suicidio. Nei giorni scorsi la Volkswagen ha annunciato il licenziamento di 50.000 dipendenti per effetto del rallentamento del mercato e, al pari dell’industria automobilistica tedesca, altri grandi gruppi stanno facendo i conti con la caduta improvvisa delle vendite. Se poi a questo si aggiungono le follie di Ursula von der Leyen e compagni, il capolavoro è compiuto.
Prima ci renderemo conto degli atti di masochismo a cui ci sta condannando la Ue e meglio sarà. Magari sarà impossibile tornare indietro; almeno fermare il declino, però, non soltanto è possibile ma auspicabile. Perché la libertà si accompagna anche con la tenuta dei bilanci di famiglie e imprese.
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Claudio Bertolotti (Imagoeconomica)
Il direttore di React Claudio Bertolotti: «In Askatasuna ci sono reduci dalla Siria che sanno usare le armi. L’Iran finanzia pro Pal e maranza».
Sono passati pochissimi mesi da quando le piazze delle più importanti città del nostro Paese venivano riempite da manifestazioni per Gaza. Quasi ogni settimana si riversavano per strada migliaia di persone per chiedere la fine della guerra, ma anche una Palestina libera dal fiume al mare, ovvero senza lo Stato di Israele. E che invocavano l’«intifada anche qua», ovvero la rivolta, spesso armata sull’esempio di quella dei giovani palestinesi del 1987. Oggi c’è una nuova guerra, questa volta in Iran e in pochi ormai si preoccupano per Gaza (nonostante la situazione resti ancora drammatica). Una prova, questa, di come quelle manifestazioni fossero innanzitutto politiche e che dei gazawi, alla fine, non importava nulla a nessuno. Oggi si manifesta per un’altra guerra mediorientale. A tenere le bandiere e gli striscioni sono ancora una volta i gruppi legati alla sinistra più estrema e, con sempre maggior frequenza, anche gli immigrati di seconda generazione: i cosiddetti «maranza». Qualcosa si sta muovendo nel nostro Paese. La saldatura tra movimenti antagonisti e immigrati è sempre più forte. La loro non è soltanto una lotta contro il governo, ma anche contro l’Occidente e ciò che rappresenta. Non è solamente una battaglia ideologica, ma anche reale. Si combatte nelle strade, ad ogni manifestazione. E che riguarda anche la pressione che alcuni Paesi riescono a fare sulle comunità straniere, andando a «reclutare» soprattutto i più giovani per portare il caos nelle nostre strade. Ne abbiamo parlato con Claudio Bertolotti, già capo sezione della contro intelligence e della sicurezza Nato in Afghanistan e oggi direttore di React, l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo.
Bertolotti, cosa sta accadendo nel mondo antagonista?
«In Italia e in Grecia, anche se il fenomeno si sta espandendo anche in altri Paesi, si sta verificando una spinta violenta accanto a quelli che sono i gruppi storici dell’antagonismo radicale. Guardiamo per esempio Askatasuna a Torino, che è il caso studio più interessante di tutta l’Europa».
Com’è cambiata la strategia degli antagonisti?
«Nel corso del tempo si è creata una narrativa funzionale all’inclusione di altri gruppi e seguaci. Si è strutturata attorno a grandi idee globali come l’anti occidentalismo e l’opposizione agli Stati Uniti e, al tempo stesso, sposando le cause locali sulle istanze di piccoli gruppi e comitati».
Come Askatasuna, del resto...
«Esatto, che lo ha fatto con la battaglia No Tav. In questo modo si è legato a gruppi inizialmente non violenti, trasformando poi quella causa in una sorta di guerra combattuta in montagna».
La parola guerra non è forse eccessiva?
«Ci sono alcuni membri dentro Askatasuna che hanno combattuto in Siria, al fianco della componente curda, sia contro il regime di Bashar al Assad sia contro lo Stato islamico. Questi membri hanno imparato tecniche e procedure di combattimento che sono state applicate contro obiettivi strategici dell’alta velocità».
In quali occasioni, per esempio?
