Mario Fresa (Ansa)
Dopo gli scoop della «Verità» il Csm non ha avviato pratiche, mentre il Palazzaccio ha deciso di vederci chiaro. E, forse, di ascoltare quegli audio imbarazzanti di Fresa.
Dopo gli scoop della Verità la Procura generale della Cassazione si è svegliata e ha aperto un nuovo procedimento disciplinare nei confronti di Mario Fresa, storica toga progressista e magistrato «manesco» in servizio proprio presso il Palazzaccio con i gradi di sostituto procuratore generale. Il nostro giornale, a marzo, aveva svelato il contenuto di alcuni audio depositati dall’ex moglie di Fresa, che chiameremo B., in alcuni procedimenti che vedono contrapposta la coppia, in particolare in quello instaurato presso la sezione famiglia del tribunale civile della Capitale dove l’ex consorte ha chiesto la modifica delle condizioni della separazione.
Dalle registrazioni emergevano comportamenti da parte della toga certamente poco edificante per l’immagine della categoria. In una di esse Fresa litigava con l’amante e con i carabinieri, intervenuti per sedare la rissa, aveva accusato la donna di avere «dei precedenti». Lei rispondeva dandogli del «puttaniero», senza che lui si scomponesse.
In effetti, qualche mese prima, in un altro audio, il magistrato aveva proposto a B. (così si legge in una denuncia della donna): «Dai facciamo una cosa pazza […] chiamiamo qualcuna». Un’offerta che sarebbe stata prontamente rispedita al mittente: «Non è normale che mi proponi di chiamare una prostituta per scopare adesso con noi dal nulla. C’è nostro figlio a casa».
Altrettanto sconcertante è la registrazione in cui si sente Fresa rivolgersi al figlio, all’epoca cinquenne, con queste parole: «Tua madre è la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio. Questo è mamma tua. Però con me purtroppo ha sbagliato».
Il 16 marzo scorso l’ex consorte è stata convocata dai carabinieri per l’identificazione e la nomina del difensore in quanto indagata per inosservanza al provvedimento del giudice civile che aveva prescritto l’affido condiviso del figlio, respingendo le richieste di B..
La lunga querelle giudiziaria della coppia è iniziata nel 2020, quando l’ex compagna denunciò Fresa per lesioni dopo essere stata colpita violentemente alla tempia, durante una colluttazione. Il colpo, come documentano alcune foto, causò alla donna un’«ematoma al volto con rigonfiamento all’altezza dell’arcata sopraccigliare». Il procedimento penale si risolse con il proscioglimento di Fresa dopo che B. aveva ritirato la denuncia. Il magistrato è stato archiviato anche in altri due inchieste penali (una a Roma e una a Civitavecchia) in cui gli venivano contestati maltrattamenti in famiglia.
Uno dei due era stato avviato da un’ulteriore querela dell’ex moglie.
Il gip, che, lo scorso ottobre, ha archiviato l’ultimo fascicolo, ammetteva che «le 28 registrazioni effettuate dalla querelante nel corso di circa 4 anni» documentavano «il coinvolgimento del figlio minore nelle dinamiche conflittuali che agitavano i genitori», ma sosteneva che «alcune frasi obiettivamente ingiuriose e denigratorie pronunciate da Fresa nei confronti» dell’ex consorte, «in alcune occasioni anche alla presenza del figlio o della collaboratrice domestica», non consentivano, «per la loro episodicità e per la valutazione resa dal consulente tecnico d’ufficio nel giudizio civile, di […] ricondurre le condotte nell’ambito dell’ipotesi delittuosa di maltrattamenti in famiglia».
Il 30 gennaio scorso B. è tornata alla carica, convinta della pericolosità dell’ex marito. Ha chiesto ai magistrati di Roma di valutare un’eventuale responsabilità penale di Fresa per «maltrattamenti, almeno sotto il profilo psicologico, in danno del bambino» e ha denunciato «l’ambiente e le condizioni di vita che lo stesso Fresa ha creato e tollera nella sua abitazione di Roma, tali da porre a rischio lo sviluppo armonico e ordinato della personalità morale e psicologica» del figlio.
