True
2026-02-28
Teheran, l’errore di calcolo su Trump: quando la diplomazia rituale diventa provocazione
True
L’Iran ha affrontato il negoziato con Donald Trump come se fosse l’ennesimo capitolo di una lunga partita tattica con Washington. Ma questa volta l’interlocutore non era un presidente disposto a diluire il confronto nel tempo. Le riunioni senza esito e la strategia dell’attesa si sono trasformate in un boomerang geopolitico.
Per comprendere l’attuale fase di tensione tra Stati Uniti e Iran occorre partire da un presupposto: Teheran ha applicato a Donald Trump uno schema interpretativo già utilizzato con i suoi predecessori, senza cogliere la natura radicalmente diversa del suo approccio politico e negoziale.
Per oltre due decenni la Repubblica islamica ha gestito il confronto con Washington attraverso una strategia calibrata su tempi lunghi, ambiguità calcolate e negoziati diluiti. Con presidenti come Barack Obama o Joe Biden, Teheran aveva individuato margini di trattativa fondati su un presupposto condiviso: evitare l’escalation militare e mantenere aperto un canale diplomatico, anche a costo di incontri ripetuti e progressi minimi. Con Donald Trump, questo paradigma si è rivelato inadeguato.
Trump non ha mai concepito il negoziato come un processo infinito, ma come una sequenza di scadenze ravvicinate, risultati tangibili e pressioni crescenti. L’uscita unilaterale dal Joint Comprehensive Plan of Action nel 2018 aveva già rappresentato un segnale inequivocabile: per la nuova amministrazione non esistevano accordi intoccabili, né automatismi diplomatici. Ogni dossier poteva essere riaperto, rinegoziato oppure stravolto. Teheran, tuttavia, ha continuato a muoversi come se il tempo fosse una variabile a proprio favore. Riunioni tecniche, incontri indiretti, dichiarazioni interlocutorie, aperture seguite da irrigidimenti: una diplomazia rituale che in passato aveva consentito di guadagnare mesi, talvolta anni. L’obiettivo era duplice: alleggerire gradualmente la pressione internazionale e, nel frattempo, consolidare le proprie capacità strategiche, in particolare sul fronte nucleare. Ma provocare Trump con continue riunioni senza risultati concreti è stato un errore fatale.
Un ulteriore elemento di fragilità riguarda la figura del ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian (spesso indicato in modo impreciso come «Aranghi»), apparso in questa fase inadeguato alla gravità della crisi. La diplomazia iraniana, tradizionalmente abituata a muoversi su più tavoli e a mantenere canali aperti anche nei momenti di massima tensione, sembra aver perso incisività proprio quando sarebbe stato necessario costruire sponde internazionali e rafforzare la narrativa difensiva di Teheran. Le sue dichiarazioni pubbliche, improntate a toni rigidi ma prive di una chiara strategia di de-escalation, non hanno contribuito a ridurre l’isolamento del Paese. In un sistema in cui la politica estera è fortemente condizionata dalla Guida Suprema e dai Pasdaran, il margine d’azione del capo della diplomazia è certamente limitato; tuttavia, in una fase di possibile transizione al vertice, l’assenza di una regia diplomatica credibile rischia di amplificare l’impressione di disorientamento e di lasciare l’iniziativa interamente nelle mani dell’apparato militare.

Nel linguaggio politico del presidente americano, l’assenza di un’intesa non equivale a una fase di stallo gestibile, bensì a una sfida diretta. Ogni incontro inconcludente è stato percepito come un tentativo di prendere tempo, se non come una forma di provocazione. In questo quadro, la pressione economica – sanzioni secondarie, isolamento finanziario, targeting delle esportazioni energetiche – è diventata lo strumento privilegiato per forzare un cambio di atteggiamento.
L’Iran ha probabilmente sottovalutato un elemento centrale: Donald Trump non cercava semplicemente di rientrare in un accordo migliorato, ma di ridefinire l’intero equilibrio di deterrenza regionale. La richiesta di condizioni più stringenti, la volontà di estendere la durata di eventuali restrizioni e l’insistenza su un meccanismo permanente di controllo rappresentavano un salto qualitativo rispetto alla logica del compromesso temporaneo. Nel frattempo, la leadership iraniana ha continuato a calibrare la propria risposta su un doppio binario: mantenere formalmente aperto il dialogo e, parallelamente, aumentare la leva strategica attraverso l’arricchimento dell’uranio e il consolidamento delle reti regionali di influenza. Una strategia che con altri presidenti avrebbe potuto produrre nuove fasi negoziali, ma che con Trump ha generato l’effetto opposto.