«Contro i cantieri di Chiomonte, dove oltre all’adozione di piani di inganno, sono state segnalate divisioni per aliquote di combattimento e l’alternanza tra manifestazioni e strumenti atti ad offendere. Ma anche vere e proprie armi, come per esempio i bazooka...».
I bazooka?
«Sì, prendendo tubi di metallo ed inserendo dentro dei fuochi d’artificio. Veri e propri lanciatori di esplosivi che hanno provocato danni ingenti sia contro i poliziotti che presidiavano la valle sia contro le strutture».
E questa è solamente la parte legata al mondo antagonista. C’è però anche quella collegata maggiormente ai cosiddetti pro Pal...
«Si tratta di una galassia minoritaria, però molto rumorosa, che è riuscita di fatto a fondere quelle che sono le istanze dei gruppi anarco-insurrezionalisti e marxisti leninisti a cui Askatasuna si associa. Ma non solo. I pro Pal sono riusciti a fondere quello che è l’asse della sovversione della sinistra estrema con quello anti israeliano in modo estremamente coerente con quelli che erano gli schieramenti durante la Guerra fredda: il blocco sovietico, i gruppi comunisti stavano con la Palestina e ora ripropongono quello che in maniera più strutturata abbiamo visto negli anni Settanta e Ottanta».
A cosa si riferisce esattamente?
«Alla volontà di violenza ai danni dello Stato. In tutto questo si inserisce la posizione anti governativa dei gruppi antagonisti che, di fatto, agiscono anche impunemente attraverso una forma di sostegno della borghesia e dell’élite intellettuale che si colloca nella cosiddetta sinistra moderata e che guarda spesso con favore a questi gruppi antagonisti».
Secondo lei c’è stato un cambio di strategia negli attacchi degli ultimi mesi? Penso per esempio ai sabotaggi contro i treni. Ancora una volta si è andati a colpire l’alta velocità...
«Dobbiamo fare due considerazioni. La prima è che Askatasuna ha compreso, nel corso degli anni, che il danno contro le infrastrutture strategiche impone il blocco di quello che è il movimento delle persone, delle merci e dei materiali in Italia. Se guardiamo ad alcuni obiettivi, pensiamo per esempio a Bologna, ci rendiamo conto che la natura strategica ed essenziale di quello snodo ferroviario rappresenta un’estrema vulnerabilità. Di fatto l’Italia viene divisa in due».
Del resto non è la prima volta che accade...
«Quello è un collo di bottiglia. Lì transita l’alta velocità e non ha percorsi alternativi. Proprio questo è il motivo per cui viene scelto come obiettivo strategico».
Però sembra che delle questioni locali alle frange antagoniste interessi sempre meno. Anzi: pare che ormai siano focalizzate principalmente sulle questioni legate agli Esteri, prima con Gaza e ora con l’Iran...
«Esatto: hanno abbandonato la resistenza locale, ovvero la liberazione degli spazi che erano stati per esempio occupati da Askatasuna, che ha preso atto dell’inutilità di difendere una sede fisica quando invece può imporre la propria volontà colpendo le infrastrutture strategiche che sono sinonimo di modernità, di collegamento, di globalizzazione. Che è tutto ciò a cui si oppone Askatasuna».
Si tratta di una decisione politica quindi?
«Certamente: e non è un caso che, come dicevo prima, questi riferimenti si trovino anche nella sinistra più istituzionale e parlamentare, da Alleanza verdi e sinistra al Movimento 5 stelle, che hanno basato la loro narrazione in campagna elettorale sull’inutilità di tutte le infrastrutture strategiche, non solo dell’alta velocità ma anche del Muos e dei trafori che permettono il transito di beni, mezzi e persone».
Il presidente americano si è spinto oltre, dichiarando alcuni movimenti antifa fuorilegge. Ha esagerato o, come pare anche da questa conversazione, alcuni di essi sono dei terroristi a tutti gli effetti?
«Sono terroristi nei fatti, in quello che commettono. C’è un’agenda politica ben definita che viene perseguita attraverso l’imposizione della propria presenza e della propria narrazione con atti di sabotaggio e di terrorismo».
In Italia però dire che gli antifa sono dei terroristi ha un valore e un peso diverso rispetto agli Stati Uniti...
