
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2656093589.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2656093589" data-published-at="1640206475" data-use-pagination="False">
Ansa
L’omicidio che ha scosso l’Italia nel 2007 resta un mistero. I crimini dei poliziotti killer tornano attuali dopo 30 anni. E pure la sentenza sull’esecuzione di Fabrizio Piscitelli non regge più. Che fine ha fatto la certezza della pena?
I giudici a marzo hanno vinto il referendum sulla riforma Nordio, ma a distanza di un mese e mezzo dal voto si scopre che a perdere non è stata Giorgia Meloni né la maggioranza di centrodestra, ma la possibilità di riformare la giustizia. Lo si vede in questi giorni, con il caso Garlasco, ma anche con la riapertura delle indagini sulla cosiddetta Banda della Uno bianca e l’assoluzione del presunto assassino di Fabrizio Piscitelli, un pluripregiudicato ucciso con un colpo di pistola alla testa mentre era seduto su una panchina nel parco degli Acquedotti di Roma.
In apparenza l’omicidio di Chiara Poggi non ha nulla da spartire con gli altri fatti di cronaca nera. I killer della Uno bianca non erano fidanzati o spasimanti respinti, ma agenti di polizia che per sette anni, nel periodo fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, scatenarono il terrore fra Emilia-Romagna e Marche, mettendo a segno centinaia di rapine in cui morirono 24 persone e altre 115 rimasero ferite. Mentre Diabolik, questo il soprannome di Piscitelli, era un ultrà della Lazio con un curriculum criminale di un certo peso, e il suo assassino era stato identificato in Raul Esteban Calderon, un argentino già accusato di altri delitti. Cosa lega dunque due episodi che hanno a che fare con la criminalità organizzata al giallo di Garlasco? Semplice: l’incertezza della pena. Ovvero l’impossibilità di stabilire chi è il colpevole e, soprattutto, di chiudere il caso giudiziario con una sentenza definitiva, in grado di assicurare che giustizia è stata fatta.
No, da noi nulla sembra certo, neppure il giudizio di ultima istanza. Prendete proprio il caso Garlasco. Il giudice di primo grado e quelli del secondo stabilirono che Alberto Stasi non era l’assassino di Chiara Poggi. Poi, sulla base degli stessi elementi che avevano portato all’assoluzione, la Cassazione decise che si doveva rifare il processo contro il biondino dagli occhi di ghiaccio e i magistrati del rinvio hanno condannato Stasi a 16 anni di carcere. Sentenza definitiva dopo cinque gradi di giudizio? Neanche a parlarne, perché dopo 18 anni la Procura di Pavia ha riaperto le indagini e ora accusa Andrea Sempio del delitto di Chiara. Le indagini sono state fatte male? Qualcuno ha sottovalutato delle prove? Altri si sono fatti corrompere? Al momento nessuno può dirlo con certezza, tuttavia due fatti sono incontrovertibili. Il primo è che una persona, ossia il fidanzato di Chiara, ha trascorso 11 anni in galera e ora la Procura ritiene che sia innocente. Il secondo è che se da un lato la magistratura dimostra di essere in grado di correggersi e dunque di avere degli anticorpi per correggere gli errori, dall’altro la riapertura del caso è comunque una clamorosa dimostrazione del fallimento della giustizia, che arriva, se arriva, a riscrivere la storia di un delitto dopo 20 anni.
Ma la drammatica storia dei killer della Uno bianca si lega a quella di Garlasco. Perché anche in questo caso, che risale alla metà degli anni Novanta, con numerose condanne all’ergastolo, arriva un giorno in cui uno degli assassini riapre la vicenda con un’intervista, lasciando intravedere misteri da scoprire. Così, dopo 30 anni, la magistratura torna a indagare per vedere se c’è qualche cosa da scoprire. Ma è possibile che dopo oltre un quarto di secolo, dopo 100 rapine, 24 morti e 115 feriti i pm debbano ancora svelare qualche cosa? Anni e anni di processi non sono bastati a dimostrare le connivenze e le responsabilità? Ma allora, che giustizia è?
Lo stesso di può dire del caso Piscitelli. Un uomo viene ucciso nel parco. Un killer professionista travestito da runner gli ha sparato. Dopo lunghe indagini la magistratura arresta il killer, accusandolo di essere sicario di un’organizzazione di narcotrafficanti. L’argentino dalla pistola facile viene portato davanti ai giudici, i quali lo condannano all’ergastolo. Il delitto è risolto e il colpevole assicurato alla giustizia? Neanche per sogno, perché in Appello si ribalta tutto. Raul Esteban Calderon, secondo i giudici di secondo grado, non ha commesso il fatto. Vi sembra incredibile? Come si può passare da una condanna all’ergastolo a un’assoluzione sulla base degli stessi elementi? Il discorso vale per il killer sudamericano (ha sulle spalle un altro omicidio, per il quale si è pure beccato una condanna a fine pena mai), come per Stasi e per gli agenti della Uno bianca. Possibile che non si arrivi mai a mettere la parola fine? Ma una giustizia che non è mai certa di essere giusta, che giustizia è? Già, era la domanda implicita e semplice posta dal referendum, ma non tutti gli elettori l’hanno capita, anche perché i magistrati hanno fatto di tutto per non farla capire agli italiani.