Pur di fronte a una situazione tanto complessa, a dicembre, il Csm ha archiviato la pratica per incompatibilità ambientale aperta nei confronti di Fresa a seguito della pubblicazione di un articolo relativo all’inchiesta di Civitavecchia (al centro un ulteriore «incidente» occorso a un’altra amante). Determinante per l’archiviazione si è rivelata la posizione del procuratore generale della Cassazione, Piero Gaeta: la toga ha evidenziato la mancanza dello «strepitus» mediatico, decisivo per il riconoscimento dell’incompatibilità ambientale, ma ha anche scelto di non promuovere alcuna azione disciplinare e ha giustificato tale decisione con le richieste di archiviazione in sede penale. In più, ha assicurato di avere «limitato le funzioni interne» di Fresa in ragione delle «problematiche che erano emerse e che ora si sono ripetute».
Dopo questa «arringa» Palazzo Bachelet ha riconosciuto che «i fatti posti all’attenzione dell’autorità giudiziaria di Civitavecchia non risultano oggetto di alcuna divulgazione» e ha disposto l’archiviazione.
Fresa ha salvato posto di lavoro e stipendio.
Adesso la Procura generale della Cassazione è ritornata sui suoi passi e ha aperto un nuovo procedimento disciplinare, il 4/26 D.
La ex moglie è stata convocata il 14 maggio «per essere sentita quale persona informata dei fatti» dagli avvocati generali Giuseppina Casella e Pasquale Fimiani, entrambi vice di Gaeta (Fimiani ha concorso con lui per il posto di pg). Dunque, almeno questa volta, sembra che la pratica sia stata presa seriamente.
Ricordiamo, infatti, che all’epoca in cui La Verità rivelò la storia del colpo inferto da Fresa al volto dell’ex moglie e la conseguente denuncia, la Procura generale, quando a dirigerla era Giovanni Salvi, aveva chiesto il non luogo a procedere. Ma il Csm si era opposto e aveva ordinato l’imputazione coatta. A questo punto, dopo una complessa e lunga istruttoria, la Procura generale, stavolta guidata da Luigi Salvato, aveva chiesto l’assoluzione. Ma anche in questo caso il Csm aveva deciso diversamente e aveva inflitto al magistrato della Cassazione la condanna alla perdita di sei mesi di anzianità.
Nella sentenza del 2022 vengono riportati alcuni passaggi interessanti dell’istruttoria. Per esempio la testimonianza di E., un’ex compagna di liceo di Fresa, la quale, però, ha offerto una versione dei fatti favorevole a B.. Scrivono, i consiglieri del Csm: «Sia nel colloquio con la Pg che nel breve incontro con E., il dottor Fresa non ha negato il fatto, ma lo ha al contrario corroborato con il riferimento alla necessità di un supporto psicologico.
Peraltro questo riferimento alla riconosciuta (da parte del dottor Fresa) necessità di un aiuto psicologico, evidentemente necessario per un soggetto non in grado i controllare i propri impulsi violenti, è presente anche nella narrazione della signora B.».
Nella sentenza si legge pure: «Lo stesso dottor Fresa, d’altronde, in tutte le dichiarazioni rese pur negando di avere intenzionalmente colpito la moglie ha ammesso di avere esercitato una azione violenta in danno della stessa al fine di impedirle di continuare la conversazione telefonica in atto con M. (un’altra amante, ndr) e di riprendere il telefono».
Un tradimento che Fresa aveva ammesso con queste parole: «In effetti con la predetta M. ho intrattenuto una relazione intima nel mese di luglio 2019».
Quindi B. si può comodamente definire la classica donna «cornuta e mazziata».
Durante le indagini l’ex moglie ha citato pure i presunti precedenti di Fresa, che non sappiamo se siano mai stati accertati: «lo ho un buon rapporto con P. Fresa, la figlia di Mario nata dal precedente matrimonio di mio marito» ha dichiarato a verbale la donna. «P. spesso mi parla dei comportamenti avuti da Mario durante il precedente matrimonio, fatti di violenza nei suoi confronti, nei confronti della madre e dell’altra sorella D.; spesso dopo questi atti violenti Mario finiva per fingere di aver ricevute lui stesso percosse e minacciava di chiamare l’ambulanza».
Alla fine la Sezione disciplinare (presidente David Ermini, relatore Giuseppe Cascini), nel 2022, infligge a Fresa la pena della perdita di sei mesi di anzianità.