«Possiamo discutere sul piano giuridico e legale, ma guardando a quella che è la normativa dell’Unione europea, l’atto di terrorismo è nella sua manifestazione e quelli degli antifa sono atti di terrorismo. Che poi non si voglia applicare l’etichetta di “terrorismo” in fase processuale è un altro discorso. Per restare sul piano operativo non possiamo non considerare questi atti come atti di terrorismo».
C’è poi la «questione maranza»...
«La componente pro Pal ha preso spunto da ciò che sta accadendo nel Nord Europa, dove l’Iran finanzia non solo i movimenti che sostengono la Palestina, ma anche le baby gang affinché queste rappresentino strumenti di destabilizzazione all’interno degli Stati in modo che provino a forzare le scelte politiche e perfino gli esiti elettorali. Qualcosa di simile a ciò che avviene qui con i “maranza”, giovani generazioni di magrebini che costituiscono le baby gang delle zone più disagiate di Torino (Barriera di Milano e Aurora), e che ci deve portare ad ascoltare il campanello d’allarme del Nord Europa».
Possiamo aspettarci qualcosa di simile anche da noi?
«Il Nord Europa si trova semplicemente più avanti con la destabilizzazione sociale. La partecipazione a questi eventi e la responsabilità a cui è stata attribuita la distruzione di beni pubblici e privati non può che confermare questo timore».
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Caro presidente Zelensky, mi scusi se disturbo il suo tour nei salotti europei, ma avrei una domanda da porle: potrebbe appurare se è vero che sono i suoi guastatori a far saltare le petroliere nel Mediterraneo?
E se fosse vero, come pare, potrebbe dire loro che causare la più grande catastrofe ambientale nel Mare Nostrum non è un bel modo di ringraziare chi in questi anni l’ha riempita di soldi? Mi scusi se mi permetto, ma l’idea che 900 tonnellate di nafta finiscano sulle coste della Sicilia o della Puglia rovinando quel che resta della pesca e affossando definitivamente la stagione turistica che sta per iniziare ci inquieta assai. Non a caso l’altro giorno a Palazzo Chigi è stato convocato un vertice urgente per affrontare l’emergenza. Si teme un disastro. E, purtroppo, ancora una volta il disastro porta il suo nome.
La Arctic Metagaz è una petroliera che fa parte della cosiddetta «flotta ombra» di Mosca. Da un po’ di tempo voi ucraini vi divertite a colpirle qua e là, rivendicando solo ufficiosamente gli attentati. È successo anche qualche tempo fa a una nave ormeggiata a Vado Ligure. I sabotatori di Kiev, riportano le cronache, sono entrati in azione contro la Arctic Metagaz a inizio marzo: vari droni sottomarini hanno colpito la nave, squarciandone la fiancata. C’è stato un incendio. I trenta uomini dell’equipaggio sono stati portati in salvo, e da allora la petroliera vaga alla deriva fra Malta e Lampedusa. Una specie di bomba nel cuore del Mediterraneo. Se dovesse sversare in mare le sue 900 tonnellate di nafta ci troveremmo di fronte al più grande disastro ambientale mai visto da queste parti. Le sembra il modo, caro Zelensky, di ringraziarci per tutti i soldi che le abbiamo dato?
L’altro giorno lei era a Parigi. Dopo aver tubato un po’ con Macron, è andato a fare lezione agli studenti di SciencesPo. Ho letto resoconti commoventi del suo modo «amabile» di rispondere alle domande degli studenti parlando «di morale, sentimenti e valori». «La sua narrazione è quella di un percorso di elevazione morale», ha scritto La Stampa. «È un leader che parla alla nostalgia». E noi siamo lieti, naturalmente, di osservare tutta questa sua amabilità per gli studenti. Non potrebbe averne un po’ anche per il nostro mare? Nel suo percorso di elevazione morale deve proprio rientrare la catastrofe ambientale nel Mediterraneo? Mi scusi, ma visto che si parla alla nostalgia, ecco: noi abbiamo nostalgia di quando gli ucraini non usavano i nostri soldi per venire a sabotare le navi davanti alle nostre coste. Ci tenevo a dirglielo.