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Elisabetta e Vittorio Sgarbi (Ansa)
Il critico, arrivato a Venezia, non ha dubbi sulla polemica che ha investito il padiglione di Mosca: «Deve riaprire, la creatività non va vincolata al potere e agli Stati». Intanto, nello spazio giapponese spuntano delle bambole per celebrare la pratica dell’utero in affitto.
Vittorio Sgarbi, fresco di compleanno, arriva in un elegante hotel veneziano per incontrare Le Hu Hieu, artista del Vietnam tra i più importanti dell’Asia, sbarcato a sua volta in Laguna per la Biennale. Sgarbi ne celebra il legame con la tradizione, l’uso del legno e delle lacche. Il vietnamita, con sorriso timido, si fa fotografare a fianco al critico. È una occasione rara, dopo tutto. Sgarbi si sta riprendendo dai fin troppo noti problemi di salute. La sua voce talvolta è incerta, ma il guizzo sgarbiano, quello c’è sempre. Talvolta si manifesta sulle sue labbra persino un sorriso innocente e feroce, mentre commenta l’ultima polemica. Del resto che polemica sarebbe, senza Sgarbi a entrarci dentro?
Chiediamo a Vittorio se abbia seguito la baruffa veneziana sul padiglione della Russia. I burocrati europei lo vorrebbero sbarrato, Pietrangelo Buttafuoco si è giustamente dannato per tenerlo aperto. «Andrò a vedere il padiglione», ci dice Sgarbi. E non ci pensa nemmeno su. Ripete che Buttafuoco ha «lavorato bene», che si sono anche sentiti per qualche scambio di idee.
Gli chiediamo che cosa pensi della querelle che ha opposto Buttafuoco, in qualità di presidente della Biennale, al ministro della Cultura, Alessandro Giuli. «Qui ci sono in gioco due visioni contrapposte», prende fiato. Poi dice che se si fosse trovato in una situazione simile, si sarebbe comportato «esattamente come Buttafuoco». Dopo tutto, ricorda, qualcosa di simile «è capitato anche a me quando ho fatto la mostra Arte e Omoessualità a Milano. La Moratti impose la chiusura il giorno dopo l’apertura. Ritenendo evidentemente che quei temi non fossero abbastanza attuali». E qui Sgarbi sorride, è sempre lui mentre scandisce: «Avevo ragione io».
Vittorio riflette sulla libertà degli artisti, evoca un «principio di autorità che presuppone che l’artista si muova in uno spazio neutrale, senza avere alcun rapporto con la presenza e la realtà politica del luogo in cui lavora. La prova vivente è il grande regista Aleksandr Sokurov, con la sua invenzione continua e la capacità di raccontare la Storia senza essere influenzato dai tempi in cui vive».
È una tesi, questa, che Sgarbi ha sostenuto anche in un recente libro su arte e fascismo. Gli chiediamo se secondo lui l’arte può essere davvero libera anche sotto i regimi, e lui replica con un semplice: «Più che libera, può essere. E in quanto è, è giusto documentarla, osservare e indagare quello che manifesta e quello che rappresenta».
Insomma, l’arte esiste comunque, l’artista è immerso nel suo tempo ma insieme abita una sorta di spazio neutrale. «Bisogna capire che non ci sono dei confini che limitano la singola personalità creativa. Ma c’è un’aria dei tempi che il singolo artista intercetta e poi la restituisce con il suo punto di vista particolare».
E di certo un artista non può essere inchiodato alle vicissitudini politiche di questo o quel governo. «No», ripete Sgarbi, «un artista non può essere vincolato alle scelte di uno Stato. Anche e soprattutto quando quello Stato si manifesta democratico nelle procedure - come ad esempio Israele - e poi nella pratica agisce in modo autoritario e non corrispondendo alla volontà che tanti israeliani hanno manifestato». Vale per la Russia, dunque, ma pure per Israele, che pure è stato duramente attaccato in Laguna.
In sostanza, il padiglione della Russia dovrebbe senza alcun dubbio «restare aperto». Sgarbi attacca: «Non erano forse regimi anche quello dei Medici e quello degli Estensi? Eppure gli artisti erano in grado di manifestare la loro creatività come questione formale, al di là dei temi e dei motivi indicati dal potere».
