Elly Schlein (Ansa)
Il segretario dem era il candidato premier ideale in caso di elezioni politiche con Giorgia Meloni forte. Ma il risultato del referendum ha acceso tra le minoranze una fiammella di speranza per un ribaltone a Palazzo Chigi. E gli sfidanti alle primarie si moltiplicano.
La vittoria del No al referendum porta in dono a Elly Schlein una gioia e un problema. Il segretario dem esce certamente rafforzata dal voto, non solo per il risultato finale ma anche perché da ieri i big del Pd che si sono schierati per il Sì, a partire dalla vicepresidente del parlamento europeo Pina Picierno, difficilmente potranno continuare a disseminare di problemi il suo cammino.
D’altro canto, però, il centrosinistra non è più destinato, alle prossime politiche, a una gioiosa e sicura sconfitta: pensate che c’è chi, ancora in preda all’euforia, alla Verità confida che in fondo a questo punto una legge elettorale col premio di maggioranza per la coalizione che prende un voto in più, quella presentata dal centrodestra, potrebbe andare più che bene alle attuali opposizioni. La Schlein sarebbe stata perfetta per condurre il campo largo a schiantarsi contro l’iceberg-Meloni: ora che la partita sembra quanto meno aprirsi, però, il centrosinistra ha il problema di riunirsi introno al candidato a premier che abbia più chance di battere Giorgia Meloni.
In molti nel Pd sono convinti che Giuseppe Conte sia più forte di Elly Schlein, ma è impossibile accettare come candidato il leader del secondo partito. L’ideale, secondo i più esperti, sarebbe trovare una rappresentanza di sintesi in grado di intercettare i voti di tutti i partiti della coalizione e pure di chi è andato a votare No ma non si riconosce in nessuna delle forze politiche dell’attuale centrosinistra. Silvia Salis (che ieri a pranzato con Franceschini) è una suggestione, Paolo Gentiloni un candidato naturale. Ma Dario Franceschini, a domanda della Stampa «Stavolta niente federatore o Papa straniero?», risponde: «Quella stagione è stata bella, ma oggi è naturale che i leader siano espressione dei partiti. E, per quel che ci riguarda, come è scritto nel nostro statuto, il candidato premier alle primarie di coalizione è il segretario del nostro partito». Quindi primarie? «Le primarie», sottolinea Franceschini, «possono produrre un effetto virtuoso ma, se mal gestite, diventano autolesionismo. Aprono fratture che poi ti porti dietro fino al voto». Per poi contraddirsi qualche domanda dopo: «Le primarie», aggiunge l’ex De Mita boy, «restano il modo più trasparente e coinvolgente per scegliere il leader».
In estrema sintesi, per Franceschini, «o c’è un nome su cui andare d’accordo tutti o chi guida si sceglie con le primarie». «Io non sono un fan delle primarie», avverte Andrea Orlando al Secolo XIX, «ma non so se alcune forze politiche potrebbero sedersi a un tavolo di coalizione senza le primarie. La divisività è un rischio reale. È per questo che serve una piattaforma che definisca i criteri». Scettico pure Romano Prodi: «Le primarie», dice Prodi a Repubblica, «sono utili alla fine di un percorso, non all’inizio». Prodi ha probabilmente in mente le primarie «confermative», ovvero una chiamata ai gazebo che suggelli una intesa già raggiunta, come accadde a lui nel 2005, quando vinse con il 75% delle primarie di coalizione confermative alle quali parteciparono, tra gli altri Fausto Bertinotti e Clemente Mastella, per tenere dentro la mobilitazione sia la sinistra che i moderati. Matteo Renzi da parte sua gioca a sparigliare: «Il centrosinistra dovrebbe organizzare prima possibile le primarie», dice a Canale 5 il leader di Italia viva, «il mio partito ci sarà. A me piacerebbe vedere una sindaca, un sindaco, un rappresentante delle istituzioni. Silvia Salis avrebbe quel profilo. Lei non ama lo strumento