Con queste motivazioni: «La particolare gravità del fatto commesso, caratterizzato da una condotta violenta nei confronti della moglie convivente, all’esito di una lite scaturita dalla infedeltà dell’incolpato»; «la grave lesione arrecata alla immagine del magistrato, a seguito della diffusione mediatica della vicenda e anche in considerazione della posizione rivestita dall’incolpato nell’ordine giudiziario (sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, addetto al disciplinare)»; «la mancata comprensione, anche successivamente al fatto, della gravità della condotta e l’assenza di consapevolezza del disvalore del fatto da parte dell’incolpato, il quale ha continuato ad attribuire ad asseriti deficit psicologici della moglie la responsabilità di quanto accaduto».
Fresa, a questo punto, fa ricorso davanti alla Cassazione, proponendo sette motivi di doglianza. Le Sezioni unite della Suprema Corte ne rigettano sei, accogliendo soltanto l’ultimo che concerneva la quantificazione della sanzione.
Il nuovo Csm, presieduto questa volta da Fabio Pinelli, nel 2024, di fronte alla richiesta di rideterminazione della pena, l’ha ridotta a due mesi.
Nelle scorse settimane, Palazzo Bachelet, dopo i nostri articoli, non ha avviato nessuna nuova pratica, mentre la Procura del Palazzaccio, come detto, ha deciso di aprire un procedimento per provare a vederci chiaro.
E, forse, per ascoltare quegli audio imbarazzanti che il gip non ha ritenuto sufficienti per condannare Fresa.
Continua a leggereRiduci
Minerali critici, USA sostengono i prezzi. Rinnovabili vittime della guerra. Alluminio e allumina, la Cina vince. Il Congo riprende il controllo del suo cobalto. GNL, l'Asia regge, il Pakistan no.
Pierfrancesco Majorino (Ansa)
Dall’Emilia-Romagna alla Campania, le amministrazioni Pd-M5s dicono no ai centri di rimpatrio pure con la scusa di salvare uccelli.
Giovedì scorso, durante una puntata di Dritto e rovescio, Pierfrancesco Majorino, consigliere regionale lombardo del Pd e aspirante sindaco di Milano al posto di Beppe Sala, ha detto che se in Italia non si riescono a costruire Centri per il rimpatrio per chi non ha diritto di restare qui la colpa non è delle amministrazioni di sinistra, ma del governo. Non tocca ai Comuni, ha spiegato, scegliere dove aprire i Cpr, ma al ministero dell’Interno.
Dunque, se nel nostro Paese i clandestini in attesa di espulsione circolano liberamente, la responsabilità non è dei compagni, bensì di Palazzo Chigi. Beh, come spesso capita, la cronaca si è incaricata di smentire il consigliere lombardo del Pd, il quale, al pari di tanti altri suoi compagni, invece di riconoscere che la questione della mancanza di sicurezza nelle città è diretta conseguenza delle politiche della sinistra, preferisce scaricare sull’attuale maggioranza.
La prima notizia che contraddice la tesi di Majorino e di altri esponenti dell’opposizione arriva da Bologna, dove da mesi si discute se inaugurare o meno un centro per stranieri da rispedire a casa. Il consiglio comunale del capoluogo emiliano-romagnolo è giunto fino al punto di approvare un ordine del giorno contrario al Cpr, impegnando il sindaco e la giunta a opporsi a qualsiasi progetto del genere. Inutile dire che Matteo Lepore, primo cittadino della città, non vedeva l’ora di ricevere un mandato per dire no a un Centro per il rimpatrio, perché lui e quelli come lui ritengono che i Cpr siano luoghi di detenzione. Risultato, a Bologna e dintorni quando un immigrato clandestino, che magari ha anche un curriculum criminale di tutto rispetto, deve essere trattenuto prima di essere imbarcato su un aereo con biglietto di sola andata, non si sa dove metterlo e dunque resta in libertà.
