(Ansa)
Al porto di Ashdod gli attivisti vengono bendati, ammanettati e fatti inginocchiare. Il ministro Ben-Gvir li deride: «Benvenuti da noi». Perfino Netanyahu si dissocia. Condanna di Mattarella e del governo, che convoca l’ambasciatore di Gerusalemme.
«ll modo in cui il ministro ha gestito gli attivisti della Flottilla non è in linea con i valori e le norme dello Stato di Israele»: le parole pronunciate nel primo pomeriggio da Benjamin Netanyahu sul comportamento vergognoso del suo ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir, hanno il sapore amaro del cerchiobottismo.
«Israele», aggiunge infatti Netanyahu, «ha tutto il diritto di impedire alle flottiglie provocatorie di sostenitori del terrorismo di Hamas di entrare nelle nostre acque territoriali e raggiungere Gaza. Ho dato istruzioni alle autorità competenti di espellere i provocatori il prima possibile». Un personaggio inqualificabile, Ben-Givr, che ieri ha passato il segno anche nei confronti dell’Occidente: ha pubblicato dei video girati nel porto di Ashdod, dove sono detenuti gli attivisti della Flotilla fermati dalla marina militare israeliana, nei quali si mostra tutto contento mentre sbeffeggia i sequestrati, bendati e in manette, inginocchiati, con una persona sbattuta violentemente contro il pavimento. «Ecco come accogliamo i sostenitori del terrorismo», se la ride Ben-Gvir, «benvenuti in Israele, siamo i padroni di casa».
Nei video si vedono poliziotti mascherati che sbattono a terra gli attivisti, li costringono a mettersi a quattro zampe e li trascinano. Faccia a terra e mani legate dietro la schiena, i prigionieri urlano, mentre Ben-Gvir se la spassa e incita la polizia. Il ministro chiede poi a Netanyahu la consegna degli attivisti per metterli nelle carceri dei terroristi. Nel video appare anche Antonella Bundu, ex candidata alla presidenza della Regione Toscana, ammanettata, presa per il collo e trascinata via da alcuni agenti. Sono 29 gli italiani intercettati a bordo di imbarcazioni della Flotilla e sequestrati da Israele. Intendiamoci: ognuno può pensarla come vuole su iniziative come quella della Flotilla, ma comportamenti come quello di Ben-Gvir, uno che ha festeggiato il suo cinquantesimo compleanno, qualche giorno fa, con una torta con disegnato un cappio, finiscono per convincere tutti i Paesi civili, compreso quello italiano, da sempre tra i più vicini a Israele, a prendere posizioni nette.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parla di «trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele». «Le immagini del ministro israeliano Ben-Gvir», dichiarano il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, «sono inaccettabili. È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona. Il governo italiano sta immediatamente compiendo, ai più alti livelli istituzionali, tutti i passi necessari per ottenere la liberazione immediata dei cittadini italiani coinvolti. L’Italia pretende inoltre le scuse per il trattamento riservato a questi manifestanti e per il totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del governo italiano. Per questi motivi», aggiungono la Meloni e Tajani, «il ministero degli Affari esteri convocherà immediatamente l’ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti formali su quanto accaduto». L’ambasciatore israeliano Jonathan Peled viene ricevuto ieri sera alla Farnesina dal segretario generale Riccardo Guarigli. Ci saranno conseguenze? «Adesso vediamo quello che succede» spiega Tajani, «facciamo concludere la vicenda e poi vedremo col governo quali decisioni adottare. Ci sono diverse opzioni, studieremo quella più proporzionata ed efficace». In serata la Farnesina fa sapere che «il governo italiano si riserva di valutare le iniziative politiche più opportune da prendere anche in sede europea».
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si rivolge direttamente a Ben-Gvir: «Noi ci vantiamo di altro», sottolinea Crosetto, «ministro. Ci vantiamo di aver sempre trattato con rispetto i suoi connazionali e non abbiamo l’abitudine di arrestare le persone in acque internazionali ma semmai di soccorrerle se ne hanno bisogno. Non penso che con atteggiamenti di questo tipo si faccia il bene di Israele».