delle primarie, ma servono a far partecipare la gente». Conferma di essere pronto a partecipare Giuseppe Conte: «Devono essere aperte», avverte il leader del M5s a Il Resto del Carlino, «primarie dei cittadini e non di apparato. Io sono disponibile, ma ne discuteremo all’interno del M5s». E Elly? In un incontro con la stampa estera, il segretario del Pd dice di essere d’accordo con Franceschini: alla domanda «È finito il tempo dei Papi stranieri e dei federatori?», risponde con un netto «Sì». E la scelta del leader? «Ho detto che sono aperta alle primarie di coalizione», sottolinea il segretario dem, «ma si potrebbe anche fare come fa la destra: chi prende un voto in più». Dunque, o Elly o la Schlein, a meno che il segretario del Pd non venga battuto ai gazebo da Conte, ipotesi non completamente da escludere nel caso in cui, per dirne una, Avs non convergesse sull’ex premier, con il quale le affinità politiche sono ormai tantissime. Del resto la stessa Schlein, nel 2023, alle primarie Pd per la successione a Enrico Letta, fu sconfitta nel voto tra gli iscritti da Stefano Bonaccini ma poi ribaltò il risultato quando i gazebo furono aperti a tutti. Conte candidato premier, però, potrebbe tenere lontani dalle urne i moderati del Pd, per non parlare degli elettori di Renzi, soprattutto se la situazione internazionale nel 2027 non si sarà rasserenata.
In sostanza, come abbiamo scritto il giorno dopo i risultati, la vittoria del No al referendum è stata senza alcun ombra di dubbio un bel pieno di benzina nel motore del centrosinistra, ma questa benzina ha un prezzo assai alto: adesso, al netto degli elettori di centrodestra che non hanno votato a favore della riforma, il fronte che va dalla Conferenza episcopale italiana alla sinistra radicale passando per la Cgil e deve trovare il modo per mettersi insieme, strutturare una coalizione che abbia un programma condiviso e individuare un avversario da contrapporre a Giorgia Meloni. Tutto questo, in meno di un anno. Niente è impossibile, ma la strada è tutta in salita.
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Carlo Nordio (Imagoeconomica)
Il Guardasigilli si difende alla Camera: «Non è previsto che un ministro si dimetta in seguito all’esito negativo di un referendum». Il grazie a Giusi Bartolozzi: «Ha lavorato con dignità e onore». Poi elenca il piano per più celle.
Inutilmente Federico Gianassi, capogruppo dem in commissione giustizia della Camera, aveva cercato lo scontro durante il question time di ieri mattina. «Se ne vada anche lei signor ministro, è stato sfiduciato da 15 milioni di italiani, per i quali lei oggi è la rappresentazione allegorica della sconfitta […] rimanere attaccato a quella poltrona è accanimento terapeutico […] consenta alla giustizia italiana di ripartire».
Carlo Nordio non si è scomposto: «Non è previsto in alcun ordinamento che il ministro della Giustizia si dimetta a seguito di un esito negativo di un referendum, tanto più che la fiducia gli è già stata confermata dal governo e in prima persona dalla presidente del Consiglio». Quando ai chiarimenti che sono stati chiesti ad Andrea Delmastro, il ministro ha precisato che il sottosegretario della Giustizia ha rassegnato le dimissioni e che «si è dichiarato disposto a darli nelle sedi opportune».
Insoddisfatta della risposta, la deputata e responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, ha replicato al ministro che «si deve assumere una responsabilità politica enorme rispetto a questo referendum», in quanto la riforma era «sbagliata nel metodo, nella forma e soprattutto nella sostanza». E visto che Nordio aveva citato Winston Churchill, il ministro dovrebbe seguire il suggerimento dello statista inglese «Non arrendersi mai se non davanti all’onore e al buon senso» e «fare un passo indietro».