Già, i grandi artisti si sono manifestati con potenza impressionante anche quando a dominare erano signori e signorotti. Nonostante tutto, la loro arte sfuggiva al controllo e alle grinfie del potere. Non si può dire lo stesso di tanti artisti odierni o sedicenti tali. Lo dimostra senza ombra di dubbio l’esempio fornito alla Biennale da Ei Arakawa-Nash, giapponese che si definisce «artista e genitore queer». Costui ha riempito il padiglione della sua nazione di bambolotti di plastica. Ai visitatori vengono messi a disposizione dei passeggini giocattolo che servirebbero, secondo l’artista, a provare l’esperienza della genitorialità. «Come persona queer, non avevo mai immaginato che avrei avuto figli», dichiara Ei in un lungo testo esposto nel padiglione. «Sento la pressione di essere un genitore queer adeguato, e ho accettato questo incarico alla Biennale per aprire una discussione, più che necessaria, sulla maternità surrogata e sulla donazione di ovociti, dentro e fuori dal Giappone. Questa performance partecipativa si ispira al lavoro di accudimento che, storicamente, è stato affidato alle donne. La vostra - scelta portare o meno un bambolotto - comunica amore, entusiasmo, il dilemma dell’essere genitori, ma anche l’indecisione rispetto all’avere, o al non avere, un figlio. Spero che tutto questo possa essere condiviso in uno spazio sicuro e accogliente».
Forse nessuno si è premurato di informare Ei che - fortunatamente - la maternità surrogata (utero in affitto) in Italia è illegale ed è considerata una grave violazione dei diritti delle donne. Posizione condivisa pure dalla Relatrice speciale Onu contro la violenza sulle donne. A dirla tutta, ai sensi della nostra legge l’opera di Ei potrebbe essere considerata promozione dell’utero in affitto, ma ovviamente ci guardiamo bene dal chiedere le censura per lui o per altri. Ci limitiamo a notare che la sua opera è semplicemente brutta. Cose che capitano: come dice Sgarbi, gli artisti veri sfuggono al potere e vanno anche oltre il loro tempo. Gli artisti farlocchi, aggiungiamo noi, sono servi del pensiero dominante e per lo più fanno pena.
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2026-05-10
Si sgretola il castello di prove che ha messo in gabbia Stasi. I legali: «Subito la revisione»
Da sinistra, Andrea Sempio, Chiara Poggi e Alberto Stasi (Ansa)(
L’inchiesta di Pavia abbatte i pilastri su cui si è retta la condanna della Cassazione. Dal Dna che ora porta a Andrea Sempio, alla mano dell’assassino fino al movente sessuale.- Dalle agende e dai file studiati dagli investigatori emerge il lato oscuro dell’unico indagato. Porno, stupri, autopsie e serial killer descritti come «grandi romantici».
Lo speciale contiene due articoli
La nuova inchiesta su Andrea Sempio non aggiunge soltanto un altro nome al delitto di Garlasco. Nelle indagini dei carabinieri di Milano c’è qualcosa di molto più importante: rilegge la scena del crimine in modo incompatibile con la condanna definitiva di Alberto Stasi. Non lo assolve formalmente - quello potrà accadere solo in sede di revisione - ma smonta, uno dopo l’altro, i pilastri su cui quella condanna era stata costruita. Non a caso l’avvocato Giada Bocellari, che assiste il quarantaduenne con Antonio De Rensis, ieri ha annunciato l’intenzione di accelerare «il più possibile» l’istanza di revisione, pur chiarendo che servirà tempo per leggere gli atti e scrivere la richiesta. Proprio ieri la legale ha mostrato a Stasi per la prima volta le nuove carte.
Il punto di partenza è processuale. Stasi era stato assolto in primo grado nel 2009 e in Appello nel 2011. La condanna arrivò solo dopo l’annullamento della Cassazione e il processo d’Appello bis, concluso nel 2014 con 16 anni di carcere, poi confermati definitivamente nel 2015. Oggi, però, proprio gli elementi che avevano permesso alla Cassazione di confermare quella condanna vengono riletti in senso opposto.
Il primo snodo è il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi. La Suprema Corte aveva valorizzato il dato della perizia di Francesco De Stefano: materiale maschile, degradato, verosimilmente contaminato, tale da rendere impossibile un’«indicazione positiva o negativa di identità». Per i carabinieri, però, quel passaggio ebbe un effetto «esiziale» per Stasi: l’impossibilità di identificarlo fu trasformata, di fatto, nell’impossibilità di escluderlo. Le nuove carte scrivono, invece, che nel materiale genetico isolato nei margini subungueali di Chiara «non ci sia mai stata nessuna incidenza riconducibile ad Alberto Stasi».
La differenza è enorme. Se quel Dna è la traccia della difesa della vittima, e se non appartiene a Stasi, la vecchia architettura della condanna perde una delle sue architravi. Ancora di più perché le nuove analisi, secondo la nota del comando dei carabinieri, hanno escluso anche Marco Poggi e individuato una corrispondenza di uno dei profili maschili con la linea paterna di Andrea Sempio.
l’impronta 33
Poi c’è l’impronta 33. Per i carabinieri è un altro punto importante. Non è una traccia neutra, ma un’impronta «palmare» sul muro del vano scale, vicino al punto in cui venne ritrovato il corpo di Chiara. Gli investigatori ricordano che già nel 2007 i tecnici si concentrarono su quella zona perché la conformazione dei luoghi e la posizione del cadavere la rendevano decisiva. La traccia reagì alla ninidrina (composto chimico usato dalla scientifica) in modo anomalo, con una colorazione intensa, macchie simili a schizzi e caratteristiche compatibili con una «mano bagnata», forse anche con sangue lavato.