Il parlamentare del M5s Dario Carotenuto e il giornalista del Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani, tra gli ostaggi di Israele, dovrebbero rientrare in Italia stamattina. Gli altri prigionieri sarebbero stati trasferiti ieri sera nella prigione di Ktziot nel deserto del Negev. Tutti dovrebbero essere espulsi nel giro di 24 ore. All’attacco il M5s: «Le parole di condanna pronunciate da Meloni, Tajani e Crosetto circa il trattamento brutale delle attiviste e degli attivisti della Sumud Flotilla», sottolineano i parlamentari Alessandra Maiorino, Marco Croatti, Stefania Ascari e Arnaldo Lomuti al termine di un presidio di protesta davanti a Montecitorio, «sono una indegna fiera dell’ipocrisia. Ricordiamo vividamente come schernivano e prendevano in giro la precedente missione della Flotilla, al punto da costringere gli attivisti a rientrare a spese proprie, poi coperte dalla Turchia, con grande umiliazione dell’Italia».
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Andrea Delmastro (Ansa)
Convalidati in appello gli otto mesi inflitti in primo grado all’ex sottosegretario di Fdi per la presunta violazione di segreto d’ufficio sull’anarchico Cospito al 41 bis. I giudici sconfessano la Procura addirittura per la quarta volta. Annunciato il ricorso in Cassazione.
Aveva sperato in un’assoluzione l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, accusato di rivelazione del segreto d’ufficio sul caso dell’anarchico Alfredo Cospito.
La Procura generale di Roma aveva infatti chiesto di ribaltare la sentenza di primo grado nei confronti di Delmastro. Ma ieri pomeriggio, dopo una camera di consiglio durata un paio d’ore, la Corte d’Appello di Roma ha confermato la condanna a otto mesi nei confronti dell’ex sottosegretario. Sconfessando il sostituto procuratore generale, Tonino Di Bona, il quale, nel corso della requisitoria per motivare la sua richiesta l’assoluzione per Delmastro, aveva affermato che «non vi era certezza sulla segretezza» degli atti diffusi su cui «c’era limitata divulgazione ma nessuno ne aveva segnalata la riservatezza».
Una doccia gelata nei confronti della quale il difensore dell’esponente di Fratelli d’Italia, l’avvocato Andrea Milani, ha già annunciato ricorso: «È un caso per cui sono disposto ad andare fino in fondo. Attendiamo le motivazioni della sentenza. Andremo sicuramente in Cassazione. Siamo delusi e stupiti della sentenza di oggi pomeriggio. Alla luce delle parole della Procura generale e della ricostruzione non c’era alcun dubbio. Le presunte notizie rivelate non erano segrete». E anche Delmastro conferma l’intenzione di non arrendersi, evidenziando nel suo commento una circostanza a dir poco singolare: «Non condivido la decisione della Corte d’Appello, ma ne prendo atto. Non ho intenzione di fermarmi qui. Andrò fino in Cassazione, con quattro richieste assolutorie, nella certezza di riuscire finalmente a dimostrare la correttezza del mio operato, senza se e senza ma». Ed è nelle parole «quattro richieste assolutorie» pronunciate dall’ex sottosegretario che si racchiude la particolarità della sua vicenda processuale, caratterizzata appunto da quattro richieste -due di archiviazione e due di assoluzione - da parte dell’accusa, ogni volta ribaltate dai giudici.