Decisione che il Guardasigilli non intende prendere, non c’è ragione di farlo e gode sempre della fiducia dell’esecutivo come ha dovuto ripetere rispondendo ad ogni interrogazione. Tant’è che a Carmela Auriemma, del M5s, che gli poneva lo stesso quesito, alla fine è sbottato: «Ammetto che le mie risposte possono essere ripetitive, ma sono ripetitive anche le domande che mi vengono fatte». Per poi chiarire un tasto dolente: «Vorrei soltanto aggiungere che nonostante io abbia smentito almeno una cinquantina di volte quella frase sulla paramafiosità del Csm, che non era affatto mia ma di un magistrato del Consiglio superiore della magistratura di cui ho citato parola per parola la dichiarazione, quella è stata attribuita a me e costituisce un rammarico», ha tenuto a precisare Nordio.
Le interrogazioni a risposta immediata vertevano sugli stessi temi: dimissioni «tardive» di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, pressing sul ministro della Giustizia che pure dovrebbe lasciare. A Maria Elena Boschi di Italia viva che gli chiedeva «perché le dimissioni sono arrivate proprio adesso, all’indomani della sconfitta referendaria? Quali sono le vere motivazioni e soprattutto che cosa intende fare per dare una vera discontinuità al suo ministero?», Nordio si è preoccupato di difendere il lavoro del suo ex capo di gabinetto. «Bartolozzi si è dimessa e ha sempre svolto le sue funzioni con dignità e onore. Il suo gesto spontaneo dimostra un grande senso di responsabilità e confido che cessino definitivamente le strumentali polemiche che hanno investito la sua persona e tutto il ministero. Naturalmente provvederemo quanto prima alla sua sostituzione, sempre tenendo conto che il nostro obiettivo fondamentale è quello dell’efficienza del nostro ministero e dell’attuazione del programma governativo».
Al guardasigilli è poi toccato rispondere a Nicola Fratoianni, leader di Alleanza verdi e sinistra, che gli ha dato del «disco rotto», incalzando il ministro a fornire «il suo giudizio politico sulle dimissioni “spontanee” di Bartolozzi e Delmastro». Nordio ha spiegato che «è proprio perché quelle dimissioni sono state spontanee e in un certo senso inattese, che io la mattina stessa ho detto che non si sarebbe cambiato nulla della compagine ministeriale. La decisione del pomeriggio è per questo motivo insindacabile, e non posso che riaffermare la mia gratitudine per la sensibilità istituzionale con la quale sono state date le dimissioni».
Ancora una volta ha dovuto ribadire che gli è stata confermata la fiducia «nonostante io mi sia assunto personalmente la responsabilità politica del fallimento di questo referendum». Quindi «non c’è nessuna ragione per la quale il ministro della Giustizia abbandoni il suo posto».
La risposta ha fatto avvelenare Alfonso Colucci: «Sentite il terreno franarvi sotto i piedi», ha urlato il deputato pentastellato, dopo la riforma «bocciata dai cittadini che hanno detto No a Meloni e a Nordio» in questa nuova «Primavera democratica». Il ministro non l’ha degnato di uno sguardo. E a finire il giro di interrogazioni c’era Riccardo Magi deputato di +Europa. A Nordio ha chiesto che impegni assumerà l’esecutivo su carceri e custodia cautelare.
Numeri alla mano, il ministro della Giustizia ha ricordato il piano approvato con «un investimento complessivo di circa 900 milioni di euro. L’obiettivo è ambizioso ma concreto, cioè restituire dignità alla detenzione e garantire maggiore sicurezza agli operatori». Verranno così creati «oltre 10.000 nuovi posti detentivi entro la fine del 2027». Quanto alla tempistica, per il 2025 oltre 580 posti, previsione di 4.220 per il 2026 e per il 2027 il recupero di ulteriori 5.866.
Nordio sottolinea che il piano si articola «su due binari paralleli, il recupero dell’esistente e la costruzione di nuovi spazi», con interventi distribuiti tra dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, giustizia minorile, ministero delle Infrastrutture e commissario straordinario. Ma nemmeno questo sforzo del governo ha soddisfatto l’opposizione. Per Magi, «bisogna fare entrare meno persone in carcere».
