Orazio Schillaci (Ansa)
Altra grana per il ministro: il suo capo della segreteria tecnica, Carlo Monti, «sbaraglia la concorrenza» in un bando dell’Agenzia del farmaco. Peccato fosse l’unico rimasto in lizza. Imbarazzo e dietrofront.
«Il ministro della Salute non ha alcun potere di intervento sui manager delle aziende sanitarie». Ci eravamo lasciati così l’ultima volta, tra un titolo V della Costituzione e gli indegni che truccano le liste d’attesa scoperte da Mario Giordano a Fuori dal Coro e rilanciate dalla Verità. Così, tocca ancora a «una certa stampa» dare un altro dispiacere al ministro Orazio Schillaci: lei sa chi ha vinto il bando di concorso per guidare il settore dell’Agenzia del farmaco che si occupa delle istruttorie sui farmaci in attesa che siano approvati? Certo che sì.
Lo ha vinto il suo capo della segreteria tecnica: Carlo Monti, l’unico - guarda caso - a potersi presentare. Infatti, Monti lo ha vinto perché l’unico rimasto in lizza degli otto candidati interessati alla nomina ma esclusi dalla selezione prima della valutazione finale; si trattava di molti dirigenti di varie regioni e anche della stessa Aifa. Ma niente, sembrava che nessuno meritasse quanto il «Carlé de Colle Oppio» (come pure qualcuno lo chiamava), oggi capo della segreteria tecnica di Orazio Schillaci. In poche parole si era ritrovato nella posizione di vincitore in assenza di gara: una situazione talmente imbarazzante che alla fine ha rifiutato l’incarico. Chissà se il ministro Schillaci stavolta saprà darci una risposta o se tirerà dritto come finora ha fatto ogni volta che inciampava nelle sue stesse stringhe, dalla nomina del Parisi sbagliato allo scioglimento della commissione vaccini dopo le polemiche su due profili prima scelti e poi scaricati dal ministero perché cosiddetti «no vax»; dal rifiuto di parlare con le vittime degli affetti avversi da vaccino Covid alla truffa delle liste d’attesa che ha scoperto quando sono finite in tv e in prima pagina. Chissà cosa dirà ora che nel mezzo del bando ci è finito un uomo di sua stretta fiducia, cioè il capo della sua segreteria tecnica: perché ha rifiutato, dopo che era stato individuato come l’unico in grado di meritare quel posto così strategico? Cosa succederà adesso al settore dell’Agenzia del farmaco per cui era stato bandito il concorso vinto da Monti? Lo scioglierà? Sarebbe una notizia eclatante se si pensa che poco tempo fa l’Hta veniva presentata dal presidente di Aifa Robert Nisticò come fiore all’occhiello, come «uno strumento essenziale per il governo di una spesa farmaceutica spinta verso l’alto proprio dai costi dell’innovazione e dall’invecchiamento della popolazione». Così si parlava nella conferenza stampa di presentazione del progetto: «È sull’Hta che la nuova Aifa punta per garantire accesso all’innovazione e sostenibilità economica, dettagliando funzioni e compiti di quest’area considerata strategica. L’Area Accesso al farmaco e Hta coordina le attività di supporto alla Commissione scientifica ed economica (Cse), quelle sull’accesso ai farmaci e sull’Hta, oltre alle attività relative a prezzi e rimborsi». Stavolta ci metterà la faccia? Darà la colpa a «una certa stampa» che scopre le cose (stavolta lo ha fatto Repubblica.it prima di noi), oppure ancora troverà nel Titolo V una bella scusa per lavarsene le mani? Tutto è possibile quando c’è di mezzo «Mago Orazio», l’unico ministro in grado di far sparire commissioni, interscambiare i premi Nobel e cose del genere. Al momento gli unici a parlare sono quelli di Aifa con un comunicato: «Preso atto della rinuncia del dirigente individuato per il conferimento del relativo incarico dirigenziale, la procedura si è conclusa con esito infruttuoso». Pertanto il settore resta nelle mani del direttore scientifico di Aifa Pierluigi Russo, il quale sta accumulando vari incarichi senza che Schillaci abbia da eccepire: Russo si occupa praticamente di tutte le fasi che portano all’ingresso (sempre più costoso) dei farmaci nel sistema sanitario italiano. Ai piani alti del ministero intanto c’è il caos: il suo capo della segreteria tecnica (resterà ancora lì?) vince un bando Aifa dove era l’unico candidato ma si ritira, e il suo capo di gabinetto Marco Mattei riesce a piazzare una sua ex consigliera comunale (di quando era sindaco ad Albano) come capo ufficio stampa di Aifa. Ovviamente Schillaci non c’entra nulla. Infatti il suo ministero… «scoppia» di Salute. Giusto tenerlo lì e difenderlo…
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Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
È sempre più alta la tensione tra Stati Uniti e Canada. Sabato, Donald Trump ha minacciato di imporre dazi al 100% su Ottawa, qualora quest’ultima dovesse firmare un accordo commerciale con Pechino.