In pratica, nella nuova ricostruzione, quella impronta viene attribuita ad Andrea Sempio e diventa la traccia di un aggressore che, dopo aver colpito Chiara sulle scale, sarebbe tornato nel vano scale con la mano bagnata, generando proprio la traccia 33. Da lì, secondo i carabinieri, si sarebbe poi ripulito usando il lavabo della cucina: il bagno non risulterebbe usato, mentre il tappetino davanti al lavello non venne mai campionato, né analizzato con il luminol.
Un altro fronte è il movente. Per anni la sessualità di Stasi, i video intimi e la pornografia, sono stati raccontati come una zona d’ombra. La nota dei carabinieri ribalta quella prospettiva: le chat tra Alberto e Chiara mostrerebbero una coppia complice, anche sessualmente. La sfera sessuale, quindi, non sarebbe il movente di Stasi, ma il possibile terreno su cui qualcun altro avrebbe proiettato desiderio, rifiuto e quindi un’aggressione.
la bicicletta
Anche gli oggetti della vecchia condanna - bicicletta, pedali e scarpe - vengono riletti. La Cassazione aveva escluso uno scambio fisico tra i pedali di due bici del condannato. Ma aveva ritenuto che Stasi avesse comunque sostituito i pedali della sua bici con altri non originali, sui quali era rimasta la traccia genetica di Chiara. Per i carabinieri è una costruzione illogica e paradossale: se Stasi fosse stato un assassino freddo e calcolatore, perché non far sparire la bicicletta invece di smontare e rimontare i pedali? E lo stesso vale per le scarpe: le Frau taglia 42 attribuite all’assassino non sono mai state trovate nella disponibilità di Stasi, mentre le nuove misurazioni indicano per Sempio una compatibilità con calzature 42-43. Ma le nuove carte non si fermano alla scena del crimine.
Spunta anche il nome di Laura Barbaini. È lei che da sostituto procuratore generale di Milano aveva sostenuto l’accusa nell’Appello bis contro Alberto Stasi e, nel 2016, ricevette gli atti della difesa che indicavano, invece, Andrea Sempio come potenziale assassino.
un misterioso post-it
Ed è sempre lei che il 17 gennaio 2017 aveva inviato Mario Venditti, all’epoca procuratore aggiunto di Pavia un documento di 16 pagine in cui sosteneva l’innocenza di Sempio.
Oltre a una possibile fuga temporale di notizie, (già il 23 dicembre 2016, prima che la parte civile acquisisse formalmente gli atti l’11 gennaio 2017 sulla stampa compariva il nome di Sempio), il passaggio più delicato riguarda la circolazione delle carte. Secondo la ricostruzione investigativa, anticipata ieri dalla Verità, il materiale arrivato il 13 gennaio 2017 al generale Luciano Garofano, consulente della famiglia, non sarebbe partito dalla Procura di Pavia, ma forse proprio dalla Procura generale di Milano. I carabinieri, però, non individuano la «manina» che avrebbe distribuito gli atti.
In compenso riportano un’intercettazione di Giuseppe Sempio (padre di Andrea), che descrive un presunto consiglio che la Barbaini avrebbe offerto alla famiglia: «Gliel’ha consigliato ... gliel’ha consigliato la Barbaini di fare un esposto alla Procura generale di Milano […] perché la Procura di Pavia dipende ... ecco […] se la Procura di Milano vede le cose che stanno andando in un senso che è tutto tutto una cosa schifosa, può intervenire, e dire a Pavia “cosa state facendo?"».
Nel fascicolo si fa cenno anche a Venditti, l’ex procuratore aggiunto di Pavia che seguì l’indagine su Sempio nel 2016-2017, poi archiviata. Oggi risulta indagato a Brescia nell’inchiesta sulla presunta corruzione legata proprio a quell’archiviazione. Nella nota dei carabinieri, Venditti compare in forma indiretta: Giuseppe Sempio riferisce che, nel 2017, l’allora procuratore (che Sempio senior pensa sia in realtà il gip) gli avrebbe detto «questa cosa finirà presto». È un racconto de relato, dunque non una prova autonoma di un accordo o illecito, ma per gli investigatori contribuisce a descrivere il clima di quel primo fascicolo, perché in casa Sempio l’archiviazione sembrava quasi attesa.
il fratello
Resta poi Marco Poggi, fratello di Chiara e testimone-chiave del contesto familiare e relazionale della vittima. Non è indagato, ma nelle nuove carte assume un ruolo sensibile perché è il punto di raccordo tra la casa di via Pascoli, il computer di Chiara e la comitiva di amici - compreso Sempio - che poteva frequentare la villetta. Sul video intimo della sorella con Stasi, Marco ha sempre sostenuto di non averlo mai visto: avrebbe solo trovato aperta una chat Msn sul computer di Chiara e intuito che la sorella stesse scaricando da Alberto un file dal contenuto privato. La nota, però, rileva che già nel 2007 Marco sembrava muoversi con familiarità tra foto, video, file, cd e materiali presenti sul computer della sorella.