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Bandiere iraniane appese per le strade di Teheran (Ansa)
Teheran rilancia chiedendo lo stop alle ostilità, il pagamento dei danni e il riconoscimento della sua autorità su Hormuz. La Casa Bianca è ottimista ma avverte: «Non bluffiamo». Donald Trump da Xi Jinping a Pechino il 14 e 15 maggio.
Naviga parzialmente nell’incertezza l’iniziativa diplomatica di Washington per mettere fine alla crisi iraniana. Ieri, un alto funzionario di Teheran ha riferito a Reuters che la proposta di pace statunitense era stata consegnata alla Repubblica islamica dal governo di Islamabad. La stessa fonte ha anche detto che eventuali negoziati con gli americani potrebbero essere ospitati dal Pakistan o dalla Turchia.
Tuttavia, poco dopo, un altro funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran avrebbe respinto la proposta degli Stati Uniti, ponendo inoltre determinate condizioni per l’avvio di eventuali trattative, tra cui il riconoscimento del «diritto naturale e legale» della Repubblica islamica sullo Stretto di Hormuz e lo stop alle ostilità. Parlando con Al Jazeera, un’altra fonte diplomatica iraniana ha inoltre bollato il piano di Washington come «massimalista e irragionevole». Dall’altra parte, un’altra fonte ancora ha tuttavia detto a Reuters che, sebbene la risposta iniziale dell’Iran agli Usa non sia stata positiva, il governo di Teheran starebbe ancora valutando la proposta dell’amministrazione Trump. Tutto questo lascia intendere come, con ogni probabilità, si stia consumando uno scontro interno al regime khomeinista tra chi auspica il dialogo con gli Stati Uniti e chi, come i pasdaran, premono per la linea dura.
Donald Trump, dal canto suo, ha urgenza di avviare il processo diplomatico per far abbassare il costo dell’energia e rafforzare così la posizione politica del Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. In particolare, secondo il Times of Israel, il presidente americano sarebbe intenzionato a concordare con Teheran un cessate il fuoco di un mese, da usare poi per discutere del piano di pace in 15 punti elaborato dalla Casa Bianca. Stando alla bozza di progetto, l’Iran, in cambio della revoca delle sanzioni internazionali e della possibilità di utilizzare energia atomica a scopo civile, si impegnerebbe ad accettare varie condizioni, tra cui: lo stop all’arricchimento dell’uranio, lo smantellamento dei siti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow, la limitazione del programma missilistico, la cessazione dei finanziamenti ai proxy regionali e, soprattutto, l’apertura di Hormuz.
D’altronde, proprio Hormuz è notoriamente al centro dei pensieri di Trump. Non a caso, i pasdaran lo hanno bloccato per mettere in difficoltà l’inquilino della Casa Bianca in vista delle elezioni di metà mandato. Non solo. Giusto ieri, una fonte militare iraniana ha minacciato attacchi contro Bab el Mandeb: uno Stretto cruciale per le navi dirette verso il Canale di Suez e da cui passa una parte significativa del gas e del petrolio a livello mondiale.
Come che sia, la Casa Bianca non demorde. E, secondo quanto riferito dalla Cnn, si starebbe adoperando per organizzare dei colloqui con gli iraniani questo fine settimana in Pakistan: Paese in cui potrebbe a breve recarsi il vicepresidente statunitense, JD Vance, per guidare il team negoziale di Washington. «Gli elementi rimanenti del regime iraniano hanno un’altra opportunità per cooperare con il presidente Trump, abbandonare definitivamente le loro ambizioni nucleari e cessare di minacciare attivamente l’America e i nostri alleati», ha inoltre affermato ieri la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere che «i colloqui continuano», definendoli «produttivi», ma specificando che «Trump non bluffa ed è pronto a scatenare l’inferno» se l’Iran non accetta la sconfitta.