“La Cina mangerà vivo il Canada, lo divorerà completamente, distruggendo anche le sue attività commerciali, il suo tessuto sociale e il suo stile di vita in generale”, ha dichiarato il presidente statunitense su Truth, per poi aggiungere: “Se il Canada stringerà un accordo con la Cina, verrà immediatamente colpito da un dazio del 100% su tutti i beni e i prodotti canadesi che entrano negli Stati Uniti”. Questo (nuovo) scontro è scoppiato dopo giorni di fibrillazione tra Washington e Ottawa su vari fronti. Trump era infatti arrivato ai ferri corti con il premier canadese, Mark Carney, sia sulla Groenlandia sia sulla questione dello scudo missilistico Golden Dome. Senza poi dimenticare il nodo del Board of Peace per Gaza.
Più in generale, è però sempre stata la Cina a rappresentare la questione di maggior dissidio tra l’amministrazione Trump e il Canada. Negli ultimi dodici mesi, Ottawa si è ulteriormente avvicinata a Pechino. Inoltre, i canadesi temono il fatto che Washington abbia incamerato il petrolio venezuelano: un elemento, questo, che rischia di assestare un duro colpo alle forniture di greggio che Ottawa storicamente garantisce agli Stati Uniti. Tutto questo ha quindi portato Carney a rafforzare ulteriormente i propri rapporti con la Repubblica popolare. Non a caso, a metà gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e rinsaldare le relazioni bilaterali con il Dragone.
Ora, è abbastanza chiaro come la politica filocinese di Carney entri in rotta di collisione con il rilancio della Dottrina Monroe, promosso da Trump: un rilancio che punta a estromettere dall’Emisfero occidentale l’influenza politico-economica di potenze considerate ostili. Agli occhi della Casa Bianca, le manovre pro Pechino di Ottawa vengono quindi percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale. E questo ha contribuito ad alimentare le tensioni tra Trump e il Canada nelle ultime settimane.
Sotto questo aspetto, il fatto che, come abbiamo visto, il presidente americano e Carney non si intendano sul Golden Dome è abbastanza significativo. Non dimentichiamo infatti che, l’anno scorso, la Repubblica popolare aveva criticato il progetto statunitense di scudo missilistico. Tutto questo per dire che il nodo principale nei rapporti tra Washington e Ottawa è di natura geopolitica e geostrategica. E che rientra nella politica di Trump volta a contrastare le ambizioni cinesi nell’Emisfero occidentale.
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Ansa
Uno studio con il sigillo della prestigiosa London School of Economics sostiene che il Bardo fosse una donna non bianca. Il tutto per contestare «il suprematismo».
Nel 1994, quando pubblicò quel capolavoro che è il Canone occidentale, il grande critico letterario Harold Bloom aveva perfettamente compreso che genere di peste avrebbe infettato la cultura europea e americana negli anni a venire. «Iniziai la mia carriera didattica oltre cinquant’anni fa», spiegava Bloom. «Oggi mi ritrovo circondato da professori di hip-hop, da cloni della teoria gallico-germanica, dagli ideologi del genere e di vari credi sessuali, da innumerevoli multiculturalisti, e mi rendo conto che la balcanizzazione degli studi letterari è irreversibile».