Il passaggio più delicato arriva nei giorni del lutto. Quando al cimitero, lontano dai genitori, Marco chiede a Stasi se abbia scatti o filmati di Chiara, precisando però di non volere le «cose intime». Dunque, doveva sapere che esisteva materiale riservato della coppia. E, infatti, secondo la ricostruzione, Stasi avrebbe confermato l’esistenza del video, spiegando di non averne parlato ai genitori Poggi.
In questa chiave si inserisce la presunta «commistione» tra famiglia Poggi e quella di Sempio. Angela Taccia, legale di Andrea e già legata alla vecchia comitiva, avrebbe rilanciato la versione delle visite a casa Poggi per giocare alla Playstation. Rita Preda lo riferisce a Marco il 15 marzo 2025. Lui conferma, ma ridimensiona: venivano «ogni tanto», non «due o tre volte a settimana». Il punto è delicato: se Sempio avesse frequentato spesso la villetta, eventuali tracce avrebbero potuta essere pregresse. Se quel ricordo si rafforza solo dopo le nuove prove, diventa una versione utile alla difesa. Lo stesso schema, secondo i carabinieri, emerge il 14 maggio 2025 quando Marco auspica un intervento «al di fuori» della Procura di Pavia e Giuseppe richiama la segnalazione alla Procura generale di Milano. Per gli investigatori, non è solo diffidenza verso la pista Sempio, ma il tentativo di «bloccare l’indagine».
Sempio adorava il Mostro di Parigi
Scrive con ossessione, riempie agende, quaderni, file Word. Al punto che i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, nell’informativa riassuntiva di 300 pagine che riscrive il giallo di Garlasco, dedicano ai suoi scritti un intero capitolo. Il capitolo più oscuro. Quello che entra nell’intimità di Andrea Sempio rastrellando le tracce che l’unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi sembra, incurante, aver lasciato in giro. Naviga tra serial killer, stupri, autopsie, decapitazioni. Guarda pornografia estrema. Si taglia. Si brucia il torace «perché» gli piace, ammette in uno scritto, «superare i limiti».
Il mosaico è stato costruito dagli investigatori mettendo insieme file sequestrati, cronologie di navigazione, contenuti Cloud e documenti trovati nel suo computer. Non è una diagnosi. È un viaggio attraverso una mente che gli stessi investigatori descrivono come attratta dalla violenza, dalla morte e perfino dalla figura di un «mostro». Quella di Issei Sagawa, «il Mostro di Parigi», il giapponese che nel 1981 stuprò, uccise e mangiò una studentessa olandese, Renée Hartevelt, una vicenda analizzata in un file Word da 626 pagine, creato il 19 giugno 2014, e trovato nel pc di Sempio. Non contiene un semplice riassunto di cronaca nera, né valutazioni processuali. Appare come una narrazione macabra da cui traspare una sorta di empatia: «Penso a Sagawa... il “Mostro di Parigi”... mai fatto del male a una mosca, mai fatto a botte… una vita dedicata alla letteratura». Sempio sembra immedesimarsi. La donna entra in casa. Sagawa sa che lo respingerebbe. Sa che «finite le poesie, lei se ne andrà e lui non l’avrà mai». E allora, «per cristallizzare quell’attimo e fermare il tempo... le spara in testa». Da lì il testo precipita in un romanticismo malato. «La bacia, finalmente. La bacia tutta. La accarezza, trema. Il cuore gli scoppia in gola, ora lei è sua». Poi, la svolta inquietante: «Allora, preso dalla paura che quell’attimo finisca senza che lei faccia parte di lui... la mangia». Il passaggio successivo è probabilmente il più disturbante di tutto il documento: «Non aveva mai avuto fantasie cannibalistiche... ma il cuore gli dice di mettere in bocca ciò che non potrà avere per tutta la vita, perché solo in questo modo saranno una cosa sola per sempre». Alla fine, «si pulisce la bocca con il suo perizoma come tovagliolino». Le valutazioni dell’improvvisato scrittore horror sono queste: «Non so voi... ma io, pur rendendomi conto della gravità dell’omicidio, ci vedo una storia d’amore, di un romanticismo intensissimo».