Stessa cosa si ripete a Napoli, dove a opporsi all’apertura di un centro per stranieri, oltre alla sinistra e ai gruppuscoli che le ruotano attorno, c’è perfino la Chiesa. Cardinali e vescovi dicono no alla costruzione di un Cpr a Castel Volturno. «La nostra regione», ha scritto in una lettera l’arcivescovo del capoluogo campano, «non può essere continuamente mortificata». L’umiliazione, a quanto si capisce, non consiste nell’aumento della criminalità di importazione, con spaccio di droga e violenza, e neppure nello sfruttamento dei migranti da parte di organizzazioni malavitose, ma nel tentativo di rimandare a casa chi non ha diritto di restare. Il presule dice di non voler criticare il governo, ma poi in realtà va anche oltre, contestando le politiche di contenimento migratorio. Insomma, respingere chi va respinto perché non ha diritto a ricevere protezione o perché ha compiuto più di un reato, secondo la Chiesa non va bene. E figuratevi se va bene alla sinistra che governa la città e la Regione: Gaetano Manfredi e pure Roberto Fico, con il no dell’arcivescovo ci vanno a nozze, perché combacia con la linea della coalizione. Vescovi e compagni vogliono i migranti, ma non a casa loro. E se serve a fermare il Cpr si usano perfino gli uccelli migratori che, come sostengono da sinistra, verrebbero disturbati da un Centro per il rimpatrio.
Risultato, gli unici centri che si possono fare sono quelli in Albania, dove nonostante tutti i tentativi per farli chiudere, finora i compagni non sono riusciti ad avere successo. Però, ogni volta che si registrano episodi di criminalità commessi da stranieri, invece di ammettere le proprie colpe e riconoscere di avere ostacolato l’espulsione dei clandestini, opponendosi ai Cpr o solidarizzando con i magistrati «democratici» che li scarcerano, la sinistra accusa la maggioranza, dicendo che il governo non ha fatto nulla per fermare degrado e criminalità. Cioè, prima legano le mani all’esecutivo, poi lo mettono sul banco degli imputati.
Come si è visto anche nel caso dell’incentivo agli avvocati che assistono i loro clienti per tornare a casa, a difendere il sistema affaristico che prospera sull’immigrazione (per certi legali opporsi ai decreti di espulsione è diventato un business) sono gli esponenti di Pd, 5 stelle e Avs. Secondo loro, un legale che aiuti uno straniero a fare le valigie compie un infedele patrocinio. Ma se qualcuno un bel giorno accusasse i compagni di non aver fatto gli interessi degli italiani? Ormai è chiaro che a sinistra non si occupano della questione nazionale, ma di quella migratoria. Più che rappresentanti del popolo italiano sono i difensori di un popolo di stranieri. E tradire gli interessi dei propri cittadini non è forse molto peggio di un infedele patrocinio?
Continua a leggereRiduci
Gianluca Rocchi (Ansa)
Il selezionatore è accusato di concorso in frode sportiva Avrebbe avuto «riunioni a San Siro». Lui: «Estraneo ai fatti».
È il 28 agosto del 2024 quando all’Hotel Sheraton San Siro a Milano vanno in scena gli ultimi giorni del calciomercato. Dirigenti, procuratori, manager dei club di Serie A si incrociano nei corridoi dove il calcio italiano tratta, pesa e misura i rapporti. Giuseppe Marotta è lì da presidente dell’Inter e dell’A.Di.Se., l’associazione dei direttori sportivi.
Gianluca Rocchi arriva da designatore degli arbitri di Serie A e B, invitato a parlare di riforme regolamentari e nuove procedure arbitrali. In pubblico, davanti agli addetti ai lavori, Rocchi ringrazia Marotta «per come lavora l’Inter» e cita il modello del Referee Assistant Manager, figura di collegamento tra club e mondo arbitrale. Allora sembrava una formula istituzionale. Oggi quella frase risuona in modo diverso, dopo la notizia dell’inchiesta della Procura di Milano in cui Rocchi è accusato, tra le altre cose, di avere scelto arbitri «graditi» all’Inter e di aver gestito un arbitro considerato «poco gradito» ai nerazzurri per tenerlo lontano da partite successive più delicate. Da qui nasce la domanda che da ore agita un calcio italiano già scosso dallo scandalo escort e calciatori: 20 anni dopo, siamo di fronte a una Calciopoli 2? L’Inter rischia davvero di pagare come la Juventus nel 2006, fino alla revoca dello scudetto 2024? È presto per dirlo. Di certo sarà un percorso lungo, anche perché le squadre che si sentono penalizzate potrebbero costituirsi in un eventuale processo o fare denuncia.