La differenza non è soltanto ideologica, ma metodologica. Trump ha interpretato la politica estera come una transazione ad alto rischio: o si chiude l’accordo alle sue condizioni, o si alza il livello dello scontro. In questa cornice, la diplomazia dilatoria di Teheran è apparsa come un rifiuto sostanziale. Le conseguenze sono evidenti. L’inasprimento delle sanzioni ha colpito l’economia iraniana in modo sistemico, riducendo le entrate petrolifere e aggravando le tensioni interne. Al tempo stesso, la percezione di una minaccia crescente ha alimentato un clima regionale sempre più instabile, con il rischio costante di incidenti o escalation indirette. L’errore di fondo di Teheran è stato di natura psicologica prima ancora che politica: aver trattato Donald Trump come una variante più rumorosa di presidenti precedenti, senza comprendere che il suo margine di tolleranza verso negoziati inconcludenti è prossimo allo zero. In altre parole, l’Iran ha giocato una partita di logoramento contro un avversario che preferisce le mosse drastiche.
Oggi lo scenario appare segnato da una polarizzazione più netta. Le occasioni di compromesso si sono ridotte, mentre la soglia di rischio si è abbassata. In un contesto regionale già attraversato da conflitti latenti e rivalità strategiche, la combinazione tra ambizioni nucleari iraniane e approccio massimalista statunitense ha creato una miscela altamente instabile. La lezione geopolitica è chiara: nei rapporti internazionali non basta conoscere la forza dell’avversario, occorre comprenderne la mentalità. Teheran ha letto Washington con le lenti del passato. Ma il passato, questa volta, non era più un parametro affidabile.
Continua a leggereRiduci
«Non sarà una guerra lampo», ha dichiarato il ministro degli Esteri informando la stampa sugli sviluppi dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran.
Carlo Conti e Laura Pausini (Ansa)
La kermesse ha una chiara vena sociale: sul palco si sono susseguiti temi cari alle famiglie tradizionali, senza comizi e lustrini Lgbt. Per qualcuno è un difetto, in realtà (lo dice anche l’Auditel) questo festival piace.
Un Festival di Sanremo più sociale e meno social. Più nazionalpopolare e meno mainstream. Più comunitario e meno community. Sembrano sfumature: non lo sono. Intanto. Alla terza serata, più movimentata e vivace e con ospiti di qualità, da Mogol a Ubaldo Pantani, da Eros Ramazzotti a Alicia Keys, anche gli ascolti sono risaliti.
Archiviata la Champions League di Inter e Juventus, che non poteva non incidere sebbene i detrattori tendessero a minimizzarne gli effetti, il 60,6% di share registrato giovedì è il più alto per una terza serata dal 1990: era televisiva pre-piattaforme, per intenderci (il fatto che lo share elevato sia abbinato a 9,5 milioni di telespettatori, inferiori ai 10,7 dell’anno scorso, share del 59,8%, dipende dalla platea totale ridotta di 2 milioni rispetto al 2025, quando la terza serata andò in onda il 13 febbraio).
Carlo Conti che sa far di conto sembra una battuta e forse lo è. Ma non tanto per i calcoli dell’Auditel, quanto perché, al suo quinto Sanremo, l’ultimo, senza possibili ripensamenti, lavora di addizione e sottrazione. Gestisce l’accumulo e i vuoti, qui aggiunge e lì toglie. Nel brogliaccio del 76º Festival della canzone italiana balza all’occhio la grande assenza della cultura woke. Niente appelli delle minoranze, niente bandiere arcobaleno. Niente Ghali, Rosa Chemical, Big Mama. La critica lamenta la mancanza di guizzi, la carenza di fenomeni, il copione prevedibile e poco eventizzato. Sarà. Si può fare un Festival senza proclami e monologhi militanti? Senza lamentare le discriminazioni e i vittimismi di qualche nicchia? Conti ha creduto di sì. Ha creduto alla possibilità di un Festival normale, per la gente comune. Sapendo che poteva andare incontro al rischio noia. Al suo quinto Sanremo ci ha provato, ci sta provando, con buona pace di una fetta della sala stampa che, senza i piagnistei per le donne emarginate, per le apparizioni del premier Giorgia Meloni e le pressioni di Fratelli d’Italia sul cast attuale e futuro, non riesce a stare. Ieri è toccato allo «scandalo» del Mogol novantenne rientrato a Roma sull’elicottero dei Vigili del fuoco, lui che ha scritto il loro inno… E pazienza se la stampa accredita un Festival immaginario, parallelo. Un FantaSanremo.