E infine la domanda che sembra attraversare tutta la narrazione: «È cattivo? È un mostro?». Lo scritto si chiude con questa frase: «Diventerà un mostro. Lo tratteranno da mostro e nessuno proverà a capirlo. Saranno solo tutti d’accordo sul puntargli il dito. Diverso! Assassino! Mostro!». Per gli investigatori queste pagine rivelano un certo «interesse» dell’indagato «verso i predatori sessuali». Ma non è questa l’unica apparente devianza. L’informativa cita «numerose navigazioni Internet» che mostrerebbero «un suo interesse per il satanismo, gli omicidi, gli assassini, i cadaveri e la decapitazione, l’esame autoptico e i fenomeni cadaverici». E annota anche l’apertura di link legati a fatti di cronaca su «stupro» e «violenza sessuale». Legati, in alcuni casi, anche a materiale pornografico. Nel computer di Sempio vengono trovati «vari video porno della categoria Bdsm (Bondage e disciplina, dominazione e sottomissione, sadismo e masochismo, ndr)». Alcune di queste foto sono state stampate e trasmesse dai carabinieri ai magistrati. Insieme alle valutazioni sul «killer instinct», l’istinto killer, che viene definito in un appunto come «una sega mentale per condizionare i soldatini all'aggressività a comando». Poche righe dopo, però, l’indagato distingue la «cattiveria» dall’istinto «predatorio» con cui «per esempio», si legge nell’appunto, «uno può prendere una donna con la forza perché la desidera». Scrive Sempio: «Nell’istinto predatorio non c’è l’intenzione di nuocere, ma solo di prendere. Prendere cibo, sesso, soldi. Qualsiasi cosa. Ma la morte della vittima non è altro che un eventuale effetto collaterale». Sullo stesso tema c’è anche un altro passaggio: «Quando parlo di istinto predatorio non ci vedo nemmeno aggressività, ma uno scopo. In alcuni animali l’istinto predatorio si manifesta attraverso il gioco o attraverso l’istinto di rincorrere tutto ciò che corre». Accanto a queste considerazioni compare anche un’analisi profonda della sua stessa vita in terza persona. Dal bullismo subito a scuola, quando da «dark/satanista», così si definisce, «finisce in mezzo e viene preso in giro per tutto il primo anno». Sempio ammette di «odiare quel periodo» e di aver «iniziato a bere» per «evadere». È in quella fase che avrebbe cominciato «a tagliarsi e a bruciarsi». Ricorda, riferendosi a sé stesso in terza persona: «Si riempie braccia e petto di cicatrici». Poco dopo riflette: «Ha problemi, certo». E prima di giustificarsi («C’è da dire che è stato maltrattato un bel po’»), nella ricostruzione dei periodi neri della sua vita, annota ancora una frase che ora stride con il capo d’imputazione: «Non vuole fare del male a nessuno».
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Ana
- Sono concreti e si trovano sempre in prima linea in ogni crisi. Le femministe pensino di più alle terribili violenze dei maranza.
- Un sessantunenne ha un malore dopo che alcuni giovani lo chiamano «guerrafondaio». Un altro, alticcio, è caduto da un muretto e, dopo un volo di 2 metri, è in pericolo di vita.
Lo speciale contiene due articoli
Che Dio benedica gli alpini. Mio marito è stato sottotenente di complemento degli alpini, per la precisione artigliere da montagna nella divisione Julia. Ho ancora in casa tre cappelli con la piuma, mio figlio ci giocava felice e fiero da bambino. Anni dopo la fine del servizio militare, eravamo già sposati, alcuni dei suoi soldati continuarono a cercarlo. Lo invitarono come testimone di nozze, come padrino di battesimo dei loro figli. Non erano rapporti formali: erano amicizie costruite nella fatica condivisa, nelle marce tra i monti, nelle sere passate dividendo il rancio, spesso integrato con pane, formaggio o qualche pollo comprati con i soldi del sottotenente nelle baite vicine. Sicuramente anche per questo, anni dopo ancora lo invitavano. Mio marito aveva organizzato per i suoi artiglieri un corso base di educazione civica, perché si vota, quando si vota, come è costituito il parlamento, rudimenti di diritto civile e penale, come si scrive una denuncia. Erano giovani uomini che imparavano a fidarsi l’uno dell’altro e a riconoscere il valore della solidarietà. Nel maggio 1976, già sposata ma non ancora laureata, sono partita con alcuni colleghi per il Friuli sbriciolato da un terribile terremoto. Abbiamo portato attrezzature mediche, da cucina e generi di conforto di prima necessità. Ovunque c’erano alpini che scavavano nel fango, insieme ai civili, piangendo insieme a loro, come quando piangendo nel fango avevano scavato sul Vajont nel 1963, o come avrebbero scavato nell’alluvione in Piemonte del 1994.