Riavvolgiamo il nastro. Il caso giudiziario che ha coinvolto Delmastro, finito a processo a Roma dopo una denuncia del deputato di Avs Angelo Bonelli, prende il via il 31 gennaio 2023 quando il parlamentare di Fdi Giovanni Donzelli alla Camera riporta alcune informazioni su Cospito, detenuto al 41 bis impegnato in quel periodo in un lungo sciopero della fame contro il carcere duro. In quell’occasione l’allora responsabile nazionale di Fratelli d’Italia, poi sentito anche lui dai magistrati come testimone, parlò di alcuni colloqui che l’anarchico torinese aveva avuto nel carcere di Bancali a Sassari, dove era detenuto. Interrogato sul fatto, Donzelli ammise di aver ricevuto quelle informazioni dal collega di partito Delmastro. L’allora sottosegretario, con delega al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, si difese spiegando di aver girato sì le informazioni a Donzelli, ma che si trattava di documenti non classificati. Quanto riferito dall’oramai ex sottosegretario al collega di partito faceva parte di un’informativa proveniente dall’amministrazione penitenziaria, su cui era apposta la dicitura «a limitata divulgazione», predisposta sulla base dell’osservazione in carcere dei detenuti e che lo stesso Delmastro aveva chiesto di visionare. I colloqui indicavano l’auspicio che quella contro il carcere duro diventasse una battaglia comune tra boss mafiosi e l’anarchico. Pochi mesi dopo, a maggio del 2023, la Procura di Roma, nella persona dell’allora procuratore aggiunto Paolo Ielo, chiede l’archiviazione per Delmastro, sostenendo che in effetti c’è stata una violazione del segreto amministrativo, alla quale però manca «l’elemento soggettivo» del reato, ovvero la volontà dolosa. Ma a luglio del 2023 il gup Emanuela Attura dispone l’imputazione coatta per Delmastro. Nell’udienza preliminare del 22 novembre di quell’anno Ielo chiede una seconda volta il non luogo a procedere per l’imputato. Un altro gup, Maddalena Cipriani, manda a processo Delmastro, sconfessando di nuovo la linea della Procura. Arriviamo così al 20 febbraio del 2025, quando durante il processo di primo grado, Ielo e la pm Rosalia Affinito chiedono l’assoluzione per l’allora sottosegretario. Le due toghe ribadiscono la mancanza dell’elemento soggettivo del reato. Lo stesso giorno, da parte del Tribunale arriva la terza sconfessione della linea della Procura e l’esponente di Fdi viene condannato a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio.
«Una condanna che giunge dopo che la Procura davanti al Gip e al Gup, sia in primo grado e sia in Appello, ha chiesto sempre l’assoluzione per Delmastro», commenta il capogruppo di Fdi alla Camera Galeazzo Bignami, che aggiunge: «Un caso unico per la giustizia italiana».
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Donald Trump (Ansa)
Per la sinistra l’attentato di Modena non segna la crisi di un modello. Al contrario ci dovrebbe costringere a foraggiare ancor di più le fallimentari strutture dell’accoglienza. Ed è lì che ora la destra deve tagliare.
L’episodio di Modena ha tutte le caratteristiche per rappresentare un punto di svolta nell’immaginario italiano. Nell’immediatezza del fatto l’utilizzo politico delle circostanze ha già scavato il solco, ha già indicato i ruoli di «buoni» e «cattivi» e ciò che pare essere venuto ormai meno è non solo la riflessione pacata ma l’interesse per le posizioni altrui.
Malgrado la sinistra provi a dire il contrario, gli «sciacalli» non sono quelli che indicano nell’immigrazionismo e nel fallimento dell’idea di integrazione il problema, gli «sciacalli» sono quelli che di fronte a una tentata strage secondo modalità oggettivamente «terroristiche» - che poi siano religiosamente ispirate o frutto soltanto di «frustrazione sociale» questo lo indagheranno i tribunali - si precipitano ad affermare che il colpevole è cittadino italiano, è laureato, aveva «problemi psichici» e che quindi è colpa del governo che non stanzia abbastanza fondi per le strutture di sostegno ai numerosi e sempre nuovi disagi che ogni giorno vengono scoperti.