Anche per lei, sa. In questi anni, infatti, gli italiani sono stati costretti a perdonarle di tutto. La corruzione, i cessi d’oro dei suoi amici, le leggi liberticide, i ministri ladri, il passato da clown. Sono stati costretti a credere che lei fosse il simbolo della libertà e della democrazia anche quando mandava i suoi sicari in giro a massacrare giovani donne come la figlia di Dugin. Hanno chiuso un occhio di fronte al sabotaggio del North Stream, al caro petrolio, alle sanzioni alla Russia che hanno affossato la nostra economia. Ma se dovessero vedere tonnellate di greggio distruggere il Mediterraneo, chissà, forse aprirebbero gli occhi pure loro. E capirebbero finalmente chi lei è davvero. E cioè un’onda nera come il petrolio.
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Ansa
A quattro lustri dall’ultimo trionfo di un italiano (Fisichella), Kimi conquista la Cina.
Il destino si materializzò quando aveva 7 anni e papà Marco, che correva con le Gran Turismo, non riusciva a farlo entrare nel paddock. Niente badge, troppo piccolo. Allora s’inventò un escamotage: fece impilare una serie di gomme su un carrello, infilò nel buco il pargolo, gli impose di non fiatare, mise un ombrello aperto a coprirlo (necessario per non surriscaldare gli pneumatici al sole) e passò il controllo. Da quei box Andrea Kimi Antonelli non è più uscito. E ieri a Shanghai, a 19 anni e mezzo, è diventato il primo pilota italiano a vincere un gp 20 anni esatti dopo Giancarlo Fisichella. Non solo, è il secondo più giovane a trionfare dopo un certo Max Verstappen.
L’impresa del bolognese era nell’aria. Non solo perché la sua Mercedes vola, ma perché lui ha una marcia in più e non ha scelto il numero 12 a caso: era quello di Ayrton Senna, il più grande di sempre. Kimi - lo chiamava così suo zio, fan di Raikkonen - in Cina ha messo in fila la prima guida Mercedes, George Russell, e le due Ferrari (terzo Lewis Hamilton, primo podio sulla rossa, quarto Charles Leclerc). L’ordine d’arrivo evidenzia una coincidenza urticante: Antonelli è stato promosso dalla marca tedesca un anno fa proprio per sostituire Hamilton che aveva scelto Maranello a 40 anni. Due numeri: costo di quest’ultimo 50 milioni più 20 di bonus a stagione, costo di Kimi 2 milioni più 3 eventuali di bonus. John Elkann aveva il fuoriclasse della porta accanto e se lo è fatto scappare per una questione di marketing. Enzo Ferrari, che amava le scommesse più dei monumenti, l’avrebbe presa malissimo.
«Non ci posso credere», gridava Kimi nell’interfono all’ultimo giro. E quando gli hanno messo davanti il microfono ha pianto. Una favola surreale per un ragazzo che ha preso la licenza dei bolidi prima della patente B. «Fin da bambino i miei giocattoli preferiti erano le macchinine. In ogni negozio, in ogni autogrill, facevo fermare i miei genitori e uscivo con un paio di pacchetti di Hot Wheels». Nelle stagioni dei kart, ad accompagnarlo era mamma Veronica, «mentre io dovevo portare a casa i soldi per mantenere tutti», spiegò il padre, che ha preteso dal figlio la maturità tecnica prima dell’ok a scatenarsi in pista. Famiglia solida, valori di alta cilindrata.
Per la Mercedes è una scommessa vinta. «Con lui abbiamo un solo problema, farlo rallentare». Non proprio il peggiore dei difetti per un pilota di F1. Infatti Toto Wolff, guru austriaco del marchio d’argento, ha creduto in lui fin dall’inizio e lavora di psicologia per aiutarlo a superare l’irruenza giovanile che lo porta a strafare. Rallentare. Vallo a dire a un boys carico di adrenalina da prestazione. Max Verstappen alla sua età era soprannominato «Versbatten» e Gilles Villeneuve «l’aviatore», per la tendenza a decollare. Ora Kimi punta a confermarsi in Giappone. Basta e avanza. In ogni caso l’ultimo italiano a vincere un mondiale piloti di F1 è stato Alberto Ascari 73 anni fa. Troppi.
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