Di certo, dopo l’uscita di scena di Gabriele Gravina, l’impressione è che dentro la Figc sembra essersi aperta una fase nuova: la Procura generale dello sport ha chiesto una relazione immediata a Giuseppe Chinè, che aveva archiviato gli atti Aia sul caso poi sfociato nell’indagine su Rocchi. E chissà che non possano riaprirsi anche altri cassetti della gestione dell’ex numero uno della federazione. Se l’inchiesta troverà conferme, rischia di travolgere non solo Rocchi ma l’intero assetto federale costruito negli ultimi anni. Anche il ministro Andrea Abodi chiede chiarezza sull’esposto che aveva presentato il fischietto calabrese Domenico Rocca: chi lo ha ricevuto, chi lo ha valutato e perché finora non ci siano stati riscontri pubblici. «Nel caso in cui fossero accertate responsabilità, non potranno non esserci conseguenze» dice Abodi. Ma intanto, a quanto apprende La Verità, tra alcuni club c’è anche chi arriva già a chiedere lo spostamento dell’indagine a Roma dal momento che il capo della Procura Marcello Viola è un tifoso dell’Inter.
Giovedì 30 aprile, alle 10, Rocchi avrà la possibilità di difendersi davanti al pubblico ministero Maurizio Ascione. Potrà rispondere all’accusa di concorso in frode sportiva oppure avvalersi della facoltà di non rispondere. Il designatore ha già detto di avere agito correttamente e di avere fiducia nella magistratura. «Conosco il signor Rocchi da anni, è una persona seria e corretta». Spiegava ieri il suo avvocato Antonio D’Avirro. Ma i capi d’accusa, anticipati ieri dall’Agi, sono pesanti. E bastano a spiegare perché la vicenda abbia di gran lunga superato il perimetro delle classiche polemiche da moviola della domenica sera. Del resto, sostengono gli inquirenti milanesi, la scorsa stagione Rocchi avrebbe designato il fischietto Andrea Colombo per Bologna-Inter del 20 aprile 2025 perché ritenuto arbitro gradito all’Inter; avrebbe persino «schermato» Daniele Doveri nella semifinale di Coppa Italia Inter-Milan del 23 aprile dello stesso anno per evitare che un arbitro considerato poco gradito potesse poi dirigere gare più sensibili per i nerazzurri (una decisione presa a San Siro in concorso con altre persone che potrebbero essere indagate); e avrebbe interferito con il processo decisionale del Var in Udinese-Parma (1 marzo 2025), inducendo Daniele Paterna alla on field review che portò al rigore decisivo per l’Udinese. E poi c’è Inter-Verona. Gennaio 2024. Una partita del campionato dominato dall’Inter, ma oggi tornata sullo sfondo dell’inchiesta perché racconta lo stesso nodo: il Var che guarda, valuta e non richiama. In campo Michael Fabbri interpreta il contatto Bastoni-Duda come non falloso, leggendo la reazione del veronese come accentuata; al Var Luigi Nasca rivede l’azione e conferma il gol di Frattesi per il 2-1. A fine stagione quei due punti non cambiano lo scudetto, ma a gennaio pesano: la Juventus è ancora vicina e l’Inter resta davanti nella corsa al titolo d’inverno. Il cuore dell’inchiesta, però, non sembrano essere i singoli errori. C’è il sospetto che Rocchi potesse orientare designazioni, interventi Var e carriere interne: Udinese-Parma per la presunta «bussata» al vetro di Lissone, Bologna-Inter e il caso Doveri per gli arbitri «graditi» o «schermati», anche se sul campo l’Inter perse entrambe le partite.
Per capire come si sia arrivati fin qui bisogna tornare all’esposto presentato da Rocca nel maggio 2025 e archiviato da Chinè. Assistente calabrese cresciuto nell’Aia fino alla Serie A, Rocca parte dalla propria esclusione ma attacca il sistema arbitrale: voti parziali, designazioni opache, graduatorie manipolate. Il punto è semplice: chi controlla voti e designazioni controlla le carriere. E forse anche il dissenso. Le tante partite citate nel suo esposto, da Frosinone-Sampdoria a Spezia-Cremonese ma anche Lazio-Genoa, Cesena-Spezia, Pisa-Frosinone (ma anche Inter-Roma persa dai nerazzurri lo scorso anno, che avrebbe favorito il Napoli), servono a descrivere un metodo: alcuni assistenti arbitrali penalizzati, altri rimessi «in carreggiata»; voti dichiarati immodificabili e poi ritoccati; designazioni usate per salvare o affossare le carriere. Di sicuro la resa dei conti nel calcio italiano è appena iniziata.
Continua a leggereRiduci