Il punto è che la proposta americana non deve fare soltanto i conti con le spaccature interne al regime khomeinista ma anche con lo scetticismo di Israele e dell’Arabia Saudita. Secondo Channel 12, lo Stato ebraico, pur condividendo i punti del piano della Casa Bianca, sarebbe preoccupato per un cessate il fuoco troppo rapido (già sabato prossimo), che potrebbe rafforzare la posizione di Teheran nei negoziati. Non solo. Stando a Ynet, i funzionari israeliani sarebbero anche preoccupati della buona fede degli iraniani nell’ambito di eventuali trattative con gli americani. Il New York Times ha inoltre riferito che lo Stato ebraico ha paura che Trump possa concludere le ostilità prima che l’industria bellica iraniana sia completamente annientata. Più in generale, non è un mistero che Benjamin Netanyahu propenda per un regime change in piena regola a Teheran, anziché la soluzione venezuelana storicamente caldeggiata dal presidente americano. Al contempo, sempre secondo il New York Times, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, starebbe premendo dietro le quinte affinché Washington prosegua la guerra contro Teheran.
Sotto questo aspetto, è significativo il peso crescente che sta acquisendo Vance, dopo settimane che era sparito dai radar. È noto che il numero due della Casa Bianca fosse scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro la Repubblica islamica. Ed è anche noto che i suoi rapporti con Netanyahu non siano sempre stati esattamente idilliaci. Il fatto che Trump stia puntando sul suo vice indica quindi che ha probabilmente intenzione di accelerare il processo diplomatico e di spingere il premier israeliano ad allinearsi ai desiderata di Washington. Tra l’altro, il presidente americano ha bisogno di un chiaro successo diplomatico in vista della sua visita in Cina: visita che, stando a quanto annunciato ieri dalla Casa Bianca, si terrà il 14 e il 15 maggio, anziché a cavallo tra marzo e aprile, come precedentemente fissato. Trump, che ha definito su Truth il suo prossimo incontro con Xi Jinping un «evento monumentale», vuole azzoppare l’influenza di Pechino sullo scacchiere mediorientale: un obiettivo, questo, che non può non passare dalla risoluzione del nodo iraniano.
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Giorgia Meloni e il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune (Ansa)
Il premier anticipa gli «amici» europei e vola in Algeria, dove il presidente Tebboune la rassicura: «Noi partner strategico affidabile dell’Italia, rispetteremo gli impegni». Nuove collaborazioni tra Eni e Sonatrach su shale ed esplorazione offshore.
Mentre a Roma è bufera sul dopo referendum, la premier Giorgia Meloni, ad Algeri, rafforza l’asse strategico con il principale fornitore di gas del nostro Paese, muovendosi in anticipo rispetto ad altri Stati europei. Dal presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ottiene la rassicurazione che «l’Algeria è un partner strategico affidabile dell’Italia e dell’Europa ed è disponibile a rispettare gli impegni» per le forniture di gas.
Il premier rilancia una cooperazione che ha nell’energia il suo pilastro, ma che si estende ormai a un perimetro più ampio, dall’agricoltura alla formazione, fino alla sicurezza regionale.
«Sono molti gli ambiti della nostra cooperazione. Con il presidente Tebboune abbiamo deciso di rafforzare la nostra solidissima collaborazione che coinvolge anche i nostri due campioni nazionali, Eni e Sonatrach, anche lavorando su nuovi fronti come lo shale gas e l’esplorazione offshore. Questo consentirà anche in prospettiva di rafforzare il flusso di fornitura di gas all’Italia», ha detto Meloni. Il gasdotto Transmed, che collega i giacimenti algerini alla Sicilia sin dagli anni Ottanta, si conferma l’asse portante di questa relazione, in un quadro in cui il Mediterraneo torna centrale nelle strategie energetiche europee.