I fondi pubblici non bastano mai, le strutture non bastano mai, l’integrazione non basta mai e se qualcosa capita che dimostra il fallimento di queste strutture allora «ci vogliono più strutture». Mentre la Casa Bianca ha adottato dichiaratamente la politica della «Remigrazione» - come attestato dal comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato dell’11 maggio 2026 («Our goal is not to “manage” migration, but to foster remigration») e dalla riorganizzazione del Bureau of population, refugees, and migration con la creazione di un apposito «Office of remigration», mostrando risultati concreti di oltre 2,5 milioni di rimpatri totali (più di 605.000 deportazioni forzate e 1,9 milioni di auto-rimpatri) e il primo saldo migratorio negativo negli Stati Uniti dal Dopoguerra - l’Unione europea rimane l’ultima grande entità occidentale prigioniera del dogma immigrazionista, isolandosi di fatto dal resto del mondo e confermando la propria sudditanza ideologica a un globalismo postnazionale che la trascina nell’irrilevanza esemplarmente descritta dall’incontro a Bruxelles tra la Ue e i Talebani afghani mentre Donald Trump e Xi Jinping si incontrano per riscrivere gli equilibri globali.
E provando la sensazione di abitare la retroguardia del mondo, l’episodio di Modena si pone come rivelatore ontologico di una vera e propria frattura in seno alla società. Il fatto che si stiano contrapponendo due narrazioni inconciliabili - una basata sull’ideale della povera vittima che vuole investire i passanti perché «non siamo stati in grado di integrarlo» e l’altra fondata sull’idea che un attestato di cittadinanza non trasforma automaticamente un soggetto culturalmente incompatibile in un italiano - dimostra che il fenomeno migratorio ha ormai superato il piano sociologico, assumendo un peso esistenziale che rende sterile ogni mediazione. L’idea stessa del «poteva capitare a chiunque» in base alla quale saremmo di fronte a un soggetto neutro, impersonale, il quale inspiegabilmente vuole uccidere qualcuno e per il quale ogni altra considerazione e valutazione sarebbe indice di «razzismo», non si concilia con l’impostazione esattamente opposta, impersonata quando si tratta, ad esempio, di «patriarcato», un fenomeno che i sociologi definiscono inesistente ma per il quale, invece, quando viene evocato partono le fiaccolate e la pretesa che tutti gli italiani maschi si sentano in colpa e chiedano espiazione. Ebbene, di fronte a una contrapposizione così frontale occorre prendere atto dell’inefficacia del processo dialettico basato su una società che condivide se non altro l’idea elementare di «accaduto». Venuto a mancare un orizzonte nazionale comune non esiste più sintesi, non esiste più un «terzo elemento superatore» tra chi imputa agli autoctoni la mancata integrazione degli immigrati e chi subisce i danni casuali della violenza. La tesi e l’antitesi restano irriducibili perché fondate su due ontologie politiche antitetiche: universalismo astratto da una parte ed empirismo concreto dall’altra. L’immigrazionismo cessa così di essere un problema amministrativo, umanitario o genericamente gestionale, ma diviene un conflitto permanente nel quale il nemico non è negoziabile dialetticamente e dove ogni pretesa di confronto tende in realtà a un’espulsione dell’altro dal contesto sociale. Ci troviamo dunque un passo oltre il confronto, un passo oltre il dibattito, ci troviamo nella condizione in cui ogni ulteriore sforzo di ricomposizione della questione assume i contorni dell’abbandono al demone della dialettica e forse, per non esacerbare ulteriormente lo scontro, occorrerà semplicemente prendere atto dell’esistenza di tale irriducibilità.
Ed è proprio qui, però, che deve agire la politica, se ancora non è diventata pura tecnocrazia: se esiste ancora l’idea di «ricomposizione democratica» allora chi ha ottenuto la maggioranza anche e soprattutto per affrontare i danni dell’immigrazionismo deve, con semplicità ed efficacia, procedere al taglio dei fondi che sostengono un sistema in costante e inesorabile espansione, consapevole del fatto che questa è l’unica strada pacifica e legittima per contrapporsi a un parastato gramsciano la cui costante espansione obbligata ha ormai superato i limiti di sostenibilità.
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