A suo dire, si era imposta nell’accademia una «scuola del risentimento». «Tutti costoro, pieni di risentimento verso il valore estetico della letteratura, non stanno certo per scomparire, anzi alleveranno altri risentiti istituzionali», prevedeva Bloom. E concludeva: «Per loro, leggere una poesia, un romanzo o una tragedia shakespeariana è un esercizio di contestualizzazione, ma non nel senso ragionevole di circoscrivere antecedenti adeguati». Bloom non avrebbe potuto avere più ragione, soprattutto a proposito di Shakespeare. Come noto, sull’identità dell’autore britannico che fa da pilastro alla letteratura mondiale è in corso da anni un dibattito che talvolta si fa persino troppo fantasioso. C’è chi sostiene che Shakespeare non fosse il figlio di un guantaio di Stratford-Upon-Avon: per qualcuno dietro i capolavori si nascondeva il drammaturgo Christopher Marlowe, secondo altri a scrivere era il conte di Oxford Edward de Vere. Ora però emerge la tesi più sconcertante. Alla fine del mese uscirà un saggio di Irene Coslet intitolato The Real Shakespeare: Emilia Bassano Willoughby. L’autrice, che si definisce orgogliosamente femminista, ha potuto esporre le sue idee rivoluzionarie sul blog della prestigiosa London School of Economics (presso cui ha ottenuto un master), e ovviamente qualcuno grazie a ciò le prenderà persino sul serio. Ecco la sua tesi: «Shakespeare non era un uomo, ma una donna: una donna di colore, anglo-veneziana, di origine marocchina e segretamente ebrea, di nome Emilia Bassano (Londra, 1569-1645). Era figlia di un musicista di corte veneziano. Dopo la morte del padre, avvenuta all’età di sette anni, Bassano fu accolta in una famiglia nobile in Inghilterra, dove ricevette un’istruzione di alto livello. Trascorse la sua giovinezza alla corte inglese come favorita della regina Elisabetta I, prima di essere bandita e costretta a un matrimonio indesiderato nel 1592. Pubblicò un poema di teologia femminista, Salve Deus Rex Judaeorum , nel 1611. È associata a Shakespeare fin dagli anni ’70, quando lo storico Alfred Leslie Rowse di Oxford trovò prove che Bassano fosse l’amante del patrono della compagnia teatrale di Shakespeare». Non si tratta, a dirla tutta, di una trovata originale. Che Shakespeare fosse una donna lo aveva sostenuto già nel 2013 un altro autore, John Hudson. Ma la Coslet ritiene di avere trovato altre prove fondamentali. Quali siano, tuttavia, interessa poco. Il punto, qui, è tutto politico. Affermare che Shakespeare fosse una donna nera e ebrea non ci dice nulla di nuovo sulle sue opere. Ma ci permette, come spiega la ricercatrice femminista, di recuperare «il subalterno». Secondo Irene Coslet, «attribuire l’eredità occidentale solo agli uomini bianchi non solo è irrealistico, ma perpetua anche disuguaglianze e ingiustizie nella società. Lo sviluppo della tradizione culturale e storica occidentale è più complesso e multiculturale di quanto comunemente si creda. Privare i subalterni di una corretta paternità e rappresentanza significa perpetrare la supremazia bianca e il modello patriarcale, mentre recuperare voci e identità è fondamentale per costruire una società veramente equa». Il fatto è che a questa studiosa non interessa davvero capire chi fosse Shakespeare: le interessa soprattutto smontare il «predominio bianco» e fare voce all’odio che gli occidentali provano da qualche tempo per la propria cultura. Come vedete, questa paccottiglia woke non è affatto scomparsa dalle università, e ottiene persino qualche pubblicità. E forse il politicamente corretto è in ritirata, ma in tutti questi anni ha ormai prodotto danni irreparabili. E ci impedisce di riconoscere quale sia il vero dramma riguardo a Shakespeare (e altri colossi): che ormai pochissimi lo leggono davvero, a prescindere dal presunto colore della pelle.
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Ansa
Bruxelles contro la misura per calmierare i prezzi dell’elettricità alle aziende in cambio di investimenti in rinnovabili. Per la Commissione sono aiuti di Stato.