Questo mio scritto è per esprimere la mia disistima totale assoluta a tutte le protagoniste di quello che sta succedendo a Genova: volantini e fischietti distribuiti per salvarsi dalle «violenze degli alpini». Ho fatto moltissime conferenze per presentare i miei libri, ho girato per tutta l’Italia. Quando potevo giravo in macchina. Le stazioni italiane, soprattutto quelle piccole, soprattutto se deve arrivarci di sera, sono posti estremamente sgradevoli per le violenze verbali, quando non di peggio, delle persone extra europee soprattutto se di religione musulmana. Se un uomo mostra il suo organo sessuale, invitando la donna cui lo sta mostrando, approcciata come «bianca e put… ehm, diciamo di facili costumi, vieni a s…», questa è una molestia. Questo è un insulto, che può facilmente trasformarsi in violenza, quindi abbassi la testa e schizzi via ringraziando che ti è andata bene. A innumerevoli altre donne è andata meno bene. Non è una forma di razzismo gratuito, ma semplicemente la conseguenza di una prescrizione del Corano, quella di umiliare le donne che non appartengono alla fede musulmana. Uccidete gli infedeli ovunque si trovino è uno dei precetti. Umiliate delle donne degli infedeli è un altro dei precetti. Ma per le fanciullette di «Non una di meno», questo va benissimo.
Adesso a Genova, scopro che il problema sono gli alpini. Alla vigilia dell’adunata qualcuno ha scritto «assassini» sulla porta della loro sede in piazza Siziglia. La città è tappezzata di dementi manifesti, «meno alpini, più gattini». «Alpino molesto stai attento», è stato scritto su un muro. Sono state lanciate bottigliette contro un gruppo di alpini seduti un bar. Tutto questo nasce dalle sigle transfemministe, esperte in femminismo misandrico che odiano gli uomini occidentali, ma anche le donne, convive serenamente con la violenza di maranza e mafia nigeriana e trasforma l’adunata degli alpini in un’emergenza nazionale. È con una pugnalata di nausea che leggo i loro slogan. L’alpino fonde le due figure, del guerriero e del protettore, che sono i due pilastri della virilità occidentale cristiana. Intervenuti dopo la catastrofe del Vajont, dopo il terremoto del Friuli del 1976, gli alpini parteciparono alla ricostruzione di interi paesi, organizzando cantieri, assistenza agli sfollati e strutture temporanee. Quel modello di intervento divenne un punto di riferimento per la moderna Protezione civile italiana. Nel terremoto dell’Aquila del 2009 le penne nere tornarono in prima linea. A Fossa, uno dei comuni più colpiti, realizzarono abitazioni, spazi pubblici, una chiesa, aree verdi e servizi destinati alla popolazione. Non solo assistenza immediata, ma ricostruzione concreta e duratura, pensata per restituire dignità e normalità alle comunità colpite. Anche durante le alluvioni che hanno devastato Genova nel 2014, gli alpini furono tra i primi volontari ad arrivare nelle zone sommerse dal fango. Con motopompe, pale e mezzi di emergenza operarono nei quartieri più colpiti, aiutando famiglie, negozianti e anziani a liberare case e strade dall’acqua e dai detriti. Nel 2018, dopo il crollo del ponte Morandi, che causò 43 vittime, le penne nere si mobilitarono nuovamente per sostenere la città. Fornirono assistenza logistica, supporto ai soccorritori e presenza costante accanto alla popolazione in uno dei momenti più drammatici della storia recente di Genova. L’impegno degli alpini, però, non si limita alle catastrofi. In tutta Italia, le sezioni dell’Associazione nazionale alpini organizzano raccolte fondi, assistenza agli anziani, manutenzione di sentieri e rifugi, sostegno durante le emergenze sanitarie e attività sociali nelle piccole comunità. Per questo motivo gli alpini vengono spesso percepiti come un presidio di solidarietà concreta. Il loro intervento non si basa su slogan o campagne mediatiche, ma sulla presenza fisica nei luoghi del bisogno.
Ora la festa è stata infangata. Gratuitamente. Hanno consigliato fischietti da far risuonare in caso di molestie inesistenti, hanno attivato il solito form anonimo per raccogliere testimonianze spazzatura, come già successo a Rimini e altre città, scrivendo il testo con i ridicoli segni dell’inclusività ortografica. Alle altre adunate, le denunce sono state di scemenze, complimenti, non confondibili con aggressioni verbali. Il form era aperto dal giorno prima dell’adunata, nella certezza assoluta che ci sarebbe stato qualcosa da segnalare: la colpevolezza degli alpini è certa, nasce con il loro esistere, essere maschi ed essere alpini. È una diffamazione preventiva costruita con fiumi di segnalazioni anonime che non possono reggere a nessun vaglio giudiziario. In un’epoca in cui tutti hanno un cellulare, il video di un alpino che compie una violenza non c’è. Quello di maranza che accoltellano, feriscono, massacrano ci sono, ma quelli non valgono. Il femminismo misandrico odia sicuramente gli uomini (occidentali cristiani), ma in realtà odia le donne: il suo cavallo di battaglia è l’aborto, la cosa più squallida una donna possa fare. Soprattutto odia la vita e odia la culla della vita che è l’amore tra un uomo e una donna. L’amore nasce dal desiderio che i maschi hanno del corpo femminile. Il testosterone dà ai maschi una libido ben più alta della nostra. Noi dobbiamo restare lucide davanti a un uomo che ci chiede di accompagnarlo anche nella sessualità, per scegliere tra i maschi che ci offrono quello che più ci dà affidamento del fatto che proteggerà noi e soprattutto la nostra prole. Da sempre gli uomini fanno la corte alle donne e da sempre le donne normali sono gratificate da questa corte. Se un uomo dice una donna che è bella, è un complimento non è un insulto. Se la donna lo percepisce come un insulto, evidentemente lei ha dei grossi problemi. Il fatto che alcune donne, la solita minoranza, percepisco un complimento come un insulto, non deve criminalizzare gli uomini che li fanno. Il fatto che addirittura le istituzioni della città si siano unite a questo razzistico provvedimento contro gli alpini dimostra quanto le istituzioni della città siano problematiche. Quando crollò il ponte Morandi a Genova il sindaco Bucci telefonò all’Ana che rispose immediatamente. Speriamo che a Genova non crolli più niente, che non ci siano più alluvioni, che non ci sia più bisogno di spalare nel fango. Nel caso il sindaco Salis, tra una comparsa e l’altra su Vogue, potrebbe telefonare ai centri sociali e alle femministe di «Non una di meno», ma a spalare nel fango le unghie si rovinano, e le foto del micio da mettere sul social in mezzo a cadaveri e macerie non vengono bene. Che Dio benedica gli alpini.