Il vero scandalo è un altro. Imputano al direttore artistico di aver chiamato LauraPausinichenoncantaBellaciao. Di aver invitato AndreaPuccicomicodidestra. Imperdonabilissimo. La critica «tragicizza» la crisi del Festival, ha scritto Francesco Piccolo su Repubblica. Pensiamo all’edizione del 2027, questa è già archiviata, hanno titolato. Il format è superato, Sanremo non è più nello spirito del tempo, hanno decretato da altre cattedre. Semplicemente: non piace a lorsignori. Che il direttore artistico abbia provato a lavorare su un copione diverso, magari senza inventare niente di clamoroso, non è ipotesi considerata. Semplicemente, parlando più alle famiglie che ai single. Più agli eterosessuali che ai non binari. L’insistenza su Pippo Baudo avrebbe potuto far capire. Anche la scelta di farsi affiancare da Laura Pausini, ovviamente. Ma era meglio Giorgia. Laura o Giorgia: è qui la differenza tra nazionalpopolare e mainstream. L’altra presenza fissa è Max Pezzali, per dire. Se si danno i premi alla carriera a Caterina Caselli, Fausto Leali e Mogol ci si è dimenticati di Amedeo Minghi e Tullio De Piscopo.
La critica «tragicizza», si diceva. E non vede l’addizione. Una co-conduttrice fissa più altri uno o due per ogni sera (Can Yaman, Pilar Fogliati e Lillo Petrolo, Irina Shayk e Ubaldo Pantani, Bianca Balti, Nino Frassica…). Più i superospiti, gli attori le attrici e i comici, gli atleti olimpici, i cori, le sorprese nella serata delle cover, i momenti di riflessione e tutto il resto per un racconto pachidermico e massivo. No, la critica vede «la sottrazione», ciò che manca. Quelle cose lì, gli appelli, la frasetta sparata dopo la canzone, i proclami un tanto al chilo. La guerra in Ucraina. Il genocidio. Il body shaming. La dimenticanza di Gaza, secondo Ermal Meta, premiato dall’Accademia della Crusca. Che, grazie a Dio, quello delle tre religioni monoteiste, ha pontificato solo nell’apposita conferenza stampa.
Se invece si vuol guardare quello che è successo all’Ariston, i contenuti non sono mancati. Il voto alle donne nel dopoguerra con l’ultracentenaria Gianna Pratesi. La guerra alla guerra con il «Make music not war» di Laura Pausini che ha interpretato insieme ai bambini dello Zecchino d’oro e di Caivano Heal the world, l’inno pacifista di Michael Jackson. L’appello contro la violenza giovanile insieme a Paolo Sarullo, un ragazzo in sedia a rotelle dopo un’aggressione fuori dalla discoteca. Il momento dedicato alle dipendenze giovanili da droga, alcol e social con il professore e youtuber Vincenzo Schettini. La presenza di Bianca Balti, già ospite l’anno scorso, con la possibilità di testimoniare la sua battaglia contro il tumore al seno.
Un’altra narrazione è possibile. Il Festival sociale condivide senza militanze. Il Festival comunitario rappresenta senza schierare e sventolare bandiere. Si può fare attraverso momenti non iscritti nel mainstream prediletto dal giornalone unico? Sembra di no: «Il Festival non sta funzionando», «Il Festival che delude punta sull’anno prossimo», «Un Sanremo piccolo piccolo, senza idee», «Lo show di Conti arranca il femminismo arretra». Stizzirsi perché il direttore artistico e conduttore non voleva cavalcare il solito spartito, più che un’occasione persa è la conferma che si conosce solo quello. E che quello spartito è un imperativo, così è se vi pare. Invece no. Achille Lauro senza tutine glitterate e in abito bianco ha cantato Perdutamente in omaggio alle vittime di Crans-Montana. Un Fedez concentrato ha duettato con Marco Masini raccontando che si può superare il Male necessario. In Parole Parole Fulminacci si è lasciato corteggiare da Francesca Fagnani a ruoli rovesciati rispetto all’originale di Mina e Alberto Lupo. È un Festival della canzone italiana. Normale. Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci…
Continua a leggereRiduci
(Imagoeconomica)
Dura requisitoria del procuratore sulla banca fallita: «Bilanci costantemente falsificati».