L’incontro è servito anche per porre le basi della creazione di una Camera di Commercio Italia-Algeria «come strumento stabile per liberare il potenziale che è ancora inespresso nelle nostre relazioni». La premier ha sottolineato il «dinamismo» e il «know how delle imprese». In prospettiva c’è l’organizzazione di un nuovo vertice intergovernativo, «più velocemente possibile». Il presidente algerino ha ribadito la volontà di «approfondire le relazioni» anche nell’ambito del piano Mattei.
La missione di Giorgia Meloni assume un valore rilevante alla luce della dichiarazione di forza maggiore arrivata dalla QatarEnergy, che è pronta a rivedere i contratti già in essere a causa del danneggiamento di alcuni impianti colpiti dai missili iraniani. Roma, rafforzando una direttrice energetica considerata più stabile e politicamente affidabile, gioca in anticipo rispetto ad altri attori europei - a partire dalla Spagna - che ora cercano di recuperare terreno. Oggi il ministro degli Esteri spagnolo, Josè Manuel Albares, volerà ad Algeri, a quattro anni dalla crisi diplomatica, per riaprire un canale politico e preparare una successiva visita del premier Pedro Sánchez finalizzata a ottenere maggiori forniture di gas. Un’operazione che arriva quando l’Italia ha già consolidato il proprio asse con il Paese africano.
Giorgia Meloni, al termine dell’incontro, ha sottolineato come in una fase di «instabilità crescente il rapporto tra Roma e Algeri resta una delle straordinarie certezze sulle quali poter contare». Un legame che, ha aggiunto, non è mai stato «così solido e così proficuo».
Nel 2025 l’Algeria si è confermata il primo fornitore di gas dell’Italia, con oltre 20 miliardi di metri cubi importati su un totale di circa 61 miliardi, consolidando un ruolo ulteriormente rafforzato dopo la riduzione delle forniture russe. A questo si aggiunge la crescente componente di gas naturale liquefatto (Gnl): nel corso dell’anno sono arrivati nei terminali italiani 47 carichi provenienti da questo Paese su un totale di 221, pari a circa il 21%. Un dato in linea, ma in aumento in termini assoluti, rispetto al 2024, quando i carichi erano stati 31 su 150 complessivi (circa il 20,7%). L’incremento di 16 carichi su base annua, pari a oltre il 50%, segnala una strategia sempre più orientata alla flessibilità delle forniture via nave, complementare ai flussi via tubo.
Accanto all’energia, la collaborazione si estende al Piano Mattei per l’Africa. Tra i temi principali figura il progetto di agricoltura desertica in partenariato con Bf International per il recupero di oltre 36.000 ettari di terreno desertico destinati alla produzione agricola. «Il progetto procede in modo spedito, con la campagna di semina che nel 2026 passerà da 7.000 a 13.000 ettari», ha affermato Meloni. Parallelamente, prende forma il centro di formazione professionale agricolo di Sidi Bel Abbes, destinato a diventare un hub di riferimento per l’intero continente africano. «Abbiamo ottenuto circa 100 candidature per la posizione di direttore», ha sottolineato la premier, evidenziando «l’attenzione e la rilevanza attribuite a questa iniziativa», con l’obiettivo di avviare le attività entro l’estate. Meloni ha sottolineato la «forte complementarietà» tra le due economie, indicando settori chiave come agroindustria, difesa, farmaceutica, infrastrutture, logistica e digitale. Il Piano Mattei include, inoltre, un ampio ventaglio di iniziative congiunte nei settori dell’energia, del digitale, della cultura e del turismo. La premier ha riconosciuto il ruolo «straordinario» svolto dall’Algeria nell’area, sottolineando come la cooperazione tra i due Paesi sia essenziale per contrastare jihadismo e criminalità transnazionale. Sul fronte migratorio, Meloni ha definito la collaborazione con Algeri «un modello per la regione», evidenziando come abbia contribuito a ridurre gli sbarchi irregolari e le morti nel Mediterraneo.
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