Alpino insultato finisce in ospedale
Alla fine, l’adunata degli alpini è andata come doveva andare. Molte polemiche e nessun problema. Se non quelli creati da chi le penne nere a Genova proprio non le voleva. Nella notte tra venerdì e sabato, un ragazzo e una ragazza di circa vent’anni si sono avvicinati a due alpini e hanno cominciato ad apostrofarli in malo modo, chiamandoli «guerrafondai». Uno dei due, un sessantunenne cardiopatico, si è sentito male e, dopo l’intervento di un’ambulanza, è stato necessario portarlo in ospedale. In ospedale è finito anche un sessantenne, in stato di alterazione etilica, che è precipitato per oltre due metri mentre si trovava seduto su un muretto.
Nonostante le polemiche, gli alpini hanno cantato le loro canzoni malinconiche su amori passati e hanno ricordato i mesi di naja ritrovandosi ancora una volta insieme. E sì: ci hanno certamente bevuto sopra. Sulle polemiche dei giorni passati, quelle per capirci, innescate da Non una di meno, è intervenuto il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «Io non penso che gli alpini molestino. Penso che gli alpini siano qua per festeggiare, per essere quello che sono. Poi, magari c'è qualche stupido, e se c'è qualche stupido è giusto che venga ripreso, ma i primi a riprenderlo sono gli alpini». Per il presidente, Giorgia Meloni, gli alpini sono «un corpo che rappresenta coraggio, sacrificio, spirito di servizio e amore per la Patria. Gli alpini sono un orgoglio italiano». Game over. Perché quest’adunata, come le altre del resto, dimostra proprio questo: gli alpini non molestano. Certo, a volte c’è qualche apprezzamento un po’ esagerato, ma le molestie sono un’altra cosa. Una cosa seria. Non come l’iniziativa del centro sociale Aut Aut 357, che ha pubblicato un post in cui afferma: «Genova trasformata in caserma, scuole chiuse, quartieri blindati: ancora una volta l’adunata degli alpini viene imposta come evento di “tutt3”, quando in realtà rappresenta un modello di città militarizzata, escludente e piegata a logiche che nulla ha a che fare con i bisogni reali di chi la vive ogni giorno». Sarà, ma la presenza degli alpini, accompagnata a maggiori controlli da parte delle forze dell’ordine, ha permesso l’arresto e l’espulsione di tre africani che si trovavano illegalmente nel nostro Paese e che spacciavano per le vie della città. Forse per Aut Aut 357 l’assenza di spacciatori non rientra tra i bisogni reali, ma per i genovesi sì. Almeno per quelli per bene. Nel suo post, il centro sociale annota anche che: «Ci raccontano la favola della tradizione, dell’identità, del folklore. Ma dietro le penne nere e le sfilate si nasconde un’occupazione temporanea dello spazio urbano che produce disagi concreti: servizi sospesi, mobilità stravolta, spazi pubblici sottratti alla cittadinanza. (...) Non è solo una questione logistica. È una scelta politica precisa: normalizzare la presenza militare nelle città, renderla familiare, accettabile, persino festosa. È la stessa logica che giustifica l’aumento delle spese militari mentre si tagliano servizi essenziali, che trasforma le città in scenografie securitarie, che abitua all’idea che il controllo e la disciplina siano valori da celebrare». Ora, basterebbe ascoltare una qualsiasi canzone degli alpini per rendersi conto del fatto che disprezzano la guerra, anche se poi quando c’è da combattere lo fanno, anche a costo di lasciare la loro casa, la donna che amano e le loro terre. Come dice G.K. Chesterton: «Il vero soldato combatte non perché odia ciò che è di fronte a lui, ma perché ama ciò che è dietro di lui». Una cosa che chi frequenta i centri sociali, però, non può capire.
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