È ripreso ieri - con l’inizio della requisitoria del procuratore capo della Repubblica del tribunale del capoluogo pugliese Roberto Rossi - davanti al tribunale di Bari il processo a carico di Marco e Gianluca Jacobini, padre e figlio, rispettivamente ex presidente ed ex vicedirettore generale della Banca popolare di Bari, imputati per falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza. Entrambi furono sottoposti agli arresti domiciliari il 31 gennaio del 2020. In un’intercettazione agli atti dell’inchiesta, ricordata ieri in aula dal procuratore, Marco Jacobini aveva detto al figlio Gianluca: «La banca sei tu».
«Un crac da 1 miliardo e 144 milioni di euro, una situazione di tale sfascio che ha ingannato tutti», ha ricordato Rossi all’esordio, e in particolare «tutti i cittadini che hanno versato soldi nelle azioni». Per Rossi, «l’intervento dei commissari della Banca d’Italia ha mostrato l’esistenza di un bilancio fasullo e di una situazione finanziaria ripagata per un miliardo e 144 milioni di euro dagli azionisti, da 70.000 azionisti che hanno perso le azioni con la loro carne e il loro sangue, e dall’Erario».
La requisitoria della Procura (presente, oltre che con Rossi, con i pm Savina Toscani, Luisiana Di Vittorio e Federico Perrone Capano) dovrebbe durare per più udienze. Il processo nasce dall’indagine principale sul crac dell’istituto (oggi Banca del Mezzogiorno) nell’ambito della quale la posizione dei due Jacobini fu stralciata, relativamente ai reati oggi contestati, e i due finirono a giudizio immediato. «Il bilancio», ha aggiunto Rossi, «è stato falsificato in maniera costante almeno dal 2014. È stata creata un’apparenza di buona salute di fronte a una situazione di sfascio che ha ingannato tutti quanti, per primi tutti i cittadini che hanno versato le somme alla banca perdendole all’interno delle azioni. Dai documenti interni emergeva un tipo di realtà, da dieci anni la banca era in default; dall’altro lato c’era la comunicazione falsa e ambigua». «La banca», ha detto ancora il procuratore, «non riusciva a contenere i costi perché non era governata con l’idea di essere efficiente, era governata come una masseria, come ha detto un ispettore della Banca d’Italia. Loro dovevano governare e tenere tutto il resto sotto il tappeto».
Per il procuratore, inoltre, gli Jacobini avevano un «controllo dell’assemblea totale e quasi violento, un controllo assoluto» e, sempre nell’assemblea, «il permesso per parlare era dato con un cenno della testa».
Secondo l’accusa, Gianluca Jacobini è «l’istigatore del falso in bilancio», mentre Marco «dà l’ordine al cda, che poi ha eseguito insieme agli altri che devono far quadrare i conti». «Questa è una banca cooperativa, quindi l’assemblea dei soci è quella che vota il cda. Ma il controllo assembleare partiva direttamente da Jacobini. Il problema è che la governance della banca era di soggetti che avevano problemi finanziari ed erano legati» ai dirigenti della Popolare «da un rapporto di sottoposizione, per cui avrebbero votato qualsiasi cosa», ha osservato ancora Rossi, menzionando due importanti gruppi imprenditoriali indebitati con la banca.
Nel suo intervento il procuratore ha poi ricordato che i dirigenti della Banca popolare di Bari «hanno detto che per 30 anni sarebbero stati in utile, ma come potevano prevederlo? Falsificando i piani industriali. I numeri sono stati dati a caso, tanto che loro stessi se ne vergognavano». «Hanno dato numeri a caso», ha poi sostenuto Rossi, «mentre davano crediti a società per le quali c’era già stata la liquidazione perché erano amici loro, poiché dovevano conservare il potere all’interno di questa città».
Le carenze organizzative e l’assetto di governo anomalo sarebbero state «segnalate dal 2010 dalla Banca d’Italia», anche se le politiche di «moral suasion», ha detto Rossi, «non ottengono buoni effetti nel nostro Paese». Infine il procuratore ha sottolineato che le contestazioni riguardano un periodo dal 2014-2015 in poi anche se emergerebbero prove di un «sistema» consolidato.
Continua a leggereRiduci