Bruxelles impone scadenze stringenti per attuare la transizione energetica ma al tempo stesso se un Paese riesce a dare alle proprie imprese forniture di energia elettrica a prezzi calmierati, ecco che si mette di traverso. È quanto è accaduto all’Italia che con lo strumento dell’Energy Release puntava a proteggere le aziende a forte consumo di energia elettrica, come la siderurgia, la carta, il vetro, la chimica, dalla volatilità dei prezzi di mercato e al tempo stesso incentivare la realizzazione di impianti green. Il meccanismo prevede che il Gse, il Gestore dei servizi energetici, ceda energia a un prezzo calmierato a fronte dell’impegno a costruire impianti rinnovabili pari al doppio della capacità rispetto all’energia ricevuta a basso costo. Una formula perfetta, senonché per la Commissione Ue questo si configura come aiuto di Stato.
Oltre al fatto che non è chiaro a chi giovi l’altolà di Bruxelles, quale sia il fine, il punto di caduta, sembra un accanimento contro l’Italia che, è noto, ha costi energetici tra i più elevati d’Europa ed è quindi in difficoltà ad attuare il Green Deal. Fatto sta che alla fine il governo è stato costretto a introdurre dei correttivi che hanno alterato l’efficacia della misura sicché l’Energy Release è diventato più costoso sia per le imprese che costruiscono in proprio gli impianti, sia per quelle che si affidano alle utility o ai fondi di investimento. Il risultato, come riporta Il Sole24Ore, è che tanti contratti sono stati rescissi o rifatti alla luce di previsioni di costi più alti. C’è anche un altro aspetto che rende l’intervento della Commissione ancora più paradossale. Il nuovo meccanismo introduce un sistema di calcolo più complesso e più burocrazia, mentre si parla in continuazione proprio di snellire le procedure. L’impianto originale dell’Energy Release prevedeva che il Gse assegnasse alle imprese energia ad un prezzo di molto inferiore a quello di mercato cioè a 65 euro al MWh, per un triennio. In cambio l’impresa si impegnava a realizzare impianti di rinnovabili con capacità doppia rispetto a quella assegnata e restituendo in 20 anni, l’energia ricevuta al prezzo di 65 euro. Un sistema virtuoso che proteggeva le imprese energivore dai rincari dell’elettricità e al tempo stesso spingeva alla creazione di nuova capacità green. Con i diktat della Commissione, l’Energy Release rischia di trasformarsi da un vantaggio competitivo per il settore manifatturiero in un’operazione finanziaria complessa. Il nuovo meccanismo tiene in considerazione il margine di guadagno che le imprese avranno dalla differenza tra il prezzo di mercato e i 65 euro e prevede che tale differenza venga restituita insieme all’energia ricevuta. Con la riduzione della marginalità, per le aziende sarà più difficile mantenersi competitive, specialmente rispetto a concorrenti extra Ue che non sottostanno ai medesimi vincoli normativi. Inoltre Bruxelles ha reso l’iter di accesso alla misura più farraginoso, richiedendo sforzi amministrativi supplementari. Sono stati introdotti costi accessori legati alla gestione del rischio e alle garanzie fideiussorie che le imprese devono prestare per partecipare al meccanismo. Mentre prima dei correttivi voluti da Bruxelles, le utility e i fondi chiedevano commissioni per la realizzazione di un impianto attorno a 3 euro a MWh, ora sono raddoppiate fino anche a 7-8 euro. Il costo dell’energia «scontata» salirebbe da 68 euro a MWh a 72-73 euro.
L’impatto non è omogeneo sul sistema industriale. Le grandi imprese mandano giù il rospo ma procedono, mentre le pmi (quelle della plastica sono le più numerose) entrano in affanno e spesso rischiano di perdere il contratto con un fondo o un’utility per costruire l’impianto. Bruxelles ha previsto per chi è rimasto senza un partner, un’asta in cui le imprese indicano il prezzo che sono disposte a spendere e gli sviluppatori di impianti quanto possono accettare. Sarà il mercato a formare il prezzo marginale che potrebbe anche essere alto. L’ennesima beffa di Bruxelles.
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